

LO SPORT E' PULITO ???
CALCIOPOLI
Lo scandalo calcio-scommesse 1980 è uno scandalo che colpì il calcio italiano nella stagione agonistica 1979-1980 e vide coinvolti giocatori, dirigenti e società di Serie A e di Serie B che truccavano le partite di campionato attraverso scommesse che, se dal punto di vista penale non erano considerate reato, per la FIGC rappresentavano casi di illecito sportivo. Le società coinvolte nell'inchiesta erano Milan, Lazio, Bologna, Avellino, Perugia in Serie A; Palermo e Taranto in Serie B. Si trattò del primo grande scandalo di illeciti sportivi e partite truccate nella storia del calcio italiano, tanto che il Presidente federale Artemio Franchi (all'epoca anche Presidente dell’UEFA) decise, in seguito, di rassegnare le dimissioni dalla carica che ricopriva e il tutto avveniva a soli tre mesi dall'inizio del Campionato europeo di calcio 1980, svolto proprio in Italia, il che faceva perdere molta credibilità al calcio nazionale, sia in patria che all'estero.
Il secondo scandalo del calcio-scommesse fu un'inchiesta del 1986 relativa ad un giro di scommesse illegali relative ad alcune partite di calcio nei campionati professionistici nelle stagioni 1984-1985 e 1985-1986. L'inchiesta, che seguì una vicenda analoga scoppiata nel 1980, nacque da alcune intercettazioni telefoniche e venne condotta dal Procuratore di Torino, Giueseppe Marabotto, poi arrestato per altre vicende. E’ stato accusato di corruzione, Giuseppe Marabotto, ex procuratore di Pinerolo, poi trasferito alla Corte di Appello di Genova quindi pensionato. Avrebbe intascato il 30% di 10 milioni di consulenze assegnate nel suo lavoro. Era spesso ospite di Biscardi, finì in una intercettazione di Calciopoli per un favore chiesto a Moggi, che doveva intervenire su un altro amico, vicino all’allora ministro della Giustizia, Roberto Castelli (Lega).
I pm di Napoli Filippo Beatrice e Giuseppe Narducci, che indagano sugli intrighi del mondo del pallone hanno sentito anche la versione di Armando Carbone, l' uomo-chiave del caso scommesse del 1986. Quello scandalo, ha sostenuto Carbone, sarebbe stato «architettato da Luciano Moggi per colpire il sistema di potere di Italo Allodi», il dirigente del primo scudetto del Napoli. Anche se, afferma ancora Carbone, Allodi «si tenne fuori e venne tenuto fuori» da quella vicenda. Il testimone riferisce dei suoi interrogatori dell' epoca, davanti al giudice torinese Giuseppe Marabotto (il cui nome è finito anche nelle intercettazioni di questi giorni) che conduceva le indagini su quella vicenda. «Venivo chiamato a fornire spiegazioni sulle partite comprate - si legge nel verbale - Potevo parlare di qualsiasi vicenda e anzi Marabotto era particolarmente interessato a conoscere i fatti del Napoli e di Italo Allodi. Ogni volta che provavo a parlare del Torino e della Juventus - è la versione di Carbone - Marabotto mi rispondeva che bisognava parlare di altro». Carbone ha anche sostenuto di aver ricevuto da un dirigente del Napoli di allora l' offerta di 200 milioni di lire (poi mai ricevuti) per non presentarsi davanti alla giustizia sportiva.
Lo scandalo del calcio italiano del 2006 è stato, in ordine di tempo, il terzo grande scandalo (dopo quello del 1980, noto come Calcioscommesse e quello del 1986, noto come Secondo calcioscommesse o Calcioscommesse 2) a investire il mondo del calcio italiano, anche se come portata ed effetti è stato certamente maggiore dei primi due. Definito dalla stampa ironicamente Calciopoli (per assonanza con Tangentopoli, laddove in quel caso a reggere l'espressione era il termine tangente), Calciocaos o anche Moggiopoli (la Gazzetta dello Sport lo definì, molto impropriamente, anche Sistema Moggi) si dipanò, secondo le risultanze processuali, tra il 2004 e 2006, ed emerse il 2 maggio 2006 a seguito di alcune intercettazioni operate dal tribunale di Torino e soprattutto da quello di Napoli nei confronti delle dirigenze di quattro club italiani: Juventus, Fiorentina, Lazio e Milan. Sotto accusa in un secondo filone d'indagini anche la Reggina e l’Arezzo. L'accusa principale è di illecito sportivo, verificato nel tentativo di aggiustare le designazioni arbitrali per determinati incontri di campionato o di intimidire (o corrompere) gli arbitri assegnati affinché favorissero le azioni conclusive di una squadra a danno dell'altra.
La cosiddetta "cupola", l'organizzazione capeggiata dall'ex dg della Juve Luciano Moggi che avrebbe condizionato i campionati di calcio, è per molti aspetti simile alla P2 e alla mafia. Questa l'opinione del pm di Napoli Giuseppe Narducci, che con il pm Filippo Beatrice, ha svolto oggi la sua relazione all'udienza preliminare, davanti al gup Eduardo De Gregorio che dovrà pronunciarsi sulle richieste di rinvio a giudizio nei confronti degli imputati di Calciopoli.
COME LA P2 E LA MAFIA - Per il pm infatti la norma dell'articolo 416 del codice penale (il reato di associazione per delinquere contestato a Moggi e agli altri presunti appartenenti alla "cupola") «sta un pò stretta» in questa vicenda. «C'è qualcosa - ha spiegato Narducci - che ricorda più un'associazione segreta, una organizzazione che fa del vincolo della segretezza il suo dato essenziale», le cui finalità «non si esauriscono nella commissione di uno specifico reato». Secondo il magistrato essa «ricorda quanto previsto dall'articolo 1 della Legge Anselmi, una legge pensata in funzione della P2», che esercita «un condizionamento delle istituzioni pubbliche». L'organizzazione inoltre «può ricordare i profili di una associazione di tipo mafioso: è stata infatti una organizzazione strutturata in cui il vincolo associativo non solo era intervenuto e si era determinato nell'accordo, ma veniva ulteriormente rinsaldato».
