
LO STATO CI DIFENDE ?!?!
ORARI INSUFFICIENTI E STRAORDINARI DA AUTORIZZARE
TURNO: 36 ORE SETTIMANALI. SONO MOLTO DI MENO, SE SI CONSIDERA CHE PER OGNI GIORNO VI E' LA FASE MONTANTE E LA FASE SMONTANTE DAL SERVIZIO. E' UN TEMPO MORTO, PERCHE' INIBISCE OGNI INTERVENTO.
ORARIO DI LAVORO
DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 11 Settembre 2007 , n. 170
Recepimento dell'accordo sindacale e del provvedimento di concertazione per il personale non dirigente delle Forze di polizia ad ordinamento civile e militare (quadriennio normativo 2006-2009 e biennio economico 2006-2007).
Titolo I
FORZE DI POLIZIA AD ORDINAMENTO CIVILE
Art. 10. Orario di lavoro
1. La durata dell'orario di lavoro è di 36 ore settimanali.
2. Il personale inviato in servizio fuori sede che sia impiegato oltre la durata del turno giornaliero, comprensivo sia dei viaggi che del tempo necessario all'effettuazione dell'incarico, è esonerato dall'espletamento del turno ordinario previsto o dal completamento dello stesso; qualora il predetto servizio si protragga oltre le ore 24,00 per almeno tre ore, il dipendente ha diritto ad un intervallo per il recupero psico-fisico non inferiore alle dodici ore. Il turno giornaliero si intende completato anche ai fini dell'espletamento dell'orario settimanale d'obbligo.
3. Fermo restando il diritto al recupero, al personale che per sopravvenute inderogabili esigenze di servizio sia chiamato dall'amministrazione a prestare servizio nel giorno destinato al riposo settimanale o nel festivo infrasettimanale è corrisposta una indennità di Euro 5,00 a compensazione della sola ordinaria prestazione di lavoro giornaliero.
4. Al personale impiegato in turni continuativi, qualora il giorno di riposo settimanale o il giorno libero coincida con una festività infrasettimanale, è concesso un ulteriore giorno di riposo da fruire entro le quattro settimane successive.
FORZE DI POLIZIA AD ORDINAMENTO MILITARE
Art. 28. Orario di lavoro
1. La durata dell'orario di lavoro è di trentasei ore settimanali.
2. Il personale inviato in servizio fuori sede che sia impiegato oltre la durata del turno giornaliero, comprensivo sia dei viaggi che del tempo necessario all'effettuazione dell'incarico, è esonerato dall'espletamento del turno ordinario previsto o dal completamento dello stesso. Il turno giornaliero si intende completato anche ai fini dell'espletamento dell'orario settimanale d'obbligo.
3. Fermo restando il diritto al recupero, al personale che per sopravvenute inderogabili esigenze di servizio sia chiamato dall'amministrazione a prestare servizio nel giorno destinato al riposo settimanale o nel festivo infrasettimanale è corrisposta una indennità di Euro 5,00, a compensazione della sola ordinaria prestazione di lavoro giornaliero.
4. Al personale impiegato in turni continuativi, qualora il giorno di riposo settimanale o il giorno libero coincida con una festività infrasettimanale, è concesso un ulteriore giorno di riposo da fruire entro le quattro settimane successive.
5. I riposi settimanali, non fruiti per esigenze connesse all'impiego in missioni internazionali, sono fruiti all'atto del rientro in territorio nazionale nella misura pari alla differenza tra il beneficio spettante ed i recuperi e riposi accordati ai sensi della normativa di settore; tale beneficio non è monetizzabile.
6. Le ore eccedenti l'orario di lavoro settimanale che non siano state retribuite possono essere recuperate mediante riposo compensativo entro il 31 dicembre dell'anno successivo a quello in cui sono state effettuate, tenendo presenti le richieste del personale e fatte salve le improrogabili esigenze di servizio.
