
.......E IO PAGO !!!!!!!!!!!!
CONSULENZE E COLLABORAZIONI ESTERNE
OLTRE 250 MILA CONSULENZE E COLLABORAZIONI ESTERNE COSTANO 1,3 MILIARDI DI EURO
Seconda tappa dell´operazione-trasparenza lanciata al ministro della funzione pubblica Renato Brunetta. Questa volta nel mirino del ministro ci sono le consulenze pubbliche. Dopo la pubblicazione degli stipendi e dei dati sull'assenteismo dei dirigenti pubblici, sul web arrivano i dati sulle consulenze e le collaborazioni esterne ammontate, nel solo 2006, ad oltre 1,3 miliardi di euro. «Sono dati che si commentano da soli», è stato il lapidario commento del ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, che dopo aver usato parole pesanti contro gli impiegati-fannulloni insiste nel suo programma trasparenza.
Secondo quanto pubblicato stasera sul sito del ministero, nel 2006 la Pubblica Amministrazione ha speso per retribuire le oltre 250 mila tra consulenze e collaborazioni esterne ben 1,323 miliardi di euro. Di queste, 396 (che rappresentano appena lo 0,16% del totale) sono state vere e proprie superconsulenze, remunerate con oltre 100 mila euro l'anno. Per la maggior parte (96.719 consulenze, pari al 38,39%) è stato riconosciuto un compensato con parcelle tra i 500 e i 2500 euro l'anno.
Molte volte le consulente sono inevitabili. Ad esempio lo studio che nel 2006 il dicastero dell'Economia aveva affidato allo studio legale Chiomenti per la privatizzazione dell'Alitalia: 450 mila euro. Oppure l'incarico «relativo alle nuove azioni progettuali dell'Agenzia» (237.600 euro) che il capo delle Dogane Mario Andrea Guaiana aveva assegnato alla Bain & company Italia.
Altre consulenze riguardano prestazioni no certamente essenziali. Dai violinisti delle filarmoniche alle infermiere, e perfino agli «sportellisti», retribuiti con pochi euro.
Ma non sono i musicisti a far sbarrare gli occhi a chi guarda la lista delle consulenze. La società Terremerse, per uno studio sulle politiche urbane dei cittadini delle terza età commissionato dal ministero delle Infrastrutture, ha incassato 150 mila euro. L´oscar della consulenza più cara va però alla Apri Italia spa, una società che per fornire supporti e assistenza tecnica per l'attuazione di alcuni progetti del ministero degli esteri ha incassato 1.496.898 euro.
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76255
BUROCRAZIA A FONDO PERDUTO
LA CARICA DEI 500.000 DIPENDENTI DEGLI ENTI LOCALI COSTANO 18 MILIARDI DI EURO ANNUI
Sono sempre di più. Premiati e promossi senza merito, quasi mai puniti. Così per il personale di comuni, province e comunità montane si spendono 18 miliardi, un terzo delle risorse. Ecco il primo censimento choc degli enti locali.
È un mostro che non si riesce a domare: diventa sempre più grande e più vorace. Non c'è barriera o dieta che funzioni, nulla può contenerlo: il personale degli enti locali continua ad aumentare.
I dipendenti di comuni, province e comunità montane sono poco meno di mezzo milione. Il censimento realizzato dal ministero dell'Interno ne ha contati 420 mila, ma ci sono 711 amministrazioni (su un totale di 8.709) che si sono sottratte persino alle domande del Viminale, incluse realtà importanti come provincia e comune di Avellino, Messina e Palermo, e i comuni di Torino, Reggio Calabria, Siracusa e Agrigento. A questo va aggiunto il personale delle società controllate dagli enti che esula dalla radiografia del ministero e che si stima porti il totale molto vicino a quota mezzo milione. Attenzione: la fotografia scattata nove mesi fa, oggi rischia di essere superata. Perché l'organico lievita. E si gonfiano pure gli stipendi, senza nessuna considerazione per il merito o i titoli di studio. Il documento del ministero rappresenta la mappa più dettagliata mai realizzata. E disegna una sostanziale disfatta. Qualunque legge, qualunque iniziativa non riesce a cambiare le cose. Blocco delle assunzioni? Tetti di spesa? Esternalizzazioni? Tutto inutile. Tra cococo, contratti a tempo determinato, consulenti e portaborse degli organi politici, le schiere dei travet si ingrossano. Il mostro cambia solo forma: a forza di promozioni è diventata una piramide capovolta, che ha sempre più dirigenti e sempre meno semplici dipendenti.
Un terzo in stipendi. Anzitutto, il censimento ci svela per la prima volta quanto gli enti locali sborsano ogni anno in stipendi per dipendenti e collaboratori. E la percentuale è significativa: il 32 per cento delle proprie risorse. Ciò significa che un terzo del budget a loro disposizione, province, comuni e comunità montane lo spendono in buste paga. Ma per avere un'idea concreta del fiume di denaro che sgorga dalle loro casse bisogna sfogliare un altro documento, la 'Relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali' che ogni anno viene stilata dalla Corte dei conti. Lì si legge che nel 2006 gli enti locali hanno speso 18,3 miliardi per la forza lavoro, che i comuni fanno la parte del leone (ben 15,9 miliardi). E che oltretutto l'esborso per gli stipendi è in crescita rispetto all'anno precedente: dell'11,6 per cento per i comuni e del 10,6 per cento per le province.
Il Bengodi dei premi. Tutti le vogliono abolire, ma le province godono invece di un record, quello dei più sostanziosi premi di produzione assegnati al personale. Dalle tabelle salta gli occhi un picco remoto, irraggiungibile: ben lontane dai 95 mila euro della media nazionale e dai 91 mila dei comuni, ogni amministrazione provinciale elargisce in media 784 mila euro. Se queste gratifiche fossero legate alla produttività o alla qualità dei servizi, si tratterebbe di una buona notizia. Il guaio è che la principale funzione di questi enti pare essere l'auto-sostentamento. Lo si legge, senza troppi giri di parole, nel dossier del Viminale: "Le amministrazioni più 'vicine' al territorio impegnano il personale soprattutto per produrre servizi per i cittadini e le imprese, a differenza degli enti, come le province, che dispongono quasi del 40 per cento del proprio personale per far funzionare la macchina amministrativa". In poche parole quasi la metà di loro non lavora per il cittadino, bensì per tenere in piedi l'apparato. Si tratta di 48.843 dipendenti di 108 province. Non è un caso che nell'ultima campagna elettorale Pd e Pdl abbiano parlato esplicitamente di una loro possibile abolizione. Ma questo che cosa comporterebbe? "Sopprimerle oggi richiede una riflessione. Bisogna andare verso un'integrazione", spiega Raffaele Costa, presidente della Provincia di Cuneo, e da vecchio liberale critico nei confronti di questo ente. Secondo Costa, più che cancellarle occorre "unificare laddove sia possibile province, prefetture e comunità montane, in particolare nelle aree metropolitane. L'importante è arrivare a una semplificazione, rimuovendo i troppi gradini oggi esistenti". Gradini come quelli delle tanto vituperate comunità montane, uno dei bersagli preferiti degli strali anti-casta. In Italia sono 368, con 5.544 dipendenti, che tutti insieme costano quasi 200 milioni di euro l'anno.
Tanto bonus, poco malus. Sui premi sono tutti di manica larga, mentre storia ben diversa è quella degli uffici disciplinari, unico strumento efficace per sanzionare i comportamenti scorretti. Qui sul banco degli imputati salgono i comuni, il 70 per cento dei quali non si è neanche preoccupato di attivare questo servizio. E in assenza di un controllore, fannulloni, furbetti e delinquenti hanno vita facile, visto che, come osservano gli autori del censimento, "a parte il rimprovero verbale e scritto" (ossia la classica 'lavata di capo') non gli si può fare un bel niente. Fra province e comuni si sono aperti in tutto oltre 2.500 procedimenti disciplinari, ma si è arrivati a una sanzione in meno di 1.900 casi. Senza dimenticare il paracadute sindacale, che da sacrosanta difesa dei lavoratori troppe volte si trasforma in tutela del privilegio: "La mia esperienza come assessore al Comune di Milano mi ha fatto capire che il potere dei sindacati è tale che anche lo spostamento di un ufficio da un piano all'altro necessita del loro placet", racconta Matteo Salvini, oggi deputato della Lega Nord: "Nei municipi più piccoli forse non sarà così, ma qui non si muove foglia che sindacalista non voglia, e dove ci sono inadempienze e assenteismi il sindacato protegge anche chi è in evidente torto". Lo stesso segretario della Cgil Guglielmo Epifani, rispondendo sul tema 'fannulloni' a Renato Brunetta, neoministro della Funzione pubblica, sottolinea la responsabilità di chi deve "dirigere e controllare", per andare a sanzionare i casi individuali. Casi individuali che in tutta Italia, e per più di un quarto del totale, prendono poi la strada del penale.
Gli esami non cominciano mai. Stesso ragionamento degli uffici disciplinari vale per i cosiddetti nuclei di valutazione, ossia le 'squadre' che si occupano di distinguere il funzionario operoso dal fannullone. Si tratta di uno strumento che stenta a decollare, soprattutto nei comuni più piccoli: l'80 per cento di quelli sotto i 5 mila abitanti ne è sprovvisto. E le cose peggiorano al Centro e al Sud. Sull'utilità di questo strumento la sinistra si divide. L'ex ministro alla funzione pubblica del Pd, Luigi Nicolais, ci crede fermamente: "Far valutare i dipendenti da nuclei esterni è una vecchia idea mia e del giuslavorista Ichino, l'ho inserita in un disegno di legge che nella scorsa legislatura era stato approvato alla Camera. E l'ho già riproposta al nuovo Parlamento". Dal canto suo Cesare Salvi, già ministro del Lavoro ai tempi di D'Alema e Amato, ora esponente della sinistra radicale, si dice scettico: "Sarò un po' conservatore, ma la mia esperienza insegna che non funzionano. L'unico meccanismo che garantisce una seria valutazione è quello di un concorso pubblico serio e rigoroso".
Todos caballeros. In assenza di controlli, al danno si aggiunge la beffa, e per i fannulloni patentati magari arriva pure la promozione. Se non di grado, almeno economica. I dati non mentono: il numero delle progressioni verticali (gli avanzamenti di carriera) e di quelle orizzontali (gli aumenti di stipendio) negli ultimi tre anni è praticamente esploso. Ne consegue un progressivo svuotamento dal basso, dove a 'remare' restano in pochi, ossia le categorie definite A e B. A fronte di un aumento considerevole di quelli che comandano: le più alte, C e D, con personale qualificato e dirigenti. Insomma, diminuiscono netturbini, tranvieri e giardinieri (anche perché spesso questi servizi vengono 'esternalizzati'), mentre proliferano i classici impiegati 'di concetto' e i quadri dirigenziali. In tre anni sono avanzati di grado in 22 mila. Volete sapere dove? In testa ci sono i 4.282 della Lombardia e i 2.587 della Campania. Quest'ultimo dato testimonia come più promozioni non si traducano in una maggiore efficienza.