IL CASO DELLA MORTE DEL PAPA - Il pm Narducci non condivide la tesi di «più reticoli» ma parla dell'esistenza di «una sola, potente organizzazione criminale» contro la quale «nessuno ha potuto competere». E per sottolineare il potere di Moggi ha ricordato quando il ministro dell'interno in carica si rivolse al dg della Juve, in occasione della morte di Giovanni Paolo II, per valutare l'opportunità della sospensione del campionato. Il pm Beatrice si è soffermato in particolare sui singoli capi di imputazioni. Nel suo intervento il pm ha parlato di «commissione anticipata» del reato di frode sportiva: perchè tale reato si concretizzi - ha, in sintesi, osservato Beatrice - non serve dimostrare che l'illecito sia portato a conclusione, ma è sufficiente stabilire l'esistenza di contatti o accordi tra le due parti coinvolte. Ciò in quanto il bene tutelato da tale reato è quello della «lealtà sportiva».
Calciopoli c'è ancora. Gli arbitri e i dirigenti coinvolti nello scandalo sono tornati a dettar legge. E la cupola del pallone non è mai scomparsa. La denuncia dell'ex fischietto Gianluca Paparesta.
Il calcio italiano è un meraviglioso mondo di impunità, cooptazioni e intrecci clanici oggi come quattro o cinque anni fa. Dopo la breve fiammata di Moggiopoli, con annesse squalifiche e penalizzazioni, è tutto tornato serenamente come prima, con gli stessi arbitri e gli stessi dirigenti federali, demiurghi di un potere chiuso in se stesso e allergico alle regole.
A lanciare il sasso nello stagno della cupola restaurata è l'unico arbitro che al processo di Napoli sarà testimone d'accusa contro Moggi e i suoi amici, dopo essere stato prosciolto da ogni addebito. è Gianluca Paparesta, 39 anni, barese: l'uomo che fu verbalmente aggredito dallo stesso Moggi negli spogliatoi di Reggio Calabria e che, invece di negare tutto come hanno fatto i suoi colleghi, ha parlato e continua a parlare di "un sistema in grado di manipolare e stravolgere la realtà", come scrive nelle pagine del suo blog www.paparesta.com. Un sistema che oggi non lavora più a senso unico - come ai tempi in cui si favoriva solo Moggi e i suoi protetti - ma è finalizzato soprattutto a perpetuare se stesso e il suo potere, attraverso coperture reciproche e rapporti privilegiati con i club più potenti. Un sistema che passa attraverso nomi noti e personaggi sconosciuti, ma che in ogni caso non ammette alcuna voce contraria.
Prendete la Federcalcio, ad esempio. Pochi sanno che il potente braccio destro di Giancarlo Abete, appena rieletto presidente con una maggioranza bulgara (era l'unico candidato), è Antonello Valentini, che nell'agosto del 2004 parlava con Moggi al telefono dicendogli che nella Figc c'era bisogno di "gente funzionale al sistema", perché sennò "ci buttiamo la merda in faccia da soli", ottenendo ovviamente il pieno appoggio dell'allora boss juventino. Paparesta, senza far nomi, ha pubblicato sul suo sito il testo integrale di quella telefonata, per far capire che il sistema è ancora tutto lì. Una denuncia peraltro caduta nel silenzio più completo, con l'unica eccezione di Oliviero Beha al Tg3.
Ma basta un'attenta rilettura delle carte per capire a chi e a che cosa si riferisca Paparesta nel suo blog. Il sistema di cui parla infatti non comprende solo ignoti seppur importanti dirigenti. All'arbitro di Bari, probabilmente, non sarà sfuggito che mentre lui è stato di fatto licenziato pur dopo il pieno proscioglimento a Napoli, altri fischietti ed ex fischietti continuano a ricoprire ruoli fondamentali sebbene il loro coinvolgimento nelle vicende di Calciopoli sia stato parecchio maggiore, tanto da portarli in alcuni casi ad essere rinviati a giudizio dai magistrati napoletani.
E proprio rileggendo atti in buona parte già noti spiccano diverse curiosità su diversi personaggi che a vario titolo sono protagonisti anche di questo campionato. Come Roberto Rosetti, oggi arbitro top a cui vengono affidate le partite più importanti, i suoi colleghi Matteo Trefoloni e Paolo Dondarini, che pure continuano a dirigere incontri di serie A, oltre a Pierluigi Collina, che degli arbitri è il capo e il designatore.
Rosetti, ad esempio, è uno che non è mai stato neppure deferito sebbene in una conversazione registrata l'allora designatore Paolo Bergamo mostrasse gratitudine nei suoi confronti perché era stato "decisivo nel passaggio (dalla B alla A, ndr) della Fiorentina", con riferimento a una contestatissima direzione di gara nello spareggio decisivo dei viola contro il Perugia, nel giugno del 2004. Lo stesso Rosetti è l'arbitro che secondo il guardalinee Narciso Pisacreta aveva ricevuto una strana telefonata per parlare di un fallo di mano nell'intervallo di una "pilotata" (così la definì l'ex numero due della Figc Innocenzo Mazzini) partita tra Lazio e Fiorentina, violando tutte le regole che proibiscono agli arbitri di parlare al cellulare con chiunque durante una partita. E sempre Rosetti è l'arbitro che, come emerge da un'altra intercettazione, aveva cenato dopo una partita con il figlio di Galliani, definito dallo stesso Rosetti "un ragazzo delizioso". Oggi Rosetti è il rappresentante ufficiale degli arbitri in attività ed è stato inserito nella lista dei 38 preselezionati per i Mondiali in Sudafrica.
Così come continua a calpestare i campi di serie A il suo collega Paolo Dondarini, che è stato rinviato a giudizio nel processo di Napoli con l'accusa di frode sportiva per aver avvantaggiato la Juventus (in una partita contro la Sampdoria) e la Fiorentina (in un match decisivo per la salvezza contro il Chievo). Al termine della gara tra bianconeri e doriani, Dondarini ricevette la visita affettuosa di Luciano Moggi, che davanti a un caffè promise future designazioni per altre partite in trasferta dei bianconeri. Curioso che cinque anni dopo l'arbitro che ha ricevuto i ringraziamenti di Moggi sia ancora in attività, mentre quello che da Moggi si è preso gli insulti (Paparesta) sia stato licenziato. Lo stesso Dondarini è quello che in una conversazione tra l'allora presidente degli arbitri Tullio Lanese e il giornalista della 'Gazzetta' Antonello Capone veniva definito "killer", nel senso che avrebbe eseguito l'ordine di far perdere i veronesi per garantire la salvezza dei viola ("Era normale, l'avevo detto io", commentò in quell'occasione Lanese). Solo uno scherzo?
