
.......E IO PAGO !!!!!!!!!!!!
“L' ITALIA DEGLI SPRECHI”, il terzo volume di Raffaele Costa pubblicato nel 1999 è il più recente ed ha avuto tredici edizioni. E' stato un grande successo: se ne sono vendute oltre 50.000 copie e per un anno l'On. Costa è stato il politico più gettonato nelle librerie.
L'autore nella prefazione scrive: "a quasi trent'anni dal terremoto, i Comuni della valle del Belice hanno ricevuto dalla Regione Sicilia 46 miliardi per interventi diretti ad assicurare l'agibilità dei ricoveri provvisori e la demolizione di quelli lasciati liberi. La Regione Calabria ha stanziato 500 milioni di lire per una campagna pubblicitaria atta a sensibilizzare le persone residenti verso la politica dell'accoglienza (ovviamente di extracomunitari). Per una consulenza circa la privatizzazione della Fondazione bancaria San Paolo di Torino (soldi dei torinesi e non dell'Istituto San Paolo S.p.a.), l'avvocato incaricato ha percepito una parcella di 23 miliardi di lire. Vale a dire 60 milioni al giorno, 2,6 milioni l'ora.
Sprechi sociali, sprechi antirazziali, sprechi patriottici, sprechi internazionali, e poi ambientali, stradali, militari, turistici, intercontinentali. L'elenco è talmente lungo che se ne può ricavare un'enciclopedia. E' quello che Raffaele Costa è riuscito a fare con una ricerca tutto campo nella selva di Enti che affollano il nostro Paese. A volte lo spreco riguarda la destinazione d'uso, altre la cattiva organizzazione, altre un vizio di demagogia, altre una sproporzione fra l'obbiettivo e la spesa (rapporto costi/benefici). Leggendo questo libro, il contribuente è in grado di mettere a fuoco quel vago senso di malessere che gli deriva da informazioni frammentarie, incomplete, forse anche distorte.
Ogni voce di dizionario è assolutamente documentata, chiara, esplicita. E il commento dell'autore è un contrappunto rapido e divertente: "dopo un bel po' di finanziarie sarà ora di affrontare il problema degli sprechi?"
ENTI INUTILI
MA QUANTI SONO GLI ENTI INUTILI ?
Facendo una ricerca su Internet il risultato numerale è dei più vari: per la Gabanelli e per l’On. Borghezio che se ne occuparono in una puntata di Report, ce ne sono ben 300; per la Corte dei Conti ne rimangono 110 di quelli che fin del 1956 si sono iniziati a chiudere ufficialmente; per i Radicali e Libero ce ne sono 101.
Negli ultimi anni sia a Destra che a Sinistra s’è parlato di eliminarli: a maggio 2007 Rutelli esortava alla cancellazione in una intervista sul Corriere della Sera. L’allora Ministro dell’Economia ne individuò 130, ma ne chiuse solo 11: tra recuperi in extremis, problemi di liquidazione, ostacoli politici d’ogni genere, ben 119 rimangono in piedi. In compenso dal ‘98 è stato fondato l’Ispettorato generale per la liquidazione di enti disciolti (IGED): un nuovo ente preposto alla liquidazione degli enti inutili, che però fin’ora non ne ha liquidato neanche uno, dimostrandosi esso stesso… un ente inutile.
In buona sostanza in Italia è facile costituire un nuovo ente, che macini denaro e che permetta ad uno sparuto gruppo di persone (generalmente dirigenti “altolocati”) di percepire stipendi ragguardevoli tratti dal denaro pubblico e fringe benefits. Il difficile è poi liberarsi di questi polmoni inutili che alla collettività non portano nulla.
La politica sfortunatamente ha l’abitudine di metter bocca un po’ da per tutto, e quindi, se da una parte si è fatto sopravvivere un ente che si occupava di gestire la liquidazione delle Linee Aeree Littoree fino ad un paio d’anni fa, dall’altra si chiudono uffici od enti che sono utili ed utilizzati, ma che sono politicamente scomodi, per poi doverli riaprire pochi anni dopo. E’ l’esempio del settore Moda della Camera di Commercio di Roma, che fino al 1981 si chiamava CRAMI e che, dopo una improvvida chiusura per spostare il centro d’interesse su Firenze (scelta che si dimostrò non all’altezza degli interessi degli operatori che all’epoca preferirono Milano), è stata riaperta nel 1998 con un nuovo nome: Alta Roma, azienda autonoma con partecipazione CCIAA che svolge le medesime attività dell’ufficio distaccato che l’ha preceduta. Dimostrazione che forse serviva davvero avere una struttura simile nella Capitale.
Gli enti inutili sono come i pidocchi. Tanti, tantissimi, non si sa con precisione neppure quanti siano. Sono fastidiosi, costosi, non servono a nulla e per di più sono difficilissimi da eliminare. Ogni governo dichiara guerra ai baracconi di Stato; ogni governo perde in partenza. Anche Prodi ci ha provato. Inutilmente. Il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa - come ha notato l’Espresso - aveva stilato una lista di ben 130 enti da sopprimere. È riuscito a cancellarne appena 11.
Queste realtà semi-immortali, insomma, sono come le croste: gratti, gratti ma è impossibile mandarle via. Eppure è mezzo secolo che si cerca di estirpare la gramigna degli enti inutili. La Corte dei conti, di recente, ne ha fatto la cronistoria. La prima legge sulla soppressione degli enti inutili è del 1956. Allora ne censirono più di 600. Il primo a essere cancellato fu il consorzio provinciale tra macellai per le carni di Napoli. Ci si è accorti subito che eliminarli definitivamente è impresa titanica. Per sbarazzarsi definitivamente delle Lati, linee aeree transcontinentali italiane fondate da Italo Balbo, ci sono voluti 49 anni!
Il problema è che questi «burosauri» sono facili da creare, difficilissimi da distruggere. Innanzitutto ci sono i veti politici. Ma, superati quelli, la strada resta in salita. Bisogna nominare il liquidatore, censire il patrimonio, gestire crediti e debiti, risolvere i contenziosi. Poi, finalmente, si può chiudere baracca. I contenziosi, appunto: un avvocato dà ossigeno all’Ente per la carta e la cellulosa perché rivendica il pagamento di parcelle di oltre 20 milioni di euro. E la Lati, senza sede né dipendenti, è rimasta viva per decenni a causa di una vertenza col governo brasiliano a proposito di un terreno del valore di circa 15mila euro.
Nel 1998 è nato l’Iged (Ispettorato generale per la liquidazione di enti disciolti): un ente inutile che non è riuscito a eliminare gli enti inutili e quindi finito nella lista dei «da sopprimere». E la patata bollente è passata così nella mani della Fintecna, società esterna controllata dallo Stato. Ma spazzare via questi mostri è un vero incubo: se l’Inpdap avanza crediti all’ex Enpas, il quale ne vanta dall’ex Enpded, si capisce che il pasticcio è di quelli tosti. La soluzione? L’onorevole azzurro Enrico Costa non ha dubbi, ci vuole la bomba atomica: «Il nuovo Parlamento dovrà subito autorizzare procedure semplificate. Dal bisturi occorre passare all’accetta».
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=250313
CONSULENZE E COLLABORAZIONI ESTERNE
OLTRE 250 MILA CONSULENZE E COLLABORAZIONI ESTERNE COSTANO 1,3 MILIARDI DI EURO
Seconda tappa dell´operazione-trasparenza lanciata al ministro della funzione pubblica Renato Brunetta. Questa volta nel mirino del ministro ci sono le consulenze pubbliche. Dopo la pubblicazione degli stipendi e dei dati sull'assenteismo dei dirigenti pubblici, sul web arrivano i dati sulle consulenze e le collaborazioni esterne ammontate, nel solo 2006, ad oltre 1,3 miliardi di euro. «Sono dati che si commentano da soli», è stato il lapidario commento del ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, che dopo aver usato parole pesanti contro gli impiegati-fannulloni insiste nel suo programma trasparenza.
Secondo quanto pubblicato stasera sul sito del ministero, nel 2006 la Pubblica Amministrazione ha speso per retribuire le oltre 250 mila tra consulenze e collaborazioni esterne ben 1,323 miliardi di euro. Di queste, 396 (che rappresentano appena lo 0,16% del totale) sono state vere e proprie superconsulenze, remunerate con oltre 100 mila euro l'anno. Per la maggior parte (96.719 consulenze, pari al 38,39%) è stato riconosciuto un compensato con parcelle tra i 500 e i 2500 euro l'anno.
Molte volte le consulente sono inevitabili. Ad esempio lo studio che nel 2006 il dicastero dell'Economia aveva affidato allo studio legale Chiomenti per la privatizzazione dell'Alitalia: 450 mila euro. Oppure l'incarico «relativo alle nuove azioni progettuali dell'Agenzia» (237.600 euro) che il capo delle Dogane Mario Andrea Guaiana aveva assegnato alla Bain & company Italia.
Altre consulenze riguardano prestazioni no certamente essenziali. Dai violinisti delle filarmoniche alle infermiere, e perfino agli «sportellisti», retribuiti con pochi euro.
Ma non sono i musicisti a far sbarrare gli occhi a chi guarda la lista delle consulenze. La società Terremerse, per uno studio sulle politiche urbane dei cittadini delle terza età commissionato dal ministero delle Infrastrutture, ha incassato 150 mila euro. L´oscar della consulenza più cara va però alla Apri Italia spa, una società che per fornire supporti e assistenza tecnica per l'attuazione di alcuni progetti del ministero degli esteri ha incassato 1.496.898 euro.
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76255
BUROCRAZIA A FONDO PERDUTO
LA CARICA DEI 500.000 DIPENDENTI DEGLI ENTI LOCALI COSTANO 18 MILIARDI DI EURO ANNUI
Sono sempre di più. Premiati e promossi senza merito, quasi mai puniti. Così per il personale di comuni, province e comunità montane si spendono 18 miliardi, un terzo delle risorse. Ecco il primo censimento choc degli enti locali.
È un mostro che non si riesce a domare: diventa sempre più grande e più vorace. Non c'è barriera o dieta che funzioni, nulla può contenerlo: il personale degli enti locali continua ad aumentare.
I dipendenti di comuni, province e comunità montane sono poco meno di mezzo milione. Il censimento realizzato dal ministero dell'Interno ne ha contati 420 mila, ma ci sono 711 amministrazioni (su un totale di 8.709) che si sono sottratte persino alle domande del Viminale, incluse realtà importanti come provincia e comune di Avellino, Messina e Palermo, e i comuni di Torino, Reggio Calabria, Siracusa e Agrigento. A questo va aggiunto il personale delle società controllate dagli enti che esula dalla radiografia del ministero e che si stima porti il totale molto vicino a quota mezzo milione. Attenzione: la fotografia scattata nove mesi fa, oggi rischia di essere superata. Perché l'organico lievita. E si gonfiano pure gli stipendi, senza nessuna considerazione per il merito o i titoli di studio. Il documento del ministero rappresenta la mappa più dettagliata mai realizzata. E disegna una sostanziale disfatta. Qualunque legge, qualunque iniziativa non riesce a cambiare le cose. Blocco delle assunzioni? Tetti di spesa? Esternalizzazioni? Tutto inutile. Tra cococo, contratti a tempo determinato, consulenti e portaborse degli organi politici, le schiere dei travet si ingrossano. Il mostro cambia solo forma: a forza di promozioni è diventata una piramide capovolta, che ha sempre più dirigenti e sempre meno semplici dipendenti.
Un terzo in stipendi. Anzitutto, il censimento ci svela per la prima volta quanto gli enti locali sborsano ogni anno in stipendi per dipendenti e collaboratori. E la percentuale è significativa: il 32 per cento delle proprie risorse. Ciò significa che un terzo del budget a loro disposizione, province, comuni e comunità montane lo spendono in buste paga. Ma per avere un'idea concreta del fiume di denaro che sgorga dalle loro casse bisogna sfogliare un altro documento, la 'Relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali' che ogni anno viene stilata dalla Corte dei conti. Lì si legge che nel 2006 gli enti locali hanno speso 18,3 miliardi per la forza lavoro, che i comuni fanno la parte del leone (ben 15,9 miliardi). E che oltretutto l'esborso per gli stipendi è in crescita rispetto all'anno precedente: dell'11,6 per cento per i comuni e del 10,6 per cento per le province.
Il Bengodi dei premi. Tutti le vogliono abolire, ma le province godono invece di un record, quello dei più sostanziosi premi di produzione assegnati al personale. Dalle tabelle salta gli occhi un picco remoto, irraggiungibile: ben lontane dai 95 mila euro della media nazionale e dai 91 mila dei comuni, ogni amministrazione provinciale elargisce in media 784 mila euro. Se queste gratifiche fossero legate alla produttività o alla qualità dei servizi, si tratterebbe di una buona notizia. Il guaio è che la principale funzione di questi enti pare essere l'auto-sostentamento. Lo si legge, senza troppi giri di parole, nel dossier del Viminale: "Le amministrazioni più 'vicine' al territorio impegnano il personale soprattutto per produrre servizi per i cittadini e le imprese, a differenza degli enti, come le province, che dispongono quasi del 40 per cento del proprio personale per far funzionare la macchina amministrativa". In poche parole quasi la metà di loro non lavora per il cittadino, bensì per tenere in piedi l'apparato. Si tratta di 48.843 dipendenti di 108 province. Non è un caso che nell'ultima campagna elettorale Pd e Pdl abbiano parlato esplicitamente di una loro possibile abolizione. Ma questo che cosa comporterebbe? "Sopprimerle oggi richiede una riflessione. Bisogna andare verso un'integrazione", spiega Raffaele Costa, presidente della Provincia di Cuneo, e da vecchio liberale critico nei confronti di questo ente. Secondo Costa, più che cancellarle occorre "unificare laddove sia possibile province, prefetture e comunità montane, in particolare nelle aree metropolitane. L'importante è arrivare a una semplificazione, rimuovendo i troppi gradini oggi esistenti". Gradini come quelli delle tanto vituperate comunità montane, uno dei bersagli preferiti degli strali anti-casta. In Italia sono 368, con 5.544 dipendenti, che tutti insieme costano quasi 200 milioni di euro l'anno.
Tanto bonus, poco malus. Sui premi sono tutti di manica larga, mentre storia ben diversa è quella degli uffici disciplinari, unico strumento efficace per sanzionare i comportamenti scorretti. Qui sul banco degli imputati salgono i comuni, il 70 per cento dei quali non si è neanche preoccupato di attivare questo servizio. E in assenza di un controllore, fannulloni, furbetti e delinquenti hanno vita facile, visto che, come osservano gli autori del censimento, "a parte il rimprovero verbale e scritto" (ossia la classica 'lavata di capo') non gli si può fare un bel niente. Fra province e comuni si sono aperti in tutto oltre 2.500 procedimenti disciplinari, ma si è arrivati a una sanzione in meno di 1.900 casi. Senza dimenticare il paracadute sindacale, che da sacrosanta difesa dei lavoratori troppe volte si trasforma in tutela del privilegio: "La mia esperienza come assessore al Comune di Milano mi ha fatto capire che il potere dei sindacati è tale che anche lo spostamento di un ufficio da un piano all'altro necessita del loro placet", racconta Matteo Salvini, oggi deputato della Lega Nord: "Nei municipi più piccoli forse non sarà così, ma qui non si muove foglia che sindacalista non voglia, e dove ci sono inadempienze e assenteismi il sindacato protegge anche chi è in evidente torto". Lo stesso segretario della Cgil Guglielmo Epifani, rispondendo sul tema 'fannulloni' a Renato Brunetta, neoministro della Funzione pubblica, sottolinea la responsabilità di chi deve "dirigere e controllare", per andare a sanzionare i casi individuali. Casi individuali che in tutta Italia, e per più di un quarto del totale, prendono poi la strada del penale.
Gli esami non cominciano mai. Stesso ragionamento degli uffici disciplinari vale per i cosiddetti nuclei di valutazione, ossia le 'squadre' che si occupano di distinguere il funzionario operoso dal fannullone. Si tratta di uno strumento che stenta a decollare, soprattutto nei comuni più piccoli: l'80 per cento di quelli sotto i 5 mila abitanti ne è sprovvisto. E le cose peggiorano al Centro e al Sud. Sull'utilità di questo strumento la sinistra si divide. L'ex ministro alla funzione pubblica del Pd, Luigi Nicolais, ci crede fermamente: "Far valutare i dipendenti da nuclei esterni è una vecchia idea mia e del giuslavorista Ichino, l'ho inserita in un disegno di legge che nella scorsa legislatura era stato approvato alla Camera. E l'ho già riproposta al nuovo Parlamento". Dal canto suo Cesare Salvi, già ministro del Lavoro ai tempi di D'Alema e Amato, ora esponente della sinistra radicale, si dice scettico: "Sarò un po' conservatore, ma la mia esperienza insegna che non funzionano. L'unico meccanismo che garantisce una seria valutazione è quello di un concorso pubblico serio e rigoroso".
Todos caballeros. In assenza di controlli, al danno si aggiunge la beffa, e per i fannulloni patentati magari arriva pure la promozione. Se non di grado, almeno economica. I dati non mentono: il numero delle progressioni verticali (gli avanzamenti di carriera) e di quelle orizzontali (gli aumenti di stipendio) negli ultimi tre anni è praticamente esploso. Ne consegue un progressivo svuotamento dal basso, dove a 'remare' restano in pochi, ossia le categorie definite A e B. A fronte di un aumento considerevole di quelli che comandano: le più alte, C e D, con personale qualificato e dirigenti. Insomma, diminuiscono netturbini, tranvieri e giardinieri (anche perché spesso questi servizi vengono 'esternalizzati'), mentre proliferano i classici impiegati 'di concetto' e i quadri dirigenziali. In tre anni sono avanzati di grado in 22 mila. Volete sapere dove? In testa ci sono i 4.282 della Lombardia e i 2.587 della Campania. Quest'ultimo dato testimonia come più promozioni non si traducano in una maggiore efficienza.
Doppio portaborse. Non è un caso allora che in molti uffici si trovino funzionari con un titolo di studio inferiore rispetto a quello richiesto da un ipotetico concorso. Nell'area dei quadri, ad esempio, il 53 per cento non ha laurea, titolo che invece risulta indispensabile per chi voglia accedere allo stesso posto dall'esterno. Ma le disparità non finiscono qui. Fra i dirigenti si osserva, in dettaglio, la netta prevalenza degli uomini sulle donne (appena il 27 per cento), consegnandoci l'immagine di un sistema non soltanto vetusto, ma ancora prevalentemente maschilista. Nonché del tutto restio alle assunzioni (pur teoricamente obbligatorie) riservate ai disabili, che nei comuni restano al di sotto del 3 per cento. Quelli che non diminuiscono mai, piuttosto, sono i portaborse dei politici: raddoppiati rispetto al 2004. Un dato scandaloso: il personale impegnato 'in attività di supporto agli organi di direzione politica' è passato da 4.637 a 7.638 unità. Di questi, 6.101 sono assunti e ben 1.537 hanno avuto un ingaggio a tempo determinato con chiamata diretta.
Corsi a perdere. Invece di investire in giovani e tecnologie, tutti hanno puntato sulla riqualificazione, finanziando una schiera di corsi di aggiornamento. Una scelta obbligata, con risultati deprimenti. I corsi di formazione sono passati dai circa 3 mila del 2004 ai più di 4 mila dell'anno scorso, rivolti soprattutto alla fascia d'età che va dai 40 ai 60 anni. Il dossier del ministero dell'Interno sottolinea che "l'attività formativa interna alle pubbliche amministrazioni non ha dato risultati incoraggianti nella qualificazione del personale". "Non mi stupisce", osserva Nicolais: "L'unica strada per salvare la pubblica amministrazione è proprio investire in giovani e tecnologia. Quando ero ministro avevo proposto uno scambio: assumere un ragazzo ogni tre anziani in prepensionamento. Ma poi non se n'è fatto nulla". Se le promozioni possono anche essere spiegate con l'esigenza (più o meno giustificata) di aggirare il blocco delle assunzioni, indecoroso è invece l'incremento degli aumenti di stipendio. Li hanno riconosciuti a più di 200 mila impiegati che negli scorsi tre anni hanno scalato la vetta verso il settimo livello, quello economicamente più remunerativo. Al primo posto per numero ci sono i dipendenti degli enti locali lombardi, un dato che non sorprende. Stupisce invece vedere che i secondi nella classifica della gratifica sono i campani, terra che non brilla certo per efficienza.
Servizi fuori, lavoratori dentro. C'è chi guadagna sempre di più e chi si attacca alla poltrona pur di non diventare dipendente privato. È il caso delle esternalizzazioni. Si parla di acqua, gas, fognature, trasporti, manutenzione dei parchi, e altri servizi, ma in particolar modo la nettezza urbana, dati in gestione a società più o meno private (vedi tabella a pag. 45). A conti fatti l'aumento delle esternalizzazioni non ha ridotto il personale degli enti locali. "Sono servite solo a ingrassare le municipalizzate, le quali altro non sono che sacche di consenso politico", liquida Salvi. In effetti, invece di alleggerirsi travasando i dipendenti in esubero nelle municipalizzate, l'organico si è ulteriormente appesantito. E a fronte dei quasi 5 mila servizi dati in gestione, nei comuni le 'migrazioni' sono state poco più di 5 mila, appena 233 nelle province. Gli enti che hanno dato in gestione la raccolta dei rifiuti sono raddoppiati: dagli 873 del 2004 ai 1.764 del 2007. A livello territoriale, poi, salta agli occhi un dato che ha del tragicomico: anche se l'affidamento ai privati punterebbe alla funzionalità, al terzo posto in Italia per servizi di nettezza urbana esternalizzati troviamo proprio la Campania sommersa dalla spazzatura. Molto poco trasparente è la procedura con cui questi contratti vengono assegnati: l'eccezione è la gara, mentre l'affidamento diretto è la regola.