Doppio portaborse. Non è un caso allora che in molti uffici si trovino funzionari con un titolo di studio inferiore rispetto a quello richiesto da un ipotetico concorso. Nell'area dei quadri, ad esempio, il 53 per cento non ha laurea, titolo che invece risulta indispensabile per chi voglia accedere allo stesso posto dall'esterno. Ma le disparità non finiscono qui. Fra i dirigenti si osserva, in dettaglio, la netta prevalenza degli uomini sulle donne (appena il 27 per cento), consegnandoci l'immagine di un sistema non soltanto vetusto, ma ancora prevalentemente maschilista. Nonché del tutto restio alle assunzioni (pur teoricamente obbligatorie) riservate ai disabili, che nei comuni restano al di sotto del 3 per cento. Quelli che non diminuiscono mai, piuttosto, sono i portaborse dei politici: raddoppiati rispetto al 2004. Un dato scandaloso: il personale impegnato 'in attività di supporto agli organi di direzione politica' è passato da 4.637 a 7.638 unità. Di questi, 6.101 sono assunti e ben 1.537 hanno avuto un ingaggio a tempo determinato con chiamata diretta.
Corsi a perdere. Invece di investire in giovani e tecnologie, tutti hanno puntato sulla riqualificazione, finanziando una schiera di corsi di aggiornamento. Una scelta obbligata, con risultati deprimenti. I corsi di formazione sono passati dai circa 3 mila del 2004 ai più di 4 mila dell'anno scorso, rivolti soprattutto alla fascia d'età che va dai 40 ai 60 anni. Il dossier del ministero dell'Interno sottolinea che "l'attività formativa interna alle pubbliche amministrazioni non ha dato risultati incoraggianti nella qualificazione del personale". "Non mi stupisce", osserva Nicolais: "L'unica strada per salvare la pubblica amministrazione è proprio investire in giovani e tecnologia. Quando ero ministro avevo proposto uno scambio: assumere un ragazzo ogni tre anziani in prepensionamento. Ma poi non se n'è fatto nulla". Se le promozioni possono anche essere spiegate con l'esigenza (più o meno giustificata) di aggirare il blocco delle assunzioni, indecoroso è invece l'incremento degli aumenti di stipendio. Li hanno riconosciuti a più di 200 mila impiegati che negli scorsi tre anni hanno scalato la vetta verso il settimo livello, quello economicamente più remunerativo. Al primo posto per numero ci sono i dipendenti degli enti locali lombardi, un dato che non sorprende. Stupisce invece vedere che i secondi nella classifica della gratifica sono i campani, terra che non brilla certo per efficienza.
Servizi fuori, lavoratori dentro. C'è chi guadagna sempre di più e chi si attacca alla poltrona pur di non diventare dipendente privato. È il caso delle esternalizzazioni. Si parla di acqua, gas, fognature, trasporti, manutenzione dei parchi, e altri servizi, ma in particolar modo la nettezza urbana, dati in gestione a società più o meno private (vedi tabella a pag. 45). A conti fatti l'aumento delle esternalizzazioni non ha ridotto il personale degli enti locali. "Sono servite solo a ingrassare le municipalizzate, le quali altro non sono che sacche di consenso politico", liquida Salvi. In effetti, invece di alleggerirsi travasando i dipendenti in esubero nelle municipalizzate, l'organico si è ulteriormente appesantito. E a fronte dei quasi 5 mila servizi dati in gestione, nei comuni le 'migrazioni' sono state poco più di 5 mila, appena 233 nelle province. Gli enti che hanno dato in gestione la raccolta dei rifiuti sono raddoppiati: dagli 873 del 2004 ai 1.764 del 2007. A livello territoriale, poi, salta agli occhi un dato che ha del tragicomico: anche se l'affidamento ai privati punterebbe alla funzionalità, al terzo posto in Italia per servizi di nettezza urbana esternalizzati troviamo proprio la Campania sommersa dalla spazzatura. Molto poco trasparente è la procedura con cui questi contratti vengono assegnati: l'eccezione è la gara, mentre l'affidamento diretto è la regola.
Organico extralarge. Le cure dimagranti, finora, non sono servite a riportare l'organico degli enti locali entro sani valori fisiologici: negli ultimi tre anni il rapporto fra chi entra e chi se ne va resta del tutto sballato, con 8.978 trasferimenti in entrata e 6.493 in uscita. Il che significa 2.485 dipendenti in più. Ma se l'Italia nel suo insieme è in sovrappeso, è anche perché il Meridione tende direttamente all'obesità. I dipendenti in uscita sono sempre quelli delle regioni del Nord, con il 73,2 per cento. Contro il 17,2 del Centro, e il risicatissimo 9,6 per cento del Sud, dove poi non solo ritroviamo 1.155 nuovi dipendenti, ma il personale in soprannumero raggiunge quota 1.340. "E pensare che da noi a Milano l'organico del comune piange miseria", chiosa il leghista Salvini: "Siamo sotto di almeno un migliaio di dipendenti. Magari li mandassero su da noi". In poche parole, soprattutto nel Mezzogiorno quando si assegna un posto in comune o in provincia, dalla poltrona l'impiegato non lo scolli più. L'ultima leggendaria terra del posto fisso.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/La-carica-dei-500000/2026630&ref=hpstr1
I FINANZIAMENTI A FONDO PERDUTO
CHE BUON PASSITO, OFFRE LO STATO E IL 60% DEI FINANZIAMENTI VA PERDUTO
Una legge famigerata, la 488, una rete di amici (il politico, l'industriale, il consulente commercialista). Triangolazione perfetta e risultato chiavi in mano: ogni dieci euro che lo Stato italiano stanzia per finanziarie attività produttive, sei euro vengono perduti. Frullati da mani amiche, deviati su conti bancari misteriosi, triangolati e alla fine inghiottiti nel pozzo senza fondo di imprenditori rapaci, banchieri distratti, consulenti collusi. La politica, quando non è partecipe, devia l'occhio altrove. Non sa, e se sa non risponde.
A fondo perduto è il titolo di un severo, raccapricciante reportage che Milena Gabanelli ha esposto su Report, Raitre. Milioni come noccioline, capannoni pagati dallo Stato e arrugginiti, imprenditori calati dal profondo nord e scomparsi. Sembrano storie fantastiche di bravi romanzieri. Vai in Calabria, e non sai cosa ti perdi. Venti miliardi per agevolare un'impresa, l'Isotta Fraschini. Costruire automobili. In quattro anni dal capannone è sbucata solo una macchina di legno. I soldi inghiottiti, quattro ferraglie prototipali adagiate in un capannone vuoto e deserto.
Scendono dalla padania leghista e votata al lavoro, gli imprenditori che si fanno ricchi grazie agli aiuti di Stato. Ventidue milioni di euro per un'azienda che doveva riciclare metallo. E' stato un bresciano a fare richiesta. Il "pacco", come quelli illustrati per gioco in tv da Flavio Insinna, risulta, nella stragrande maggioranza di casi confezionato dalla sapiente dedizione di valenti commercialisti, famigerati consulenti, che inviano a Roma, al ministero dell'Attività produttive, felicissime e concludenti considerazioni: top management all'altezza, mercato in crescita, occupazione garantita. Roma, in effetti, ci crede. E ci casca. Ci ha sempre creduto tanto che i quattro ministri succedutisi (Enrico Letta, Antonio Marzano, Claudio Scajola e Pierluigi Bersani) hanno firmato assegni pari a quasi un miliardo di euro. Di questi, secondo le valutazioni degli inquirenti (Guardia di Finanza e Magistratura) e le stesse idee che se ne è fatta la commissione Antimafia, seicento milioni di euro sono stati bruciati: gestiti da incapaci, o da imprenditori inadempienti o anche, e soprattutto, inghiottiti da un circuito truffaldino perfettamente organizzato, sostanzialmente colluso con la classe dirigente.
Se ne è accorto Bersani che la legge 488 è un colabrodo, un aiuto a chi spreca e non a chi investe. Troppo tardi, si direbbe. E troppo tardi, bisogna aggiungere, il direttore generale del ministero, intervistato da Report, si accorge che le banche, che avrebbero un ruolo di vigilanza attiva nell'erogazione dei fondi, non si comportano sempre da partners leali dello Stato. Le industrie sono di carta ma troppo spesso finanziate con soldi veri.
Danno e beffa corrono sullo stesso binario. Nel capannone vuoto, l'imprenditore (leghista?) esorta l'operaio fantasma: "Non rubare, piuttosto chiedi!" "Il tuo disordine danneggia tutti". La telecamera di Report indugia disperata sui cartelli posti alle pareti di una delle mille truffe di cui è costellato il sud. Calabria, dunque. Crotone e Gioia Tauro. Ma anche Sicilia, anche Trapani. Dove lo Stato elargisce soldi per realizzare cantine, in un mercato già saturo di etichette. E a proposito di etichette: quella della tenuta Chiarelli, titolare la moglie dell'ex governatore Cuffaro, adagiata vicino a una bottiglia di un'altra azienda, naturalmente anch'essa produttrice di vino griffato, dal titolo felicissimo: "Baciamolemani".
E baciamole queste mani. Baciamole e salutiamo il nuovo modello di sviluppo. Tutti all'opera, tutti gran sommelier, fini intenditori. Con i soldi dello Stato. Anche il senatore Calogero Mannino, naturalmente, ne ha approfittato. A Pantelleria la sua famiglia possiede una bella cantina, finanziata (c'è da dirlo?) con i fondi dello Stato.
http://www.repubblica.it/2006/a/rubriche/piccolaitalia/report-488/report-488.html
MAL D’ARIA
Alitalia è a un passo dal fallimento. Non sono i bastati i 4,5 miliardi sborsati negli ultimi anni dal Tesoro né la raffica di supermanager pagati a peso d’oro per evitare il tracollo. Un destino annunciato che arriva dopo venti anni di bilanci quasi tutti in rosso, il fallimento di ben undici piani industriali e passaggi di consegne tra sette amministratori delegati. Ma la compagnia di bandiera sarà ricordata anche per altri primati. Sempre in negativo.
Negli ultimi anni Alitalia ha perso, in media, un milione di euro al giorno e accumulato ore di sciopero come nessun altro vettore. I guai seri sono iniziati con la gestione di Giovanni Bisignani, attuale numero uno della Iata, che è approdato in Alitalia dopo Maurizio Maspes, amministratore delegato nel decennio ’79-’89, un periodo relativamente tranquillo dal punto di finanziario. Anche perché Alitalia operava in assoluto monopolio. Bisignani archivia il bilancio ’89 in perdita per 78 milioni. Rimane alla guida di Alitalia fino al ’94 per lasciare il posto a Roberto Schisano (’94-‘95).
Il periodo più negativo si registra sotto la gestione di Domenico Cempella (’96-2001). Se al manager si riconosce il merito di avere cercato la grande alleanza con l’olandese Klm, è anche vero che non ha saputo intervenire in tempo per arginare l’emorragia di liquidità. Si è seduto alla cloche quando la compagnia di bandiera aveva ripreso a macinare utili e con lui è tornata a perdere. Nel suo primo anno di gestione, il ’96, Alitalia ha chiuso il bilancio con un rosso di 628 milioni. Cempella è riuscito a riportarsi in quota nel periodo ’97-’98. Le cose sono cambiate di nuovo nel 2000. Il manager è costretto a portare in consiglio una perdita di 247 milioni, da cui avranno origine i nuovi problemi patrimoniali di Alitalia.