Se Dondarini dovrà rispondere ai magistrati di Napoli, nessuno domanderà invece alcunché a Matteo Trefoloni. Nel caotico marasma di Calciopoli, forse agli inquirenti sportivi (e non) è sfuggito il fatto che Trefoloni ha fornito di fatto quasi una confessione, rivelando ai carabinieri di Roma che "Bergamo e la Fazi (cioè il designatore di allora e la sua potente segretaria, ndr) svolgevano un'attività volta a determinare in noi arbitri una sudditanza psicologica che si traduceva poi a seconda delle partite che si andava ad arbitrare in una gestione delle stesse in linea con il volere dei citati". Un atto di accusa e di autoaccusa senza mezzi termini. E più avanti lo stesso Trefoloni ha spiegato che la carriera di arbitro dipendeva da quanto si seguissero i "consigli" di Bergamo. Del resto, Trefoloni nella stagione 2004-2005 era riuscito ad ammonire (e quindi a far squalificare) tutti e tre i diffidati del Parma perché la settimana dopo gli emiliani dovevano incontrare la Juventus. E nella stagione successiva aveva ripetuto la stessa operazione cinque volte, impedendo a giocatori del Lecce, del Parma (due), della Lazio e del Palermo di scendere in campo la domenica successiva contro i bianconeri. Sempre Trefoloni è quello che la segretaria di Bergamo, Maria Grazia Fazi, spinge per una designazione "così incameriamo altri 5 mila euro". La settimana scorsa Trefoloni, fresco reduce da una direzione in serie A, è andato a una riunione di giovani fischietti a Carrara per spiegare che "gli arbitri devono sempre trasmettere un messaggio di sicurezza e autorevolezza": lui, che aveva mandato un falso certificato medico per evitare di arbitrare un Juventus-Roma che lo terrorizzava per le troppe pressioni subite.
In questo quadro non stupisce che a designare gli arbitri oggi sia quel Pierluigi Collina che, quando era un fischietto in attività, parlando con un consulente del Milan architettava un incontro segreto con Galliani, che doveva avvenire in un ristorante nel giorno di chiusura, perché nessuno potesse scoprirlo. Lo stesso Collina che non risulta aver sempre versato all'Associazione arbitri le quote dovute dei proventi delle sue sponsorizzazioni, un 10 per cento che sommato per i vari marchi (da Opel a Diadora) fa un gruzzolo di parecchie migliaia di euro. E lo stesso Collina che dopo aver garantito a Paparesta il reintegro a proscioglimento avvenuto, si è reso protagonista di un clamoroso voltafaccia, impedendogli di tornare in campo.
Paparesta non si dà per vinto e continua la sua battaglia con un ricorso dopo l'altro (l'ultimo al Tribunale nazionale di arbitrato per lo Sport). "Non racconto la verità a rate, ho già detto tutto quello che sapevo alla giustizia sportiva e ordinaria. Ora voglio solo capire il motivo di tanta disparità di trattamento e di tanto accanimento nei miei confronti", dice. E non vuole credere che il suo sia un allontanamento dal sapore 'educativo', utile cioè a far capire ai fischietti in attività che non ci si deve mai mettere contro il sistema, al quale bisogna essere - appunto - funzionali.
Ma quella di Paparesta non sarà una battaglia facile, anche perché dall'altra parte a dirigere la musica c'è tale avvocato Mario Galavotti, consulente legale della Federcalcio su incarico di Abete. Un grande amico di Moggi, che nel settembre del 2004 è intervenuto per salvare il figlio (procuratore) di Lucianone da una squalifica, facendola tramutare in una piccola ammenda.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/calciopoli-ce-ancora/2076140&ref=hpsp
L’estate del 2006 sarà ricordata per le sentenze di calciopoli con cui è stato spazzato via il sistema di potere che condizionava arbitri, decideva partite e assegnava scudetti. E mentre l'Italia discuteva sulla Juventus e sul gran ciambellano Moggi, in Puglia andava in scena qualcosa di molto simile. Anche in Puglia, quell'anno, era in azione un sistema che ha colpito per 57 volte, con gli stessi metodi, lì dove il calcio dovrebbe essere più puro: nei campionati giovanili. Questa è la storia della più grande truffa mai tentata in Italia in un campionato federale, perfino più grande (per numero di episodi accertati) di quella che ha visto sul banco degli imputati i big della serie A. Una truffa impressionante, scoperta grazie a un appassionato dirigente cui tutti davano del matto. E che con le sue denunce ha permesso di stabilire che qualcuno, per un intero campionato, ha sistematicamente alterato i referti dei tornei regionali Allievi e Giovanissimi per pilotare le ammonizioni e non far scattare le squalifiche a carico di giocatori ragazzini. Sì, esatto: hanno truccato pure il campionato degli adolescenti.
L'inchiesta della Federazione sulla calciopoli pugliese è durata oltre un anno, ed è andata avanti a fatica tra reticenze e incredibili omissioni. Conviene cominciare dalla fine, dal deferimento chiesto il 27 giugno 2008 dal procuratore Stefano Palazzi a carico di quattro persone, il giudice sportivo Francesco Guaglianone e i suoi sostituti Luigi Caruso, Nicola D'Ecclesiis e Corrado Fontana. L'inchiesta condotta dall'avvocato Paolo Mormando, dell'ufficio indagini, è forse stata l'estremo tentativo del sistema di mettere tutto a tacere. Ma Mormando non ha potuto non vedere quello che c'è scritto nelle carte. E cioè che ogni settimana, per l'intero campionato 2006/2007, qualcuno interveniva scientificamente per accomodare i referti arbitrali.