Organico extralarge. Le cure dimagranti, finora, non sono servite a riportare l'organico degli enti locali entro sani valori fisiologici: negli ultimi tre anni il rapporto fra chi entra e chi se ne va resta del tutto sballato, con 8.978 trasferimenti in entrata e 6.493 in uscita. Il che significa 2.485 dipendenti in più. Ma se l'Italia nel suo insieme è in sovrappeso, è anche perché il Meridione tende direttamente all'obesità. I dipendenti in uscita sono sempre quelli delle regioni del Nord, con il 73,2 per cento. Contro il 17,2 del Centro, e il risicatissimo 9,6 per cento del Sud, dove poi non solo ritroviamo 1.155 nuovi dipendenti, ma il personale in soprannumero raggiunge quota 1.340. "E pensare che da noi a Milano l'organico del comune piange miseria", chiosa il leghista Salvini: "Siamo sotto di almeno un migliaio di dipendenti. Magari li mandassero su da noi". In poche parole, soprattutto nel Mezzogiorno quando si assegna un posto in comune o in provincia, dalla poltrona l'impiegato non lo scolli più. L'ultima leggendaria terra del posto fisso.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/La-carica-dei-500000/2026630&ref=hpstr1
I FINANZIAMENTI A FONDO PERDUTO
CHE BUON PASSITO, OFFRE LO STATO E IL 60% DEI FINANZIAMENTI VA PERDUTO
Una legge famigerata, la 488, una rete di amici (il politico, l'industriale, il consulente commercialista). Triangolazione perfetta e risultato chiavi in mano: ogni dieci euro che lo Stato italiano stanzia per finanziarie attività produttive, sei euro vengono perduti. Frullati da mani amiche, deviati su conti bancari misteriosi, triangolati e alla fine inghiottiti nel pozzo senza fondo di imprenditori rapaci, banchieri distratti, consulenti collusi. La politica, quando non è partecipe, devia l'occhio altrove. Non sa, e se sa non risponde.
A fondo perduto è il titolo di un severo, raccapricciante reportage che Milena Gabanelli ha esposto su Report, Raitre. Milioni come noccioline, capannoni pagati dallo Stato e arrugginiti, imprenditori calati dal profondo nord e scomparsi. Sembrano storie fantastiche di bravi romanzieri. Vai in Calabria, e non sai cosa ti perdi. Venti miliardi per agevolare un'impresa, l'Isotta Fraschini. Costruire automobili. In quattro anni dal capannone è sbucata solo una macchina di legno. I soldi inghiottiti, quattro ferraglie prototipali adagiate in un capannone vuoto e deserto.
Scendono dalla padania leghista e votata al lavoro, gli imprenditori che si fanno ricchi grazie agli aiuti di Stato. Ventidue milioni di euro per un'azienda che doveva riciclare metallo. E' stato un bresciano a fare richiesta. Il "pacco", come quelli illustrati per gioco in tv da Flavio Insinna, risulta, nella stragrande maggioranza di casi confezionato dalla sapiente dedizione di valenti commercialisti, famigerati consulenti, che inviano a Roma, al ministero dell'Attività produttive, felicissime e concludenti considerazioni: top management all'altezza, mercato in crescita, occupazione garantita. Roma, in effetti, ci crede. E ci casca. Ci ha sempre creduto tanto che i quattro ministri succedutisi (Enrico Letta, Antonio Marzano, Claudio Scajola e Pierluigi Bersani) hanno firmato assegni pari a quasi un miliardo di euro. Di questi, secondo le valutazioni degli inquirenti (Guardia di Finanza e Magistratura) e le stesse idee che se ne è fatta la commissione Antimafia, seicento milioni di euro sono stati bruciati: gestiti da incapaci, o da imprenditori inadempienti o anche, e soprattutto, inghiottiti da un circuito truffaldino perfettamente organizzato, sostanzialmente colluso con la classe dirigente.
Se ne è accorto Bersani che la legge 488 è un colabrodo, un aiuto a chi spreca e non a chi investe. Troppo tardi, si direbbe. E troppo tardi, bisogna aggiungere, il direttore generale del ministero, intervistato da Report, si accorge che le banche, che avrebbero un ruolo di vigilanza attiva nell'erogazione dei fondi, non si comportano sempre da partners leali dello Stato. Le industrie sono di carta ma troppo spesso finanziate con soldi veri.
Danno e beffa corrono sullo stesso binario. Nel capannone vuoto, l'imprenditore (leghista?) esorta l'operaio fantasma: "Non rubare, piuttosto chiedi!" "Il tuo disordine danneggia tutti". La telecamera di Report indugia disperata sui cartelli posti alle pareti di una delle mille truffe di cui è costellato il sud. Calabria, dunque. Crotone e Gioia Tauro. Ma anche Sicilia, anche Trapani. Dove lo Stato elargisce soldi per realizzare cantine, in un mercato già saturo di etichette. E a proposito di etichette: quella della tenuta Chiarelli, titolare la moglie dell'ex governatore Cuffaro, adagiata vicino a una bottiglia di un'altra azienda, naturalmente anch'essa produttrice di vino griffato, dal titolo felicissimo: "Baciamolemani".
E baciamole queste mani. Baciamole e salutiamo il nuovo modello di sviluppo. Tutti all'opera, tutti gran sommelier, fini intenditori. Con i soldi dello Stato. Anche il senatore Calogero Mannino, naturalmente, ne ha approfittato. A Pantelleria la sua famiglia possiede una bella cantina, finanziata (c'è da dirlo?) con i fondi dello Stato.
http://www.repubblica.it/2006/a/rubriche/piccolaitalia/report-488/report-488.html
MAL D’ARIA
Alitalia è a un passo dal fallimento. Non sono i bastati i 4,5 miliardi sborsati negli ultimi anni dal Tesoro né la raffica di supermanager pagati a peso d’oro per evitare il tracollo. Un destino annunciato che arriva dopo venti anni di bilanci quasi tutti in rosso, il fallimento di ben undici piani industriali e passaggi di consegne tra sette amministratori delegati. Ma la compagnia di bandiera sarà ricordata anche per altri primati. Sempre in negativo.
Negli ultimi anni Alitalia ha perso, in media, un milione di euro al giorno e accumulato ore di sciopero come nessun altro vettore. I guai seri sono iniziati con la gestione di Giovanni Bisignani, attuale numero uno della Iata, che è approdato in Alitalia dopo Maurizio Maspes, amministratore delegato nel decennio ’79-’89, un periodo relativamente tranquillo dal punto di finanziario. Anche perché Alitalia operava in assoluto monopolio. Bisignani archivia il bilancio ’89 in perdita per 78 milioni. Rimane alla guida di Alitalia fino al ’94 per lasciare il posto a Roberto Schisano (’94-‘95).
Il periodo più negativo si registra sotto la gestione di Domenico Cempella (’96-2001). Se al manager si riconosce il merito di avere cercato la grande alleanza con l’olandese Klm, è anche vero che non ha saputo intervenire in tempo per arginare l’emorragia di liquidità. Si è seduto alla cloche quando la compagnia di bandiera aveva ripreso a macinare utili e con lui è tornata a perdere. Nel suo primo anno di gestione, il ’96, Alitalia ha chiuso il bilancio con un rosso di 628 milioni. Cempella è riuscito a riportarsi in quota nel periodo ’97-’98. Le cose sono cambiate di nuovo nel 2000. Il manager è costretto a portare in consiglio una perdita di 247 milioni, da cui avranno origine i nuovi problemi patrimoniali di Alitalia.
Situazione ancora in peggioramento nel 2001 (rosso a 905 milioni) e Cempella presenta le dimissioni. Al suo posto, il governo chiama Francesco Mengozzi, il risanatore proveniente dalle Fs che avrebbe dovuto rimettere in sesto i conti. Obiettivo fallito. Mengozzi è rimasto alla guida Alitalia fino al febbraio 2004 e un solo bilancio in utile. Quello del 2002, per 94 milioni, ma solo perché è stato contabilizzato il risarcimento pagato da Klm per avere interrotto le trattative di fusione con Alitalia. Nel 2004 il rosso torna a livelli di allarme, 810 milioni, e Mengozzi è costretto a fare le valigie. Le deleghe vengono affidate al direttore generale Marco Zanichelli. Quest’ultimo resta al comando per soli quattro mesi (febbraio-maggio 2004). Il governo decide di giocare la carta Giancarlo Cimoli con annunci in pompa magna. L’ex manager Fs incassa nei tre anni in Alitalia (2004-2007) stipendi record, ma di utili non se ne vedono. Anzi lascia la compagnia di nuovo in zona allarme con un patrimonio sotto il minimo legale.
LE COMPAGNIE MARITTIME INUTILI E DANNOSE D’ITALIA
MAL DI MARE
Traghetti vecchi, nessun controllo, informazioni oscure, ruggine e incuria persino sulle scialuppe. In viaggio sulle carrette di Stato della Tirrenia
Davanti alla biglietteria del porto di Civitavecchia, un pensiero va a quelli che il traghetto non lo prendono mai. A quanti viaggiano soltanto in macchina, treno o aereo. Perché ogni volta che la Tirrenia vende un biglietto, gli italiani tutt'insieme ci rimettono 15 euro. Pagano la loro quota perfino i bambini che non sono saliti nemmeno su un pedalò. Pure questo articolo ha il suo bel peso sul tesoretto nazionale. Sette passaggi fanno un totale di 105 euro di sovvenzioni. La Finanziaria annaspa e l'Alitalia del mare incassa. Solo così la più grande compagnia di navigazione del Mediterraneo può mandare avanti e indietro le sue carrette di Stato.
Lasciate perdere la rotta Genova-Olbia. Lì si muovono i milanesi vip e la Tirrenia di solito schiera il meglio della flotta, che poi non sono più di due o tre navi. Ma venite a vedere cosa combina nel resto d'Italia il carrozzone pubblico. Scafi da guerra fredda. Croste di ruggine nascoste da maldestre mani di vernice. Scialuppe appese a gru corrose. Confusione nelle segnalazioni di emergenza. Giubbotti di salvataggio manomessi. Ciambelle mancanti. Pavimenti restaurati con tappeti di gomma infiammabile. Mappe sulle vie di fuga chiare come gli indovinelli della caccia al tesoro. E la più assoluta mancanza di vigilanza.
Di notte il personale dorme. Così si può scendere a vedere chi è di guardia nella sala macchine. Nessuno. C'è tempo per passeggiare a lungo tra i pistoni Diesel e i giganteschi alberi di trasmissione. Proprio nel punto in cui i due tronchi d'acciaio attraversano lo scafo e fanno girare le eliche. Con un altro elenco di sorprese. Bombole di gas e sacchi di rifiuti abbandonati vicino ai motori. Rivoli e vapori di carburante che trasudano dai cilindri logori. E le porte, anche quelle dei luoghi più vulnerabili della nave, lasciate rigorosamente aperte. A chiunque. È così su tutte le rotte controllate da 'L'espresso'.
Un giro di una decina di giorni tra Civitavecchia, Cagliari, Trapani, Palermo, Napoli, Bari, Durazzo e ancora Bari. Su quattro traghetti: Clodia, Flaminia, Rubattino e Aurelia. Unica precauzione, la macchina fotografica e una piccola telecamera. Giusto per raccogliere le immagini. Ed evitare che la compagnia napoletana e il suo amministratore delegato Franco Pecorini, il Gentiluomo di Sua Santità che da ventitré anni governa la Tirrenia come un papa, dicano che tutto questo non è vero. Dunque, benvenuti a bordo. Anzi no, c'è da ritirare il biglietto comprato su Internet.
Prima tappa, Civitavecchia-Cagliari. In banchina è ormeggiata la nave-traghetto Clodia. È stata costruita lo stesso anno in cui Pietro Mennea vinse la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Mosca e Bernard Hinault arrivò primo al Giro d'Italia, mentre i Dire Straits conquistavano l'Europa con il loro rock dolce e l'Unione Sovietica consolidava l'invasione dell'Afghanistan. Era il 1980. Mennea e Hinault non corrono più. I Dire Straits si sono sciolti. E così l'Unione Sovietica. Ma la Clodia è ancora lì. Più o meno la stessa banchina di sempre. La biglietteria però è a un chilometro. L'hanno trasferita dalla parte opposta del porto. Non ci sono cartelli per trovarla. Chi ha l'auto da imbarcare, si perde tra sensi unici e direzioni obbligatorie. C'è perfino una rotatoria in senso orario. Bisogna immaginarsi per qualche secondo a Londra per capire che casino è una rotatoria in senso orario. Qualcuno la prende da destra, come si fa in Italia. Qualcuno da sinistra, come vogliono le frecce sull'asfalto. Evitato lo scontro frontale, un tassista indica finalmente dove andare.
"Ci hanno appena portati qui, non è colpa nostra se non ci sono indicazioni", dice l'impiegata allo sportello Tirrenia. Prende la ricevuta stampata da Internet. Serve un documento? Lei alza le spalle. "No", risponde. Nessuno verifica se la prenotazione coincide con il nome di chi viaggia. Oppure se la ricevuta è stata rubata. Nemmeno all'imbarco lo fanno. "No, non serve il documento", spiega l'ufficiale che controlla i biglietti. Viene da sorridere. Perché per volare un'ora da Fiumicino a Cagliari, gli addetti dell'aeroporto sequestrerebbero perfino l'acqua minerale. E qui, che il viaggio dura quasi quindici ore e i passeggeri della nave possono arrivare a 2280, nessuno si preoccupa di controllare chi sale. Per un Paese impegnato nella guerra in Afghanistan, non è una leggerezza da poco.
Oggi a bordo c'è tutto il 66 Reggimento aeromobile di Forlì, il corpo volante della fanteria italiana che, evidentemente, non sempre può volare. Già questa presenza dovrebbe consigliare maggior prudenza. I militari in divisa mimetica vanno in Sardegna a esercitarsi. Salgono sulla Clodia con il loro seguito di fuoristrada, camion blindati, pistole, mitra, mitragliatrici pesanti e casse di munizioni leggere. Via gli ormeggi, si salpa.
Uno dei due vecchi motori della Flaminia. Un cilindro perde olio dalla testata. La reception assegna la cabina 141. Si sale al nono piano, ponte comando, prima classe. Biglietto da 117,54 euro. Ed è solo la parte pagata dal passeggero. La quota a carico di tutti gli italiani dipende da quanto di anno in anno i governi decidono di stanziare per coprire i buchi nel bilancio e le scelte del consiglio di amministrazione. Soltanto negli ultimi sette anni la somma fa un miliardo e 360 milioni di euro. Per il 2007, la Finanziaria ha previsto 198 milioni. E poiché il sito Internet della Tirrenia dichiara una media annuale di 13 milioni di passeggeri, ecco anche quest'anno i famigerati 15 euro a biglietto.
La cabina 141 è a metà corridoio. Il responsabile dei servizi sul ponte comando dà il benvenuto. "Ah, signo', guardi non usi lo sciacquone perché non funzio'". Non funziona il water? "No, il water funzio', solo che poi non può tirare lo sciacquo'". L'interno è elegante. L'esterno un po' meno. Civitavecchia e la costa laziale si dissolvono all'orizzonte. La luce rossa del tramonto risalta le croste di ruggine sui verricelli e le catene delle scialuppe di salvataggio. Non sono quelle moderne, chiuse come le capsule degli Apollo che tornavano dallo spazio. Sono nove vecchi barconi stile Titanic: uno da 59 posti, due da 89 e sei da 99. Il totale fa 831. Significa che, facendo tutti i dovuti gesti scaramantici, 1.449 passeggeri più i marinai dell'equipaggio sono senza posto in scialuppa. Per loro ci sono 65 battelli autogonfiabili. Caricano 25 persone ciascuno, per una somma di 1.625 posti. Mettere in acqua i battelli richiede qualche tempo. Devono essere aperti e agganciati ai verricelli. Le gru per ammainarli sono dieci. E le loro parti mobili sono così arrugginite e corrose da avere ormai perso colore. Tutti i cavi sono secchi e incrostati. Anche quelli delle scialuppe di dritta, cioè sul lato destro. Dovrebbero essere nuovi, invece. Una serie di fogli appesi con nastro adesivo e timbro della Tirrenia, autocertificano che i cavi sono stati sostituiti il 22 gennaio 2007. Sarà che con i cambiamenti climatici la salsedine è diventata più aggressiva. Ma non sembrano diversi dalle altre funi più vecchie.
Non ci sono hostess né steward a spiegare durante l'imbarco cosa fare in caso di emergenza. E gli avvisi sono scritti con burocratica incertezza. Come questo: 'Le cinture per bambini e ragazzi sono ubicate nei depositi interni ed esterni'. La Clodia è lunga 148 metri. È alta dieci piani. Quanti spazi interni ed esterni ci sono? Gli adulti sono meglio garantiti: 'Le cinture di salvataggio per passeggeri posto ponte sono ubicate nei sedili esterni al ponte imbarcazioni ed al punto di riunione C'. Non tutti i cartelli sono leggibili, però. L'imbianchino che ha fatto l'ultima verniciatura si è lasciato prendere la mano. E, accanto a una gru, ha cancellato metà delle istruzioni su come mettere in acqua i battelli autogonfiabili. In un altro punto, ha dimezzato l'avviso sul deposito dei giubbotti di salvataggio. Coprendo proprio l'informazione più importante: dov'è il deposito. Nel caso di un'emergenza, bisognerebbe grattare la vernice con le unghie per leggere cosa c'è sotto. Dal si salvi chi può al si gratti chi può?
Tra le undici di sera e mezzanotte il ristorante chiude. Il selfservice chiude. Il bar chiude. Anche se i passeggeri vorrebbero spendere ancora. Tutti a dormire. La Clodia diventa una nave fantasma. È il momento di vedere chi resta al lavoro. La reception? Deserta. Scale e corridoi? Deserti. La sala dei generatori di corrente sul fondo dello scafo? Deserta. La sala macchine? Deserta. La mattina poco prima dell'alba nuovo tour. Tutto come prima. Ci si può tranquillamente sedere nel caldo da sauna e ascoltare la rumorosa magia dei due grossi motori Fiat al lavoro. A Cagliari ci aspetta la Guardia di finanza. Adesso che siamo arrivati ispezionano i bagagliai di tutte le auto che sbarcano. Un finanziere porta il cane antidroga a controllare i passeggeri. Fa sniffare anche le borse e le divise dei soldati del 66 reggimento. È come se si mettessero a indagare sui pantaloni di carabinieri e poliziotti. Alcuni turisti stranieri l'hanno capito. E fotografano divertiti.
La sera si riparte. Cagliari-Trapani. Al cancello del porto i bagagli vengono passati al metal detector e i documenti controllati. In banchina è ormeggiata la nave-traghetto Flaminia. Nel 2004 l'Automobil club tedesco l'ha messa all'ultimo posto nella classifica sul rispetto delle norme di sicurezza. Peggio della flotta del Marocco. E, secondo il racconto degli ispettori tedeschi, quando si sono qualificati, gli ufficiali li hanno obbligati a scendere. All'imbarco, un marinaio al settimo piano sbaglia le indicazioni. Sarà il suo accento pittoresco. Sarà il rumore di fondo. Ma grazie a lui tutti i passeggeri salgono a cercare la reception all'ottavo piano. Invece è al sesto. Lo si scopre dalle imprecazioni di due famiglie incastrate con figli e valigie sulle scale tra il settimo e l'ottavo livello. Ben quattro ufficiali dietro il banco della reception osservano la consegna delle chiavi. La cabina da cercare è la 320, seconda classe: 86,47 euro. "Prego, di qua. Prenda l'ascensore e salga di due piani". Sei più due fa otto. Dopo un buon quarto d'ora di saliscendi, appare finalmente su una porta la placca 320. È al nono piano. Due svedesi, beati loro, chiedono in inglese dov'è il supermarket di bordo. "Eh?", risponde un cameriere del bar.
La prima cosa da fare su una nave è guardare i percorsi di emergenza. Le indicazioni sono precise come quelle appena date alla reception. Nel corridoio davanti alla cabina un segnale invita a riunirsi al punto E. L'avviso esattamente accanto dice che 'il punto di riunione dei passeggeri di ponte è C'. Mentre un altro cartello ancora, sul ponte esterno, avverte che 'il punto di riunione dei passeggeri di ponte è D'. Una indicazione spiega come gonfiare i battelli di salvataggio Pirelli. Ma le zattere autogonfiabili a bordo sono tutte di un'altra marca. L'esterno della Flaminia è identico alla Clodia. Sono nate da progetti gemelli degli anni Settanta. Poi la Clodia, come l'Aurelia, è stata alzata di due ponti. Così la Flaminia, con 280 passeggeri in meno, si ritrova con lo stesso numero di posti in scialuppa delle altre due. Oltre che con le stesse corrosioni su verricelli e gru. Solo che qui una mano ha verniciato di rosso le croste di ruggine. E i cavi sono bene ingrassati.
Al sesto piano, accanto alla reception, due porte di vetro nascondono il portellone che dovrebbe accogliere lo 'scalandrone', la scala di imbarco. Non lo usano da tempo. Ma potrebbe servire per abbandonare la nave in caso di incendio in porto oppure per raccogliere naufraghi in mare. Invece il meccanismo idraulico di apertura è ostruito da tubi di gomma, rottami, una valigia abbandonata, corde. E alla postazione di soccorso manca il salvagente. Sul banco della reception un cartello informa da oltre un'ora che 'il guardiano notturno è in giro d'ispezione'.
Si può andare ovunque. La passerella sopra i generatori Diesel è ostruita da una fila di sacchi azzurri dell'immondizia. In caso di principio di incendio, il ferro non brucia ed estingue le fiamme. Ma la plastica sì. A poppa, la sala macchine è aperta e incustodita come sempre. Dalla testa del cilindro numero nove del motore di sinistra esce un rivolo oleoso nero. Lo stesso sul numero dieci. E qualcuno ha provato a tamponare la perdita con un giro di stoffa. Quaggiù fa caldissimo. Ma in tutte le cabine l'aria condizionata soffia gelida. L'indomani mattina una fila di ragazze si allunga davanti ai gabinetti della seconda classe. Tutte con il mal di pancia. Quando è stata progettata questa nave, non esistevano i jeans a vita bassa. La sera stessa la Flaminia ritorna a Cagliari. E la sera dopo riparte per Napoli. È l'ultimo viaggio dei 56 tra marinai e ufficiali. Dopo 52 notti in mare, avranno 25 giorni di riposo.