Situazione ancora in peggioramento nel 2001 (rosso a 905 milioni) e Cempella presenta le dimissioni. Al suo posto, il governo chiama Francesco Mengozzi, il risanatore proveniente dalle Fs che avrebbe dovuto rimettere in sesto i conti. Obiettivo fallito. Mengozzi è rimasto alla guida Alitalia fino al febbraio 2004 e un solo bilancio in utile. Quello del 2002, per 94 milioni, ma solo perché è stato contabilizzato il risarcimento pagato da Klm per avere interrotto le trattative di fusione con Alitalia. Nel 2004 il rosso torna a livelli di allarme, 810 milioni, e Mengozzi è costretto a fare le valigie. Le deleghe vengono affidate al direttore generale Marco Zanichelli. Quest’ultimo resta al comando per soli quattro mesi (febbraio-maggio 2004). Il governo decide di giocare la carta Giancarlo Cimoli con annunci in pompa magna. L’ex manager Fs incassa nei tre anni in Alitalia (2004-2007) stipendi record, ma di utili non se ne vedono. Anzi lascia la compagnia di nuovo in zona allarme con un patrimonio sotto il minimo legale.
LE COMPAGNIE MARITTIME INUTILI E DANNOSE D’ITALIA
MAL DI MARE
Traghetti vecchi, nessun controllo, informazioni oscure, ruggine e incuria persino sulle scialuppe. In viaggio sulle carrette di Stato della Tirrenia
Davanti alla biglietteria del porto di Civitavecchia, un pensiero va a quelli che il traghetto non lo prendono mai. A quanti viaggiano soltanto in macchina, treno o aereo. Perché ogni volta che la Tirrenia vende un biglietto, gli italiani tutt'insieme ci rimettono 15 euro. Pagano la loro quota perfino i bambini che non sono saliti nemmeno su un pedalò. Pure questo articolo ha il suo bel peso sul tesoretto nazionale. Sette passaggi fanno un totale di 105 euro di sovvenzioni. La Finanziaria annaspa e l'Alitalia del mare incassa. Solo così la più grande compagnia di navigazione del Mediterraneo può mandare avanti e indietro le sue carrette di Stato.
Lasciate perdere la rotta Genova-Olbia. Lì si muovono i milanesi vip e la Tirrenia di solito schiera il meglio della flotta, che poi non sono più di due o tre navi. Ma venite a vedere cosa combina nel resto d'Italia il carrozzone pubblico. Scafi da guerra fredda. Croste di ruggine nascoste da maldestre mani di vernice. Scialuppe appese a gru corrose. Confusione nelle segnalazioni di emergenza. Giubbotti di salvataggio manomessi. Ciambelle mancanti. Pavimenti restaurati con tappeti di gomma infiammabile. Mappe sulle vie di fuga chiare come gli indovinelli della caccia al tesoro. E la più assoluta mancanza di vigilanza.
Di notte il personale dorme. Così si può scendere a vedere chi è di guardia nella sala macchine. Nessuno. C'è tempo per passeggiare a lungo tra i pistoni Diesel e i giganteschi alberi di trasmissione. Proprio nel punto in cui i due tronchi d'acciaio attraversano lo scafo e fanno girare le eliche. Con un altro elenco di sorprese. Bombole di gas e sacchi di rifiuti abbandonati vicino ai motori. Rivoli e vapori di carburante che trasudano dai cilindri logori. E le porte, anche quelle dei luoghi più vulnerabili della nave, lasciate rigorosamente aperte. A chiunque. È così su tutte le rotte controllate da 'L'espresso'.
Un giro di una decina di giorni tra Civitavecchia, Cagliari, Trapani, Palermo, Napoli, Bari, Durazzo e ancora Bari. Su quattro traghetti: Clodia, Flaminia, Rubattino e Aurelia. Unica precauzione, la macchina fotografica e una piccola telecamera. Giusto per raccogliere le immagini. Ed evitare che la compagnia napoletana e il suo amministratore delegato Franco Pecorini, il Gentiluomo di Sua Santità che da ventitré anni governa la Tirrenia come un papa, dicano che tutto questo non è vero. Dunque, benvenuti a bordo. Anzi no, c'è da ritirare il biglietto comprato su Internet.
Prima tappa, Civitavecchia-Cagliari. In banchina è ormeggiata la nave-traghetto Clodia. È stata costruita lo stesso anno in cui Pietro Mennea vinse la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Mosca e Bernard Hinault arrivò primo al Giro d'Italia, mentre i Dire Straits conquistavano l'Europa con il loro rock dolce e l'Unione Sovietica consolidava l'invasione dell'Afghanistan. Era il 1980. Mennea e Hinault non corrono più. I Dire Straits si sono sciolti. E così l'Unione Sovietica. Ma la Clodia è ancora lì. Più o meno la stessa banchina di sempre. La biglietteria però è a un chilometro. L'hanno trasferita dalla parte opposta del porto. Non ci sono cartelli per trovarla. Chi ha l'auto da imbarcare, si perde tra sensi unici e direzioni obbligatorie. C'è perfino una rotatoria in senso orario. Bisogna immaginarsi per qualche secondo a Londra per capire che casino è una rotatoria in senso orario. Qualcuno la prende da destra, come si fa in Italia. Qualcuno da sinistra, come vogliono le frecce sull'asfalto. Evitato lo scontro frontale, un tassista indica finalmente dove andare.
"Ci hanno appena portati qui, non è colpa nostra se non ci sono indicazioni", dice l'impiegata allo sportello Tirrenia. Prende la ricevuta stampata da Internet. Serve un documento? Lei alza le spalle. "No", risponde. Nessuno verifica se la prenotazione coincide con il nome di chi viaggia. Oppure se la ricevuta è stata rubata. Nemmeno all'imbarco lo fanno. "No, non serve il documento", spiega l'ufficiale che controlla i biglietti. Viene da sorridere. Perché per volare un'ora da Fiumicino a Cagliari, gli addetti dell'aeroporto sequestrerebbero perfino l'acqua minerale. E qui, che il viaggio dura quasi quindici ore e i passeggeri della nave possono arrivare a 2280, nessuno si preoccupa di controllare chi sale. Per un Paese impegnato nella guerra in Afghanistan, non è una leggerezza da poco.
Oggi a bordo c'è tutto il 66 Reggimento aeromobile di Forlì, il corpo volante della fanteria italiana che, evidentemente, non sempre può volare. Già questa presenza dovrebbe consigliare maggior prudenza. I militari in divisa mimetica vanno in Sardegna a esercitarsi. Salgono sulla Clodia con il loro seguito di fuoristrada, camion blindati, pistole, mitra, mitragliatrici pesanti e casse di munizioni leggere. Via gli ormeggi, si salpa.
Uno dei due vecchi motori della Flaminia. Un cilindro perde olio dalla testata. La reception assegna la cabina 141. Si sale al nono piano, ponte comando, prima classe. Biglietto da 117,54 euro. Ed è solo la parte pagata dal passeggero. La quota a carico di tutti gli italiani dipende da quanto di anno in anno i governi decidono di stanziare per coprire i buchi nel bilancio e le scelte del consiglio di amministrazione. Soltanto negli ultimi sette anni la somma fa un miliardo e 360 milioni di euro. Per il 2007, la Finanziaria ha previsto 198 milioni. E poiché il sito Internet della Tirrenia dichiara una media annuale di 13 milioni di passeggeri, ecco anche quest'anno i famigerati 15 euro a biglietto.
La cabina 141 è a metà corridoio. Il responsabile dei servizi sul ponte comando dà il benvenuto. "Ah, signo', guardi non usi lo sciacquone perché non funzio'". Non funziona il water? "No, il water funzio', solo che poi non può tirare lo sciacquo'". L'interno è elegante. L'esterno un po' meno. Civitavecchia e la costa laziale si dissolvono all'orizzonte. La luce rossa del tramonto risalta le croste di ruggine sui verricelli e le catene delle scialuppe di salvataggio. Non sono quelle moderne, chiuse come le capsule degli Apollo che tornavano dallo spazio. Sono nove vecchi barconi stile Titanic: uno da 59 posti, due da 89 e sei da 99. Il totale fa 831. Significa che, facendo tutti i dovuti gesti scaramantici, 1.449 passeggeri più i marinai dell'equipaggio sono senza posto in scialuppa. Per loro ci sono 65 battelli autogonfiabili. Caricano 25 persone ciascuno, per una somma di 1.625 posti. Mettere in acqua i battelli richiede qualche tempo. Devono essere aperti e agganciati ai verricelli. Le gru per ammainarli sono dieci. E le loro parti mobili sono così arrugginite e corrose da avere ormai perso colore. Tutti i cavi sono secchi e incrostati. Anche quelli delle scialuppe di dritta, cioè sul lato destro. Dovrebbero essere nuovi, invece. Una serie di fogli appesi con nastro adesivo e timbro della Tirrenia, autocertificano che i cavi sono stati sostituiti il 22 gennaio 2007. Sarà che con i cambiamenti climatici la salsedine è diventata più aggressiva. Ma non sembrano diversi dalle altre funi più vecchie.
Non ci sono hostess né steward a spiegare durante l'imbarco cosa fare in caso di emergenza. E gli avvisi sono scritti con burocratica incertezza. Come questo: 'Le cinture per bambini e ragazzi sono ubicate nei depositi interni ed esterni'. La Clodia è lunga 148 metri. È alta dieci piani. Quanti spazi interni ed esterni ci sono? Gli adulti sono meglio garantiti: 'Le cinture di salvataggio per passeggeri posto ponte sono ubicate nei sedili esterni al ponte imbarcazioni ed al punto di riunione C'. Non tutti i cartelli sono leggibili, però. L'imbianchino che ha fatto l'ultima verniciatura si è lasciato prendere la mano. E, accanto a una gru, ha cancellato metà delle istruzioni su come mettere in acqua i battelli autogonfiabili. In un altro punto, ha dimezzato l'avviso sul deposito dei giubbotti di salvataggio. Coprendo proprio l'informazione più importante: dov'è il deposito. Nel caso di un'emergenza, bisognerebbe grattare la vernice con le unghie per leggere cosa c'è sotto. Dal si salvi chi può al si gratti chi può?
Tra le undici di sera e mezzanotte il ristorante chiude. Il selfservice chiude. Il bar chiude. Anche se i passeggeri vorrebbero spendere ancora. Tutti a dormire. La Clodia diventa una nave fantasma. È il momento di vedere chi resta al lavoro. La reception? Deserta. Scale e corridoi? Deserti. La sala dei generatori di corrente sul fondo dello scafo? Deserta. La sala macchine? Deserta. La mattina poco prima dell'alba nuovo tour. Tutto come prima. Ci si può tranquillamente sedere nel caldo da sauna e ascoltare la rumorosa magia dei due grossi motori Fiat al lavoro. A Cagliari ci aspetta la Guardia di finanza. Adesso che siamo arrivati ispezionano i bagagliai di tutte le auto che sbarcano. Un finanziere porta il cane antidroga a controllare i passeggeri. Fa sniffare anche le borse e le divise dei soldati del 66 reggimento. È come se si mettessero a indagare sui pantaloni di carabinieri e poliziotti. Alcuni turisti stranieri l'hanno capito. E fotografano divertiti.