Supponiamo che una certa domenica il signor Tizio venisse ammonito. E supponiamo che si trattasse della quarta ammonizione, che stando alle regole avrebbe dovuto far scattare una giornata di squalifica per la domenica successiva. Invece sul comunicato ufficiale della federazione quella quarta squalifica diventava quinta, o magari veniva attribuita al signor Caio (che in un paio di casi nemmeno esisteva), o ancora veniva pubblicata con settimane o mesi di ritardo. Insomma, c'era qualche giovane calciatore cui veniva concesso il bonus: non saltare mai una partita, o saltarla quando non faceva più alcuna differenza. I casi accertati dall'avvocato Mormando sono 42, 8 per il campionato Allievi e 34 per i Giovanissimi: riguardano in tutto 57 irregolarità. Per altre 7 partite, in Federazione sono spariti i referti. In media, ogni settimana venivano «ritoccate» due partite: Palazzi parla di «ritardi e ingiustificati differimenti nella comminazione delle squalifiche». Le squadre beneficiarie sono sempre le stesse: il Bitetto, la Juve Club Gioia, la Nuovo Pignone e la Renshi di Bari, il Salice, il Copertino, il Soleto e il Muro di Lecce, la Cedas Avio di Brindisi, il Lucera e la Gioventù Calcio di Foggia, più altre che sembrano aver usufruito del «bonus» una sola volta.
A cosa servisse tutto questo è evidente: a evitare che il signor Tizio saltasse per squalifica una partita importante. E quindi, in fin dei conti, ogni ammonizione taroccata, ogni referto che non si trova, è la prova provata che il campionato è stato alterato nei suoi esiti. Però tra le squadre beneficiate non risultano le due che quell'anno vinsero i tornei, anzi: quelle citate prima sono per lo più di formazioni che hanno lottato per non retrocedere, che per i campionati giovanili significa tornare a giocare a livello provinciale. All'avvocato Mormando e al procuratore Palazzi queste considerazioni non interessano. La responsabilità – questa la tesi esposta nell'atto di deferimento – è soltanto dei giudici sportivi e del loro «comportamento gravemente negligente». Ma perché, e a favore di chi siano state commesse le 57 irregolarità, Mormando non lo spiega e Palazzi non se lo chiede. A nessuno infatti viene in mente di chiamare i giocatori ed i presidenti delle squadre beneficiarie per chiedere conto dell'accaduto: come se la colpa di calciopoli fosse tutta di Moggi e non, poniamo, della Juventus o del Milan o dei loro terminali in Federazione.
Un passo indietro. Dal primo luglio 2007 il settore giovanile e scolastico della Federcalcio passa sotto l'ala protettiva della Lega nazionale dilettanti: da braccio autonomo, diventa un ufficio distaccato. All'epoca della truffa sui referti il settore giovanile in Puglia era guidato da Manlio Incardona, che pur al corrente della questione – la denuncia era sul suo tavolo - decide di non muovere un dito e anzi, con Mormando, minimizza. Di fronte all'avvocato dell'ufficio indagini che lo interroga, chissà perché a Lecce e non a Bari, Incardona dice: io non ne so nulla, firmavo soltanto. Due mesi fa, alla scadenza del mandato, il presidente viene sostituito e per il momento esce di scena.
Torniamo all'inchiesta e al deferimento di Palazzi. La Commissione di garanzia guidata dall'ex procuratore di Mani Pulite, Francesco Saverio Borrelli, massimo organo della giustizia sportiva, è chiamata a giudicare per la calciopoli pugliese soltanto i quattro giudici sportivi. Ma sul tavolo di Borrelli, da fine settembre, c'è una memoria presentata dall'avvocato Guaglianone: al massimo – dice in sostanza Guaglianone – posso aver peccato di omessa vigilanza, ma non ero io che alteravo i referti. Gli unici che avrebbero potuto farlo, sostiene l'avvocato, erano un impiegato della Federazione e un collaboratore, sedicente addetto stampa: le password per entrare nel sistema informatico che gestisce le ammonizioni e i comunicati ufficiali, del resto, ce le avevano solo loro. Questa dichiarazione è un siluro ad alzo zero e spiega anche perché Borrelli stia aspettando di decidere. Se è vero quello che dice Guaglianone, che è un avvocato e sa bene cosa si rischia ad accusare qualcuno senza averne la certezza, Borrelli avrebbe l'occasione di mettere le mani almeno sugli esecutori materiali della truffa: squalificare i soli giudici sportivi sarebbe un modo comodo per lavarsi la coscienza, un alibi per non andare a fondo in una storia che merita di concludersi con le punizioni più severe. «La vicenda è ancora al primo atto, e ce ne sarà almeno un secondo e forse un terzo», dice con amarezza Vito Tisci, presidente del comitato regionale della Lega dilettanti. «Negli anni passati – racconta - diversi presidenti si erano rivolti a me per raccontarmi di cose strane che avvenivano intorno al settore giovanile. Pensavo che fossero le solite chiacchiere da bar. Poi, quando ho visto le prove, mi sono dovuto ricredere».
Tisci, come chiunque legga le carte con un minimo di distacco, non può e non vuole credere che i colpevoli siano i giudici sportivi Guaglianone, Caruso, D’Ecclesiis e Fontana. Non ha senso, infatti. Però, comprensibilmente, il presidente non fa ipotesi e non azzarda sentenze. Ma si lascia andare a uno sfogo: «Mi immagino un giovane che dice al suo presidente che domenica non giocherà perché sarà squalificato, e il presidente che gli risponde “non ti preoccupare, che ci penso io”. Mi chiedo cosa insegniamo a questi ragazzi». Tisci ha ragione da vendere. Perché finora, stando alle carte, l'unico ad aver pagato è l'uomo che attraverso le sue denunce ha fatto scoprire l'inganno.
Si chiama Franco Massari, ha una piccola squadra a Bitonto, ed ha il vizio di leggere con attenzione i comunicati ufficiali. Quando si è accorto che un calciatore era passato improvvisamente dalla terza alla quinta ammonizione, ha alzato il telefono ed ha chiamato Bari. Gli ha risposto il solito impiegato (quello chiamato in causa da Guaglianone), che ha dovuto correggere l'errore. Poi, però, il solerte impiegato ha scritto al giudice sportivo dicendo che Massari lo aveva minacciato.