Palermo è come Civitavecchia. Nessun controllo di documenti o bagagli all'imbarco. Basta solo il biglietto. La nave Rubattino ha appena sei anni. E si vede. Cabina da quattro letti in prima classe, la 273: 62,51 euro. I quattro giubbotti di salvataggio sono negli armadi. Due sono impacchettati, le batterie del lampeggiante cariche. Gli altri due sono senza lampeggianti e senza fischietto di segnalazione. Forse qualcuno li ha rubati: dovrebbero essere rimpiazzati. La notte un ufficiale è di guardia alla reception. Ma le porte della sala macchine restano aperte. Ed è possibile rimanere per più di un'ora accanto ai motori. Sull'Aurelia, per il viaggio Bari-Durazzo-Bari, si torna indietro trent'anni. Cabina di seconda classe, al secondo piano, ponte copertino. Il più basso, in mezzo ai garage e ai serbatoi di camion e auto. Temperatura intorno ai 40 gradi. Una puzza di nafta nauseante impregna perfino le lenzuola. Praticamente due notti da sommergibilisti. Prezzo: 110 euro all'andata, 108 il ritorno. Pur maltrattati sul fondo della nave, la seconda classe per l'Albania costa quasi il doppio di una prima classe da Palermo a Napoli. E il viaggio dura meno.
Il ristorante chiude alle 23. Esattamente quando i passeggeri salgono a bordo e l'Aurelia parte. Così al cameriere rimane poco o nulla da fare. Le porte dei garage devono rimanere chiuse a chiave durante la navigazione. Ma al piano 3 alcune restano aperte. Dalla seconda classe i cartelli per le vie di fuga sono una lotteria. È meglio andare verso il punto 2 o il punto B? Inutile, al quinto piano ci si perde comunque. Tra segnali che dicono soltanto dov'è il punto A. Altri vecchi cartelli spiegano che le cinture di salvataggio sono nei sedili esterni. Si aprono come cassapanche. E sono vuoti. Le hanno portate tutte nei punti di raccolta interni: il ristorante, il selfservice e il bar, in fondo a percorsi ostruiti da tavoli, sedie, poltrone e tavolini. Fuori sulle gru delle scialuppe, la stessa ruggine delle altre carrette di Stato. A metà viaggio, il caldo e l'odore nella cabina sono insopportabili. Meglio farsi un giro nella sala macchine. Su una passerella appena sopra i motori hanno lasciato due bombole di gas. Si può scendere ancora. Fino ai cilindri, ai tubi di nafta, agli alberi delle eliche. Anche questa notte, come sempre, incustoditi.
http://www.cgil.it/fp.esteri/Controinformazione/CONTROINFO%202007/giugno2007.htm
I PAPPONI DI STATO
VOLI DI STATO
E' di questi giorni la notizia che il costo della flotta e dei voli di Stato per ministri e sottosegretari è salito fino a divenire di circa 180 mila euro al giorno. Il costo è enormemente superiore a quello riscontrato in paesi comparabili al nostro, probabilmente anche perché nessun governo europeo è composto da oltre 100 membri.
http://www.businessonline.it/news/3916/costi-voli-aerei-politici-italiani.html
AUTO BLU
Casta record: l’esercito di 607mila auto blu costa oltre 18 miliardi di euro annui.
L'auto blu è uno status simbol tutto italiano e non sembra esserci amministratore di Stato, Regione, Provincia o Comune disposto a farne a meno.
In Italia le auto di servizio sono 607.918. Siamo i maggiori consumatori mondiali di auto blu. Nella classifica siamo i primi assoluti con uno stacco incolmabile con qualsiasi altro paese. Ecco la classifica all'Italia con 607 mila seguono: USA con 75.000 mezzi, Francia con 64.000, Regno Unito con 55.000, Germania con 53.000, Turchia con 52.000, Spagna con 42.000, Giappone, con 31.000, Grecia con 30.000 e Portogallo con 23.000.
Le auto blu del belpaese sono aumentate del 6% in due anni secondo uno studio realizzato da Contribuenti.it - Associazione Contribuenti Italiani con "Lo Sportello del Contribuente". Un dossier compilato analizzando il parco auto esistente, sia proprie che in leasing, in noleggio operativo ed in noleggio lungo termine, presso il Parlamento, Governo, Procure della Repubblica, Regioni, Province, Comuni, Municipalità, Asl, Comunità montane, Enti pubblici, Enti pubblici non economici e Società misto pubblico-private, Società per azioni a totale partecipazione pubblica.
Eppure esisteva una legge del 1991 che limitava l'uso esclusivo delle auto blu ai soli ministri, sottosegretari e ad alcuni Direttori generali, si sono sempre proposte regolamentazioni e tagli, mai effettuati.
Messe una di seguito all’altra, possono incolonnarsi per 2.400 chilometri, praticamente la stessa distanza che separa Roma dalla Lapponia. L’elenco è lungo, eppure non tanto quanto quello delle voci di spesa. In un anno la gestione, la manutenzione e la rottamazione di questo elefantiaco parco auto comporta un esborso per lo Stato pari a 18,2 miliardi di euro all’anno. In media, 30mila euro a vettura compresi costi contrattuali, stipendi ad autisti, pedaggi, riparazione danni e carburante (viste le oscillazioni sul listino del petrolio, almeno 30 euro di benzina al giorno). Tra parentesi, oggi va di moda il leasing «corto» a tre anni. Certo, per cambiare modello più spesso.
Intanto le macchine da corsia preferenziale fissa, nel giro di un biennio, sono pure aumentate. Due anni fa, calcola l’Associazione contribuenti italiani, ce n’erano 574.215, il 6 per cento in meno. «E meno male che dopo la famosa legge del 1991 sarebbero state limitate ai soli ministri, sottosegretari e a determinati direttori generali... - osserva Vittorio Carlomagno, presidente di Contribuenti.it -. Invece oggi ci ritroviamo al comando della classifica internazionale, persino davanti agli Stati Uniti che però hanno 50 Stati e 300 milioni di abitanti. E con uno sperpero che vale mezza Finanziaria». Proprio così: il Bel paese stacca tutti e fa mangiare la polvere agli Usa, che possono contare su 75mila vetture di rappresentanza, oppure la Francia, ferma a 64mila. E via gli altri. «Poveracci», davvero, anche perché gli italici amministratori non si accontentano certo di quattro ruote qualsiasi. Nei garage della pubblica amministrazione la lumaca peggiore ha 1.300 di cilindrata. Mentre abbondano i bolidi come le Lancia Thesis 3.2, come quella su cui viaggia il governatore del Lazio Piero Marrazzo, e non mancano le Maserati per le trasferte «disimpegnate». Perciò fa quasi tenerezza l’associazione che invoca «un freno, anzi l’utilizzo di prestigiose utilitarie a marchio tricolore: magari la Grande Punto».
Stiamo ancora cercando parcheggio. Già, per sistemare la flotta delle 607mila servirebbe un’area estesa come 1.065 campi di calcio. E per dare una lavata al parabrezza? Ecco pronta una cascata di 11 milioni di metri cubi d’acqua. Altro che chiudere i rubinetti.
http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=89790
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=316236
PENSIONI FARAONICHE
Pensioni da 3 a 10 mila euro al mese. Con soli cinque anni di mandato. Prese già a 50 anni. E cumulabili con qualsiasi altro reddito. È il vitalizio di cui godono gli ex parlamentari. Ma per i loro privilegi nessuno parla di riforma
Il privilegio parlamentare non ha colore politico, tocca tutte le sponde partitiche, senza riguardi per i limiti d'età.
Premia per cominciare il politico di professione, giovane leader di sinistra dal robusto curriculum, come Walter Veltroni, ex vicepresidente del Consiglio. Cinquantuno anni, consigliere comunale dal 1976, deputato dall'87, sindaco di Roma dal 2001, precoce in tutto l'attivissimo Walter è anche uno dei più giovani pensionati del nostro Parlamento: con 23 anni di contributi versati, dal 2005 riscuote dalla Camera un vitalizio mensile di 9 mila euro lordi (che si aggiunge allo stipendio del Campidoglio, di circa 5.500 euro netti). Non senza tormenti: consapevole del trattamento di favore rispetto ai comuni mortali che a partire dal prossimo anno potranno andare in pensione solo a 60 anni, Veltroni fa sapere di avere provato a rifiutare il vitalizio cercando di farlo congelare a Montecitorio; non essendoci riuscito (l'eventualità non è prevista dai regolamenti) alla fine ha deciso di distribuirlo in beneficenza alle popolazioni africane.
Il privilegio è cieco al merito e dispensa i suoi vantaggi a prescindere dalle prestazioni lavorative fornite.
Toni Negri, leader di Potere operaio, nel 1983 era detenuto per associazione sovversiva e insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Per restituirgli la libertà, Marco Pannella lo inserì nelle liste radicali facendolo eleggere in Parlamento. Conquistato lo scranno, Negri mise piede alla Camera solo per sbrigare le pratiche connesse al suo insediamento. Dopo poche settimane, temendo di finire di nuovo in gattabuia, si diede alla latitanza in Francia senza mai più farsi vedere a Montecitorio. Ciononostante, oggi riscuote 3 mila 108 euro di pensione parlamentare senza avere prodotto nemmeno una legge: la sua personale vendetta contro lo Stato borghese.
Ecco due delle sorprese che spuntano dalla lista delle pensioni elargite da Camera (in totale, 2.005 per una spesa di 127 milioni di euro l'anno) e Senato (1.297 per 59 milioni 887 mila euro) a favore degli ex parlamentari (nelle cifre sono comprese anche le 1.041 pensioni di reversibilità incassate dagli eredi di eletti defunti) e che per la prima volta 'L'espresso' pubblica in esclusiva.
Veltroni e Negri non sono episodi isolati.
Il privilegio del vitalizio per deputati e senatori non conosce infatti ostacoli e si cumula con tutti i redditi: si somma all'indennità (198 mila euro l'anno) di chi si è dimesso da parlamentare per entrare nel secondo governo Prodi (tra i tanti, il viceministro all'Economia Roberto Pinza), allo stipendio da lavoro dipendente di chi è tornato a insegnare (Marida Bolognesi, ulivista), alla retribuzione di commissario Enac (Vito Riggio, ex Dc, 150 mila euro lordi l'anno per questo incarico), alle nomine alle varie Authority (Mauro Paissan, Privacy, 144 mila euro lordi).
E, soprattutto, si cumula con tutti i livelli di reddito, anche quelli più ragguardevoli. Susanna Agnelli, dinastia Fiat, ha più volte conquistato lo scranno con il partito repubblicano. È stata anche ministro degli Esteri e oggi, non che ne abbia bisogno, con 20 anni di contribuzione riscuote un vitalizio di 8 mila 455 euro al mese.
Luciano Benetton, anche lui eletto al Senato nel 1992 per i repubblicani, per 2 anni spesi a Palazzo Madama incassa una pensione di 3 mila 108 euro lordi: briciole per un capitano d'industria della sua levatura.
O per altre due ex star di Montecitorio, avvocati di professione, titolari di avviatissimi studi professionali, nel 2006 secondo e terzo, dopo Silvio Berlusconi, nella classifica parlamentare dei redditi dichiarati.
Si tratta di Publio Fiori e Lorenzo Acquarone. Il primo, ex An, a fronte del milione e 400 mila euro di reddito annuo incassa quasi 10 mila euro al mese di vitalizio; mentre l'altro, Acquarone, Udeur, al milione 300 mila euro di Irpef aggiunge anche 9 mila 400 euro mensili di vitalizio parlamentare.
E sì che i richiami - opportuni - alla fine dello sperpero previdenziale in Parlamento risuonano quotidianamente: giù le mani dalle pensioni, la riforma Maroni e lo 'scalone' non si toccano, tuona il centrodestra. In pensione a 60 anni se davvero vogliamo risanare i conti pubblici, rincarano i 'riformisti' di centrosinistra. Tranne poche eccezioni, quelle di rifondaroli, verdi e comunisti italiani, maggioranza e opposizione non sembrano nutrire dubbi sull'inopportunità di riportare a 57 anni il limite per la pensione. "Se si vive sino a 87 anni, come avviene oggi", sentenzia Francesco Rutelli, "nessuno può pensare di avere una pensione da 57 a 87 anni".
Giusto. E difatti Confindustria aggiunge che con le nostre finanze disastrate non possiamo permetterci tanta generosità. Mentre la Ue ci marca stretto e invoca misure draconiane per stoppare le pensioni d'anzianità facili e i trattamenti di favore.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Onorevole-si-dia-un-taglio/1494889/16
Ottomila euro lordi al mese per quindici mensilità. È la pensione spettante a quel commesso del Senato che giusto una decina di giorni fa ha deciso di lasciare il lavoro. All’età di 52 anni. Il più recente protagonista di un inarrestabile e costosissimo esodo.
Al Senato, per esempio, chi è stato assunto prima del 1998 può ancora oggi andare in pensione a 50 anni di età, sia pure con una penalizzazione del 4,5%, a condizione che abbia raggiunto quota 109: la somma dell’età anagrafica, degli anni di contributi e dell’anzianità di servizio al Senato. Con 53 anni di età e la stessa quota 109 la pensione (80% dell’ultimo stipendio) è assicurata senza alcuna penalizzazione. Da tenere presente che i dipendenti entrati in Senato prima del 1998 sono la maggioranza, 609 su 1.004. E che la loro pensione si calcola con il vantaggiosissimo sistema retributivo puro, cioè in percentuale dello stipendio, anziché con il sistema contributivo (in rapporto ai contributi effettivamente versati) stabilito dalla riforma Dini del 1995 per tutti i lavoratori comuni mortali. Con lo stesso sistema retributivo sarà calcolata anche la pensione degli assunti a palazzo Madama dopo il 1998, in tutto 395. Per loro tuttavia il consiglio di presidenza ha deciso che scatta il limite minimo d’età di 57 anni. Aspetteranno un po’ di più per avere una pensione da leccarsi i baffi come già hanno avuto i loro colleghi più fortunati.
PRIVILEGI FARAONICI
Stipendi folli, auto blu, biglietti gratis, poltrone assicurate, bonus faraonici.
Dai politici, ai magistrati e ai manager, dai religiosi ai sindacalisti, tutti i benefici-scandalo. Che gli italiani vedono crescere sempre di più.
Ancora di più. Le caste dei diritti acquisiti non si arrendono e continuano a fare incetta di nuovi privilegi. C'è chi si muove personalmente, con modi tra il piratesco e l'autoritario. E chi marcia compatto nei ranghi delle corporazioni, unica istituzione che sopravvive allo sfascio di partiti e pubblica moralità. Ma tutti puntano a un solo obiettivo: ritagliarsi quell'orticello di vantaggi protetti, svincolati da meriti e risultati. Un po' per interesse, spinti dalla brama di guadagni sicuri; un po' per la voglia di emergere ostentando status symbol come l'auto blu; un po' per una mai sopita vocazione da hidalgo che fa sentire superiori ai comuni mortali e all'obbligo di pagare biglietti.
Certo: il vizio è atavico. Ed è sopravvissuto a ogni rivoluzione egualitaria, a ogni processo di razionalizzazione, a ogni ondata di modernità e moralità: particolarismo, egoismo e protezionismo; la sacra trinità di una passione italica immortale. Che nessuna crisi e nessuna stretta riesce a sconfiggere.
Intanto però il bestiario si arricchisce di nuove figure: di baroni del posto nepotista che assieme alle università colonizzano anche il futuro del Paese, di procacciatori di prebende federaliste che proliferano nelle regioni, di speculatori squattrinati che vivono da nababbi sulle spalle del risparmiatore. Ne studiano tante e così velocemente da spiazzare la popolazione.
Perché le indennità record dei parlamentari, le lunghe vacanze di molti magistrati, i posti prioritari dei figli di boiardi sono vantaggi che tutti comprendono e tutti indignano. Mentre il top manager che con un investimento minimo sale al timone di una holding quotata a piazza Affari e si riempie le tasche di stock option riesce a sottrarsi all'ira delle masse. Come fa? Sfrutta l'ignoranza e la diffidenza per la Borsa: il sondaggio realizzato da 'L'espresso' dimostra che quattro italiani su dieci non sanno cosa siano le stock option e quindi non le vivono come un privilegio. Forse se si rendessero conto che con questo escamotage finanziario una pattuglia di capitani d'industria porta a casa milioni di euro extra, allora rivedrebbero le loro hit parade.
Al primo posto tra i benefici che provocano irritazione ci sono gli stipendi dei politici: detestati dall'83 per cento degli italiani, con una quota che sale fino al 94 tra gli elettori del centrodestra e scende all'80 tra quelli dell'Unione. Seguono le paghe dei manager pubblici, da sempre sospettati di inefficienza e lottizzazione, invisi al 73 per cento del campione. Infine i vantaggi diretti, la Bengodi delle auto di servizio, dei passaggi gratis in aereo e dei pranzi a ufo di cui approfittano tante categorie tra il pubblico e il privato: il 72 per cento li vorrebbe cancellare. Molte volte ci sono anche luoghi comuni, difficili da sfatare: l'ondata di baby pensionati nelle amministrazioni statali ha creato una massa di invidia e malcontento consolidati nel 58 per cento. La stessa premessa vale per le ferie lunghe che vengono attribuite a insegnanti e magistrati, il segno di una scarsa considerazione nella produttività delle due categorie. Quello che invece finisce nel conto di manager privati non sorprende più di tanto e non sembra scatenare sentimenti particolarmente negativi.
In generale, il disgusto per questa corsa al tesserino e al piedistallo lascia spazio a una grande rassegnazione. No, la speranza non viene né dai politici, né dai sindacati, percepiti anzi come alfieri del beneficio garantito: c'è il sogno della rivolta di base, animata dalle associazioni dei cittadini (31 per cento) e magari mobilitata da un ruolo più pungente dei mass media (28). Perché il privilegio si allarga e contagia nuove categorie, tutte avide di ritagliarsi una fettina di onnipotenza. Pubblico, privato; laici e cattolici; guardie e ladri; tutti uniti nel difendere la loro isoletta dorata.
I PARLAMENTARI
Stipendi smisurati e
una vita spesata, questo è il bello del rappresentare i cittadini. Già, perché
deputati e senatori incassano ogni mese più di 14 mila euro tra indennità,
diaria e rimborsi vari. Allo stipendio di 5 mila e 500 euro bisogna aggiungere
il rimborso di 4 mila euro per il soggiorno a Roma e altre 4 mila e 200 euro per
'le spese inerenti il rapporto tra il deputato e l'elettore'. Al Senato questa
voce è aumentata di circa 500 euro al mese. Poi c'è il capitolo trasporti: il
parlamentare si muove come l'aria nel territorio nazionale. Infila la porta del
telepass in autostrada senza ricevere nessun estratto conto, al check-in prende
posto in business senza mettere mano al portafoglio e all'imbarco del traghetto
non fa fila né biglietto. E i taxi? Niente paura. È previsto un rimborso
trimestrale pari a 3 mila e 300 euro. Mentre per i deputati che abitano a più di
cento chilometri dall'aeroporto più vicino, il rimborso sale a 4 mila euro.
L'angelo custode del bonus non abbandona il parlamentare nemmeno quando varca i
confini nazionali per 'ragioni di studio o connesse alla sua attività': gli
spettano fino a 3.100 euro all'anno. Per avere un'idea del costo degli
'onorevoli viaggi' basti un dato: i soli deputati nel 2005 sono costati alla
collettività 40 milioni. Non paga nemmeno il telefono, fisso o mobile, fino a
una bolletta massima di 3.100 euro. E ha diritto a un computer portatile e alla
fine della legislatura (per tutelare la riservatezza dei dati) può tenerselo.
Di tutti i privilegi, però quello che costa di più è il dopo. Ossia il
trattamento pensionistico. Deputati e senatori, anche se in carica per una sola
legislatura, maturano il diritto a una pensione straordinaria. Si chiama
vitalizio e dovrebbe maturare al compimento dell'età di 65 anni. In realtà, se
ha fatto più legislature il deputato, come un lavoratore usurato, può andare in
pensione a 60 anni (che scendono a 50 per quelli delle precedenti legislature).
Il vitalizio varia da un minimo del 25 per cento dell'indennità (2.500 euro
circa) per chi ha versato solo i canonici cinque anni di contributi della
singola legislatura. Ma arriva fino a un massimo dell'80 per cento
dell'indennità per chi ha più legislature alle spalle. Comunque, per maturare il
diritto alla pensione non è necessario restare in carica cinque anni. In passato
bastavano pochi giorni. Ora ci vogliono due anni, sei mesi e un giorno. E gli
eletti dal popolo contano doppio: possono sommare la pensione dovuta per la loro
attività professionale a quella ottenuta per rappresentare i cittadini. La
liquidazione parlamentare, poi, non è meno regale: 80 per cento dell'indennità
moltiplicato per gli anni della legislatura, ossia minimo 35 mila euro.
I CONSIGLIERI REGIONALI
Evviva il
federalismo, evviva le regioni: ogni capoluogo si sente capitale, ogni assemblea
vuole imitare Montecitorio. Ma che bel mestiere fare il consigliere: Lombardia,
Lazio, Abruzzo, Emilia Romagna, Calabria gli elargiscono il 65 per cento del
compenso riconosciuto al deputato. E più si sentono autonomi, più si premiano. I
sardi, infatti portano a casa l'80 per cento dell'indennità nazionale a cui
vanno aggiunte tutte le voci previste alla Camera: la diaria, i rimborsi, la
segreteria. A conti fatti si superano i 10 mila euro. E non è finita qui. I
consiglieri isolani hanno inventato anche i fondi per i gruppi: 2 mila e 500
euro per ogni consigliere più altri 5 mila al gruppo di almeno cinque persone.
Inoltre, quando sono a Roma, hanno diritto a un auto blu con autista.