La sera si riparte. Cagliari-Trapani. Al cancello del porto i bagagli vengono passati al metal detector e i documenti controllati. In banchina è ormeggiata la nave-traghetto Flaminia. Nel 2004 l'Automobil club tedesco l'ha messa all'ultimo posto nella classifica sul rispetto delle norme di sicurezza. Peggio della flotta del Marocco. E, secondo il racconto degli ispettori tedeschi, quando si sono qualificati, gli ufficiali li hanno obbligati a scendere. All'imbarco, un marinaio al settimo piano sbaglia le indicazioni. Sarà il suo accento pittoresco. Sarà il rumore di fondo. Ma grazie a lui tutti i passeggeri salgono a cercare la reception all'ottavo piano. Invece è al sesto. Lo si scopre dalle imprecazioni di due famiglie incastrate con figli e valigie sulle scale tra il settimo e l'ottavo livello. Ben quattro ufficiali dietro il banco della reception osservano la consegna delle chiavi. La cabina da cercare è la 320, seconda classe: 86,47 euro. "Prego, di qua. Prenda l'ascensore e salga di due piani". Sei più due fa otto. Dopo un buon quarto d'ora di saliscendi, appare finalmente su una porta la placca 320. È al nono piano. Due svedesi, beati loro, chiedono in inglese dov'è il supermarket di bordo. "Eh?", risponde un cameriere del bar.
La prima cosa da fare su una nave è guardare i percorsi di emergenza. Le indicazioni sono precise come quelle appena date alla reception. Nel corridoio davanti alla cabina un segnale invita a riunirsi al punto E. L'avviso esattamente accanto dice che 'il punto di riunione dei passeggeri di ponte è C'. Mentre un altro cartello ancora, sul ponte esterno, avverte che 'il punto di riunione dei passeggeri di ponte è D'. Una indicazione spiega come gonfiare i battelli di salvataggio Pirelli. Ma le zattere autogonfiabili a bordo sono tutte di un'altra marca. L'esterno della Flaminia è identico alla Clodia. Sono nate da progetti gemelli degli anni Settanta. Poi la Clodia, come l'Aurelia, è stata alzata di due ponti. Così la Flaminia, con 280 passeggeri in meno, si ritrova con lo stesso numero di posti in scialuppa delle altre due. Oltre che con le stesse corrosioni su verricelli e gru. Solo che qui una mano ha verniciato di rosso le croste di ruggine. E i cavi sono bene ingrassati.
Al sesto piano, accanto alla reception, due porte di vetro nascondono il portellone che dovrebbe accogliere lo 'scalandrone', la scala di imbarco. Non lo usano da tempo. Ma potrebbe servire per abbandonare la nave in caso di incendio in porto oppure per raccogliere naufraghi in mare. Invece il meccanismo idraulico di apertura è ostruito da tubi di gomma, rottami, una valigia abbandonata, corde. E alla postazione di soccorso manca il salvagente. Sul banco della reception un cartello informa da oltre un'ora che 'il guardiano notturno è in giro d'ispezione'.
Si può andare ovunque. La passerella sopra i generatori Diesel è ostruita da una fila di sacchi azzurri dell'immondizia. In caso di principio di incendio, il ferro non brucia ed estingue le fiamme. Ma la plastica sì. A poppa, la sala macchine è aperta e incustodita come sempre. Dalla testa del cilindro numero nove del motore di sinistra esce un rivolo oleoso nero. Lo stesso sul numero dieci. E qualcuno ha provato a tamponare la perdita con un giro di stoffa. Quaggiù fa caldissimo. Ma in tutte le cabine l'aria condizionata soffia gelida. L'indomani mattina una fila di ragazze si allunga davanti ai gabinetti della seconda classe. Tutte con il mal di pancia. Quando è stata progettata questa nave, non esistevano i jeans a vita bassa. La sera stessa la Flaminia ritorna a Cagliari. E la sera dopo riparte per Napoli. È l'ultimo viaggio dei 56 tra marinai e ufficiali. Dopo 52 notti in mare, avranno 25 giorni di riposo.
Palermo è come Civitavecchia. Nessun controllo di documenti o bagagli all'imbarco. Basta solo il biglietto. La nave Rubattino ha appena sei anni. E si vede. Cabina da quattro letti in prima classe, la 273: 62,51 euro. I quattro giubbotti di salvataggio sono negli armadi. Due sono impacchettati, le batterie del lampeggiante cariche. Gli altri due sono senza lampeggianti e senza fischietto di segnalazione. Forse qualcuno li ha rubati: dovrebbero essere rimpiazzati. La notte un ufficiale è di guardia alla reception. Ma le porte della sala macchine restano aperte. Ed è possibile rimanere per più di un'ora accanto ai motori. Sull'Aurelia, per il viaggio Bari-Durazzo-Bari, si torna indietro trent'anni. Cabina di seconda classe, al secondo piano, ponte copertino. Il più basso, in mezzo ai garage e ai serbatoi di camion e auto. Temperatura intorno ai 40 gradi. Una puzza di nafta nauseante impregna perfino le lenzuola. Praticamente due notti da sommergibilisti. Prezzo: 110 euro all'andata, 108 il ritorno. Pur maltrattati sul fondo della nave, la seconda classe per l'Albania costa quasi il doppio di una prima classe da Palermo a Napoli. E il viaggio dura meno.
Il ristorante chiude alle 23. Esattamente quando i passeggeri salgono a bordo e l'Aurelia parte. Così al cameriere rimane poco o nulla da fare. Le porte dei garage devono rimanere chiuse a chiave durante la navigazione. Ma al piano 3 alcune restano aperte. Dalla seconda classe i cartelli per le vie di fuga sono una lotteria. È meglio andare verso il punto 2 o il punto B? Inutile, al quinto piano ci si perde comunque. Tra segnali che dicono soltanto dov'è il punto A. Altri vecchi cartelli spiegano che le cinture di salvataggio sono nei sedili esterni. Si aprono come cassapanche. E sono vuoti. Le hanno portate tutte nei punti di raccolta interni: il ristorante, il selfservice e il bar, in fondo a percorsi ostruiti da tavoli, sedie, poltrone e tavolini. Fuori sulle gru delle scialuppe, la stessa ruggine delle altre carrette di Stato. A metà viaggio, il caldo e l'odore nella cabina sono insopportabili. Meglio farsi un giro nella sala macchine. Su una passerella appena sopra i motori hanno lasciato due bombole di gas. Si può scendere ancora. Fino ai cilindri, ai tubi di nafta, agli alberi delle eliche. Anche questa notte, come sempre, incustoditi.
http://www.cgil.it/fp.esteri/Controinformazione/CONTROINFO%202007/giugno2007.htm
I PAPPONI DI STATO
VOLI DI STATO
E' di questi giorni la notizia che il costo della flotta e dei voli di Stato per ministri e sottosegretari è salito fino a divenire di circa 180 mila euro al giorno. Il costo è enormemente superiore a quello riscontrato in paesi comparabili al nostro, probabilmente anche perché nessun governo europeo è composto da oltre 100 membri.
http://www.businessonline.it/news/3916/costi-voli-aerei-politici-italiani.html
AUTO BLU
L’Italia batte un nuovo record, questa volta non proprio positivo: quello delle auto blu. Tenetevi forte: tra stato, regioni, province, comuni, enti pubblici e società miste pubblico-private, il totale è di ben 574.215 automobili. Come dire che se si mettessero una dietro l’altra formerebbero una fila che va da Roma a Mosca.
Questo strabiliante dato è il risultato di un’indagine effettuata dall’Associazione Contribuenti Italiani, che ha stilato una classifica mondiale: dopo di noi al secondo posto ci sono gli Stati Uniti con 73.000 auto blu, seguiti da Francia (65.000), Regno Unito (58.000), Germania (54.000), Turchia (51.000), Spagna (44.000), Giappone (35.000), Grecia (34.000) e Portogallo (23.000).
Fra l’altro, nel nostro Paese le auto di rappresentanza pubbliche sono in vertiginoso aumento, visto che nel 2005 erano solo 198.596. E di conseguenza aumentano i costi. Sommando gli stipendi degli autisti, i rifornimenti di carburante e i pedaggi autostradali di queste auto, secondo l’Associazione contribuenti, la spesa annua arriva a 18,23 miliardi di euro. E poi si parla di risparmi…
http://blog.panorama.it/autoemoto/2007/05/21/record-negativi-litalia-prima-nelle-auto-blu/
PENSIONI FARAONICHE
Pensioni da 3 a 10 mila euro al mese. Con soli cinque anni di mandato. Prese già a 50 anni. E cumulabili con qualsiasi altro reddito. È il vitalizio di cui godono gli ex parlamentari. Ma per i loro privilegi nessuno parla di riforma
Il privilegio parlamentare non ha colore politico, tocca tutte le sponde partitiche, senza riguardi per i limiti d'età.
Premia per cominciare il politico di professione, giovane leader di sinistra dal robusto curriculum, come Walter Veltroni, ex vicepresidente del Consiglio. Cinquantuno anni, consigliere comunale dal 1976, deputato dall'87, sindaco di Roma dal 2001, precoce in tutto l'attivissimo Walter è anche uno dei più giovani pensionati del nostro Parlamento: con 23 anni di contributi versati, dal 2005 riscuote dalla Camera un vitalizio mensile di 9 mila euro lordi (che si aggiunge allo stipendio del Campidoglio, di circa 5.500 euro netti). Non senza tormenti: consapevole del trattamento di favore rispetto ai comuni mortali che a partire dal prossimo anno potranno andare in pensione solo a 60 anni, Veltroni fa sapere di avere provato a rifiutare il vitalizio cercando di farlo congelare a Montecitorio; non essendoci riuscito (l'eventualità non è prevista dai regolamenti) alla fine ha deciso di distribuirlo in beneficenza alle popolazioni africane.
Il privilegio è cieco al merito e dispensa i suoi vantaggi a prescindere dalle prestazioni lavorative fornite.
Toni Negri, leader di Potere operaio, nel 1983 era detenuto per associazione sovversiva e insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Per restituirgli la libertà, Marco Pannella lo inserì nelle liste radicali facendolo eleggere in Parlamento. Conquistato lo scranno, Negri mise piede alla Camera solo per sbrigare le pratiche connesse al suo insediamento. Dopo poche settimane, temendo di finire di nuovo in gattabuia, si diede alla latitanza in Francia senza mai più farsi vedere a Montecitorio. Ciononostante, oggi riscuote 3 mila 108 euro di pensione parlamentare senza avere prodotto nemmeno una legge: la sua personale vendetta contro lo Stato borghese.
Ecco due delle sorprese che spuntano dalla lista delle pensioni elargite da Camera (in totale, 2.005 per una spesa di 127 milioni di euro l'anno) e Senato (1.297 per 59 milioni 887 mila euro) a favore degli ex parlamentari (nelle cifre sono comprese anche le 1.041 pensioni di reversibilità incassate dagli eredi di eletti defunti) e che per la prima volta 'L'espresso' pubblica in esclusiva.
Veltroni e Negri non sono episodi isolati.
Il privilegio del vitalizio per deputati e senatori non conosce infatti ostacoli e si cumula con tutti i redditi: si somma all'indennità (198 mila euro l'anno) di chi si è dimesso da parlamentare per entrare nel secondo governo Prodi (tra i tanti, il viceministro all'Economia Roberto Pinza), allo stipendio da lavoro dipendente di chi è tornato a insegnare (Marida Bolognesi, ulivista), alla retribuzione di commissario Enac (Vito Riggio, ex Dc, 150 mila euro lordi l'anno per questo incarico), alle nomine alle varie Authority (Mauro Paissan, Privacy, 144 mila euro lordi).
E, soprattutto, si cumula con tutti i livelli di reddito, anche quelli più ragguardevoli. Susanna Agnelli, dinastia Fiat, ha più volte conquistato lo scranno con il partito repubblicano. È stata anche ministro degli Esteri e oggi, non che ne abbia bisogno, con 20 anni di contribuzione riscuote un vitalizio di 8 mila 455 euro al mese.