Per Massari la giustizia sportiva è stata rapidissima: tre mesi di squalifica che scadranno a gennaio e un punto di penalizzazione. Il procuratore Pino Monaco aveva chiesto un anno e 10 punti di penalizzazione per entrambe le squadre che fanno capo a Massari: forse voleva essere certo che questo signore non aprisse più la bocca. Ma non basta. Nel collegio che ha giudicato il coraggioso presidente bitontino sedeva, tra gli altri, l'avvocato Cosimo Guaglianone, figlio del Francesco che ora deve rispondere di fronte a Borrelli. Papà imputato, figlio che giudica l'accusatore. I due avvocati sono entrambi ancora lì, al loro posto, a occuparsi di ragazzini che ogni domenica corrono dietro a un pallone. Pensando che sia la cosa più bella del mondo.
SUDDITANZA PSICOLOGICA DEGLI ARBITRI
PARLIAMO DI SUDDITANZA PSICOLOGICA DEGLI ARBITRI: IL DOSSIER.
Tutta la verità sugli errori arbitrali. Ecco perché le grandi sono favorite.
I numeri confermano che la sudditanza psicologica esiste. Sono sempre le grandi squadre ad essere in qualche modo favorite, dopo il periodo della Juve tocca all'Inter.
A sostenerlo è una ricerca dell’Osservatorio sugli errori arbitrali, ad opera della Virtual Class in collaborazione con l’Adiconsum, l’associazione a difesa dei consumatori e dell’ambiente. Un lavoro molto complesso, con una banca dati complessiva in sette anni di oltre 1200 errori arbitrali in «situazioni di gol/non gol», spiega il responsabile della società Luciano Lupi, in pratica gli errori che hanno inciso sul risultato. Tradotto in percentuali, sempre secondo l’Osservatorio, gli errori arbitrali hanno falsato «il 46 per cento delle partite», e si stima, aspetto non secondario, che abbiano cambiato direzione «le vincite di oltre cinquanta milioni di euro» per quanto riguarda le scommesse sul calcio.
I numeri, viene spiegato, sono stati elaborati confrontandoli con le moviole dei tre quotidiani sportivi, e con questo metodo di correzione del risultato della partita: un gol tolto o aggiunto ad ogni errore e 0,7 nel caso di rigore non concesso, per rispecchiare la percentuale statistica di realizzazione dal dischetto.
La società di ricerca si è spinta oltre, con una comparazione dei dati fra il periodo pre e post calciopoli. Per arrivare alle seguenti conseguenze: «Dal quadro sembra apparire abbastanza evidente come: a) esista una sudditanza psicologica degli arbitri nei confronti delle squadre di vertice; b) nel dopo calciopoli questa sudditanza abbia cambiato direzione, a favore soprattutto dell’Inter.
PASSAPORTI FALSI, DOPING E DOPING AMMINISTRATIVO
PARLIAMO DI PASSAPORTI FALSI.
Per scandalo dei passaporti falsi s'intende una vicenda che colpì il calcio italiano nell'annata 2000 - 2001 relativa ai passaporti di alcuni calciatori extra-comunitari sui quali c'era scritto che essi avevano parenti di origine europea e, di conseguenza, venivano schierati come atleti comunitari.
Furono coinvolte società dirigenti e calciatori di Serie A e Serie B, tra cui:
i campioni d’Italia proprio nel 2000 e nel 2001, Lazio con Juan Sebastian Veron e Roma con Gustavo Bartlet e Fàbio Jùnior; Inter con Alvaro Recoba; Milan con Dida; Juventus con Marcelo Zalayeta, Fabian Carini e Paolo Iglesias Montero; Udinese con Warley, Jorginho, Alberto e Da Silva; Vicenza con Jeda, Dedè; Sampdoria con Job, Mekongo e Francis Zè.
PARLIAMO DI DOPING NEL CALCIO.
Fu l’allora allenatore della Roma, Zeman, a dar fuoco alle polveri. E’ il 25 luglio 1998. «Il calcio deve uscire dalla farmacia», dichiara in una intervista. Appena due giorni dopo il Coni apre un’inchiesta affidata all’avvocato Longo, mentre Zeman insiste nelle accuse e avanza sospetti su Del Piero e Vialli. Sul calcio dopato interviene la magistratura: il primo a occuparsene è il procuratore aggiunto di Torino, Raffaele Guariniello, che il 9 agosto apre un’inchiesta sulla tutela della salute dei giocatori, seguito il giorno dopo dal pm Spinosa della Procura di Bologna.
Il 14 agosto Guariniello ascolta Del Piero, mentre Spinosa convoca Chiesa e Dino Baggio. Nell’inchiesta del pm bolognese sulla farmacia Guandalini compare il nome di Zeppilli, medico della Nazionale. Tre giorni dopo anche Vialli è interrogato a Torino.
La Procura del Coni, il 18 agosto, ascolta i medici Tavana (Milan), Zeppilli (Nazionale), Volpi (Inter), oltre a Veltrone, preparatore atletico della Juve.
Poi, il 20 agosto è il turno di Lippi, Simoni, Del Piero, Fuser, Vicini e Ronaldo.
Il 24 agosto Guariniello interroga il presidente del Coni, Pescante. Il giorno dopo lo stesso Coni conclude la sua inchiesta: «Nel calcio non c’è doping».
Ma Guariniello va avanti e il 4 settembre convoca Longo e Pescante sospettando irregolarità nei test del laboratorio Coni dell’Acqua Acetosa.
Il 9 settembre viene sospeso il segretario della Federazione dei medici sportivi del Coni Gasbarrone.
Un colpo di scena arriva il 19 settembre quando il laboratorio dell’Acqua Acetosa dice di aver smarrito la documentazione sui calciatori. Tre giorni dopo viene commissariata la federazione medici sportivi, mentre il 28 settembre si dimette Pescante.
Appena due giorni dopo scoppia lo scandalo insabbiamenti.
Il 5 ottobre la Procura di Roma invia cinque avvisi di garanzia ai responsabili del laboratorio Coni.