In passato la Sardegna si distingueva anche per le sue generose buonuscite: 117
mila euro per consigliere. La chiamavano 'indennità di reinserimento', come si
fa con i tossici usciti da San Patrignano. Ora è stata ridotta a 48 mila euro,
speriamo che non ricadano nel vizio. Quella del reinserimento è una moda
diffusa. Il Molise ha appena varato un sostanzioso "premio di reinserimento
nelle proprie attività di lavoro" a tutti i consiglieri trombati o non
ricandidati: così l'onorevole Aldo Patricello dell'Udc, dimessosi per diventare
europarlamentare, si prende più di 72.700 euro ed è primo della speciale
classifica, al pari dei diessini Nicolino D'Ascanio (attuale presidente della
Provincia di Campobasso) e Antonio D'Ambrosio e a Italo Di Sabato di
Rifondazione. Ai privilegi infatti ci si affeziona. L'ex governatore pugliese
Raffaele Fitto di Forza Italia aveva ottenuto l'auto blu per alleviare i primi
cinque anni senza carica. La delibera è stata cambiata dopo le contestazioni, ma
la giunta di sinistra non si è dimenticata degli ex: le pensioni sono state
ritoccate. Al rialzo. Perché in Puglia il benefit è ecumenico: anche alcune
delle 19 Lancia Thesis noleggiate dalla Regione sono a disposizione dei 12
assessori uscenti. Le strade del bonus sono infinite. Un'altra veste giuridica
per coprire l'ennesima erogazione va sotto il nome di indennità di funzione per
i vertici di giunte e commissioni su misura. Per questo ogni giorno ne nasce una
nuova. La Campania deteneva il record nazionale: l'anno scorso le commissioni
erano 18. Ognuno dei presidenti intasca 1.650 euro in più al mese, oltre allo
stipendio di consigliere regionale (circa 7 mila euro). Poi ci sono le spese di
rappresentanza (in media 400 euro mensili) e quelle per il personale distaccato
(9.550 euro al mese per un massimo di sei dipendenti a organismo): totale, 180
mila euro. La settimana scorsa, dopo un'ondata di indignazione, la Regione ne ha
abrogate sei. Ma dal 2000 al 2005 le indennità dei consiglieri sono passate da
18 milioni a 30 milioni di euro all'anno mentre i benefit sono saliti da 18 a 30
milioni. Nella regione dell'emergenza perenne quei fondi potevano trovare
impiego migliore.
Dai dati del libro “La Casta” di Rizzo e Stella e dai dati del sito della Conferenza delle Regioni si nota come la retribuzione netta dei Governatori delle Regioni italiane sia un diritto liberticida: ognuno prende quello che vuole!!
Scandaloso se si raffronta con i redditi lordi dei Governatori degli Stati Uniti.
Si noti bene: per gli italiano sono netti, per gli americani sono lordi. Inoltre i primi sono governatori di Regioni, i secondi sono governatori di Stati.
|
PUGLIA |
228.631 |
|
CALIFORNIA |
162.598 |
|
SARDEGNA |
175.733 |
|
NEW YORK |
130.656 |
|
SICILIA |
171.954 |
|
MICHIGAN |
129.197 |
|
CALABRIA |
160.240 |
|
NEW JERSEY |
127.737 |
|
VENETO |
151.380 |
|
PENNSYLVANIA |
119.997 |
|
LAZIO |
150.576 |
|
ILLINOIS |
113.576 |
|
CAMPANIA |
148.656 |
|
WASHINGTON |
110.215 |
|
LOMBARDIA |
144.777 |
|
CONNECTICUT |
109.489 |
|
MOLISE |
144.457 |
|
OHIO |
105.715 |
|
LIGURIA |
139.342 |
|
VERMONT |
105.078 |
|
PIEMONTE |
135.251 |
|
WYOMING |
76.642 |
|
VALLE D'AOSTA |
126.740 |
|
UTAH |
75.895 |
|
TRENTINO ALTO ADIGE |
126.089 |
|
MONTANA |
70.410 |
|
EMILIA ROMAGNA |
120.073 |
|
ARIZONA |
69.343 |
|
ABRUZZO |
119.613 |
|
OREGON |
68.321 |
|
BASILICATA |
114.073 |
|
NORTH DAKOTA |
67.505 |
|
MARCHE |
101.734 |
|
COLORADO |
65.693 |
|
FRIULI VENEZIA GIULIA |
96.459 |
|
TENNESSEE |
62.043 |
|
TOSCANA |
89.980 |
|
ARKANSAS |
59.013 |
|
UMBRIA |
85.231 |
|
MAINE |
51.094 |
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2008/11/12/pop_stipendi.shtml
I FUNZIONARI PUBBLICI
Il 16 dicembre, quando lasceranno i vertici dell'intelligence, avranno già distrutto molti segreti. Qualche carta, invece, la porteranno con sé a futura memoria. Niente di strano: funziona così in tutto il mondo. Emilio Del Mese, Nicolò Pollari e Mario Mori stanno facendo le valigie e si preparano al passaggio di consegne con i loro successori. Ma i conteggi della loro pensione, con relativa buonuscita, sono già pronti. Così, secondo quanto risulta a 'L'espresso', ai tre illustri pensionandi il governo avrebbe riconosciuto una liquidazione che sfiora quota un milione e 800 mila euro. Una somma che forse farà alzare qualche sopracciglio, ma che sarà certamente stata costruita nel pieno rispetto di leggi e contratti e che, in ogni caso, riguarda tre persone che hanno servito lo Stato ad alto livello per oltre 40 anni. Più anomala l'entità della pensione: ogni mese 31 mila euro lordi. A questo importo-monstre si è arrivati cumulando lo stipendio con l'indennità di funzione, che nei servizi chiamano 'indennità di silenzio'. Chi presta servizio al Sisde o al Sismi, infatti, di solito guadagna il doppio rispetto al parigrado che è rimasto in divisa. E l'avanzamento nei servizi è molto discrezionale e rapido. Quando la barba finta va in pensione, però, non si porta dietro quella ricca indennità: il privilegio dei privilegi riconosciuto solo ai capi. Per il resto, chi fa il militare o il poliziotto, di privilegi veri ne ha pochi. Gli stipendi sono bassi e spesso poco rispettosi dell'alto grado di rischio o di stress. Con il tesserino si può viaggiare gratis sui mezzi pubblici e, spesso, godersi gratis la partita di calcio. Ma definirli privilegi sarebbe un po' ardito. Non ci sono più gli affitti agevolati negli immobili di proprietà della banca. Né il caro-legna, un sussidio alle spese per il riscaldamento, o la speciale indennità per gli autisti della sede di Venezia, che guidano il motoscafo invece dell'auto blu. Così come sono un ricordo del passato gli straordinari benefici pensionistici di quando si poteva andare a casa con 20 anni di servizio e un assegno che restava ancorato alle retribuzioni. Anche nell'era di Mario Draghi la Banca d'Italia continua però a dispensare un trattamento ultra-privilegiato ai suoi dipendenti. Basta pensare che gli stipendi dei magnifici quattro del Direttorio di palazzo Koch (il governatore, il direttore generale e i due vice) sono segreti. Scavando un po' si può scoprire che oggi i funzionari generali hanno un lordo annuo di 110 mila euro. Gli oltre 200 direttori di filiale stanno a quota 64 mila; i funzionari di prima a 49 mila e 200. Ma allo stipendio-base si aggiunge una giungla di altre voci che arrotonda la cifra finale. Siccome lavorare stanca, c'è per esempio uno stravagante premio di presenza: chi va in ufficio per almeno 241 giorni in un anno si porta a casa una sorta di quattordicesima: il premio Stachanov. A dicembre c'è la cosiddetta gratifica di bilancio: vale circa 35 mila euro per i funzionari generali; 18 mila per i direttori e oltre 6 mila per i funzionari. Siccome poi la banca ha un suo decoro, i più alti in grado incassano anche un'indennità di rappresentanza, una specie di buono-sarto, che è semestrale, forse per rispettare il cambio di stagione: poco meno di 8.500 euro per i funzionari generali; 4 mila per i direttori; 1.200 per i funzionari.
I PROFESSORI UNIVERSITARI
In teoria i professori universitari non dovrebbero godere di chissà quali privilegi, ma in realtà la loro posizione è unica. Perché da noi i controlli di produttività non esistono e una volta conquistata la cattedra i prof restano incollati ritardando pure la pensione. Per arrivare sulla poltrona, poi, fanno di tutto; ma nell'immaginario collettivo e negli atti di parecchie indagini penali domina la catena del nipotismo. Si ereditano posti da ordinario o li si scambia, creando intrecci o addirittura facendo nascere nuove facoltà per gemmazione. La summa del 'tengo famiglia' viene registrata a Bari dove nell'ateneo prosperano tre clan principali: uno vanta ben otto parenti-docenti, gli altri due si attestano a sei. Insomma, l'ateneo è cosa nostra. Il discorso non cambia quando in cattedra sale il medico, che di sicuro dovrà rispondere della sua produttività clinica, ma che rappresenta anche la vetta di una categoria molto corteggiata. Soprattutto dalle case farmaceutiche, prodighe di viaggi per convegni e presentazioni di mirabolanti macchinari: prodotti che poi vengono pagati dalle Asl. Una casta sono sempre stati considerati anche i giornalisti, soprattutto quelli stipendiati per far poco o imbucati in qualche meandro della tv di Stato. Il tesserino rosso, in realtà, si è molto scolorito. Gli sconti delle Fs non sono più automatici, ma richiedono l'acquisto di card annuali (60 euro per avere il 10 per cento in meno sui treni), Alitalia e Airone invece tagliano del 25 per cento i biglietti a prezzo intero. L'unico vero privilegio è l'ingresso gratuito nei musei statali e in numerose gallerie comunali. È chiaro che le eccezioni non mancano. Alcune sono frutto di operazioni di public relation: viaggi, show, vetture in prova, riduzioni su acquisto di auto, sconti su alcuni noleggi. Altre sono concessioni ad personam, come i cadeaux natalizi.
I MAGISTRATI
Dimitri Buffa: Da cosa si distingue una corporazione, come quella in toga dei magistrati della penisola, rispetto ai comuni mortali? Dalla abilità nel mantenere riservati i dati sui privilegi, gli emolumenti e le mille prebende che il potere assegna loro.
Per esempio, chi sa quanto guadagna un singolo giudice Costituzionale? E con quale pensione si consola?
E' un vero segreto di Stato che dimostra come la vera casta in Italia siano loro: i magistrati.
Che siano ordinari o amministrativi, costituzionali o onorari cambia solo l'emolumento non certo l'omertà discreta che avvolge il tutto.
Ora un aneddoto che spiega meglio la materia del contendere: c'era una volta un avvocato, Tommaso Palermo, difensore civile di molti magistrati in pensione il quale si illudeva che un giorno o l'altro le quiescenze cosiddette di annata sarebbero state perequate. E che per questo motivo bombardava ogni giorno che Dio mandava in terra il Ministero del Tesoro, la Ragioneria dello Stato e la Presidenza del Consiglio per sapere con quali decreti certe categorie di magistrati (Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Consulta ecc.) ottengono determinati trattamenti. Non ebbe mai risposta. E nessuno a tutt'oggi sa nulla sul trattamento previsto dalla speciale cassa di previdenza dei magnifici 15 della Consulta, istituita nel 1960 su base volontaria (unico caso nella pubblica amministrazione). Segreto di stato. Altro che Abu Omar. L'ultima volta che, poco prima di morire, il suddetto avvocato Palermo aveva mandato un telegramma all'ufficio pensioni della Presidenza del Consiglio in via della Stamperia glielo rimandarono indietro con sopra la dicitura "destinatario sconosciuto".
C'è voluto l'ottimo lavoro di Raffele Costa per districare parzialmente il ginepraio dei privilegi della casta in toga.
Così oggi noi sappiamo che al Consiglio di Stato 419 persone costano 130 miliardi di vecchie lire l'anno: il Presidente ha un lordo annuo di 220 mila euro , l'ultimo dei consiglieri quasi 65 mila.
La Corte dei Conti ha a ruolo quasi 550 consiglieri. L'ultimo della scala gerarchica guadagna seimila euro lordi al mese, il primo quasi 20. Poi ci sono le indennità e i fringe benefits. Spesa globale, dipendenti inclusi, almeno 130 miliardi di rimpiante lire ogni anno.
L' Avvocatura dello Stato ha 780 dipendenti che costano 100 milioni di euro l'anno. Un avvocato generale può arrivare ai 200 mila euro annui, il procuratore di prima nomina a 60 mila.
C'è poi il capitolo Corte Costituzionale, una vera e propria oasi dove si fa a cazzotti per entrare anche come semplice autista visto che lo stipendio lordo iniziale raramente è inferiore ai 3 mila euro al mese a cui va aggiunta una contingenza che i giornalisti semplicemente si sognano. Per di più lor signori hanno persino i cosiddetti "assegni Befana" ogni sei gennaio, assistenza scolastica, assistenza estiva e invernale per le vacanze dei bimbi, sussidi persino per i furti subiti in casa. I giudici, sebbene le cifre esatte siano un vero e proprio segreto di Stato, raramente scendono sotto i 250 mila euro lordi annui. Però poi godono di una serie di privilegi che vanno dall'appartamentino con vista sul Quirinale per i fuori sede, all'automobile con autista a vita, a due assistenti di studio,un segretario particolare e un addetto di segreteria, alla bolletta telefonica a carico della collettività. Che è a vita per gli ex presidenti. Le pensioni per i giudici costituzionali superano i 15 mila euro mensili. Tutto questo ben di Dio costa altri 80 milioni di euro l'anno allo Stato.
Il costo per la collettività degli stipendi dei circa 9 mila magistrati italiani è di più di 1 miliardo di euro. Circa il 30% superiore a quello che la Francia spende per i loro omologhi di Oltralpe.
Di quella cifra, i magistrati di Cassazione, da soli, ne assorbono poco meno della metà: sono un esercito fatto di generali, circa 770 unità . A essi si aggiungono altre 2500 toghe che prendono lo stesso stipendio grazie alla scellerata legge che fa fare carriera per anzianità invece che per merito. E che invano il ministro Guardasigilli del governo Berlusconi, Roberto Castelli, cercò di riformare e che l'attuale Guardasigilli Clemente Mastella ha invece ripristinato con tutte le garanzie, le prebende e i privilegi di casta. In media un giudice di Cassazione guadagna più di 150 mila euro l'anno. Cui si aggiungono diverse indennità di funzione che variano da persona a persona. Per di più le loro retribuzioni sono agganciate a quelle dei parlamentari in un continuo trascinamento reciproco: quando aumentano le une lo fanno anche le altre. Comunque, secondo i dati ufficiali rilevati dal Csm, su 9246 magistrati italiani, meno di 350 risultano in servizio presso le dodici sezioni civili o penali che compongono la Suprema Corte. Gli altri hanno la qualifica o lo stipendio ma fanno altro. E ringraziano il '68 in toga che si concretizzò nella famosa, anzi famigerata, legge Breganza, quella che abolì il merito per la progressione in carriera. Che però fu varata dieci anni prima di quegli anni che qualcuno si ostina considerare formidabili.
E a proposito di privilegi, benché non sia mai stata applicata, la norma sulla responsabilità civile dei magistrati (la 177 del 1988 varata sull'onda dell'emozione che suscitò il caso Tortora), le toghe nostrane sono riuscite anche a stipulare un accordo molto vantaggioso con le assicurazioni. Siglato da una parte dall' ANM e dall'altra dalla BNL Broker Assicurazioni : con soli 138 euro e 60 all’anno, si sono così messi al riparo dalla possibilità di dover risarcire di tasca propria l’eventuale vittima di errori giudiziari. Eventualità invero remota visto che la legge voluta da Vassalli e Craxi ( cui gli interessati dimenticarono di attestare eterna gratitudine) mette a carico della collettività l'eventuale errore per colpa grave del singolo. Ma nella vita non si sa mai.
Come se non bastasse la casta del partito dei giudici, ora ci sono nuovi privilegi e nuovi privilegiati che bussano alle porte dell'assistenzialismo di stato: i giudici onorari.
E nel 2005 la spesa pubblica per i giudici di pace ha assorbito risorse per 135 milioni di euro all’anno. Se poi venissero accolte le richieste di “stabilizzazione” della categoria per almeno 4.500 unità (sulle circa novemila in servizio), si registrerebbe un ulteriore aggravio per la collettività pari a 142 milioni di euro.
Naturalmente a simili trattamenti non corrispondono, come è sotto gli occhi di tutti, risultati di eccellenza. Un rapporto del Consiglio d’Europa , a inizio 2005, ha assegnato le “pagelle” alle toghe dei diversi Stati membri.
I dati che sono fermi al 2002, ma dopo è andata anche peggio, parlano di uno stipendio dei giudici italiani superiore del 30 per cento a quello dei colleghi francesi.
La nostra spesa pubblica per il pianeta giustizia risulta fra le più elevate, benché altri Paesi europei abbiano tempi molto meno biblici per la definizione di cause e processi: Svezia, Germania e Olanda svolgono ad esempio le cause civili in meno di metà tempo di quanto necessario in Italia per procedimenti di analogo impegno.
Molti scaricano la colpa su un'altra categoria superprivilegiata di questa casta fra le caste: i magistrati fuori ruolo. Nel 2004 il loro numero era di ben 728, mentre altri 1.182 risultavano assegnati ad incarichi extragiudiziari.
E qui il privilegio si incrocia con il potere politico che il partito dei giudici sta assumendo nel tempo: questi fuori ruolo spesso sono in uffici legislativi e scrivono quindi le leggi che poi altri colleghi applicano dopo che il Parlamento le ha supinamente approvate. Altri sono consiglieri del governo, e quindi condizionano il potere esecutivo e altri ancora, per la precisione due per ciascuno membro della Consulta, di fatto scrivono le sentenze della Corte costituzionale facendo il lavoro sporco di ricerca giurisprudenziale e orientandola secondo i desiderata degli interna corporis. Fra l'altro i magistrati ordinari distaccati presso la Corte Costituzionale oltre ad avere lo stipendio da consiglieri di Cassazione godono di altre indennità e privilegi.
Qualche anno fa destò un certo scandalo alla Consulta quando si seppe che alcuni di loro prendevano indennità altissime di fuori sede pur vivendo a Roma, ma conservando la residenza fuori dalla capitale. Nessuno li potè citare per truffa e neanche la corte dei conti potè chiedere i danni in quanto la Corte costituzionale ha una propria autonomia amministrativa nell'ambito della quale può fare quello che crede. Sempre a spese del contribuente.
Last but not least, i concorsi per diventare magistrati negli ultimi venti anni hanno registrato scandali a non finire finiti sotto la lente, in questo caso meno severa, di altri magistrati.
Esclusi i concorsi truccati recenti, il più famoso fu quello del 1991 denunciato da due esclusi, l'avvocato Pier Paolo Berardi di Asti e Teresa Calbi di Civitavecchia. A sua volta figlia di un giudice di Cassazione. Venne fuori che si correggevano elaborati in meno di tre minuti e che alcuni presentavano evidenti segni di riconoscimento mentre altri non erano neanche stati corretti benché scartati. Tra gli elaborati finiti sotto inchiesta anche quello di un ex giudice costituzionale e di un magistrato che divenne segretario generale del CSM.
http://www.loccidentale.it/node/5827
http://www.giustiziagiusta.info/index.php?option=com_content&task=view&id=1667&Itemid=35
GLI AVVOCATI DI STATO
Ricchi stipendi. Gratifiche da capogiro. Incarichi esterni e consulenze milionarie. Arbitrati d'oro. Così i legali della pubblica amministrazione moltiplicano le entrate
Si chiama 'quadrimestre' e nel 2006 ha fruttato complessivamente 42 milioni 405 mila euro. Un autentico tesoretto. Ma non come quello messo insieme dall'Agenzia delle entrate inseguendo i redditi occulti degli evasori fiscali. E finito nelle casse dello Stato con grande sollievo delle finanze pubbliche. No, di quest'altro piccolo tesoro il pubblico erario non vede neanche un centesimo. Accumulato dall'Avvocatura generale dello Stato mettendo insieme i proventi relativi al pagamento delle parcelle delle cause patrocinate, il bottino finisce nelle tasche di pochi eletti, gli avvocati dello Stato appunto che, in questo modo, rimpinguano le proprie entrate.
Oscar Fiumara è il numero uno della categoria. E come avvocato generale dello Stato incassa ogni anno 275 mila euro lordi di stipendio: niente male visto che la sua retribuzione è ancorata a quella del procuratore generale della Corte di Cassazione. Ma grazie all'appannaggio assicurato dal quadrimestre (chiamato così perché viene distribuito ogni quattro mesi), i suoi introiti complessivi registrano un balzo notevole finendo per umiliare l'esimio magistrato al quale è equiparato. A Fiumara nel 2006 il quadrimestre ha fruttato infatti oltre 109 mila euro.
Un gruzzolo discreto, ma poca cosa se confrontato alla cifra incassata da un suo sottoposto, Giancarlo Genovese. Chi è costui? Il capo dell'avvocatura distrettuale di Messina: con 40 anni di servizio, alla retribuzione annua lorda di 222 mila euro l'avvocato messinese ha sommato un quadrimestre di oltre 300 mila euro. Un vero record, ma non il solo. Stipendio e quadrimestre non sono che due delle entrate che allietano la carriera degli avvocati dello Stato. Quasi tutti sono titolari di incarichi extragiudiziari, ruoli istituzionali e di governo, docenze, consulenze e soprattutto arbitrati che, con le ricche prebende che si trascinano, finiscono in molti casi per far apparire lo stipendio dell'avvocatura quasi come argent de poche. Per rendersene conto basta scorrere la tabella delle entrate extra elaborata sulla base dei dati raccolti con pignoleria dall'Avvocatura e che 'L'espresso' ha potuto visionare.
Un caso su tutti, quello di Vincenzo Nunziata, il recordman della categoria. Oltre lo stipendio di 222 mila euro e il quadrimestre di 92 mila, sommando i compensi per gli incarichi collezionati, come capo dell'ufficio legislativo della Funzione pubblica, capo di gabinetto al ministero delle Comunicazioni, consulenze varie e soprattutto arbitrati, in quattro anni, dal 2004 al 2007, Nunziata ha incassato entrate extragiudiziarie per 1 milione 521 mila euro. Ma cosa fanno esattamente gli avvocati dello Stato? E come riescono a mettere insieme redditi così ragguardevoli?
In nome della legge.