Luciano Benetton, anche lui eletto al Senato nel 1992 per i repubblicani, per 2 anni spesi a Palazzo Madama incassa una pensione di 3 mila 108 euro lordi: briciole per un capitano d'industria della sua levatura.
O per altre due ex star di Montecitorio, avvocati di professione, titolari di avviatissimi studi professionali, nel 2006 secondo e terzo, dopo Silvio Berlusconi, nella classifica parlamentare dei redditi dichiarati.
Si tratta di Publio Fiori e Lorenzo Acquarone. Il primo, ex An, a fronte del milione e 400 mila euro di reddito annuo incassa quasi 10 mila euro al mese di vitalizio; mentre l'altro, Acquarone, Udeur, al milione 300 mila euro di Irpef aggiunge anche 9 mila 400 euro mensili di vitalizio parlamentare.
E sì che i richiami - opportuni - alla fine dello sperpero previdenziale in Parlamento risuonano quotidianamente: giù le mani dalle pensioni, la riforma Maroni e lo 'scalone' non si toccano, tuona il centrodestra. In pensione a 60 anni se davvero vogliamo risanare i conti pubblici, rincarano i 'riformisti' di centrosinistra. Tranne poche eccezioni, quelle di rifondaroli, verdi e comunisti italiani, maggioranza e opposizione non sembrano nutrire dubbi sull'inopportunità di riportare a 57 anni il limite per la pensione. "Se si vive sino a 87 anni, come avviene oggi", sentenzia Francesco Rutelli, "nessuno può pensare di avere una pensione da 57 a 87 anni".
Giusto. E difatti Confindustria aggiunge che con le nostre finanze disastrate non possiamo permetterci tanta generosità. Mentre la Ue ci marca stretto e invoca misure draconiane per stoppare le pensioni d'anzianità facili e i trattamenti di favore.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Onorevole-si-dia-un-taglio/1494889/16
PRIVILEGI FARAONICI
Stipendi folli, auto blu, biglietti gratis, poltrone assicurate, bonus faraonici.
Dai politici, ai magistrati e ai manager, dai religiosi ai sindacalisti, tutti i benefici-scandalo. Che gli italiani vedono crescere sempre di più.
Ancora di più. Le caste dei diritti acquisiti non si arrendono e continuano a fare incetta di nuovi privilegi. C'è chi si muove personalmente, con modi tra il piratesco e l'autoritario. E chi marcia compatto nei ranghi delle corporazioni, unica istituzione che sopravvive allo sfascio di partiti e pubblica moralità. Ma tutti puntano a un solo obiettivo: ritagliarsi quell'orticello di vantaggi protetti, svincolati da meriti e risultati. Un po' per interesse, spinti dalla brama di guadagni sicuri; un po' per la voglia di emergere ostentando status symbol come l'auto blu; un po' per una mai sopita vocazione da hidalgo che fa sentire superiori ai comuni mortali e all'obbligo di pagare biglietti.
Certo: il vizio è atavico. Ed è sopravvissuto a ogni rivoluzione egualitaria, a ogni processo di razionalizzazione, a ogni ondata di modernità e moralità: particolarismo, egoismo e protezionismo; la sacra trinità di una passione italica immortale. Che nessuna crisi e nessuna stretta riesce a sconfiggere.
Intanto però il bestiario si arricchisce di nuove figure: di baroni del posto nepotista che assieme alle università colonizzano anche il futuro del Paese, di procacciatori di prebende federaliste che proliferano nelle regioni, di speculatori squattrinati che vivono da nababbi sulle spalle del risparmiatore. Ne studiano tante e così velocemente da spiazzare la popolazione.
Perché le indennità record dei parlamentari, le lunghe vacanze di molti magistrati, i posti prioritari dei figli di boiardi sono vantaggi che tutti comprendono e tutti indignano. Mentre il top manager che con un investimento minimo sale al timone di una holding quotata a piazza Affari e si riempie le tasche di stock option riesce a sottrarsi all'ira delle masse. Come fa? Sfrutta l'ignoranza e la diffidenza per la Borsa: il sondaggio realizzato da 'L'espresso' dimostra che quattro italiani su dieci non sanno cosa siano le stock option e quindi non le vivono come un privilegio. Forse se si rendessero conto che con questo escamotage finanziario una pattuglia di capitani d'industria porta a casa milioni di euro extra, allora rivedrebbero le loro hit parade.
Al primo posto tra i benefici che provocano irritazione ci sono gli stipendi dei politici: detestati dall'83 per cento degli italiani, con una quota che sale fino al 94 tra gli elettori del centrodestra e scende all'80 tra quelli dell'Unione. Seguono le paghe dei manager pubblici, da sempre sospettati di inefficienza e lottizzazione, invisi al 73 per cento del campione. Infine i vantaggi diretti, la Bengodi delle auto di servizio, dei passaggi gratis in aereo e dei pranzi a ufo di cui approfittano tante categorie tra il pubblico e il privato: il 72 per cento li vorrebbe cancellare. Molte volte ci sono anche luoghi comuni, difficili da sfatare: l'ondata di baby pensionati nelle amministrazioni statali ha creato una massa di invidia e malcontento consolidati nel 58 per cento. La stessa premessa vale per le ferie lunghe che vengono attribuite a insegnanti e magistrati, il segno di una scarsa considerazione nella produttività delle due categorie. Quello che invece finisce nel conto di manager privati non sorprende più di tanto e non sembra scatenare sentimenti particolarmente negativi.
In generale, il disgusto per questa corsa al tesserino e al piedistallo lascia spazio a una grande rassegnazione. No, la speranza non viene né dai politici, né dai sindacati, percepiti anzi come alfieri del beneficio garantito: c'è il sogno della rivolta di base, animata dalle associazioni dei cittadini (31 per cento) e magari mobilitata da un ruolo più pungente dei mass media (28). Perché il privilegio si allarga e contagia nuove categorie, tutte avide di ritagliarsi una fettina di onnipotenza. Pubblico, privato; laici e cattolici; guardie e ladri; tutti uniti nel difendere la loro isoletta dorata.
I PARLAMENTARI
Stipendi smisurati e
una vita spesata, questo è il bello del rappresentare i cittadini. Già, perché
deputati e senatori incassano ogni mese più di 14 mila euro tra indennità,
diaria e rimborsi vari. Allo stipendio di 5 mila e 500 euro bisogna aggiungere
il rimborso di 4 mila euro per il soggiorno a Roma e altre 4 mila e 200 euro per
'le spese inerenti il rapporto tra il deputato e l'elettore'. Al Senato questa
voce è aumentata di circa 500 euro al mese. Poi c'è il capitolo trasporti: il
parlamentare si muove come l'aria nel territorio nazionale. Infila la porta del
telepass in autostrada senza ricevere nessun estratto conto, al check-in prende
posto in business senza mettere mano al portafoglio e all'imbarco del traghetto
non fa fila né biglietto. E i taxi? Niente paura. È previsto un rimborso
trimestrale pari a 3 mila e 300 euro. Mentre per i deputati che abitano a più di
cento chilometri dall'aeroporto più vicino, il rimborso sale a 4 mila euro.
L'angelo custode del bonus non abbandona il parlamentare nemmeno quando varca i
confini nazionali per 'ragioni di studio o connesse alla sua attività': gli
spettano fino a 3.100 euro all'anno. Per avere un'idea del costo degli
'onorevoli viaggi' basti un dato: i soli deputati nel 2005 sono costati alla
collettività 40 milioni. Non paga nemmeno il telefono, fisso o mobile, fino a
una bolletta massima di 3.100 euro. E ha diritto a un computer portatile e alla
fine della legislatura (per tutelare la riservatezza dei dati) può tenerselo.
Di tutti i privilegi, però quello che costa di più è il dopo. Ossia il
trattamento pensionistico. Deputati e senatori, anche se in carica per una sola
legislatura, maturano il diritto a una pensione straordinaria. Si chiama
vitalizio e dovrebbe maturare al compimento dell'età di 65 anni. In realtà, se
ha fatto più legislature il deputato, come un lavoratore usurato, può andare in
pensione a 60 anni (che scendono a 50 per quelli delle precedenti legislature).
Il vitalizio varia da un minimo del 25 per cento dell'indennità (2.500 euro
circa) per chi ha versato solo i canonici cinque anni di contributi della
singola legislatura. Ma arriva fino a un massimo dell'80 per cento
dell'indennità per chi ha più legislature alle spalle. Comunque, per maturare il
diritto alla pensione non è necessario restare in carica cinque anni. In passato
bastavano pochi giorni. Ora ci vogliono due anni, sei mesi e un giorno. E gli
eletti dal popolo contano doppio: possono sommare la pensione dovuta per la loro
attività professionale a quella ottenuta per rappresentare i cittadini. La
liquidazione parlamentare, poi, non è meno regale: 80 per cento dell'indennità
moltiplicato per gli anni della legislatura, ossia minimo 35 mila euro.
I CONSIGLIERI REGIONALI
Evviva il
federalismo, evviva le regioni: ogni capoluogo si sente capitale, ogni assemblea
vuole imitare Montecitorio. Ma che bel mestiere fare il consigliere: Lombardia,
Lazio, Abruzzo, Emilia Romagna, Calabria gli elargiscono il 65 per cento del
compenso riconosciuto al deputato. E più si sentono autonomi, più si premiano. I
sardi, infatti portano a casa l'80 per cento dell'indennità nazionale a cui
vanno aggiunte tutte le voci previste alla Camera: la diaria, i rimborsi, la
segreteria. A conti fatti si superano i 10 mila euro. E non è finita qui. I
consiglieri isolani hanno inventato anche i fondi per i gruppi: 2 mila e 500
euro per ogni consigliere più altri 5 mila al gruppo di almeno cinque persone.
Inoltre, quando sono a Roma, hanno diritto a un auto blu con autista.
In passato la Sardegna si distingueva anche per le sue generose buonuscite: 117
mila euro per consigliere. La chiamavano 'indennità di reinserimento', come si
fa con i tossici usciti da San Patrignano. Ora è stata ridotta a 48 mila euro,
speriamo che non ricadano nel vizio. Quella del reinserimento è una moda
diffusa. Il Molise ha appena varato un sostanzioso "premio di reinserimento
nelle proprie attività di lavoro" a tutti i consiglieri trombati o non
ricandidati: così l'onorevole Aldo Patricello dell'Udc, dimessosi per diventare
europarlamentare, si prende più di 72.700 euro ed è primo della speciale
classifica, al pari dei diessini Nicolino D'Ascanio (attuale presidente della
Provincia di Campobasso) e Antonio D'Ambrosio e a Italo Di Sabato di
Rifondazione. Ai privilegi infatti ci si affeziona. L'ex governatore pugliese
Raffaele Fitto di Forza Italia aveva ottenuto l'auto blu per alleviare i primi
cinque anni senza carica. La delibera è stata cambiata dopo le contestazioni, ma
la giunta di sinistra non si è dimenticata degli ex: le pensioni sono state
ritoccate. Al rialzo. Perché in Puglia il benefit è ecumenico: anche alcune
delle 19 Lancia Thesis noleggiate dalla Regione sono a disposizione dei 12
assessori uscenti. Le strade del bonus sono infinite. Un'altra veste giuridica
per coprire l'ennesima erogazione va sotto il nome di indennità di funzione per
i vertici di giunte e commissioni su misura. Per questo ogni giorno ne nasce una
nuova. La Campania deteneva il record nazionale: l'anno scorso le commissioni
erano 18. Ognuno dei presidenti intasca 1.650 euro in più al mese, oltre allo
stipendio di consigliere regionale (circa 7 mila euro). Poi ci sono le spese di
rappresentanza (in media 400 euro mensili) e quelle per il personale distaccato
(9.550 euro al mese per un massimo di sei dipendenti a organismo): totale, 180
mila euro. La settimana scorsa, dopo un'ondata di indignazione, la Regione ne ha
abrogate sei. Ma dal 2000 al 2005 le indennità dei consiglieri sono passate da
18 milioni a 30 milioni di euro all'anno mentre i benefit sono saliti da 18 a 30
milioni. Nella regione dell'emergenza perenne quei fondi potevano trovare
impiego migliore.