Il 6 dicembre parte un’indagine su 45 morti sospette nel calcio negli ultimi anni e il 16 dicembre viene inviato un avviso di garanzia ad Antonio Matarrese, ex presidente Federcalcio, e a Carlo Tranquilli, medico dell’under 21. Anche il presidente Nizzola, il giorno dopo, entra nel club degli inquisiti.
23 dicembre: Guariniello acquisisce i dati relativi ai primi tre mesi di antidoping nella nuova stagione calcistica.
31 dicembre: per Guariniello norme violate anche in questo campionato.
E il 17 gennaio 1999 mette sotto tiro anche gli arbitri.
Il 4 febbraio il Comitato olimpico internazionale vara l’agenzia indipendente per il controllo sul doping e stabilisce pene minime di due anni al primo caso di positività.
28 maggio: il governo approva la legge: pene da tre mesi a tre anni a chi somministra e a chi assume sostanze dopanti.
15 giugno: cento calciatori hanno usato sostanze proibite, parola di Guariniello.
PARLIAMO DI DOPING AMMINISTRATIVO.
Doping Amministrativo. Un illecito che falsa la competizione sportiva, perchè chi vi ha fatto ricorso ha in pratica messo in atto uno stratagemma contabile, non consentito, per ottenere una iscrizione alla quale non aveva diritto, oppure per avere una maggiore disponibilità economica da spendere sul mercato per rinforzare la squadra. Facile comprendere che se, anzichè ricapitalizzare, si investono quei soldi per acquistare calciatori più forti di quelli che si potrebbe avere, si crei un illecito che ha i suoi effetti su tutte le gare di campionato. La squadra che ha fatto uso di bilanci creativi, imbellettati o taroccati è partita in vantaggio rispetto a chi si è attenuto alle regole.
L'Inter non aveva i requisiti per iscriversi al campionato 2005/06. A sostenerlo sul Corriere è il pm di Milano Carlo Nocerino, che ha trascritto, nella chiusura delle indagini relative alle plusvalenze, quanto emerso dalla relazione della commissione per la vigilanza sulle società calcistiche. In particolare se la società nerazzurra «avesse evidenziato le perdite connesse alle plusvalenze fittizie, l'equilibrio finanziario sarebbe saltato e, appunto, non avrebbe superato i parametri chiesti dalla Covisoc per l'iscrizione al campionato 2005-2006». Insomma, secondo il P.M. non avrebbe giocato e poi vinto a tavolino il suo penultimo scudetto.
http://quotidianonet.ilsole24ore.com/1999/08/16/155213-Allinizio-fu-Zeman-.shtml
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Sport/2007/06_Giugno/20/inter_moratti_plusvalenze.shtml
BASKETTOPOLI
"Baskettopoli", 35 commissari indagati con arbitri e designatori.
È lungo l'elenco degli indagati in "Baskettopoli". Ben 44 le persone che, a vario titolo e con diverse responsabilità, avrebbero fatto parte del sistema di controllo dei campionati di serie B e C ipotizzato dalla magistratura di Reggio Calabria. Ai fini della ricostruzione delle attività e dell'individuazione dei presunti casi di combine, l'inchiesta ha trovato impulsi e riscontri nella collaborazione di tre arbitri. Di due di loro, originari e residenti in regioni del Centro, sono state intercettate le e-mail in cui parlavano dei presunti intrallazzi che avrebbero minato la credibilità della pallacanestro e messo in discussione la regolarità dei tornei. Il terzo arbitro, il 35enne reggino Alessandro Cagliostro (impiegato alla Polizia postale), ha contribuito invece alla ricostruzione della fitta rete di rapporti all'interno dell'organizzazione, indicando competenze, ruoli e presunte responsabilità.
Sono venute, dunque, dall'interno le denunce di presunte irregolarità nei tornei delle minors.
Secondo l'accusa, esisteva una organizzazione che stabiliva a tavolino l'esito delle gare e si avvaleva per determinarne l'esito della collaborazione di arbitri compiacenti, premiati con valutazioni eccellenti che favorivano la loro progressione in carriera.
Con i vertici del settore Commissari, nell'elenco degli indagati figurano sei arbitri e 35 commissari.
Nella ricostruzione delle attività del gruppo che, secondo l'accusa, controllava i destini di tante società di serie B e C e determinava l'esito delle gare o addirittura del campionato, gli investigatori della Polizia postale e delle comunicazioni di Reggio Calabria hanno girato in lungo e in largo per la Penisola.
I reati ipotizzati si sarebbero registrati in quasi tutte le regioni (Lazio, Calabria, Toscana, Sicilia, Umbria, Puglia, Campania, Veneto, Lombardia, Emilia, Piemonte). Delle partite sospette, ben otto sono state giocate in Toscana e una in Sicilia.
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DOPING
All’inizio era «la bomba». Mirabolanti pozioni sciolte da mano artigianale nelle borracce dei corridori. In una puntata del «Musichiere», celebre trasmissione nazionalpopolare degli Anni 50, le due leggende in abito e cravatta si punzecchiano sul refrain di «Come pioveva».
Sorprendentemente intonato, Fausto Coppi gorgheggia: «Giri d’Italia ne ho vinti tanti, senza mai prendere droghe e eccitanti». Stonatissimo e allusivo replica Ginettaccio, eroe dell’Italia bigotta: «Di giri sì ne hai vinti tanti, ma le prendeva oh, se le prendeva». Era l’età dell’innocenza e «sulla bomba» si scherzava, tutt’al più si ammiccava.
Si chiudeva più di un occhio, i controlli non c’erano, erano ancora troppe le macerie, troppo scarse le minestre, per le crociate moralistiche. Tanto per dire che, da Fausto Coppi a Valentino Fois, ciclismo e doping sono sempre stati la stessa famiglia, fusi nello stesso racconto, nella stessa epica. Non c’era bisogno dei blitz dei Nas o dell’occhio inquisitore di Guariniello. Bastava percorrere in macchina una qualunque tappa alpina o pirenaica del Tour per avvertire il tanfo demoniaco dell’impresa malata.