I legali dell'Avvocatura rappresentano e difendono l'amministrazione statale in tutte le sue articolazioni, governo e ministeri, regioni e comuni, enti e rappresentanze diplomatiche, senza contare i dipendenti patrocinati nelle cause di servizio. Dai tribunali civili a quelli penali, dalla Corte costituzionale (ammissibilità dei referendum, legittimità di leggi, impugnative, conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato) alle commissioni tributarie (assistenza delle amministrazioni statali), dalla Corte dei conti al Consiglio di Stato agli organi di giustizia comunitari, non c'è procedimento che non veda comparire un avvocato dello Stato. Chi non ricorda la causa sull'Irap (l'imposta regionale sulle attività produttive) svolta davanti alla Corte di giustizia europea alla fine del 2006? È stato l'avvocato dello Stato Gianni De Bellis a difendere il ministero dell'Economia nel giudizio promosso dalla Banca popolare di Cremona che sosteneva la tesi della sovrapposizione tra Irap e Iva e per questo ne chiedeva l'abolizione. Una causa che se persa poteva costare allo Stato 100 miliardi di euro. Andò bene, con grande sollievo del presidente del Consiglio Romano Prodi.
E come dimenticare la volta in cui, era il novembre 2004, dopo essersi costituita parte civile, la presidenza del Consiglio chiese alla corte di Milano la condanna di Silvio Berlusconi nell'ambito del processo Sme? Anche in quell'occasione toccò a un avvocato dello Stato, Domenico Salvemini, il compito di chiedere al Cavaliere un risarcimento di oltre 1 milione di euro per i danni subiti dallo Stato a seguito del suo tentativo di corruzione in atti giudiziari. Normale? Non tanto se si considera che in quel frangente Berlusconi era insediato a Palazzo Chigi. Ma nessuna sorpresa: l'Avvocatura dello Stato ha sempre fatto dell'autonomia una delle sue bandiere.
Organizzata in sezioni (ciascuna specializzata a difendere branche omogenee della pubblica amministrazione) e articolata sul territorio in 25 distretti, l'Avvocatura ogni anno vede affluire nei suoi uffici circa 200 mila nuove cause (in gergo, 'affari') che, su decisione dell'avvocato generale (nominato dalla presidenza del Consiglio), dei suoi vice o dei responsabili dei vari distretti, vengono poi assegnate ai 370 avvocati in organico.
Tanto lavoro, dunque, molto delicato, ma anche ben retribuito. A cominciare dallo stipendio che, stratificato su quattro classi e rivalutato ogni triennio (per il 2004-2006 l'aumento è stato del 12,3 per cento), in base all'anzianità e a seconda degli scatti di carriera parte dai circa 88 mila euro annui lordi dell'avvocato di prima nomina sino ai 222 mila dei vice avvocati generali inquadrati nella quarta classe di stipendio. In aggiunta c'è il ricco quadrimestre frutto delle 'propine', cioè le competenze che gli avvocati e i procuratori dello Stato si vedono riconoscere per sentenza in tutte le cause vinte (circa il 57 per cento del totale) nei diversi giudizi. E quando non si vince, cosa che accade quasi regolarmente in appello (73 per cento), davanti al giudice di pace (73) e di fronte al giudice del lavoro (90) e si compensano le spese (ciascuna parte paga il proprio legale), neanche in questi casi l'avvocato dello Stato resta a bocca asciutta: l'amministrazione patrocinata paga comunque all'avvocatura la metà delle spese che il giudice avrebbe presumibilmente liquidato se la causa fosse stata vinta. E vai a capire perché.
Carissimi avvocati.
È comunque grazie a queste parcelle che si alimenta il famoso 'quadrimestre'. Soldi che potrebbero essere impiegati per risolvere i tanti problemi lamentati dall'Avvocatura, a cominciare dalla carenza di organico (piccolo dettaglio: questi legali hanno diritto a 50 giorni di ferie annue), e che finiscono invece nelle tasche degli avvocati in carica. Non senza sperequazioni. L'ammontare del quadrimestre è infatti ancorato agli introiti dei singoli distretti: l'80 per cento delle propine incamerate rimane in sede, il resto è distribuito tra le altre avvocature distrettuali. Può capitare così che i componenti delle piccole sedi possano arrivare a spartirsi i quadrimestri più ricchi.
Come è capitato nel 2006 a Messina dove sono piovuti onorari per 1 milione e mezzo di euro: essendo solo cinque gli avvocati del distretto, a ciascuno di loro sono andati in media 296 mila euro. Al secondo posto in graduatoria c'è Venezia con quasi 262 mila euro per avvocato; seguono Potenza con 247 mila, Bari con 244 mila e Lecce con 237 mila euro. Ultima la sede di Ancona, dove i legali hanno incassato circa 35 mila euro, mentre a Roma, la sede più importante, avvocati e procuratori dello Stato hanno ricevuto mediamente 91 mila euro che, ripartiti per progressione di carriera e anzianità di servizio, hanno comportato entrate di 103 mila euro per Claudio Linda; 92 mila per Vincenzo Nunziata e Ettore Figliolia; 90 mila per Pierluigi Umberto Di Palma, mentre poco meno, 89 mila euro, sono andati a Maurizio Greco e Massimo Massella Ducci Teri.
Governo ombra.
Stipendi e quadrimestre sono però solo le voci fisse delle entrate degli avvocati: professionisti pignoli che di recente hanno persino avviato una vertenza per vedersi riconoscere il buono pasto di 7 euro elargito ai comuni dipendenti pubblici. Il vero pozzo senza fondo dei loro guadagni sono gli incarichi extragiudiziari, a cominciare da quelli ministeriali. Scandagliando gli organici del governo Prodi si scopre che l'Avvocatura dello Stato è diventata ormai una sorta di governo ombra. I suoi legali sono dappertutto. E con compensi di assoluto riguardo che vanno a sommarsi naturalmente a stipendi e quadrimestri.
La delegazione più folta è a Palazzo Chigi: Carlo Sica, come vice segretario generale, riceve un compenso annuo di 110 mila euro; Ettore Figliolia, capo di gabinetto del vicepremier Francesco Rutelli, incassa 96 mila euro. Poi c'è la lista dei consulenti giuridici a cui vanno 16 mila euro: Maria Letizia Guida, Angelo Venturini, Paola Palmieri, Giulio Bacosi. Giacomo Aiello, consulente del dipartimento della Protezione civile e del commissario delegato all'emergenza rifiuti in Campania riceve invece un cachet di 80 mila euro. Al ministero degli Esteri spiccano Ivo Maria Braguglia capo del servizio contenzioso diplomatico (52 mila euro) e Diana Ranucci, consulente giuridico per "le esigenze dell'Unità di crisi"(30 mila); allo Sviluppo economico i consulenti Antonio Palatiello, Vincenzo Russo e Maurizio Greco (tutti per 20 mila euro); alle Comunicazioni compaiono invece il solito Nunziata come capo di gabinetto (115 mila) e il capo dell'ufficio legislativo Mario Antonio Scino (78 mila). Ancora: al ministero delle Politiche agricole Antonio Tallarida è capo ufficio legislativo (80 mila euro) e Attilio Barbieri consulente giuridico (30 mila); alle Infrastrutture, sempre come consulenti, ci sono Claudio Linda, Sergio Sabelli e Vittorio Cesaroni (tutti a 20 mila euro); alla Salute, Raffaele Tamiozzo (29 mila) è capo ufficio legislativo, mentre ai Beni culturali Gabriela Palmieri capo di gabinetto (105 mila euro), Francesca Quadri capo ufficio legislativo (70 mila) e Maurizio Fiorilli consulente (25 mila euro).
Ma gli orizzonti extragiudiziari degli avvocati non si limitano ai ministeri. Straripano negli organi di garanzia, agenzie, enti pubblici, commissariati, ospedali e università. Qualche caso tra i tanti. All'Autorità garante della concorrenza, presieduta dall'ex avvocato dello Stato Antonio Catricalà, Filippo Arena è consulente giuridico (26 mila euro); a quella per l'Energia elettrica e il gas Francesco Sclafani è responsabile della direzione legale (150 mila euro); all'Autorità portuale di Genova Giuseppe Novaresi (15 mila euro) è consulente giuridico ed è finito per questo indagato a causa di un parere sospetto fornito in una vicenda che, per turbativa d'asta, truffa e concussione, ha portato in carcere il presidente Giovanni Novi.
Ma la lista dei consulenti è ancora lunga: alla Camera c'è Ruggero Di Martino (50 mila), al Senato Federica Varrone (23 mila); all'agenzia delle Dogane Giuseppe Albenzio (25 mila); all'Agea Fabio Tortora, Giuseppe Cimino, e Paolo Marchini (tutti per 32 mila euro); alla Sace Alessandra Bruni (24 mila). Poi ci sono le Università, dove molti avvocati hanno incarichi di docenza anche se per poche migliaia di euro. Come consulenti giuridici, invece, incassano molto di più come capita a Messina (Giovanna Cuccia, 14 mila euro), Verona (Stefano Cerillo 27 mila), Lecce (Fernando Musio 25 mila) e Catanzaro (Giampiero Scaramuzzino, 20 mila). Neanche la lirica (Alessandro Bruni, 2.500 euro al Teatro dell'Opera di Roma) si salva nella corsa agli incarichi degli avvocati dello Stato. E nemmeno la Croce Rossa, dove Fabrizio Fedeli per prestare i suoi consigli riscuote 8 mila euro l'anno.
Arbitri d'oro.
Ma la voce più ricca, e anche la più discussa, tra quelle che fanno lievitare i compensi extra degli avvocati è sicuramente costituita dagli arbitrati, controversie nelle quali i membri del collegio giudicante vengono retribuiti in proporzione (solitamente dal 3 al 5 per cento) al valore della lite. Al pari dei consiglieri di Stato i membri dell'Avvocatura fanno la parte del leone nell'assegnazione di questi lodi. Con grande disappunto del ministro Antonio Di Pietro. La ragione? Vero che gli arbitrati evitano alle parti, generalmente amministrazioni statali e aziende private titolari di appalti pubblici,le lungaggini della giustizia civile, ma è altrettanto vero che nel 95 per cento dei casi lo Stato finisce per soccombere. E proprio di questo il leader dell'Italia dei valori si lamenta.
Ma che si vinca o si perda gli avvocati comunque ci guadagnano.
E bene. Come nel caso di Ivo Maria Braguglia, vice avvocato generale. Nei quattro anni (2004-2007) presi in considerazione da 'L'espresso' , proprio a lui spetta il record per un singolo arbitrato: 289 mila euro per una controversia tra il vecchio ministero dell'Industria e l'Icla costruzioni. Poco di più della parcella riconosciuta a Vincenzo Nunziata per l'arbitrato tra la società Calabria Ambiente e la presidenza del Consiglio: 252 mila euro. Solo che Nunziata finisce poi per surclassare Braguglia nell'intero periodo: grazie ad altre quattro parcelle arriva a compensi per almeno 800 mila euro. E siamo solo alla punta dell'iceberg. Nella classica degli arbitrati d'oro infatti se la cava benissimo Aldo Linguiti (altro vice avvocato generale) con i suoi 250 mila euro relativi al lodo Todini costruzioni-Anas, mentre a colpi di 120 mila euro a controversia seguono Ettore Figliolia (Marinelli-spa-Infrastrutture) e Francesca Quadri (Impresa Itinera-Anas).
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Avvocati-di-stato-e-di-portafoglio/2009331
FORAGGIAMENTO ALLA INFORMAZIONE
LA RAI: BARACCONE DI STATO
RAI, L'ORGIA DEL POTERE
Un esercito di 13.248 dipendenti. Più 43 mila collaboratori. E nuove assunzioni alle porte. Eppure la Rai compra quasi un quarto delle trasmissioni all'esterno. Radiografia della scandalosa gestione della televisione pubblica
Centoquattordici parrucchieri, 67 camerinisti, 66 arredatori, 61 falegnami, 18 costumisti, 12 meccanici, 34 consulenti musicali, 36 scenografi, un'orchestra leggera di 16 elementi (indipendente da quella sinfonica della Rai di Torino con 116 musicisti) che non viene utilizzata da anni. Più o meno 400 unità, retaggio dei decenni del monopolio (i formidabili anni 1950-80, quando la Rai realizzava tutto al suo interno) e che già da sole equivalgono all'intero organico di La 7-Mtv. Sono esempi limite del mare magnum della popolazione Rai. Messa sotto esame da un Comitato istruttorio per l'Amministrazione ultimato un mese fa, che rivela nero su bianco e in modo riservato lo stato dell'arte sulla 'Situazione dell'organico del gruppo Rai'. Con una raccomandazione pesante, senza troppi giri di parole: verificare addirittura "la capacità dei 'capi' di governare uomini e processi produttivi".
Tra contratti a tempo indeterminato (9.889 per la capogruppo, 11.250 in totale) e contratti a tempo determinato per esigenze di produzione e di gestione (1.998 in tutto), la cittadella Rai arriva a 13 mila e 248 abitanti. Quanto gli abitanti di Lavagna. Il doppio di quelli di Asolo. La metà di quelli di Enna. Senza considerare la montagna dei 43 mila contratti di collaborazione (da quello a Bruno Vespa all'ultimo figurante).
Più che un rapporto, è un vero e proprio censimento Rai. Una radiografia aritmetica della stratificazione elefantiaca della televisione di Stato, gravata da anni di blocchi, clientelismi, raccomandazioni. Un minuzioso elenco che snida figure antropologiche-spot, presenti, non si sa perché, soltanto in alcune sedi: un geometra, ma solo a Firenze; cinque annunciatori tra Bolzano, che ne ha tre, e Trieste, che ne ha due. E che mette in luce il 'peso' di alcune aree significative. Ventotto addetti alla segreteria del consiglio d'amministrazione, 49 alla Direzione generale (compresi i distaccati verso società del gruppo), 397 ai Servizi generali, 114 alla Pianificazione controllo, 142 all'Amministrazione e 133 all'Amministrazione e Abbonamenti, 679 alle Riprese pesanti, 252 alle Risorse umane con ben 21 alti dirigenti. Lo studio ci va giù duro: "Abnorme il numero delle strutture a diretto riporto dal Vertice. Duplicazioni di attività. Onerosa rete di controllo formale sulla cui efficacia è legittimo nutrire più di un dubbio. Eccessiva polverizzazione delle testate giornalistiche che non ha confronto con gli altri servizi pubblici europei".
Un organico monstre che, tra contratti a tempo indeterminato e determinato, abbraccia 1.771 giornalisti (di cui 54 sono vice direttori, quasi cinque per ognuna delle 11 testate), 931 programmisti-registi, 76 aiuti registi, 476 assistenti ai programmi. Solo la somma dei dipendenti di Rai Way, gestore degli impianti tv e radio (nata nel 2000, ha 648 addetti) e Sipra, la concessionaria di pubblicità, supera il migliaio di persone (1.405). Dislocate nel territorio, 22 squadre di riprese: un numero, si legge nel rapporto, che non ha pari in nessun broadcaster pubblico o privato in Europa. Non solo. Sempre più di frequente, notano gli analisti, le reti e le direzioni editoriali chiedono di assoldare e contrattualizzare altre società per l'acquisizione e la realizzazione di appalti. Nel 2007, secondo Cgil, i costi esterni sono arrivati a 1.327 milioni. Il Gran Moloch della tv pubblica non si sazia mai.
La nomenklatura radiofonica, programmi, Gr e Gr Parlamento, vale 754 anime. Rai Internazionale, ex International, diretta dal prodiano Piero Badaloni, successore del camerata Massimo Magliaro, ha 39 giornalisti assunti (e quasi altrettanti a tempo determinato), di cui ben 22 sono graduati e cinque hanno qualifica e stipendio di vice direttori. La rete 'dovrebbe' trasmettere il meglio dei programmi Rai nel mondo. Ma si pregia, invece, del record di proteste degli italiani residenti all'estero, inviperiti per l'impiego di materiale vecchio come il cucco. Persino a Capodanno, momento sacro anche per emigranti di lunga data, avidi di seguire i festeggiamenti in patria, il buon Badaloni e la sua squadra, evidentemente impegnati a stappare champagne altrove, hanno mandato in onda una vetusta registrazione, mantenendo così lo standard tradizionale di corale indignazione degli italioti in esilio. Eppure la rete vanta un organico di tutto rispetto: ben 152 persone. Quanto RaiDue (153). Poco meno di RaiTre (166). Un numero sorprendente visto che RaiUno, dicasi RaiUno, l'ammiraglia di viale Mazzini, ne ha 206.
Anche Rai News 24 diretta da Corradino Mineo non scherza con il suo organigramma di 122 persone, di cui 94 giornalisti. Solo dieci in meno di quelli del Tg5 di Mediaset. Il canale satellitare allnews rappresenta una risorsa nevralgica, anche per il futuro digitale. Ma lo share non brilla e nella sfida con l'aggressivo Tg24 di Sky (39 edizioni di telegiornali giornalieri seguitissimi, 141 giornalisti), in progressivo boom di ascolti, arranca. Anche nel paragone con gli altri tg, dove la stratificazione di personale è già degna di nota, come il Tg3 (104 giornalisti, in tutto 140 persone) o il Tg2 (126 giornalisti su 167 addetti), la squadra di Mineo appare più che consistente. Persino il Confronto dei confronti, cioè quello con la testata diretta da Gianni Riotta, la dice lunga. Il Tg1, primo telegiornale d'Italia, conta 136 giornalisti (su un totale di 180 persone). Solo 40 in più di Rai news.
Per non parlare dell'organico del Televideo firmato da Antonio Bagnardi: 96 persone a disposizione di cui 49 giornalisti. O di quello di Rai Parlamento, palma di platino per la più alta densità di graduati. Il direttore Giuliana Del Bufalo può pavoneggiarsi: su una squadra di 46 addetti, 26 sono giornalisti, e di questi, cinque sono capi redattori, tre vice, cinque capiservizio e altrettanti vice direttori. Uno di loro, l'ultimo arrivato, si fa per dire, è stato Giorgio Giovanetti, ex assistente di Angelo Maria Petroni, consigliere Rai in quota Forza Italia, alla sua prima nomina operativa grazie a Del Bufalo. E poi si favoleggia che le donne in carriera siano delle iene.
Il dettagliatissimo rapporto dimostra come nonostante i prepensionamenti a tutti i livelli, il popolo Rai non accenni a diminuire. Per forza. La televisione di Stato continua a essere sotto lo scacco della politica e dei partiti, che a ogni cambio di Palazzo Chigi si precipitano a chiedere le teste di direttori (e così giù per li rami) per inserire innesti nuovi, più organici all'ennesima colonizzazione. Difficile credere che la nuova classe al governo, di cui una buona parte bisognosa di farsi conoscere, possa fare a meno del potere esercitato sulla Rai (basti pensare a un partito radicato nel territorio come la Lega). E rinunciare all'influenza sui tg regionali, fondamentali postazioni per favori, clientele, assunzioni. I dati della Tgr diretta da Angela Buttiglione sono quasi pulp: 851 persone di cui 689 giornalisti. E il Coordinamento delle sedi regionali (che non si occupa dei centri di produzione sparsi per il paese) conta 656 dipendenti. È vero che la Rai è obbligata a dare voce alle 21 regioni, come notano a viale Mazzini. Ma 1.507 addetti rappresentano un numero più che pulp. Addirittura post-moderno.
Lo studio è il manifesto numerico di un modello politico e ideologico. Il piano industriale presentato dall'attuale Direzione generale aveva definito economie, tagli e prepensionamenti. Ma il Gran Moloch Rai ha reagito immediatamente. Il fenomenale format organizzativo del carrozzone è arduo da cambiare. Difficile modificare un giacimento di Stato, aureo per i partiti, alimentato pure dal lascito feudale di poter tramandare il proprio posto fisso ai diletti parenti. Anche le molte cause di lavoro perse fanno la loro parte: mille quelle in corso, 100 mila euro il costo medio di ognuna, 150 circa l'anno quelle in cui la Rai viene sconfitta (15 milioni di euro circa tra avvocati e risarcimenti). Motivi? Soprattutto il reintegro delle funzioni, (prima causa, gli strali politici) e i riconoscimenti del lavoro precario, vero motore propulsivo e produttivo dell'azienda che deve a questa forza buona parte della messa in onda dei programmi.
Eppure la Direzione produzione Rai conta 3 mila 851 persone. Una cifra da sballo. Un numero da capogiro visto che è quasi pari al totale dei dipendenti del Gruppo Mediaset. Infatti, la forza lavoro del Biscione berlusconiano arriva a 4 mila e 635 unità, di cui 4 mila e 506 a tempo indeterminato. Nonostante la mole del personale (che, secondo le previsioni, entro il 2009, è destinato ad aumentare di altre 1732 unità, se non ci saranno nuove soluzioni gestionali e sindacali), il 22 per cento delle produzioni della televisione di Stato è affidato all'esterno.
Nelle conclusioni, gli analisti sottolineano come, nel mercato della comunicazione, il servizio pubblico si giustifichi soltanto se è produttore di contenuti. E se riesce a far crescere al suo interno dei centri di eccellenza creativa. E insistono nella necessità di una pianificazione strategica con regole aziendali rigide "che impongano alle direzioni editoriali di saturare prioritariamente le risorse interne. E di verificare, vista la significativa dimensione d'organico, con una doverosa, attenta ricognizione, la loro affidabilità professionale e la capacità dei 'capi', a ogni livello di responsabilità, di governare uomini e processi produttivi".
Un bel fendente ai vertici passati, presenti e futuri. Ma sarà improbabile che i dirigenti che arriveranno, benedetti dalla neo maggioranza al governo, seguano questa direttiva. Anche per loro, la Rai sarà terra di conquista, di promozioni, di poltrone da moltiplicare. Con buona pace di centinaia di precari, da anni in attesa di una sanatoria meritoria, alcuni con decenni di prestazioni. Ora devono fronteggiare anche il blocco dei contratti predisposto dall'azienda e causato della nuova disciplina del lavoro sui contratti a termine.