I FUNZIONARI PUBBLICI
Il 16 dicembre, quando lasceranno i vertici dell'intelligence, avranno già distrutto molti segreti. Qualche carta, invece, la porteranno con sé a futura memoria. Niente di strano: funziona così in tutto il mondo. Emilio Del Mese, Nicolò Pollari e Mario Mori stanno facendo le valigie e si preparano al passaggio di consegne con i loro successori. Ma i conteggi della loro pensione, con relativa buonuscita, sono già pronti. Così, secondo quanto risulta a 'L'espresso', ai tre illustri pensionandi il governo avrebbe riconosciuto una liquidazione che sfiora quota un milione e 800 mila euro. Una somma che forse farà alzare qualche sopracciglio, ma che sarà certamente stata costruita nel pieno rispetto di leggi e contratti e che, in ogni caso, riguarda tre persone che hanno servito lo Stato ad alto livello per oltre 40 anni. Più anomala l'entità della pensione: ogni mese 31 mila euro lordi. A questo importo-monstre si è arrivati cumulando lo stipendio con l'indennità di funzione, che nei servizi chiamano 'indennità di silenzio'. Chi presta servizio al Sisde o al Sismi, infatti, di solito guadagna il doppio rispetto al parigrado che è rimasto in divisa. E l'avanzamento nei servizi è molto discrezionale e rapido. Quando la barba finta va in pensione, però, non si porta dietro quella ricca indennità: il privilegio dei privilegi riconosciuto solo ai capi. Per il resto, chi fa il militare o il poliziotto, di privilegi veri ne ha pochi. Gli stipendi sono bassi e spesso poco rispettosi dell'alto grado di rischio o di stress. Con il tesserino si può viaggiare gratis sui mezzi pubblici e, spesso, godersi gratis la partita di calcio. Ma definirli privilegi sarebbe un po' ardito. Non ci sono più gli affitti agevolati negli immobili di proprietà della banca. Né il caro-legna, un sussidio alle spese per il riscaldamento, o la speciale indennità per gli autisti della sede di Venezia, che guidano il motoscafo invece dell'auto blu. Così come sono un ricordo del passato gli straordinari benefici pensionistici di quando si poteva andare a casa con 20 anni di servizio e un assegno che restava ancorato alle retribuzioni. Anche nell'era di Mario Draghi la Banca d'Italia continua però a dispensare un trattamento ultra-privilegiato ai suoi dipendenti. Basta pensare che gli stipendi dei magnifici quattro del Direttorio di palazzo Koch (il governatore, il direttore generale e i due vice) sono segreti. Scavando un po' si può scoprire che oggi i funzionari generali hanno un lordo annuo di 110 mila euro. Gli oltre 200 direttori di filiale stanno a quota 64 mila; i funzionari di prima a 49 mila e 200. Ma allo stipendio-base si aggiunge una giungla di altre voci che arrotonda la cifra finale. Siccome lavorare stanca, c'è per esempio uno stravagante premio di presenza: chi va in ufficio per almeno 241 giorni in un anno si porta a casa una sorta di quattordicesima: il premio Stachanov. A dicembre c'è la cosiddetta gratifica di bilancio: vale circa 35 mila euro per i funzionari generali; 18 mila per i direttori e oltre 6 mila per i funzionari. Siccome poi la banca ha un suo decoro, i più alti in grado incassano anche un'indennità di rappresentanza, una specie di buono-sarto, che è semestrale, forse per rispettare il cambio di stagione: poco meno di 8.500 euro per i funzionari generali; 4 mila per i direttori; 1.200 per i funzionari.
I PROFESSORI UNIVERSITARI
In teoria i professori universitari non dovrebbero godere di chissà quali privilegi, ma in realtà la loro posizione è unica. Perché da noi i controlli di produttività non esistono e una volta conquistata la cattedra i prof restano incollati ritardando pure la pensione. Per arrivare sulla poltrona, poi, fanno di tutto; ma nell'immaginario collettivo e negli atti di parecchie indagini penali domina la catena del nipotismo. Si ereditano posti da ordinario o li si scambia, creando intrecci o addirittura facendo nascere nuove facoltà per gemmazione. La summa del 'tengo famiglia' viene registrata a Bari dove nell'ateneo prosperano tre clan principali: uno vanta ben otto parenti-docenti, gli altri due si attestano a sei. Insomma, l'ateneo è cosa nostra. Il discorso non cambia quando in cattedra sale il medico, che di sicuro dovrà rispondere della sua produttività clinica, ma che rappresenta anche la vetta di una categoria molto corteggiata. Soprattutto dalle case farmaceutiche, prodighe di viaggi per convegni e presentazioni di mirabolanti macchinari: prodotti che poi vengono pagati dalle Asl. Una casta sono sempre stati considerati anche i giornalisti, soprattutto quelli stipendiati per far poco o imbucati in qualche meandro della tv di Stato. Il tesserino rosso, in realtà, si è molto scolorito. Gli sconti delle Fs non sono più automatici, ma richiedono l'acquisto di card annuali (60 euro per avere il 10 per cento in meno sui treni), Alitalia e Airone invece tagliano del 25 per cento i biglietti a prezzo intero. L'unico vero privilegio è l'ingresso gratuito nei musei statali e in numerose gallerie comunali. È chiaro che le eccezioni non mancano. Alcune sono frutto di operazioni di public relation: viaggi, show, vetture in prova, riduzioni su acquisto di auto, sconti su alcuni noleggi. Altre sono concessioni ad personam, come i cadeaux natalizi.
I MAGISTRATI
Dimitri Buffa: Da cosa si distingue una corporazione, come quella in toga dei magistrati della penisola, rispetto ai comuni mortali? Dalla abilità nel mantenere riservati i dati sui privilegi, gli emolumenti e le mille prebende che il potere assegna loro.
Per esempio, chi sa quanto guadagna un singolo giudice Costituzionale? E con quale pensione si consola?
E' un vero segreto di Stato che dimostra come la vera casta in Italia siano loro: i magistrati.
Che siano ordinari o amministrativi, costituzionali o onorari cambia solo l'emolumento non certo l'omertà discreta che avvolge il tutto.
Ora un aneddoto che spiega meglio la materia del contendere: c'era una volta un avvocato, Tommaso Palermo, difensore civile di molti magistrati in pensione il quale si illudeva che un giorno o l'altro le quiescenze cosiddette di annata sarebbero state perequate. E che per questo motivo bombardava ogni giorno che Dio mandava in terra il Ministero del Tesoro, la Ragioneria dello Stato e la Presidenza del Consiglio per sapere con quali decreti certe categorie di magistrati (Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Consulta ecc.) ottengono determinati trattamenti. Non ebbe mai risposta. E nessuno a tutt'oggi sa nulla sul trattamento previsto dalla speciale cassa di previdenza dei magnifici 15 della Consulta, istituita nel 1960 su base volontaria (unico caso nella pubblica amministrazione). Segreto di stato. Altro che Abu Omar. L'ultima volta che, poco prima di morire, il suddetto avvocato Palermo aveva mandato un telegramma all'ufficio pensioni della Presidenza del Consiglio in via della Stamperia glielo rimandarono indietro con sopra la dicitura "destinatario sconosciuto".
C'è voluto l'ottimo lavoro di Raffele Costa per districare parzialmente il ginepraio dei privilegi della casta in toga.
Così oggi noi sappiamo che al Consiglio di Stato 419 persone costano 130 miliardi di vecchie lire l'anno: il Presidente ha un lordo annuo di 220 mila euro , l'ultimo dei consiglieri quasi 65 mila.
La Corte dei Conti ha a ruolo quasi 550 consiglieri. L'ultimo della scala gerarchica guadagna seimila euro lordi al mese, il primo quasi 20. Poi ci sono le indennità e i fringe benefits. Spesa globale, dipendenti inclusi, almeno 130 miliardi di rimpiante lire ogni anno.
L' Avvocatura dello Stato ha 780 dipendenti che costano 100 milioni di euro l'anno. Un avvocato generale può arrivare ai 200 mila euro annui, il procuratore di prima nomina a 60 mila.
C'è poi il capitolo Corte Costituzionale, una vera e propria oasi dove si fa a cazzotti per entrare anche come semplice autista visto che lo stipendio lordo iniziale raramente è inferiore ai 3 mila euro al mese a cui va aggiunta una contingenza che i giornalisti semplicemente si sognano. Per di più lor signori hanno persino i cosiddetti "assegni Befana" ogni sei gennaio, assistenza scolastica, assistenza estiva e invernale per le vacanze dei bimbi, sussidi persino per i furti subiti in casa. I giudici, sebbene le cifre esatte siano un vero e proprio segreto di Stato, raramente scendono sotto i 250 mila euro lordi annui. Però poi godono di una serie di privilegi che vanno dall'appartamentino con vista sul Quirinale per i fuori sede, all'automobile con autista a vita, a due assistenti di studio,un segretario particolare e un addetto di segreteria, alla bolletta telefonica a carico della collettività. Che è a vita per gli ex presidenti. Le pensioni per i giudici costituzionali superano i 15 mila euro mensili. Tutto questo ben di Dio costa altri 80 milioni di euro l'anno allo Stato.
Il costo per la collettività degli stipendi dei circa 9 mila magistrati italiani è di più di 1 miliardo di euro. Circa il 30% superiore a quello che la Francia spende per i loro omologhi di Oltralpe.
Di quella cifra, i magistrati di Cassazione, da soli, ne assorbono poco meno della metà: sono un esercito fatto di generali, circa 770 unità . A essi si aggiungono altre 2500 toghe che prendono lo stesso stipendio grazie alla scellerata legge che fa fare carriera per anzianità invece che per merito. E che invano il ministro Guardasigilli del governo Berlusconi, Roberto Castelli, cercò di riformare e che l'attuale Guardasigilli Clemente Mastella ha invece ripristinato con tutte le garanzie, le prebende e i privilegi di casta. In media un giudice di Cassazione guadagna più di 150 mila euro l'anno. Cui si aggiungono diverse indennità di funzione che variano da persona a persona. Per di più le loro retribuzioni sono agganciate a quelle dei parlamentari in un continuo trascinamento reciproco: quando aumentano le une lo fanno anche le altre. Comunque, secondo i dati ufficiali rilevati dal Csm, su 9246 magistrati italiani, meno di 350 risultano in servizio presso le dodici sezioni civili o penali che compongono la Suprema Corte. Gli altri hanno la qualifica o lo stipendio ma fanno altro. E ringraziano il '68 in toga che si concretizzò nella famosa, anzi famigerata, legge Breganza, quella che abolì il merito per la progressione in carriera. Che però fu varata dieci anni prima di quegli anni che qualcuno si ostina considerare formidabili.