Luglio 1992. La carovana ha già scavallato il Col du Galibier, 2600 metri, dopo tre ore di corsa è la volta del Croix de Fer, altro duemila, senza un metro d’ombra, sull’asfalto che squaglia, interminabile, implacabile, disertato anche dalla gente, che pure al Tour è presente ovunque. E’ un attimo, lo stomaco sottosopra, il pensiero che va, dopo il Crox de Fer, l’arrivo sarà sull’Alpe d’Huez, altri quattordici chilometri di tornanti tra le nuvole e pendenze anche del quindici per cento. E domani altre montagne, altre pianure a folle velocità, i Pirenei. Un attimo, pensi a loro, i ciclisti, che arrancano dietro di te sui pedali, e ti ritrovi fuori dalla macchina, genuflesso sull’asfalto torrido, a evocare atterrito, non si sa a quale dio, l’impensabilità e l’inumanità dell’impresa. E’ allora che se ne va anche l’ultimo dubbio: quella che ci raccontano da sempre, da Roland Barthes a Gianni Brera, è una mitologica truffa, non meno eroica per questo. Il ciclismo pulito non è mai esistito, esiste più che mai la grandezza del ciclismo. In questo caso moltiplicata dall’assunzione di tanti veleni, non sminuita.
Tutta la letteratura degli «angeli», delle «aquile», dei «cannibali» e dei «pirati» non svanisce, anzi. Per più di un secolo, questi folli incatenati al pedale si sono ammazzati di fatica e di farmaci, hanno dato il sangue, i bronchi, la prostata per rappresentare sulla loro pelle come se fosse umano e raccontabile qualcosa che umano e raccontabile non è. Per strappare stupori o solo qualche ingaggio decente. Condannati prima ancora che dannati. E noi, invece di celebrarli o comunque trattarli con il dovuto rispetto, questi incantevoli fachiri, li abbiamo liquidati come volgari imbroglioni. Anche lui, anche Marco Pantani. «Perché vai così forte in salita anche quando non serve?», gli chiese un giorno un gregario. «Per abbreviare la mia agonia», rispose lui, il ragazzo con la bandana e le orecchie a sventola, non sapendo o forse sapendo benissimo che quella era la sua epigrafe.
Ci sono anche le morti collaterali del doping. Valentino Fois muore come il suo amico Marco Pantani. La stessa melanconia. Lo stesso disastro esistenziale. Impossibile sopravvivere a una macchina infernale che prima ti spaccia per un eroe davanti alle folle e poi ti umilia davanti ai magistrati. Il primo caso accertato di decesso sportivo da doping è del 1886. Era un ciclista, guarda caso. Il gallese Arthur Linton morì dopo aver pedalato come un forsennato nella classica Parigi-Bordeaux. Nel cadavere il medico legale trovò una fantasiosa mistura di stricnina, cocaina ed etere. Gonfio di amfetamine crepò Alfredo Vanzini, alla fine della Milano-Rapallo del 1949.
La prima morte tossica in diretta televisiva fu quella di Tommy Simpson, l’inglese cominciò a sbandare come un ubriaco sui tornanti calvi del Ventoux prima di schiantarsi. Era il 1967. Da Arthur Linton a Valentino Fois, passando per Tommy Simpson, Marco Pantani e José María Jiménez, altro leggiadro e tossico scalatore finito in depressione cronica, la storia del ciclismo è storia di morti esplicite e misteriose, morti sospette, come quella di Jacques Anquetil, il dandy che a ogni arrivo pretendeva di trovare ostriche, champagne e foie gras ma chissà alla partenza... o quella recente del sudafricano Ryan Cox. Testimoni, pentiti e gole profonde hanno raccontato negli anni tutto quello che c’era da sapere sul tema. Dalle bombe sciolte nelle borracce al doping ematico di oggi, passando per corticoidi, anabolizzanti, l’Epo, il doping è diventato negli Anni 90 scientifico e sistematico.
Doping di squadra. Anche qui, condannati ancora prima che dannati. Non ti dopi più per vincere ma per non perdere lavoro. Gli ultimi appestati si ostinano oggi a pedalare, accerchiati dal sospetto e con il passaporto biologico nella tasca. I falchi dell’antidoping si presentano ovunque con i loro test a sorpresa, anche al funerale del figlio. Come è successo di recente a Kevin Van Impe, gregario di Bettini. No, non è finito il ciclismo, sono finiti quelli all’altezza di raccontarlo. Gli stessi che ora si domandano se la morte di Fois è «il colpo di grazia». Il ciclismo ha già perso da un pezzo la grazia.
C'è chi rischia la vita per vincere la corsetta ciclistica amatoriale alla sagra del prosciutto, siringandosi da sè. C'è chi riduce i propri testicoli a noccioline rinsecchite pur di gonfiarsi i bicipiti di un altro paio di centimetri. C'è chi va incontro al cancro, alla leucemia, alla trombosi, all'impotenza pur di arrivare al traguardo della maratona di paese prima dell'amico rivale. Sono i pazzoidi del doping della domenica, in Italia almeno mezzo milione di sportivi truccati e senza controllo, vittime del mito della vittoria anche quando la vittoria non vale niente, solo l'orgoglio di arrivare davanti, o di specchiarsi e vedere muscoli lucidi e turgidi da culturista. Sono i "dopati fai da te", cioè il vero motore di un'industria parallela a quella della droga, nelle mani della criminalità organizzata, che fattura due miliardi di euro all'anno e che nel 2007 ha visto commerciare Epo per oltre 200 milioni.
Perché quelli come Riccò sono soltanto la punta dell'iceberg. Sotto il fenomeno si rivela per quello che è: un commercio mondiale che coinvolge medici, farmacisti, allenatori e naturalmente atleti. Tutti complici per poter prescrivere, comprare, vendere e consumare anabolizzanti, Epo, ormoni della crescita, insulina, integratori, stimolanti, corticosteroidi e farmaci di varia natura che nascono per i malati, ma sono più richiesti dai sani: per andare più forte, per scolpirsi il corpo, per non sentire la fatica. Alla lunga ci si ammala e si muore, ma il dopato della domenica non si cura mai del lunedì.
"Anch'io vado in palestra tutti i giorni, e vedo questi uomini davanti allo specchio, in estatica ammirazione dei propri muscoli". Raffaele Guariniello, procuratore capo vicario a Torino, protagonista di alcuni tra i più importanti processi per doping (Pantani, Juventus) e sportivo a ore perse.