Le norme prevedono l'assunzione a tempo indeterminato per chi abbia superato i 36 mesi di impiego, comprensivi di proroghe e rinnovi (prima gli intervalli tra un contratto e l'altro la evitavano). Il 31 dicembre 2007, mille e 185 unità, tra quadri, impiegati e operai avevano già maturato i tre anni. A fine febbraio 2008, invece, avevano toccato il traguardo 162 giornalisti. I precari, forza non fannullona, che fa il lavoro di centinaia e centinaia di dipendenti della tv pubblica, minacciano scioperi che potrebbero davvero bloccare una parte significativa dei palinsesti. Ma, visto l'organigramma monstre dell'azienda, per loro c'è poco da sperare. Per potenti e per raccomandati, c'è sempre Mamma Rai. Per gli altri, la Rai è solo matrigna.


http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Rai-lorgia-del-potere/2025919&ref=hpstr1
NEPOTISMO E CLIENTELISMO
La Rai non è soggetta a interferenze politiche. Va detto. E’ invece un ambiente familiare di figli, padri, cugine, cognati e nuore. Impermeabile ai partiti. Un blocco di relazioni indistruttibile che sopravvive a qualunque governo. Con matrimoni combinati sin dalla nascita tra i figli di capostrutture e di programmisti. Una difesa naturale dall’ingerenza della politica e anche della libera informazione. Una riaffermazione dei valori della famiglia e dell’impiego statale. L’elenco che pubblico è in rete da tempo. E’ probabile che sia incompleto o in parte superato. E che tra relazioni affettuose e accoppiamenti dei circa 11.000 dipendenti del gruppo, all’interno e all’esterno della struttura, il numero dei figli di, nipoti di, cognati di, sia proliferato. Un po’ come avviene nelle conigliere.
Figli (f):
Tinni Andreatta, responsabile fiction di Raiuno, (f) dell'ex ministro dc
Beniamino. Natalia Augias, Gr, (f) del giornalista e scrittore Corrado.
Gianfranco Agus, inviato, (f) dell'attore Gianni. Roberto Averardi, Gr, (f) di
Giuseppe, ex deputato Psdi. Francesca Barzini, Tg3, (f) dello scrittore e
giornalista Luigi junior. Bianca Berlinguer, conduttrice del Tg3, (f) di Enrico,
segretario del Pci. Barbara Boncompagni, autrice, (f) di Gianni. Claudio Cappon,
direttore generale, (f) di Giorgio, ex direttore generale dell'Imi. Antonio De
Martino, Gr, (f) dell'ex ministro socialista Francesco. Antonio Di Bella,
direttore Tg3, (f) di Franco, ex direttore del "Corriere della Sera".
Claudio Donat-Cattin, capostruttura Raiuno, (f) dell'ex ministro democristiano
Carlo. Jessica Japino, programmista regista delle edizioni di "Carramba",
(f) di Sergio. Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema e
responsabile della Divisione Uno, (f) dell'ex presidente della Repubblica
Giovanni. Marina Letta, contrattista a tempo determinato, (f) di Gianni,
sottosegretario alla Presidenza a Palazzo Chigi. Pietro Mancini, Gr, (f) del
socialista Giacomo. Maurizio Martinelli,Tg2, (f) del giornalista Roberto.
Stefania Pennacchini, Relazioni istituzionali Rai, (f) di Erminio, ex
sottosegretario Dc. Claudia Piga, Tg1, (f) dell'ex ministro dc, Franco.
Francesco Pionati, notista politico del Tg1, (f) dell'ex sindaco di Avellino.
Alessandra Rauti, redattore del Gr, (f) di Pino, segretario del Movimento
Sociale-Fiamma Tricolore. Silvia Ronchey, autrice e conduttrice di programmi,
(f) di Alberto, ex ministro dell'Ulivo ed ex presidente di Rcs. Paolo Ruffini,
direttore Gr, nipote del cardinale e (f) di Attilio, ex deputato e ministro dc.
Sara Scalia, capostruttura di Raidue, (f) della giornalista Miriam Mafai.
Maurizio Scelba, Tg1, (f) di Tanino, ex portavoce del presidente della
Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Mariano Squillante, ex corrispondente da
Londra, poi a RaiNews 24, (f) dell'ex giudice Renato. Giovanna Tatò, Raitre,
(f) di Tonino, consigliere di Enrico Berlinguer. Carlotta Tedeschi, Gr, (f) di
Mario, senatore Msi. Daniel Toaff, capostruttura e autore della ‘Vita in
diretta’, (f) dell 'ex rabbino di Roma, Elio. Stefano Vicario, regista di
Giorgio Panariello, (f) del regista cinematografico Marco. Stefano Ziantoni Tg1
(f) dell' ex presidente dc della Provincia di Roma Violenzio. Rossella Alimenti,
Tg1, (f) di Dante, ex vaticanista Rai. Paola Bernabei, Ufficio stampa, (f)
dell'ex direttore generale della Rai, Ettore, proprietario della società di
produzione Lux. Giovanna Botteri, Tg3, (f) di Guido, ex direttore sede Trieste
Rai. Manuela De Luca, conduttrice Tg1, (f) di Willy, ex direttore generale Rai.
Giampiero Di Schiena, Tg1, (f) di Luca, ex direttore dc del Tg3. Annalisa
Guglielmi, sede Rai di Milano, (f) di Angelo Guglielmi, ex direttore di Raitre.
Piero Marrazzo, conduttore di ‘Mi manda Raitre’, (f) dello scomparso
giornalista Giò. Simonetta Martellini, Raiuno, (f) di Nando, radiocronista
sportivo. Luca Milano, dell' ufficio contratti, (f) di Emanuele, ex direttore
Tg1 ed ex vice direttore generale. Barbara Modesti, Tg1, (f) dell'annunciatrice
Gabriella Farinon e del regista Rai Dore. Monica Petacco,Tg2, (f) di Arrigo,
storico e consulente di programmi Rai. Andrea Rispoli, Raidue, (f) del
conduttore Luciano, ex Rai. Fiammetta Rossi, Tg3, (f) di Nerino, ex direttore
del Gr2, e moglie del ex segretario dell'Usigrai, Giorgio Balzoni, caporedattore
al politico del Tg1. Cecilia Valmarana, (f) di Paolo, uno dei padri del cinema
coprodotto dalla Rai, nella struttura di RaiCinema. Paolo Zefferi, (f) di Ezio,
giornalista, è a Rainews 24.
Fratelli (fr) e sorelle (s):
Angela Buttiglione, direttore dei Servizi Parlamentari, (s) di Rocco, segretario
del Cdu. Nicola Cariglia, sede Rai di Firenze, (fr) di Antonio, ex segretario
del Psdi. Silvio Giulietti, telecineoperatore nella sede Rai di Venezia, (fr) di
Giuseppe, uomo Rai e Usigrai, ex responsabile dell'informazione dei Ds. Max
Gusberti, vice di Stefano Munafò a Raifiction, (fr) di Simona, capostruttura di
Raidue. Sandro Marini, Tg3, (fr) di Franco, ex segretario del Ppi. Giampiero
Raveggi, capostruttura di Raiuno, (fr) dell'ideatore del programma
"Odeon" Emilio Ravel (nome d'arte). Antonio Sottile, programmista
regista di "Linea Verde'', (fr) di Salvo, portavoce di Gianfranco Fini.
Maria Zanda, capo della segreteria di Roberto Zaccaria, (s) di Luigi, ex
responsabile dell'Agenzia del Giubileo.
Mogli e mariti (m):
Milva Andriolli, sede Rai di Venezia, è l'ex (m) di Silvio Giulietti, fratello
di Giuseppe. Anna Maria Callini, dirigente alla segreteria di Raidue, (m) di
Gianfranco Comanducci, vice direttore della Divisione Uno. Roberta Carlotto,
direttore Radiotre, (m) dell'ex esponente Pci Alfredo Reichlin. Sandra Cimarelli,
Palinsesto Raidue, (m) di Franco Modugno, direttore dei Servizi immobiliari Rai.
Antonella Del Prino, collaboratrice a "La vita in diretta", (m) del
giornalista Oscar Orefice. Simona Ercolani, autrice di programmi Rai, (m) del
giornalista Fabrizio Rondolino, ex portavoce di Massimo D'Alema. Paola Ferrari,
conduttrice, (m) di Marco De Benedetti. Anna Fraschetti, vice del capo ufficio
stampa Bepi Nava, (m) di Mario Colangeli, vice direttore Tg3 e sorella di
Luciano, quirinalista Tg3. Giovanna Genovese, compagna di Sergio Silva, padre
della ‘Piovra’ è delegata alla produzione. Ginevra Giannetti, consulente
Rai International, (m) di Altero Matteoli, ministro dell'Ambiente, An. Giuseppe
Grandinetti, Gr, (m) della senatrice verde Loredana De Petris. Francesca Manuti,
produttrice di "Sereno variabile" di Raidue, (m) di Paolo Carmignani,
vicedirettore Raidue. Lucia Restivo, capo struttura Raidue, (m) di Sergio
Valzania, direttore Radiodue. Anna Scalfati, Tg1, conduttrice di programmi, (m)
di Giuseppe Sangiorgi, membro dell'Authority ed ex portavoce di De Mita.
Cristina Tarantelli, Servizi Parlamentari, (m) di Carlo Brienza, RaiSport.
Daniela Vergara, anchorwoman del Tg2, (m) del conduttore Luca Giurato.
Nipoti (n), cognati (c) e vari:
Ferdinando Andreatta, dirigente di Rai- Way, (n) di Nino. Guido Barendson,
conduttore Tg2, (n) di Maurizio. Aldo Mancino, dirigente RaiWay (n) dell'ex
presidente del Senato, Nicola. Giuseppe Saccà, (n) di Agostino, direttore di
Raiuno, nell'orchestra del programma di Raiuno ‘Torno sabato-La lotteria'.
Adriana Giannuzzi, ufficio Diritti d'autore, (c) dell'ex senatore ed ex membro
del Csm Ernesto Stajano e moglie del vicedirettore della Divisione Due Luigi
Ferrari. Alfonso Marrazzo, Tg2, cugino di Piero. Marco Ravaglioli, Tg1, marito
di Serena Andreotti, figlia di Giulio. Tommaso Ricci, Tg2, (c) di Angela e Rocco
Buttiglione. Carlotta Riccio, regista, (c) di Claudio Cappon direttore generale
Rai. Luigi Rocchi, dirigente area Business&development, genero di Biagio
Agnes. Laura Terzani,Tg3, nuora di Antonio Ghirelli.
Da www.beppegrillo.it del 8 settembre 2006
90 MILIONI DI EURO PER LA TV PRIVATA
LO STUDIO SUI BILANCI DELLE TV LOCALI
Di seguito vengono sintetizzati brevemente i dati che emergono dallo studio, disponibile, oltre che sul sito FRT, presso gli Uffici della Federazione.
Soggetti operanti. Le emittenti operanti risultano essere 584 di cui 115 comunitarie e 469 commerciali gestite da 427 società di capitali. I bilanci analizzati coprono il 95% delle emittenti televisive locali commerciali effettivamente operanti e, in più della metà delle regioni la ricerca comprende il 100% dei soggetti.
Patrimonio netto: delle 398 società soltanto 157 hanno un patrimonio netto superiore a 500.000 euro e solo 121 riescono a coprire con il patrimonio netto il 50% delle attività e degli investimenti. Ben 58 emittenti sono sotto il limite dei 154.937 euro (corrispondenti ai 300 milioni di lire previsto dalla legge): un dato che dovrebbe interessare il Ministero e l'Autorità.
Ricavi: sono costituiti per il 78% da pubblicità. Il fatturato relativo risulta pari a 453 milioni di euro (1.138.000 in media per società) e corrisponde alla quasi totalità del mercato locale, pari all’11% del totale della pubblicità del settore televisivo. Solo 124 delle società esaminate superano il milione di euro mentre 274 società (il 68,84% delle società esaminate) hanno entrate inferiore a tale somma.
Lavoro dipendente: la spesa del personale dipendente è stata, durante il 2005, di 137,8 milioni di euro, pari al 23,62% del totale dei ricavi. Lo studio relativo al lavoro dipendente, corredato da un raffronto con le emittenti nazionali da cui risulta che i 4.595 occupati nelle tv locali rappresentano il 40,62% del totale degli addetti operanti nel settore televisivo privato italiano, è stato oggetto di un’analisi particolareggiata che presenta, regione per regione, i dati sull'incidenza percentuale del costo del lavoro sui ricavi, il numero totale e la media dei dipendenti. Dall'analisi dei dati emerge che il 71% del totale degli occupati è alle dipendenze delle prime 124 società che fatturano più di un milione di euro e che il numero dei dipendenti in Lombardia é doppio rispetto a quello delle altre regioni.
Costi di produzione: i costi per le attività prettamente televisive (escluse le spese per personale e ammortamenti) sono pari a 381 milioni di euro e rappresentano il 65% dei ricavi totali delle società oggetto della ricerca.
Risultato d'esercizio: 230 società hanno registrato utili di esercizio per un totale di 59 milioni di euro, mentre 168 società hanno registrato perdite pari a 24 milioni.
Raffronto anni 2000/2005: vengono riportati e confrontati i dati relativi al fatturato pubblicitario e ai risultati di esercizio dal 2000 al 2005, da cui emerge che nel corso degli anni il settore ha mostrato segni di miglioramento nei risultati di esercizio, soprattutto in quelle emittenti che godono di un fatturato superiore alla media. Nel biennio 2004/2005, come già era avvenuto nel 2003, si riscontra una progressiva crescita del fatturato pubblicitario e un incremento della voce “ricavi provenienti da altre attività” dovuto all’erogazione dei contributi alle emittenti da parte dello Stato. Inoltre il numero di società che registrano utili di esercizio è maggiore rispetto a quelle in perdita.
Le concessioni: la ricerca illustra il percorso storico delle diverse concessioni e/o autorizzazioni a trasmettere alle tv locali sin dalla prima scadenza fissata nel 1990 dalla Legge Mammì . Una tabella presenta, divise per regioni e per tipologie, commerciali e comunitarie, un raffronto a distanza di dieci anni tra il primo elenco del Ministero nel 1995 e l’ultimo del 2005 con il prolungamento delle concessioni in tecnica analogica.
I contributi pubblici: le misure di sostegno corrisposte dalle Stato sin dal 1999 alle tv locali sono corredate da un grafico che evidenzia come nel corso degli anni e con le diverse leggi finanziarie i contributi siano passati da circa 12 a 90 milioni di euro, assumendo un rilievo significativo nei bilanci delle imprese e contribuendo a un sensibile aumento dell’occupazione.
http://www.frt.it/dettaglio_news.php?id=958
1 MILIARDO DI EURO PER I GIORNALI
LA CASTA DEI GIORNALI. I CONTRIBUTI ALLA STAMPA
Il libro fa luce sul denaro pubblico, all’incirca 700 milioni di euro, che finisce nelle casse di grandi gruppi editoriali, giornali e organi di partito. Un’elargizione che non fa distinzione di partito o area politica. La Casta dei giornali, edito da Stampa alternativa-Eri Rai, ripercorre la storia di questa vicenda che trova origine, addirittura, nel ventennio fascista. L’autore, in questa intervista, ci racconta i punti più scandalosi dell’inchiesta.
Un fiume di denaro pubblico arriva ai giornali italiani, anche se appartenenti a società quotate in Borsa. Si tratta proprio di un fiume di denaro, sottratto alle disastrate finanze statali, mentre si applica un prelievo fiscale da lacrime e sangue, e si tagliano servizi e pensioni. Con le due ultime Finanziarie, l’esborso statale ufficiale in applicazione della sola “legge per l’editoria” sarebbe passato da 600 a 450 milioni. E con la Finanziaria in discussione in questi giorni si andrebbe ad un ulteriore taglio dell’esborso. Preannunciato in un primo tempo nell’ordine del 7%, esso alla fine sarà forse meno severo.
Ma, al di là della ufficialità e delle buone intenzioni del governo in carica, resta il dato storico: lo Stato italiano finanzia generosamente i giornali italiani – grandi e piccoli, quotati in borsa e di partito, di cooperative e di “movimenti” fantasma, di finte cooperative e di imprese truffaldine – insieme a periodici, agenzie di stampa e radio e televisioni locali. Un fiume di contributi, provvidenze e agevolazioni tariffarie con una portata fra i 700 e i 1.000 milioni di euro in un anno. 700 è la cifra che in un solo anno ha effettivamente richiesto l’applicazione della legge per l’editoria. Di circa 1.000 (di meno? di più? Non si sa) si può parlare se si tiene conto delle convenzioni e dei contributi elargiti dai singoli ministeri, regioni, ecc.
Come avviene questo finanziamento?
La parte più cospicua delle provvidenze se ne va in “contributi indiretti”: agevolazioni postali (228 milioni nel 2004), rimborsi per l’acquisto della carta (per fortuna aboliti nel 2005), agevolazioni telefoniche, elettriche, ecc. Contributi che premiano in particolare i grandi gruppi editoriali con molte testate, alte tirature e ampi organici. Così la Rcs è arrivata in un anno a prendere 23 milioni, la Mondadori 19 per le poste e 10 per la carta, Il Sole-24 Ore 19, la Repubblica-Espresso 16, l’Avvenire 10…
È vero che Libero, un giornale molto attento sugli sprechi di denaro pubblico, ha incassato cinque milioni di euro come organo del “Movimento monarchico italiano”?
Sono molti i giornali liberisti o comunque molto severi sui “costi della politica” e sull’assistenzialismo pubblico – dal Corriere della Sera a ItaliaOggi, dal Sole-24 Ore al Riformista, dal Foglio a Libero – che incamerano le provvidenze statali per l’editoria. Il giornale di Vittorio Feltri incassava 5 milioni di euro già sul 2003 quale organo di quel sedicente movimento. Come peraltro la testata di Giuliano Ferrara si portava a casa 3,4 milioni come organo della “Convenzione per la giustizia”. Così come altre testate minori: l’Opinione della Libertà, organo del “Movimento della Libertà per le garanzie e i diritti civili” (1,7 milioni); il Roma del “Movimento mediterraneo”, Il Giornale d’Italia del “Movimento pensionati”, ecc.
Dal 2004, però, questo trucco è stato neutralizzato. A parole. Nei fatti, Libero e i suoi confratelli organi di movimento hanno continuato a prendere quattrini in quanto trasformatisi in “cooperativa”. Cooperativa editoriale nella quale non è ovviamente richiesto una maggioranza di cooperatori giornalisti (requisito finalmente introdotto nel disegno di legge approvato nei giorni scorsi dal governo-Prodi e che ora sarà discusso in Parlamento). Nel 2004 il contributo a Libero – che nel frattempo dovrebbe essersi trasformato in “Fondazione” (presumibilmente per neutralizzare gli effetti della preannunciata stretta sulle cooperative “editoriali” e con l’intenzione di continuare ad accedere ai contributi con le stesse modalità dell’Avvenire, proprietà della Conferenza Episcopale Italiana) - risulta di poco meno di 6 milioni.
Ha un nome e un numero la legge che consente questo genere di finanziamenti?
Le provvidenze per l’editoria sono elargite sulla base di una serie di leggi, provvedimenti, finanziarie, circolari e decreti sovrappostisi nel tempo senza alcuna logica e coerenza, nemmeno giuridica. Una stratificazione normativa di complicata applicazione e di difficile lettura. Un autentico ginepraio. Solo nel testo degli ultimi contributi ufficializzati, sono citate ben dodici fonti legislative.
Questi contributi pubblici sono compatibili con la normativa europea, che vieta gli aiuti di Stato?
Non sono un esperto di diritto europeo. Credo che effettivamente il sistema delle provvidenze per l’editoria presenti profili di illegittimità per quello che riguarda l’intervento dello Stato nel mercato e, in particolare, per le regole e i principi della libera concorrenza. L’intervento pubblico nel campo dell’informazione – nelle proporzioni e con le modalità acquisite in Italia – costituisce un caso clamoroso di dilapidazione delle risorse pubbliche, di distorsione del mercato e di manipolazione della circolazione delle idee e della vita politica e democratica. Confesso che mi chiedo ancora come, dall’Europa, non sia mai arrivato alcun richiamo o sanzione al nostro paese.
Il modello dell’intervento pubblico all’editoria ha avuto origine nel ventennio fascista ed è sopravissuto in epoca repubblica. Perché?
In effetti, il modello si è evoluto - praticamente senza soluzione di continuità - più sul piano quantitativo che su quello qualitativo. In origine, si trattava di corrompere e di reclutare, in via del tutto riservata, singoli giornalisti e testate. Poi si è cominciato con il contributo ufficiale e “a pioggia” per la carta.
Infine, diciamo negli ultimi venticinque anni, si è dato vita ad un accumulo progressivo di norme mirate su aspettative e favori specifici (riservati agli “amici degli amici”), ma diventate inevitabilmente per tutti, a pioggia. E più norme ad personam si confezionavano, più la platea dei profittatori – anche non previsti – si ampliava. Sino a raggiungere le attuali, mostruose dimensioni, per tacere delle modalità per molti aspetti addirittura truffaldine.
Numerosi editori utilizzano il cosiddetto “panino”, ovvero paghi un giornale per acquistarne due. È un’iniziativa promozionale oppure c’è qualche altro motivo?
Se è per questo, è sempre più diffusa anche la “promozione” attraverso la distribuzione gratuita dei giornali. Li trovi sempre più spesso: in aereo, negli alberghi, nelle sale d’aspetto, nelle banche, persino per strada. Si tratta di iniziative molto sfaccettate alle quali concorrono, a seconda dei casi e in diversa misura, vari fattori. Ragioni autenticamente promozionali e la ricerca di un aumento, anche fittizio, di diffusione da far valere sul mercato pubblicitario valgono soprattutto per i grandi giornali. Ma una delle ricadute più sciagurate delle provvidenze per l’editoria, specie a livello di piccole testate (e di testate-fantasma), è proprio questa: più stampi e più contributi prendi. Un caso ormai proverbiale è quello di Europa, organo della Margherita: vende sotto le cinquemila copie ma per conquistare i suoi 3,7 milioni di euro è costretta a stamparne trentamila.
Una stampa, un’editoria, tenute al cappio, attraverso i soldi pubblici, dal potere politico quanto possono essere indipendenti e liberi?