E a proposito di privilegi, benché non sia mai stata applicata, la norma sulla responsabilità civile dei magistrati (la 177 del 1988 varata sull'onda dell'emozione che suscitò il caso Tortora), le toghe nostrane sono riuscite anche a stipulare un accordo molto vantaggioso con le assicurazioni. Siglato da una parte dall' ANM e dall'altra dalla BNL Broker Assicurazioni : con soli 138 euro e 60 all’anno, si sono così messi al riparo dalla possibilità di dover risarcire di tasca propria l’eventuale vittima di errori giudiziari. Eventualità invero remota visto che la legge voluta da Vassalli e Craxi ( cui gli interessati dimenticarono di attestare eterna gratitudine) mette a carico della collettività l'eventuale errore per colpa grave del singolo. Ma nella vita non si sa mai.
Come se non bastasse la casta del partito dei giudici, ora ci sono nuovi privilegi e nuovi privilegiati che bussano alle porte dell'assistenzialismo di stato: i giudici onorari.
E nel 2005 la spesa pubblica per i giudici di pace ha assorbito risorse per 135 milioni di euro all’anno. Se poi venissero accolte le richieste di “stabilizzazione” della categoria per almeno 4.500 unità (sulle circa novemila in servizio), si registrerebbe un ulteriore aggravio per la collettività pari a 142 milioni di euro.
Naturalmente a simili trattamenti non corrispondono, come è sotto gli occhi di tutti, risultati di eccellenza. Un rapporto del Consiglio d’Europa , a inizio 2005, ha assegnato le “pagelle” alle toghe dei diversi Stati membri.
I dati che sono fermi al 2002, ma dopo è andata anche peggio, parlano di uno stipendio dei giudici italiani superiore del 30 per cento a quello dei colleghi francesi.
La nostra spesa pubblica per il pianeta giustizia risulta fra le più elevate, benché altri Paesi europei abbiano tempi molto meno biblici per la definizione di cause e processi: Svezia, Germania e Olanda svolgono ad esempio le cause civili in meno di metà tempo di quanto necessario in Italia per procedimenti di analogo impegno.
Molti scaricano la colpa su un'altra categoria superprivilegiata di questa casta fra le caste: i magistrati fuori ruolo. Nel 2004 il loro numero era di ben 728, mentre altri 1.182 risultavano assegnati ad incarichi extragiudiziari.
E qui il privilegio si incrocia con il potere politico che il partito dei giudici sta assumendo nel tempo: questi fuori ruolo spesso sono in uffici legislativi e scrivono quindi le leggi che poi altri colleghi applicano dopo che il Parlamento le ha supinamente approvate. Altri sono consiglieri del governo, e quindi condizionano il potere esecutivo e altri ancora, per la precisione due per ciascuno membro della Consulta, di fatto scrivono le sentenze della Corte costituzionale facendo il lavoro sporco di ricerca giurisprudenziale e orientandola secondo i desiderata degli interna corporis. Fra l'altro i magistrati ordinari distaccati presso la Corte Costituzionale oltre ad avere lo stipendio da consiglieri di Cassazione godono di altre indennità e privilegi.
Qualche anno fa destò un certo scandalo alla Consulta quando si seppe che alcuni di loro prendevano indennità altissime di fuori sede pur vivendo a Roma, ma conservando la residenza fuori dalla capitale. Nessuno li potè citare per truffa e neanche la corte dei conti potè chiedere i danni in quanto la Corte costituzionale ha una propria autonomia amministrativa nell'ambito della quale può fare quello che crede. Sempre a spese del contribuente.
Last but not least, i concorsi per diventare magistrati negli ultimi venti anni hanno registrato scandali a non finire finiti sotto la lente, in questo caso meno severa, di altri magistrati.
Esclusi i concorsi truccati recenti, il più famoso fu quello del 1991 denunciato da due esclusi, l'avvocato Pier Paolo Berardi di Asti e Teresa Calbi di Civitavecchia. A sua volta figlia di un giudice di Cassazione. Venne fuori che si correggevano elaborati in meno di tre minuti e che alcuni presentavano evidenti segni di riconoscimento mentre altri non erano neanche stati corretti benché scartati. Tra gli elaborati finiti sotto inchiesta anche quello di un ex giudice costituzionale e di un magistrato che divenne segretario generale del CSM.
http://www.loccidentale.it/node/5827
http://www.giustiziagiusta.info/index.php?option=com_content&task=view&id=1667&Itemid=35
GLI AVVOCATI DI STATO
Ricchi stipendi. Gratifiche da capogiro. Incarichi esterni e consulenze milionarie. Arbitrati d'oro. Così i legali della pubblica amministrazione moltiplicano le entrate
Si chiama 'quadrimestre' e nel 2006 ha fruttato complessivamente 42 milioni 405 mila euro. Un autentico tesoretto. Ma non come quello messo insieme dall'Agenzia delle entrate inseguendo i redditi occulti degli evasori fiscali. E finito nelle casse dello Stato con grande sollievo delle finanze pubbliche. No, di quest'altro piccolo tesoro il pubblico erario non vede neanche un centesimo. Accumulato dall'Avvocatura generale dello Stato mettendo insieme i proventi relativi al pagamento delle parcelle delle cause patrocinate, il bottino finisce nelle tasche di pochi eletti, gli avvocati dello Stato appunto che, in questo modo, rimpinguano le proprie entrate.
Oscar Fiumara è il numero uno della categoria. E come avvocato generale dello Stato incassa ogni anno 275 mila euro lordi di stipendio: niente male visto che la sua retribuzione è ancorata a quella del procuratore generale della Corte di Cassazione. Ma grazie all'appannaggio assicurato dal quadrimestre (chiamato così perché viene distribuito ogni quattro mesi), i suoi introiti complessivi registrano un balzo notevole finendo per umiliare l'esimio magistrato al quale è equiparato. A Fiumara nel 2006 il quadrimestre ha fruttato infatti oltre 109 mila euro.
Un gruzzolo discreto, ma poca cosa se confrontato alla cifra incassata da un suo sottoposto, Giancarlo Genovese. Chi è costui? Il capo dell'avvocatura distrettuale di Messina: con 40 anni di servizio, alla retribuzione annua lorda di 222 mila euro l'avvocato messinese ha sommato un quadrimestre di oltre 300 mila euro. Un vero record, ma non il solo. Stipendio e quadrimestre non sono che due delle entrate che allietano la carriera degli avvocati dello Stato. Quasi tutti sono titolari di incarichi extragiudiziari, ruoli istituzionali e di governo, docenze, consulenze e soprattutto arbitrati che, con le ricche prebende che si trascinano, finiscono in molti casi per far apparire lo stipendio dell'avvocatura quasi come argent de poche. Per rendersene conto basta scorrere la tabella delle entrate extra elaborata sulla base dei dati raccolti con pignoleria dall'Avvocatura e che 'L'espresso' ha potuto visionare.
Un caso su tutti, quello di Vincenzo Nunziata, il recordman della categoria. Oltre lo stipendio di 222 mila euro e il quadrimestre di 92 mila, sommando i compensi per gli incarichi collezionati, come capo dell'ufficio legislativo della Funzione pubblica, capo di gabinetto al ministero delle Comunicazioni, consulenze varie e soprattutto arbitrati, in quattro anni, dal 2004 al 2007, Nunziata ha incassato entrate extragiudiziarie per 1 milione 521 mila euro. Ma cosa fanno esattamente gli avvocati dello Stato? E come riescono a mettere insieme redditi così ragguardevoli?
In nome della legge.
I legali dell'Avvocatura rappresentano e difendono l'amministrazione statale in tutte le sue articolazioni, governo e ministeri, regioni e comuni, enti e rappresentanze diplomatiche, senza contare i dipendenti patrocinati nelle cause di servizio. Dai tribunali civili a quelli penali, dalla Corte costituzionale (ammissibilità dei referendum, legittimità di leggi, impugnative, conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato) alle commissioni tributarie (assistenza delle amministrazioni statali), dalla Corte dei conti al Consiglio di Stato agli organi di giustizia comunitari, non c'è procedimento che non veda comparire un avvocato dello Stato. Chi non ricorda la causa sull'Irap (l'imposta regionale sulle attività produttive) svolta davanti alla Corte di giustizia europea alla fine del 2006? È stato l'avvocato dello Stato Gianni De Bellis a difendere il ministero dell'Economia nel giudizio promosso dalla Banca popolare di Cremona che sosteneva la tesi della sovrapposizione tra Irap e Iva e per questo ne chiedeva l'abolizione. Una causa che se persa poteva costare allo Stato 100 miliardi di euro. Andò bene, con grande sollievo del presidente del Consiglio Romano Prodi.
E come dimenticare la volta in cui, era il novembre 2004, dopo essersi costituita parte civile, la presidenza del Consiglio chiese alla corte di Milano la condanna di Silvio Berlusconi nell'ambito del processo Sme? Anche in quell'occasione toccò a un avvocato dello Stato, Domenico Salvemini, il compito di chiedere al Cavaliere un risarcimento di oltre 1 milione di euro per i danni subiti dallo Stato a seguito del suo tentativo di corruzione in atti giudiziari. Normale? Non tanto se si considera che in quel frangente Berlusconi era insediato a Palazzo Chigi. Ma nessuna sorpresa: l'Avvocatura dello Stato ha sempre fatto dell'autonomia una delle sue bandiere.
Organizzata in sezioni (ciascuna specializzata a difendere branche omogenee della pubblica amministrazione) e articolata sul territorio in 25 distretti, l'Avvocatura ogni anno vede affluire nei suoi uffici circa 200 mila nuove cause (in gergo, 'affari') che, su decisione dell'avvocato generale (nominato dalla presidenza del Consiglio), dei suoi vice o dei responsabili dei vari distretti, vengono poi assegnate ai 370 avvocati in organico.
Tanto lavoro, dunque, molto delicato, ma anche ben retribuito. A cominciare dallo stipendio che, stratificato su quattro classi e rivalutato ogni triennio (per il 2004-2006 l'aumento è stato del 12,3 per cento), in base all'anzianità e a seconda degli scatti di carriera parte dai circa 88 mila euro annui lordi dell'avvocato di prima nomina sino ai 222 mila dei vice avvocati generali inquadrati nella quarta classe di stipendio. In aggiunta c'è il ricco quadrimestre frutto delle 'propine', cioè le competenze che gli avvocati e i procuratori dello Stato si vedono riconoscere per sentenza in tutte le cause vinte (circa il 57 per cento del totale) nei diversi giudizi. E quando non si vince, cosa che accade quasi regolarmente in appello (73 per cento), davanti al giudice di pace (73) e di fronte al giudice del lavoro (90) e si compensano le spese (ciascuna parte paga il proprio legale), neanche in questi casi l'avvocato dello Stato resta a bocca asciutta: l'amministrazione patrocinata paga comunque all'avvocatura la metà delle spese che il giudice avrebbe presumibilmente liquidato se la causa fosse stata vinta. E vai a capire perché.
Carissimi avvocati.
È comunque grazie a queste parcelle che si alimenta il famoso 'quadrimestre'. Soldi che potrebbero essere impiegati per risolvere i tanti problemi lamentati dall'Avvocatura, a cominciare dalla carenza di organico (piccolo dettaglio: questi legali hanno diritto a 50 giorni di ferie annue), e che finiscono invece nelle tasche degli avvocati in carica. Non senza sperequazioni. L'ammontare del quadrimestre è infatti ancorato agli introiti dei singoli distretti: l'80 per cento delle propine incamerate rimane in sede, il resto è distribuito tra le altre avvocature distrettuali. Può capitare così che i componenti delle piccole sedi possano arrivare a spartirsi i quadrimestri più ricchi.