"Ho chiesto al mio istruttore un corpo come quei tizi, e lui mi ha risposto che i pesi non bastano, semmai ci vogliono le pasticche". In Italia, già trentacinque sentenze per casi di doping sono arrivate in Cassazione da quando il reato è penale.
"Il mercato degli anabolizzanti e degli integratori è in continua crescita, e la colpa è il modello distorto di successo. Negli integratori, in particolare, esistono sostanze farmacologicamente attive non indicate in etichetta perché la legge non lo prevede. Nel corso di una nostra inchiesta trovammo un aminoacido contenente nandrolone, un anabolizzante. Chiunque, e penso soprattutto ai ragazzi, può comprare questa roba e doparsi".
La vetrina di un negozio per culturisti e palestrati in via Mazzini, pieno centro di Torino. Vasi giganti di creatina a 39 euro, slogan psichedelici e promesse assolute ("Vai oltre i tuoi limiti!"), fotografie di uomini e donne forse gonfiati col compressore, interi scaffali di pillole e pomate. "Vitamin store": ma saranno solo vitamine? Cosa c'è dentro quegli intrugli? "Comprare doping è la cosa più facile del mondo" spiega il professor Mauro Salizzoni, illustre chirurgo del fegato e già responsabile antidoping della Federciclismo. "Se si vuole l'Epo, basta pagare: in Italia, oppure a Lugano. Il problema è legale e sociale al tempo stesso: una cultura malata propone modelli assurdi che gli sportivi senza cervello seguono meccanicamente. Non sapendo, forse, che l'ormone della crescita fa scoppiare cuore e fegato e che l'Epo porta alla trombosi. Almeno venticinque atleti, in Italia, sono già morti così".
Un guasto culturale: per sentirci qualcuno abbiamo bisogno di forza, potenza, affermazione e falsa bellezza. E il Tour de France è solo una briciola nel gigantesco banchetto del doping. Un'inchiesta sviluppatasi a Luino e iniziata a febbraio, ha portato alla denuncia di sedici persone tra cui un medico che intestava false prescrizioni di Epo, morfina, testosterone e anabolizzanti a malati terminali, anziani e persino defunti; nel corso della stessa indagine si è scoperta l'assunzione di 650 compresse e 74 dosi di farmaci ad uso veterinario: medicine per cani e bovini, assunte come doping della domenica. E lo spacciatore era il magazziniere di una farmacia dell'Alto Varesotto che si riforniva in Svizzera. Oppure, è storia della settimana scorsa, 80 indagati a Padova nel mondo dello sport amatoriale, di nuovo con farmacisti e medici nel ruolo di complici.
È anche un problema di abuso di farmaci, come sentenziò la Cassazione nei confronti del medico della Juventus, Riccardo Agricola. "Le procure sono molto attive, e quello che si riesce a scoprire dimostra la diffusione e la ramificazione del fenomeno" dice Guariniello. Un caso clamoroso avvenne a Como, dove una dottoressa dell'Asl che era nello stesso tempo cliente di una palestra, prescriveva al suo istruttore un farmaco chiamato Dynabolon, ovvero un anabolizzante. Sentenza arrivata in Cassazione: sette mesi di reclusione al medico che tentò di difendersi goffamente ("Il mio paziente aveva bisogno di quella medicina, non si tratta di doping").
Secondo gli inquirenti, Nas e Guardia di Finanza, la mafia e la camorra gestiscono un mercato in crescita di circa il trenta per cento all'anno, con numeri da grande industria. Del resto in Italia vi sono oltre dodici milioni di sportivi praticanti, e più di tre milioni di tesserati. Le più recenti statistiche indicano che almeno 250 mila atleti agonisti ricorrono alla chimica per alterare le proprie prestazioni, e che almeno una palestra su dieci si rivela luogo di spaccio, commercio e consumo di doping.
"Perché tra i cosiddetti amatori non esiste alcun controllo" spiega il professor Dario D'Ottavio, responsabile del coordinamento antidoping per il Consiglio nazionale dei chimici, nonché perito in numerosi processi. "Nessuno immagina quanto sia diffuso questo fenomeno. E se esistono atleti professionisti che vanno in giro con il beauty del doping, diviso in scomparti e pronto per dosare ogni giorno i diversi farmaci, ci sono molti più atleti della domenica che ingoiano qualunque cosa e si fanno le iniezioni e le flebo da soli, oppure si infilano supposte di caffeina alla partenza delle gare. A volte si tratta di ex professionisti già condannati per doping: passato il tempo della notorietà, non hanno perso il vizio. E il sistema, anziché espellerli li accoglie a braccia aperte".
Il professor D'Ottavio ricorda un'inchiesta che partì dalla morte di un culturista, a Modena: "Una storia tristissima. L'autopsia evidenziò che questo poveretto aveva i testicoli come nocciole, perché se si assumono ormoni maschili in dosi cento volte superiori i livelli fisiologici, è chiaro che l'organismo non li produce più". Effetti collaterali? "Si diventa impotenti. Sequestrammo siringhe che contenevano prostaglandina, una sostanza urticante che veniva iniettata direttamente nel pene e procurava un'infiammazione, ovvero un'erezione artificiale. Qualcosa di mostruoso". Il professore va anche a far lezione di doping e antidoping nelle scuole: "Faccio vedere ai ragazzi una fotografia di Livio Berruti, una di Ben Johnson e una terza di un culturista, per spiegare com'è cambiato il corpo degli atleti e perché. Le immagini servono più di mille parole".
I siringati della domenica ignorano, infine, quanto sia sottile il confine tra doping e tossicodipendenza. Tra i primi a denunciarlo fu "Libera", l'associazione di don Ciotti: del resto, per convincersi basterebbe considerare il percorso di alcuni famosi campioni dal doping alla droga, e talvolta alla morte. "Perché questa roba ammazza due volte" conclude il professor D'Ottavio. "Il corpo, ma soprattutto la mente". Ed è proprio da lì, dal cervello, che parte l'abnorme impulso ad essere più forti, più belli, più veloci, più gonfi, più scolpiti. Povere statue in attesa di sgretolarsi.