Questo è il cuore del problema: una stampa finanziata è inevitabilmente una stampa non indipendente. Comunque una stampa che ha relazioni opache col potere politico, che quei finanziamenti decide. Un problema dalle conseguenze solo attenuate nel caso di grandi giornali che, in florido attivo, del contributo statale potrebbero fare a meno. E che, ormai, sono diventati in qualche caso un potere talmente forte che può imporre a una classe politica in crisi e a istituzioni indebolite di non intaccare quella rendita economica. Nel caso dei piccoli giornali, è indiscutibile: dipendono da quei contributi e quindi dai rapporti che riescono a mantenere con questo o quel pezzo del potere politico.
Come un cittadino può sapere a chi sono erogati i contributi all’editoria?
Basta collegarsi, su Internet, al sito www.governo.it e andare a vedere nel settore riservato al dipartimento per l’Informazione e l’Editoria.
Nei paesi maggiormente industrializzati esiste un sistema analogo?
Mi risulta che esistano pratiche analoghe, ma non con le nostre modalità (accentuatamente assistenziali, clientelari e truffaldine) e non nelle nostre dimensioni economiche. Inevitabilmente, anche su questo terreno – come complessivamente per i “costi della politica” – l’Italia è un paese, diciamo così, anomalo.
L’aiuto statale non è una garanzia alla libertà di stampa, nel senso di consentire a tutti di poter esprimere le proprie idee?
Indubbiamente, la libertà di mercato è una strana libertà che va tutelata con interventi animati da interessi pubblici. Questo vale anche e soprattutto nell’informazione e nella comunicazione – settori produttivi democraticamente molto sensibili - investiti negli ultimi decenni da una forte tendenza alla concentrazione (anche pubblicitaria) e all’omologazione, Perciò vanno incoraggiate e incentivate le nuove iniziative, l’innovazione, la concorrenza, le cooperative, l’informazione locale e indipendente. In questi settori promuovere al massimo il ventaglio dell’offerta merceologica significa promuovere il pluralismo e quindi la democrazia.
Ma, come peraltro negli altri settori produttivi e merceologici, non bisogna esagerare e seguire alcune modalità anziché altre. Si dovrebbe, ad esempio, favorire (con contributi e agevolazioni) la nascita di nuovi giornali e poi, dopo un certo periodo, consentire che vadano avanti con le proprie gambe. Le attuali provvidenze, al contrario, arrivano solo a giornali pubblicati da almeno cinque anni e poi, di fatto, non vengono più tolte. E agevolano la potenza e prepotenza dei grandi gruppi editoriali, che stanno letteralmente desertificando l’area dell’editoria regionale, minore e indipendente.
Gli editori italiani non sono quasi mai editori puri, ma hanno interessi in altre attività. Come fanno i giornalisti a difendere l’informazione da questi interessi?
Bella domanda! La tutela dell’indipendenza dell’informazione può essere perseguita, in teoria, a tre livelli: le condizioni materiali di indipendenza e autonomia della professione (e delle aziende); una forte e non corporativa organizzazione sindacale; l’onestà intellettuale, il coraggio e le capacità professionali del singolo giornalista. Il fatto che, salvo pochi esempi che si contano sulla punta delle dita di una sola mano, in Italia non esistano editori puri di giornali – o meglio, che non siano mai esistiti – ha avuto e ha conseguenze strutturali devastanti su tutti e tre i livelli.
In Italia non esiste un vero e proprio mercato dell’informazione: perciò non esistono editori puri e non esiste una cultura professionale “di mercato”. Bisogna chiedersi, prima ancora di come possano fare i giornalisti a difendersi dagli interessi extra-editoriali degli editori, cosa si debba fare per avviare da qualche parte un meccanismo virtuoso che introduca pur progressivamente una vera logica di mercato e di pluralismo nel nostro settore. E qui l’intervista potrebbe ricominciare.
(Questa intervista è stata pubblicata su Virgilio Notizie il 15 ottobre 2007.)
La casta dei giornali - Così l’editoria italiana è stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici di Beppe Lopez, Collana Eretica, 208 pagine
http://www.stampalternativa.it/wordpress/2007/10/17/la-casta-dei-giornali-i-contributi-alla-stampa/
Soldi rubati al popolo. Lo Stato finanzia tutta la stampa del regime.
Ai quotidiani e periodici ex organi di movimenti politici o editi da cooperative oltre 190 milioni di euro all'anno: "L'unita'" (DS): 6.817.231; "Liberazione" (PRC): 3.718.490; "La Rinascita" (PdCI): 907.314
Grazie alle modifiche apportate dalla Finanziaria 2006 alle leggi 416 del 5 agosto 1981 (che disciplina le imprese editrici di quotidiani e periodici e ha istituito il contributo statale per i giornali di partito per salvarli dal fallimento); alla 67 del 25 febbraio 1987 (a favore dei giornali organi di movimenti politici che vantino almeno due deputati eletti in parlamento); alla 250 del 1990 (che regola la spartizione del finanziamento pubblico da parte dello Stato alla stampa e l'editoria dei partiti) e alla legge 388 del 2000 a favore di "quotidiani, già organi di movimenti politici, editi da cooperative costituite entro il 30 novembre 2001", tutte le imprese radiotelevisive, editrici di libri, periodici e le testate giornalistiche registrate come organo di partito edite da cooperative o appoggiate da due parlamentari o da un eurodeputato, si apprestano a prendere parte al lauto banchetto per la spartizione dei 667 milioni di euro (oltre 1.200 miliardi di lire) che ogni anno lo Stato ruba al popolo per finanziare tutta la stampa e mass media sia della destra che della "sinistra" del regime.
La torta è ripartita in 4 fette: la prima, poco meno di 28 milioni di euro è riservata ai giornali ufficialmente registrati come organi di movimento politico; la seconda, 31,4 milioni, se li spartiranno gli ex organi di movimenti politici editi da cooperative costituite entro il 30 novembre 2001; la terza fetta di quasi 89,5 milioni di euro va ai quotidiani e periodici editi da cooperative di giornalisti o da società la cui maggioranza del capitale sociale è detenuta da cooperative nonché quotidiani italiani editi e diffusi all'estero e giornali in lingua di confine; il resto, circa 12 milioni di euro vanno ai giornali politici e delle minoranze linguistiche; alle testate edite da cooperative editoriali; alle testate per i non vedenti; alla stampa italiana all'estero: giornali italiani pubblicati e diffusi all'estero; pubblicazioni edite in Italia e diffuse prevalentemente all'estero; e ai quotidiani teletrasmessi all'estero.
A ciò si aggiungono: i contributi per il credito d'imposta per l'anno fiscale 2004 pari al 10% della spesa complessiva per l'acquisto della carta; contributi per l'anno 2004 per le compensazioni a Poste Italiane Spa per le tariffe speciali applicate alle spedizioni editoriali; i finanziamenti concessi alle imprese editoriali (ex legge 62/2001) per il credito agevolato e per il credito d'imposta in relazione agli investimenti fissi di ristrutturazione e ammodernamento della capacità produttiva (in corso di elaborazione); i fondi per la riqualificazione e la mobilità dei giornalisti; i contributi alle imprese radiofoniche "libere" e a quelle ufficialmente registrate come organi di movimento politici erogati ai sensi dell'art. 4 della legge n. 250/1990; i rimborsi alle imprese radiofoniche a carattere locale per le spese per abbonamento alle agenzie di informazione ai sensi dell'art. 7 della legge n. 250/1990; i rimborsi delle spese per abbonamento ai servizi delle agenzie di informazione erogati ai sensi dell'art. 8 della legge n. 250/1990 e i rimborsi alle televisioni locali delle spese per l'abbonamento ai servizi forniti dalle agenzie di informazione erogati ai sensi dell'articolo 7 della legge n. 422 del 1993.
Insomma, ce n'è per tutti, ivi compresi i ricchi e potenti quotidiani di più larga diffusione nazionale a cominciare da "La Repubblica", "Corriere della Sera", "Il Sole-24 ore" "La Stampa" e "Messaggero" a cui lo Stato rimborsa una parte dei costi per l'acquisto della carta, le spese per le spedizioni e gli abbonamenti alle agenzie di stampa, fino alle testate dei maggiori partiti politici. E tutti, dai radicali (che per i servizi di "Radio radicale" intascano oltre 4.132 mila euro all'anno) alla Fiamma tricolore, da "Liberazione" all'organo del PdCI "La Rinascita", da "La Padania" fino agli ultraliberisti de "Il Foglio" di Giuliano Ferrara e "Libero" di Vittorio Feltri che quotidianamente si scagliano contro lo "Stato assistenzialista" ed esaltano la "libera impresa", avranno la loro bella fetta di finanziamento pubblico. Basti pensare che pur di incassare il malloppo questi campioni del liberalismo sarebbero disposti a fare carte false: "Il Foglio" ad esempio per ottenere i suoi 3,5 milioni di euro all'anno di contributi pubblici è stato il primo a usare il "trucco" dei due parlamentari diventando il giornale della misconosciuta Convenzione per la giustizia (due parlamentari, il minimo chiesto dalla legge), mentre "Libero" addirittura è diventato l'organo del Movimento monarchico nazionale e grazie a ciò incassa oltre 5,3 milioni di euro all'anno. Con questo "trucco", come lo ha definito lo stesso Giuliano Ferrara, anche "Il Borghese", di cui Feltri è stato direttore, e "Il Riformista" finanziato dall'ex braccio destro di D'Alema, Claudio Velardi, e diretto dall’ex del PCI Paolo Franchi (ora senatore della Margherita), che si è agganciato alla rivista di Macaluso, "Le ragioni del socialismo", hanno "diritto" alla loro bella fetta di finanziamento pubblico, che ammonta rispettivamente a 2,5 e 2,179 milioni di euro a testa all'anno.
La cosa ancora più scandalosa riguarda i criteri in base ai quali questa mega torta viene spartita.
La legge prevede infatti che il contributo statale venga erogato in proporzione ai costi e alla tiratura del giornale.
Dunque più copie stampi più aumenta il contributo. C'è un solo limite: bisogna che la testata venda almeno il 25% della tiratura. Ma questo non è un problema perché molte testate vendono sottocosto, regalano o addirittura scaricano alle fermate degli autobus e delle metropolitane decine di migliaia di copie che fanno figurare come vendute.
Prendiamo per esempio "Opinione delle libertà" che, insieme a "Libero" e "La Padania" sono sotto causa per aver diffamato il PMLI definendo i suoi militanti filo terroristi e fiancheggiatori di Al Qaeda, e come dice il suo direttore Arturo Diaconale, è agganciato "ai parlamentari di cultura liberale, riformista che sono stati eletti dentro Forza Italia". La sua tiratura è di 30.000 copie, perciò se vuole i soldi pubblici ne deve vendere almeno 7.500. Ma non ce la fa. Allora per fare numero vende sottocosto a 10 centesimi.
Perciò risulta che ci sono decine di testate che non vanno nemmeno in edicola, non vendono nemmeno un decimo delle copie che stampano, non hanno alle spalle un'azienda giornalistica, ma incassano ugualmente decine di milioni di euro all'anno.
In base all'elenco delle testate, gran parte delle quali create ad hoc con nomi a dir poco stravaganti e improbabili e sconosciute perfino agli edicolanti, ammesse al banchetto per i finanziamenti riferiti all'anno 2003 e pubblicato sul sito del governo, la parte del leone spetta a l'Unità con 6,817 milioni di euro all'anno, mentre al quotidiano della Cei, "Avvenire", andranno 5,590, Libero 5,371, Italia Oggi 5,061, Il Manifesto 4,441, La Padania 4,028, Liberazione 3,718, Il Foglio 3,511, Il Secolo 3,098, Europa 3,138; seguono: La Discussione, Linea Giornale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, L'Avanti!, Roma, Il Borghese e il berlusconiano Il Giornale tutti a quota 2,582; poi c'è il Sole che Ride 1,020, il quotidiano della Volkspartei (oltre un milione), la Rinascita della sinistra (quasi un milione) fino al defunto Liberal che ciononostante continua ad incassare 563 mila euro all'anno.
Durante il ventennio fascista Mussolini usava il manganello e l'olio di ricino per irreggimentare la stampa e i mass media, oggi alla borghesia e al governo in carica basta chiudere il rubinetto del finanziamento pubblico per ottenere lo stesso risultato.
Ecco a cosa si riduce la libertà d'informazione nel sistema capitalista: testate "indipendenti" e organi di stampa dei partiti parlamentari borghesi trasformati in appendici dirette del regime.
http://www.pmli.it/milionieurogiornalipartito.htm
FORAGGIAMENTO A SINDACATI E ASSOCIAZIONI DI CONSUMATORI
SINDACATI: COSTANO QUASI 2 MILIARDI DI EURO ALL'ANNO.
L 'ALTRA CASTA di Stefano Livadiotti
Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro.
Non trattiamo con la calcolatrice... Così, nei giorni scorsi, il grande capo della Cgil Guglielmo Epifani ha replicato a brutto muso alle pretese rigoriste di Tommaso Padoa-Schioppa sulla riforma delle pensioni. Il numero uno di corso d'Italia non è l'unico ad essere allergico ai moderni derivati del pallottoliere. Della stessa idiosincrasia fanno mostra i suoi pari grado di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, almeno quando si tratta di affrontare l'annosa questione dei conti dei sindacati, che continuano a promettere bilanci consolidati, tranne poi guardarsi bene dal metterli nero su bianco. Forse perché i numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi. Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e spaventato dalla loro capacità di mobilitazione. Che a sua volta dipende proprio, in grandissima parte, da un formidabile potere economico alimentato a spese della collettività: se c'è un problema di costi della politica, allora il discorso vale anche per il sindacato. Se non di più.
Quasi dieci anni fa, alla fine del 1998, un ingenuo deputato di Forza Italia, ex magistrato del lavoro, convinse 160 colleghi a firmare tutti insieme appassionatamente un provvedimento che obbligava i sindacati a fare chiarezza sui loro conti. Dev'essere che nessuno gli aveva ricordato come solo pochi anni prima, nel 1990, Cgil, Cisl e Uil fossero state capaci di ottenere dal parlamento una legge che concede loro addirittura la possibilità di licenziare i propri dipendenti senza rischiarne poi il reintegro, con buona pace dello Statuto dei lavoratori. Fatto sta che, puntuale, la controffensiva di Cgil, Cisl e Uil scattò dopo l'approvazione del primo articolo con soli quattro voti di scarto. "È antisindacale", tuonò con involontario umorismo l'ex capo cislino Sergio D'Antoni, oggi vice ministro per lo Sviluppo economico. Lesti i deputati del centro-sinistra azzopparono la legge, mettendosi di traverso alle sanzioni (tra i 50 e i 100 milioni) previste in caso di violazioni. Alla fine la proposta di legge è rimasta tale, così come tutte quelle presentate in seguito, anche in questa legislatura. "È il sindacato che detta tempi e modalità", titolava del resto nei giorni scorsi il confindustriale 'Sole 24 Ore', all'indomani dell'accordo sullo scalone pensionistico.
Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. "Il giro d'affari di Cgil, Cisl e Uil ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire", sparò nell'ottobre del 2002 il radicale Daniele Capezzone, "e il nostro è un calcolo al ribasso". Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il fatturato consolidato di corso d'Italia abbia raggiunto il tetto del miliardo di euro. E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004, esclusi Caf, patronati e quant'altro. Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell'ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo.
Il sostituto d'incasso
La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil ("I tre porcellini", come ama
chiamarli in privato il vice premier Massimo D'Alema) sono le quote pagate ogni
anno dagli iscritti: in media l'1 per cento della paga-base; di meno per i
pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro all'anno. Un esperto
della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista di lungo corso della Cgil
ed ex presidente dei sindaci dell'Inps, parla di almeno un miliardo l'anno.
Secondo quanto risulta a 'L'espresso', il solo sistema Cgil ha incassato nel
2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella cifra, per la quale il sindacato non
deve fare neanche la fatica dell'esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente
s'intende. Nel caso dei lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano
infatti le aziende, che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti. Per i
pensionati provvedono invece gli enti di previdenza: solo l'Inps nel 2006 ha
girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco
Pannella tentò di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un
referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel
1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il
meccanismo è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti,
nei contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono
volute arrivare allo scontro. E lo stesso ha fatto il governo di Romano Prodi
quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto
Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica, la delega con
cui il pensionato autorizza l'ente previdenziale a effettuare la trattenuta
sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto bisogno di un
periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto
la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato parere contrario. E
l'emendamento è colato a picco.
Lo strapotere dei Caf
I Centri di assistenza fiscale rappresentano per i sindacati un formidabile
business. Per le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono pagati dagli
enti previdenziali. Solo l'Inps per il 2006 verserà ai 74 caf convenzionati 120
milioni. A fare la parte del leone saranno le strutture di Cgil, Cisl e Uil, che
insieme totalizzeranno circa 90 milioni. Non basta. Per i lavoratori in attività
i Caf incasseranno dal Fisco 15,7 euro per ognuna delle 12.261.701 dichiarazioni
inviate agli uffici nel 2006. Il ministero sborserà dunque 186 milioni e spicci.
Anche in questo caso, secondo i conti che 'L'espresso' ha potuto esaminare, la
fetta più grande della torta andrà a Cgil (38 milioni, 195 e 177 euro), Cisl (30
milioni, 763 mila e 485) e Uil (12 milioni, 78 mila e 793 euro). Un piatto
ricco, considerando che i Caf ricevono inoltre, come contribuzione volontaria,
una media di 25 euro dalle tasche dei contribuenti aiutati nella compilazione
del 730 (per un totale di 175 milioni, secondo Cazzola) e mettono insieme
un'altra cinquantina di milioni per il calcolo di Ise e Isee (i redditometri per
le famiglie che chiedono prestazioni sociali). Considerando le cifre in ballo, i
sindacati hanno fatto fuoco e fiamme pur di tenersi ben stretto il giocattolo.
Nel 2005, sotto l'incalzare della Corte di Giustizia europea, convinta che il
monopolio dei Caf rappresentasse una violazione ai trattati comunitari, il
governo di Silvio Berlusconi aveva aperto la porta a commercialisti, ragionieri
e consulenti del lavoro. Una manovra talmente timida che la Commissione europea
ha inviato all'Italia una seconda lettera di messa in mora. Sull'argomento gli
uomini di Bruxelles hanno preteso e ottenuto, ancora nel gennaio scorso, un
vertice a palazzo Chigi. Concluso, naturalmente, con un niente di fatto.
Intoccabili patronati
Se il monopolio dei Caf è sotto assedio, resiste saldo quello dei patronati,
le strutture (quelle convenzionate con l'Inps sono 25) che assistono i cittadini
nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e
i sussidi di disoccupazione): una rete capillare, dall'Africa al Nordamerica
passando per l'Australia, che alcuni sospettano abbia un ruolo non indifferente
anche nell'indirizzare il voto degli italiani all'estero. Nel 2000 i radicali
hanno lanciato l'ennesimo referendum abrogativo, ma si sono visti chiudere la
porta in faccia dalla Consulta. Più di recente Forza Italia ha cercato, con un
emendamento al decreto Bersani, di liberalizzare il settore. Se l'armata
berlusconiana non fosse stata respinta con perdite, per il sindacato sarebbe
stato un colpo mortale. I patronati, infatti, sono fondamentali per il
reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i
moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute: "Con i patronati e gli
altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni",
sostiene Cazzola. Non bastasse, i patronati assicurano un gettito che non è
proprio da buttare via: in pratica si dividono (in base al lavoro svolto) lo
0,226 del totale dei contributi sociali riscossi dagli enti previdenziali. A
lungo questa cifra è stata calcolata solo sui contributi dei pensionati privati,
per l'ottimo motivo che a quelli pubblici le scartoffie per l'assegno le ha
sempre curate l'amministrazione (e proprio per questo motivo pochi di loro sono
iscritti al sindacato). Poi, però, nel 2000, per gentile concessione del
parlamento (con un voto a larghissima maggioranza) nel monte-contributi sono
stati fatti confluire anche quelli dei lavoratori statali. E la cifra ha
iniziato a lievitare: 314 milioni nel 2004, 341 nel 2005, 349 nel 2006. Solo
l'Inps nel 2006 ha speso per i patronati (che ora, per arrotondare, si occupano
anche del rinnovo dei permessi per gli immigrati) 248 milioni, 914 mila e 211
euro. Alla fine, secondo quanto risulta a 'L'espresso', l'Inca-Cgil ha incassato
82 milioni e 250 mila euro, l'Inas-Cisl 66 milioni e 150 mila euro e l'Ital-Uil
26 milioni e 600 mila euro.
Forza lavoro gratuita
È quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione, che
continua graziosamente a pagarle lo stipendio. Compresi, e vai a capire perché,
i premi di produttività e i buoni pasto. Oggi i dipendenti statali dati in
omaggio al sindacato sono 3.077 e costano al contribuente (Irap e oneri sociali
compresi) 116 milioni di euro. Ai quali vanno sommati 9,2 milioni per 420 mila
ore di permessi retribuiti. Di regalo in regalo, per i dipendenti che utilizza
in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato
usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono
considerati figurativi e quindi a carico dell'intera collettività. Un privilegio
che hanno perduto perfino le assemblee elettive (a partire dal parlamento). Ma i
sindacati no.
Business formazione
Dall'Europa piove ogni anno sull'Italia circa un miliardo e mezzo di euro
per il finanziamento della formazione professionale. In più ci sono i circa 700
milioni dell'ex fondo di rotazione, alimentato dallo 0,30 per cento del
monte-contributi che le aziende versano agli enti previdenziali. Un tempo, non
meno del 40-50 per cento di queste somme passava attraverso enti di emanazione
sindacale, che non incassavano direttamente un euro ma gestivano comunque le
assunzioni e la distribuzione degli incarichi. Oggi la concorrenza s'è fatta più
dura. Ma i sindacati non mollano l'osso. Dieci dei 14 enti che si distribuiscono
ogni anno circa la metà dei finanziamenti nazionali sono partecipati da Cgil,
Cisl e Uil.