Come è capitato nel 2006 a Messina dove sono piovuti onorari per 1 milione e mezzo di euro: essendo solo cinque gli avvocati del distretto, a ciascuno di loro sono andati in media 296 mila euro. Al secondo posto in graduatoria c'è Venezia con quasi 262 mila euro per avvocato; seguono Potenza con 247 mila, Bari con 244 mila e Lecce con 237 mila euro. Ultima la sede di Ancona, dove i legali hanno incassato circa 35 mila euro, mentre a Roma, la sede più importante, avvocati e procuratori dello Stato hanno ricevuto mediamente 91 mila euro che, ripartiti per progressione di carriera e anzianità di servizio, hanno comportato entrate di 103 mila euro per Claudio Linda; 92 mila per Vincenzo Nunziata e Ettore Figliolia; 90 mila per Pierluigi Umberto Di Palma, mentre poco meno, 89 mila euro, sono andati a Maurizio Greco e Massimo Massella Ducci Teri.
Governo ombra.
Stipendi e quadrimestre sono però solo le voci fisse delle entrate degli avvocati: professionisti pignoli che di recente hanno persino avviato una vertenza per vedersi riconoscere il buono pasto di 7 euro elargito ai comuni dipendenti pubblici. Il vero pozzo senza fondo dei loro guadagni sono gli incarichi extragiudiziari, a cominciare da quelli ministeriali. Scandagliando gli organici del governo Prodi si scopre che l'Avvocatura dello Stato è diventata ormai una sorta di governo ombra. I suoi legali sono dappertutto. E con compensi di assoluto riguardo che vanno a sommarsi naturalmente a stipendi e quadrimestri.
La delegazione più folta è a Palazzo Chigi: Carlo Sica, come vice segretario generale, riceve un compenso annuo di 110 mila euro; Ettore Figliolia, capo di gabinetto del vicepremier Francesco Rutelli, incassa 96 mila euro. Poi c'è la lista dei consulenti giuridici a cui vanno 16 mila euro: Maria Letizia Guida, Angelo Venturini, Paola Palmieri, Giulio Bacosi. Giacomo Aiello, consulente del dipartimento della Protezione civile e del commissario delegato all'emergenza rifiuti in Campania riceve invece un cachet di 80 mila euro. Al ministero degli Esteri spiccano Ivo Maria Braguglia capo del servizio contenzioso diplomatico (52 mila euro) e Diana Ranucci, consulente giuridico per "le esigenze dell'Unità di crisi"(30 mila); allo Sviluppo economico i consulenti Antonio Palatiello, Vincenzo Russo e Maurizio Greco (tutti per 20 mila euro); alle Comunicazioni compaiono invece il solito Nunziata come capo di gabinetto (115 mila) e il capo dell'ufficio legislativo Mario Antonio Scino (78 mila). Ancora: al ministero delle Politiche agricole Antonio Tallarida è capo ufficio legislativo (80 mila euro) e Attilio Barbieri consulente giuridico (30 mila); alle Infrastrutture, sempre come consulenti, ci sono Claudio Linda, Sergio Sabelli e Vittorio Cesaroni (tutti a 20 mila euro); alla Salute, Raffaele Tamiozzo (29 mila) è capo ufficio legislativo, mentre ai Beni culturali Gabriela Palmieri capo di gabinetto (105 mila euro), Francesca Quadri capo ufficio legislativo (70 mila) e Maurizio Fiorilli consulente (25 mila euro).
Ma gli orizzonti extragiudiziari degli avvocati non si limitano ai ministeri. Straripano negli organi di garanzia, agenzie, enti pubblici, commissariati, ospedali e università. Qualche caso tra i tanti. All'Autorità garante della concorrenza, presieduta dall'ex avvocato dello Stato Antonio Catricalà, Filippo Arena è consulente giuridico (26 mila euro); a quella per l'Energia elettrica e il gas Francesco Sclafani è responsabile della direzione legale (150 mila euro); all'Autorità portuale di Genova Giuseppe Novaresi (15 mila euro) è consulente giuridico ed è finito per questo indagato a causa di un parere sospetto fornito in una vicenda che, per turbativa d'asta, truffa e concussione, ha portato in carcere il presidente Giovanni Novi.
Ma la lista dei consulenti è ancora lunga: alla Camera c'è Ruggero Di Martino (50 mila), al Senato Federica Varrone (23 mila); all'agenzia delle Dogane Giuseppe Albenzio (25 mila); all'Agea Fabio Tortora, Giuseppe Cimino, e Paolo Marchini (tutti per 32 mila euro); alla Sace Alessandra Bruni (24 mila). Poi ci sono le Università, dove molti avvocati hanno incarichi di docenza anche se per poche migliaia di euro. Come consulenti giuridici, invece, incassano molto di più come capita a Messina (Giovanna Cuccia, 14 mila euro), Verona (Stefano Cerillo 27 mila), Lecce (Fernando Musio 25 mila) e Catanzaro (Giampiero Scaramuzzino, 20 mila). Neanche la lirica (Alessandro Bruni, 2.500 euro al Teatro dell'Opera di Roma) si salva nella corsa agli incarichi degli avvocati dello Stato. E nemmeno la Croce Rossa, dove Fabrizio Fedeli per prestare i suoi consigli riscuote 8 mila euro l'anno.
Arbitri d'oro.
Ma la voce più ricca, e anche la più discussa, tra quelle che fanno lievitare i compensi extra degli avvocati è sicuramente costituita dagli arbitrati, controversie nelle quali i membri del collegio giudicante vengono retribuiti in proporzione (solitamente dal 3 al 5 per cento) al valore della lite. Al pari dei consiglieri di Stato i membri dell'Avvocatura fanno la parte del leone nell'assegnazione di questi lodi. Con grande disappunto del ministro Antonio Di Pietro. La ragione? Vero che gli arbitrati evitano alle parti, generalmente amministrazioni statali e aziende private titolari di appalti pubblici,le lungaggini della giustizia civile, ma è altrettanto vero che nel 95 per cento dei casi lo Stato finisce per soccombere. E proprio di questo il leader dell'Italia dei valori si lamenta.
Ma che si vinca o si perda gli avvocati comunque ci guadagnano.
E bene. Come nel caso di Ivo Maria Braguglia, vice avvocato generale. Nei quattro anni (2004-2007) presi in considerazione da 'L'espresso' , proprio a lui spetta il record per un singolo arbitrato: 289 mila euro per una controversia tra il vecchio ministero dell'Industria e l'Icla costruzioni. Poco di più della parcella riconosciuta a Vincenzo Nunziata per l'arbitrato tra la società Calabria Ambiente e la presidenza del Consiglio: 252 mila euro. Solo che Nunziata finisce poi per surclassare Braguglia nell'intero periodo: grazie ad altre quattro parcelle arriva a compensi per almeno 800 mila euro. E siamo solo alla punta dell'iceberg. Nella classica degli arbitrati d'oro infatti se la cava benissimo Aldo Linguiti (altro vice avvocato generale) con i suoi 250 mila euro relativi al lodo Todini costruzioni-Anas, mentre a colpi di 120 mila euro a controversia seguono Ettore Figliolia (Marinelli-spa-Infrastrutture) e Francesca Quadri (Impresa Itinera-Anas).
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Avvocati-di-stato-e-di-portafoglio/2009331
FORAGGIAMENTO ALLA INFORMAZIONE
LA RAI: BARACCONE DI STATO
RAI, L'ORGIA DEL POTERE
Un esercito di 13.248 dipendenti. Più 43 mila collaboratori. E nuove assunzioni alle porte. Eppure la Rai compra quasi un quarto delle trasmissioni all'esterno. Radiografia della scandalosa gestione della televisione pubblica
Centoquattordici parrucchieri, 67 camerinisti, 66 arredatori, 61 falegnami, 18 costumisti, 12 meccanici, 34 consulenti musicali, 36 scenografi, un'orchestra leggera di 16 elementi (indipendente da quella sinfonica della Rai di Torino con 116 musicisti) che non viene utilizzata da anni. Più o meno 400 unità, retaggio dei decenni del monopolio (i formidabili anni 1950-80, quando la Rai realizzava tutto al suo interno) e che già da sole equivalgono all'intero organico di La 7-Mtv. Sono esempi limite del mare magnum della popolazione Rai. Messa sotto esame da un Comitato istruttorio per l'Amministrazione ultimato un mese fa, che rivela nero su bianco e in modo riservato lo stato dell'arte sulla 'Situazione dell'organico del gruppo Rai'. Con una raccomandazione pesante, senza troppi giri di parole: verificare addirittura "la capacità dei 'capi' di governare uomini e processi produttivi".
Tra contratti a tempo indeterminato (9.889 per la capogruppo, 11.250 in totale) e contratti a tempo determinato per esigenze di produzione e di gestione (1.998 in tutto), la cittadella Rai arriva a 13 mila e 248 abitanti. Quanto gli abitanti di Lavagna. Il doppio di quelli di Asolo. La metà di quelli di Enna. Senza considerare la montagna dei 43 mila contratti di collaborazione (da quello a Bruno Vespa all'ultimo figurante).
Più che un rapporto, è un vero e proprio censimento Rai. Una radiografia aritmetica della stratificazione elefantiaca della televisione di Stato, gravata da anni di blocchi, clientelismi, raccomandazioni. Un minuzioso elenco che snida figure antropologiche-spot, presenti, non si sa perché, soltanto in alcune sedi: un geometra, ma solo a Firenze; cinque annunciatori tra Bolzano, che ne ha tre, e Trieste, che ne ha due. E che mette in luce il 'peso' di alcune aree significative. Ventotto addetti alla segreteria del consiglio d'amministrazione, 49 alla Direzione generale (compresi i distaccati verso società del gruppo), 397 ai Servizi generali, 114 alla Pianificazione controllo, 142 all'Amministrazione e 133 all'Amministrazione e Abbonamenti, 679 alle Riprese pesanti, 252 alle Risorse umane con ben 21 alti dirigenti. Lo studio ci va giù duro: "Abnorme il numero delle strutture a diretto riporto dal Vertice. Duplicazioni di attività. Onerosa rete di controllo formale sulla cui efficacia è legittimo nutrire più di un dubbio. Eccessiva polverizzazione delle testate giornalistiche che non ha confronto con gli altri servizi pubblici europei".
Un organico monstre che, tra contratti a tempo indeterminato e determinato, abbraccia 1.771 giornalisti (di cui 54 sono vice direttori, quasi cinque per ognuna delle 11 testate), 931 programmisti-registi, 76 aiuti registi, 476 assistenti ai programmi. Solo la somma dei dipendenti di Rai Way, gestore degli impianti tv e radio (nata nel 2000, ha 648 addetti) e Sipra, la concessionaria di pubblicità, supera il migliaio di persone (1.405). Dislocate nel territorio, 22 squadre di riprese: un numero, si legge nel rapporto, che non ha pari in nessun broadcaster pubblico o privato in Europa. Non solo. Sempre più di frequente, notano gli analisti, le reti e le direzioni editoriali chiedono di assoldare e contrattualizzare altre società per l'acquisizione e la realizzazione di appalti. Nel 2007, secondo Cgil, i costi esterni sono arrivati a 1.327 milioni.