Casa mia, casa mia
L'assenza di bilanci consolidati non consente di far luce sull'immenso
patrimonio immobiliare accumulato negli anni dai tre sindacati confederali, cui
lo Stato a un certo punto ha pure regalato i beni delle corporazioni dell'epoca
fascista. Fino a pochi anni fa i sindacati non potevano possedere direttamente
gli immobili: li intestavano a società controllate. La legge che ha consentito
loro il controllo diretto ha garantito anche un passaggio di proprietà al riparo
dalle pretese del fisco. Oggi la Cgil dichiara di avere, sparse per tutto il
Paese, qualcosa come 3 mila sedi, tutte di proprietà delle strutture
territoriali o di categoria. "Non so stimare il valore di mercato di un
patrimonio che non conosco ma", afferma l'amministratore della Cgil, "deve
trattarsi di una cifra davvero impressionante". La Cisl dichiara addirittura 5
mila sedi, tra confederazione, federazioni nazionali e diramazioni territoriali
(pensionati compresi), quasi tutte di proprietà. La Uil è l'unica che ha
concentrato il grosso degli investimenti sul mattone in una società per azioni
controllata al 100 per cento. Si chiama Labour Uil e ha in bilancio immobili per
35 milioni e 75 mila euro (a valore storico; quello di mercato è tre volte
superiore), ma non, per esempio, la sede romana di via Lucullo, che lo stesso
tesoriere nazionale Rocco Carannante stima tra i 70 e gli 80 milioni di euro.
Il fatto certo, alla fine, è che Cgil, Cisl e Uil sono ricchi. Quanto, però, nessuno lo sa davvero. "Ci sono situazioni che talvolta non sono pienamente trasparenti", ha scolpito Epifani lo scorso 27 febbraio. E però si riferiva allo scandalo del calcio.
SINDACALISTI POTENTI. Il più potente sindacalista italiano, il capo della Cgil Guglielmo Epifani, guadagna 3.500 euro netti al mese. I 12 segretari confederali, la prima linea di corso d'Italia, circa 2.400 euro. La Cisl e la Uil pagano poco di meno i loro numeri uno (3.430 euro per Raffaele Bonanni e 3.300 per Luigi Angeletti), ma sono più generose con i dieci segretari confederali (2.850 quelli di via Po, 2.900 quelli di via Lucullo).
La mancanza di un bilancio consolidato non consente di fare chiarezza sugli stipendi dei circa 20 mila sindacalisti a tempo pieno delle tre grandi confederazioni. Della Cgil si sa solo che ne conta 14 mila (per il 40 per cento dirigenti, qualifica che scatta a partire dal grado di funzionario) e che il costo del lavoro è pari a circa il 40 per cento del fatturato. Ma un calcolo si può azzardare sull'organico del quartier generale. Dove i dipendenti sono 178 e il costo del lavoro è pari a 9 milioni e 109 mila euro: la media fa 51 mila euro.
Quanto ai benefit, in corso d'Italia ce ne sono pochi: se si escludono i segretari confederali, gli altri dipendenti dotati di cellulare hanno un tetto di spesa di 750 euro l'anno. Più fortunati, sotto questo aspetto, i 180 dipendenti della sede nazionale romana della Cisl (nella confederazione di Bonanni il costo del lavoro è un po' più del 30 per cento del giro d'affari), che dispongono di uno sconto sui trasporti pubblici e stanno per ottenere un asilo nido.
Dove i sindacalisti godono di più che un privilegio è in un sistema di welfare molto particolare. Come quello garantito dagli enti previdenziali, da sempre riserva di caccia quasi esclusiva per ex dirigenti di Cgil, Cisl e Uil in pensione. Solo all'Inps sono a disposizione 6 mila e 222 tra poltrone e strapuntini.
SINDACATO E CARRIERA POLITICA. La Cisl ha conquistato la seconda carica dello Stato con Franco Marini alla presidenza del Senato. La Cgil s'è accaparrata la terza con Fausto Bertinotti sullo scranno più alto di Montecitorio. In Italia il sindacato è un buon trampolino di lancio. Lo conferma la pattuglia di ex sindacalisti che ha trovato posto nel governo di Romano Prodi e che ha la sua roccaforte nel ministero del Lavoro: il titolare Cesare Damiano viene dalla Cgil, così come il sottosegretario Rosa Rinaldi, mentre l'altro sottosegretario Antonio Montagnino ha un passato nella Cisl. A completare la squadra governativa ci sono poi il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero (ex delegato Fiom-Cgil) e il suo sottosegretario Franca Donaggio (ex Cgil Trasporti); il vice ministro per lo Sviluppo Economico Sergio D'Antoni (ex numero uno della Cisl); il vice ministro degli Esteri Patrizia Sentinelli (già alla Cgil Scuola); il sottosegretario alla Salute Giampaolo Patta, che viene dalla Cgil come il suo collega all'Economia Alfiero Grandi. Nutrita anche la rappresentanza parlamentare: la sola Cgil può schierare sei tra deputati e senatori: Titti Di Salvo, Teresa Bellanova, Pietro Marcenaro, Andrea Ranieri, Gianni Pagliarini e Maurizio Zipponi. Anche negli enti locali il primato è della confederazione di corso d'Italia: l'ex numero uno Sergio Cofferati ha conquistato il municipio di Bologna e Gaetano Sateriale (ex chimici e poi metalmeccanici) quello di Ferrara, mentre l'ex segretario aggiunto Ottaviano Del Turco è governatore dell'Abruzzo.
Se la politica è lo sbocco naturale, non mancano gli ex sindacalisti che si sono riciclati nel mondo dell'impresa. A partire da Mauro Moretti, ex Cgil, salito al vertice delle Ferrovie; Fulvio Vento, ex Cgil Lazio, diventato presidente dell'Atac; Natale Forlani, ex Cisl, planato sulla poltrona di amministratore delegato di Italialavoro; Raffaele Morese, anche lui ex Cisl, già deputato e sottosegretario al Lavoro, nominato al vertice di Confservizi, la confederazione tra le aziende che gestiscono i servizi pubblici locali.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/L-ALTRA-CASTA/1705468&ref=hpstr1
ASSENZE PER MOTIVI SINDACALI NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: COSTANO QUASI 121,5 MILIONI DI EURO ANNUI.
DISTACCO SINDACALE: Il distacco sindacale è l’istituto attraverso il quale viene riconosciuto ai dipendenti pubblici il diritto a svolgere, a tempo pieno o parziale, attività sindacale, con la conseguente sospensione dell’attività lavorativa. Il periodo trascorso in distacco sindacale è equiparato, a tutti gli effetti, al servizio prestato presso l’amministrazione; infatti, viene regolarmente retribuito, con esclusione solo delle indennità per lavoro straordinario e dei compensi collegati all’effettivo svolgimento delle prestazioni.
PERMESSI CUMULATI SOTTO FORMA DI DISTACCO: Il permesso cumulato è l’istituto attraverso il quale viene riconosciuta, alle confederazioni ed alle organizzazioni sindacali rappresentative, la possibilità di cumulare le ore di permesso sindacale spettanti per lo svolgimento del mandato, in modo da consentire al rispettivo dirigente sindacale lo svolgimento dell’attività sindacale fino ad un massimo di un intero anno, pari a 1572 ore lavorative. Le modalità e le condizioni per la fruizione sono identiche a quelle specificate per il distacco sindacale.
PERMESSI SINDACALI RETRIBUITI PER LA PARTECIPAZIONE ALLE RIUNIONI DEGLI ORGANISMI DIRETTIVI: Il permesso sindacale in argomento è l’istituto attraverso il quale viene riconosciuto ai dipendenti pubblici il diritto a partecipare alle riunioni degli organismi direttivi statutari nazionali, regionali, provinciali e territoriali, indette dalle confederazioni e dalle organizzazioni sindacali rappresentative di appartenenza, assentandosi dal posto di lavoro e sospendendo così la propria attività lavorativa, per alcune ore o per una o più giornate e, comunque, per il tempo necessario allo svolgimento delle riunioni. Il periodo trascorso in permesso sindacale è equiparato, a tutti gli effetti, al servizio prestato presso l’amministrazione ed è retribuito, con esclusione dei compensi e delle indennità per il lavoro straordinario e di quelli collegati all’effettivo svolgimento delle prestazioni.
PERMESSI SINDACALI RETRIBUITI PER LO SVOLGIMENTO DEL MANDATO: Il permesso sindacale in argomento è l’istituto attraverso il quale viene riconosciuto ai dipendenti pubblici, ivi compresi quelli eletti negli organismi di rappresentanza del personale (RSU), il diritto ad espletare l’attività sindacale, nonché a partecipare a trattative, convegni e congressi di natura sindacale, assentandosi dal posto di lavoro e sospendendo così, per alcune ore o per una o più giornate, la propria attività lavorativa. Il periodo trascorso in permesso sindacale è equiparato, a tutti gli effetti, al servizio prestato presso l’amministrazione ed è retribuito, con esclusione dei compensi e delle indennità per il lavoro straordinario e di quelli collegati all’effettivo svolgimento delle prestazioni. Tale periodo può essere anche di più giornate lavorative, e comunque fino all’esaurimento del contingente orario, fissato, annualmente, dall’amministrazione e ripartito tra l’organismo di rappresentanza (RSU) e le organizzazioni sindacali rappresentative, per queste ultime tenuto conto del grado di rappresentatività conseguito presso l’amministrazione.
http://www.funzionepubblica.it/ministro/pdf/trasparenza/glossario.pdf
E' di 121 milioni e 440 mila euro l'anno il costo stimato per la pubblica amministrazione delle assenze per motivi sindacali. Il ministro per la Funzione pubblica, Renato Brunetta ha messo on line sul sito del ministero la relazione e i dati presentati al Parlamento su questa questione. Si tratta di 18 pagine di dati e grafici, senza alcun commento. I dati si riferiscono al 2006 e quasi tutte le amministrazioni (l'83,73%, da cui dipende il 95,48% degli impiegati pubblici) hanno adempiuto all'obbligo di fornire i dati richiesti.
Le 830.598 giornate di distacchi retribuiti, calcola la relazione, corrispondono ad un anno di assenza dal servizio di 2.276 dipendenti, a cui ne vanno sommati altri 47 per le 17.095 giornate di permessi cumulati sotto forma di distacco. Ci sono poi 263.466 giornate di permessi retribuiti per l'espletamento del mandato, corrispondenti all'assenza, sempre per un anno, di 1.198 dipendenti, e 115.868 giornate per le riunioni degli organismi direttivi statutari (527 dipendenti). Infine, ci sono 140.169 giornate di aspettative e 2.178 di permessi non retribuiti, che equivalgono ad altri 394 dipendenti assenti per un anno.
Bisogna poi considerare le aspettative e permessi per funzioni pubbliche elettive: sono 817.144 giornate, equivalenti a 2.239 dipendenti assenti e a un costo stimato di altri 67 milioni.
La parte più elevata del costo (quasi 30 milioni) deriva dai distacchi e permessi di Regioni ed enti locali, seguite dal Servizio sanitario nazionale (22,6 milioni) e dalla scuola (poco più di 20). Quarti, ma molto distanziati, i ministeri (11,8). Costi di rilievo anche per enti pubblici non economici (8,7 milioni), Polizia (6,6), agenzie fiscali (6,1) e Polizia penitenziaria (5,5). Per tutte le altre branche dell'amministrazione le cifre sono molto minori. Il costo delle aspettative per cariche pubbliche elettive ricalca grosso modo la classifica precedente, tranne il fatto che in questo caso i corpi di polizia mostrano dati estremamente bassi.
http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/economia/pubb-ammin/pubb-ammin/pubb-ammin.html
ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI: 47 MILIONI DI FINANZIAMENTO DI STATO PER FARE ANTISTATO
Votate alla difesa del consumatore: agguerrite, preparate, specializzate; capaci di minacciare cause contro tutto e tutti. Le associazioni dei consumatori, i cani da guardia nel mercato dei beni e servizi, per difendere il cittadino che si barcamena tra beni e servizi non guardano in faccia a nessuno. Tranne che allo Stato. Perché da Roma le associazioni sono massicciamente finanziate.
FINANZIAMENTI A PIOGGIA
Eccola un’altra casta. Diversa, ma sempre casta: 47,7 milioni di euro in cinque
anni, distribuiti a pioggia a partire da gennaio 2003, da quando alle
associazioni va parte del ricavato delle multe dell’antitrust. Le società
sbagliano, l’Authority le punisce e quei soldi che dovrebbero andare allo Stato
vanno alle associazioni dei consumatori. Cioè quelle sigle che dal 1998 fanno
parte del Cncu (consiglio nazionale dei consumatori e utenti, che ha sede presso
il ministero dello Sviluppo economico). Fino all’80-85% dei bilanci delle
associazioni, secondo una ricerca del Sole24Ore, sono garantiti dal denaro
pubblico. «In queste condizioni - ha dichiarato Palo Martinello, presidente di
Altroconsumo - è difficile contestare le scelte di governo o regioni. Così si
rischia di diventare la foglia di fico delle amministrazioni». Quindi la domanda
è immediata: ma se i soldi li prendono dallo Stato, come faranno a fare azioni e
operazioni contro tutto quello che lo Stato controlla come Poste, servizi
idrici, ferrovie, smaltimento, gestione rifiuti?
UN PROGETTO PER TUTTI
I soldi pubblici servono a finanziare molte cose, sostengono i vertici delle
associazioni. Quali? Siamo andati a leggere i documenti dei finanziamenti dei
progetti delle associazioni del 2005 per avere un’idea. Ne abbiamo trovati 27 e
la prima cosa strana è che praticamente tutti hanno un contributo standard:
mezzo milione di euro. E così, a prescindere dal lavoro svolto, tutti finiscono
col portare a casa la stessa cifra (12 milioni nel solo 2005). Non ci dev’essere
grande comunicazione tra le varie associazioni, poi, se in un anno tre progetti
diversi hanno avuto però lo stesso contenuto: la lettura delle etichette. Un
milione e mezzo di euro, quindi, per insegnare a leggere. Ma i soldi basta
averli, se è vero che Carlo Rienzi, presidente del Codacons ha dichiarato
all’Espresso: «Stare nel Cncu non serve a niente. È una scatola per dare soldi.
E per fortuna li dà».
LE ISCRIZIONI FALSE
I consumatori insegnano a non fidarsi di nessuno. Seguendo questa logica non
bisognerebbe farlo neanche con loro. E forse non sarebbe poi tanto sbagliato.
«Gran parte degli iscritti sono falsi», ammettono gli stessi presidenti. Tanto
nessuno controlla. Così si deduce che i 300mila iscritti spacciati da qualcuno,
i 100mila da qualcun altro e così via, siano solo numeri in libertà, con buona
pace della tanto invocata trasparenza.
GLI INTRECCI CON LA
POLITICA
Molte sigle sono nate e cresciute all’ombra di poteri politico-sindacali:
Federconsumatori è strettamente legata alla Cgil, mentre Adiconsum e Adoc
rispettivamente alla Cisl e Uil. Il movimento Arci ha la sua organizzazione
«personale» nel Movimento consumatori, mentre la Lega consumatori è collegata
alle Acli. Ma c’è anche chi ha giocato la carta della politica pura: dal
Codacons è nata la Lista Consumatori, che alle politiche del 2006 riuscì a far
eleggere in Calabria addirittura un senatore, Pietro Fuda. Il presidente di
Adusbef, Elio Lannutti, è tutt’ora in parlamento, senatore dell’Italia dei
Valori e personaggio ammiccante all’antipolitica visto che ha in programma
l’uscita di un libro La Repubblica delle banche, con introduzione di Beppe
Grillo. Di centrodestra è la «Casa del consumatore», il cui presidente
Alessandro Fede Pellone è un ex consigliere lombardo di Forza Italia. Era
collaboratore del ministro Livia Turco, Stefano Inglese, ex presidente del
Tribunale dei diritti del malato e legato a Cittadinanzattiva, mentre Donatella
Poretti dagli uffici dell’Aduc è passata direttamente agli scranni di
Montecitorio, nelle file della Rosa del Pugno. Infine Mara Colla, già sindaco
socialista di Parma, eletta alle scorse elezioni regionali con l’Ulivo, continua
a tenersi stretta la presidenza della Confconsumatori. Alla faccia della
libertà.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=275879
LE PROVINCE
PARLIAMO DI PROVINCE.
Il numero è quasi raddoppiato dall’unità d’Italia. Nel 2010 sono arrivate a 109.
Quando nacquero nel 1861, al momento dell’Unità d’Italia, erano quasi la metà: 59. Distribuite sul territorio con un criterio semplice: dovevi attraversare ciascuna in una giornata di cavallo. Nel 1947 erano già 91. E col passaggio dagli equini alle autoblu, hanno continuato ad aumentare, aumentare, aumentare a dispetto del proposito dei padri costituenti, che avevano previsto la loro abolizione con l’arrivo delle Regioni, fino a diventare 95 e poi 102 e su su fino a 109 grazie a new entry e soprattutto al raddoppio (da 4 ad 8) di quelle della Sardegna. La quale con l’Ogliastra (57.960 abitanti, due terzi di Sesto San Giovanni) mise a segno il capolavoro, la provincia a due teste: Tortolì (10.661 anime) e Lanusei, che di anime ne ha ancora meno: 5.699. Un record mondiale.
Quanto costino lo ha calcolato l’anno scorso il Sole 24 Ore : 17 miliardi di euro. Con un aumento del 70% rispetto al 2000. Da dove arrivano i denari? Un po’ dai trasferimenti. Parte dal prelievo del 12,5% sull’assicurazione delle auto e delle moto: 2 miliardi nel 2007, il 54% in più rispetto al 2000. Più aumenta l’assicurazione, più intasca la Provincia. Altri quattrini arrivano dall’imposta provinciale di trascrizione: le annotazioni al Pubblico registro automobilistico che doveva essere abolito. Ci sono poi un’addizionale sulla bolletta elettrica e il tributo provinciale per l’ambiente.
Come mai i cittadini non si arrabbiano? Occhio non vede, cuore non duole: sono tutte tasse dentro altre tasse. Non si notano. Va da sé che a quel punto, ignaro delle spese, il cittadino vede lusingato il suo campanilismo. Come nel caso della provincia di Fermo nata dalla divisione di quella di Ascoli Piceno. Una specie di scissione dell’atomo: da una piccola provincia ne sono nate due minuscole. In compenso, al posto di un solo consiglio da 30 membri, ne sono nati due da 24: totale 48 poltrone. Per non dire della provincia a tre piazze di Barletta-Andria-Trani, chiamata così per non far torto ai permalosi cittadini dell’una o l’altra capitale. Quanti sono i comuni di quella nuova Provincia? Dieci in tutto, sono. Il che, diciamolo, aumenta la pena per i sette tagliati fuori dal nome: Bisceglie, Trinitapoli, Minervino Murge. E la targa automobilistica? «BT». Rivolta: «E Andria? Non si può fare “Bat”?». «No, quella è di Batman».
C’è da sorridere? Mica tanto. Sull’abolizione delle province, infatti, fu giocato un pezzo dell’ultima campagna elettorale. «Aboliremo le Province, è nel nostro programma», disse Berlusconi a Porta a porta il 10 aprile 2008. «Ma la Lega sarà d’accordo?», eccepì Bruno Vespa. E lui: «La Lega è composta da persone leali». «Presidente, che cosa ha previsto per abbassare i costi folli della politica?», gli chiese la signora Ines nella chat-line al Corriere . E lui: «La prima cosa da fare è dimezzare il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei consiglieri comunali». E le Province? «Non parlo delle Province, perché bisogna eliminarle». Mostrava di crederci al punto, il Cavaliere, che cercava sponde: «Se Veltroni ci darà una mano... ». Veltroni, del resto, era già d’accordo: «Cominceremo da subito abolendo le Province nei grandi comuni metropolitani». Posizione confermata a Matrix : «All’abolizione delle province penso ci si possa arrivare. Ma non sono un demagogo. È facile dirlo in campagna elettorale...». Il socio fondatore del Pdl Gianfranco Fini era d’accordo: «I carrozzoni non sono intoccabili e si possono abolire per esempio le Province».
BRACCIALETTI ELETTRONICI
PARLIAMO DI BRACCIALETTI ELETTRONICI.
Un braccialetto da un milione di euro. Braccialetto tempestato di diamanti modello-Ivana Trump? No, semplice braccialetto elettronico modello-detenuto. Il flop dei braccialetti elettronici che avrebbero dovuto «svuotare le carceri» rendendo «più agile» il nostro sistema penitenziario risale al 2001 e porta la firma di due illustri membri dell’allora governo Amato: l’ex ministro dell’Interno, Enzo Bianco, e l’ex Guardasigilli, Piero Fassino. Furono loro infatti a firmare con la Telecom un’«esclusiva» che fino al 2011 è costata ai contribuenti italiani la bellezza di 11 milioni di euro all’anno. I numeri sono da beffa: i braccialetti elettronici anti-evasione attualmente operativi sono infatti solo 10 e ci costano più di un milione di euro ciascuno. I conti li ha fatti MF, il quotidiano dei mercati finanziari secondo il quale «lo Stato ha speso 11 milioni di euro all’anno per applicare i braccialetti a una decina di detenuti agli arresti domiciliari». Una cifra enorme, uno spreco assurdo. Il motivo? «Dei 400 dispositivi elettronici che il Viminale ha noleggiato dalla Telecom fino al 2001, soltanto 11 sarebbero stati utilizzati, il resto era sotto chiave in una stanza blindata del ministero».
La denuncia arriva da Donato Capece, segretario del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria): «Questi costosissimi aggeggi elettronici si sono dimostrati inefficaci, la loro tecnologia è ormai obsoleta e sono stati già parecchi i casi di evasione». Ma a questo punto non sarebbe stato logico rompere il contratto con la Telecom, risparmiando così un mucchio di soldi? «Purtroppo - spiega Capece -, il contratto firmato nel 2001 contempla una clausola che obbliga lo Stato a pagare la Telecom fino al 2011».
Perplessità anche dall’Osapp, l’altra organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria: «Per il braccialetto servono almeno 4mila agenti, uno per ogni detenuto controllato -, avverte il segretario nazionale Leo Benedici -. Si tratta di uno strumento costoso che nel corso degli anni ha mostrato gravi problemi di applicazione e prevede un domicilio certo e una casa presso cui montare l’apparecchiatura che rimanda il segnale dal congegno indossato».