Registrato alla Corte dei conti l'11 ottobre 2007
Ministeri istituzionali, registro n. 10, foglio n. 214
STRAORDINARI
L'articolo 63 della legge 1° aprile 1981, n. 121, istituisce il compenso del lavoro straordinario in favore degli agenti e degli ufficiali di pubblica sicurezza. Il relativo capitolo di bilancio, di conseguenza, viene gestito dal Ministero dell'Interno.
il Consiglio di Stato, con decisione n. 1.531 del 14 marzo 2002, ha stabilito: "Per poter retribuire il lavoro straordinario prestato dai dipendenti pubblici è necessaria un'autorizzazione formale e preventiva, al fine di verificare, nel rispetto dell'articolo 97 della Costituzione, se esistano effettivamente le ragioni di pubblico interesse che rendono necessario il ricorso a prestazioni lavorative eccedenti l'orario normale. A tal fine, l'autorizzazione può intervenire a sanatoria soltanto nel caso di prestazioni lavorative espletate per improcrastinabili esigenze di servizio". In tale quadro, solo i comandanti ed i capi ufficio che dispongono il servizio potranno giudicare, anche in relazione alla disponibilità del monte ore, come retribuire le ore eccedenti il normale orario di lavoro. Competente, comunque, ad amministrare detto monte ore è il Comandante provinciale. In riferimento ai tempi richiesti per la liquidazione dei fogli di viaggio, non risulta prestabilito alcun termine, trattandosi di mero lavoro burocratico eseguito sotto il controllo della scala gerarchica.
DR ANTONIO GIANGRANDE PRESIDENTE ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
IMPUNITA' DIFFUSA
SICUREZZA: 333 REATI ALL'ORA. LA MAPPA DELLA CRIMINALITÀ CITTÀ PER CITTÀ
Nel complesso l'aumento si può definire "contenuto" e il traguardo dei tre milioni era atteso. Ma il problema criminalità resta all'ordine del giorno – tra insicurezza "percepita", episodi di cronaca "effettivi" e allarmi continui. L'ultimo – sull'incertezza delle pene che vanificherebbe «gli sforzi della magistratura e delle Forze di polizia» – l'ha lanciato venerdì scorso al Senato il capo della Polizia Antonio Manganelli. Qualche indicazione concreta sulla situazione e sui trend più recenti può venire dai dati forniti dal ministero dell'Interno – ed elaborati dal Sole 24 Ore del lunedì – che parlano di un bilancio 2007 di 2,9 milioni di reati denunciati, circa 143mila in più rispetto al 2006 (+5,15%), quasi 8mila al giorno o 333 ogni ora.
Rapportando il dato ai 59,2 milioni di italiani, si ottiene una media di 4.900 delitti ogni centomila abitanti: su ogni cento abitanti graverebbero insomma 4,9 crimini (appena un paio di decimi in più rispetto al 2006). Se quindi, considerando l'attività criminale in generale, il quadro non si presenta molto movimentato, luci e ombre emergono da un'analisi più dettagliata, scendendo cioè nelle principali tipologie (si veda la pagina a fianco) e nelle performance territoriali.
E così si scopre che c'è un reato assai diffuso, quello dei furti d'auto, che evidenzia addirittura un calo rispetto al 2006 (-5,35%), mentre un altro ben più temuto, quello dei furti in abitazione, è salito di quasi un quinto. Collocandosi entrambi intorno a quota 170mila, si può calcolare che ogni ora, in Italia, vengano prese di mira una ventina di auto e un numero analogo di abitazioni. Incremento oltre la media anche per le truffe informatiche e le frodi (+8,7%): quasi 120mila ed è una cifra che non comprende i numerosi episodi che – a volte per "vergogna" o per paura della vittima, altre volte per le scarse probabilità di ottenere qualche "ristoro" – neppure vengono denunciati. Poi ci sono i crimini per la strada, i borseggi (23mila) e gli scippi (160mila), dati in crescita (rispettivamente +2,35% e + 6,35%) che comunque si riferiscono solo all'emerso. Stabili invece gli omicidi volontari: più o meno sono 600-620 all'anno.
Dalla classifica – che per ognuna delle 103 province fornisce il numero totale dei reati, l'incidenza ogni 100mila abitanti e la variazione percentuale nel 2007 rispetto al 2006 – si constata invece la diversa distribuzione del fenomeno sul territorio. Così è abbastanza prevedibile scoprire ai primi posti per quantità le aree metropolitane, maggiormente esposte all'attacco della criminalità per ragioni di ricchezza e "densità": reddito, demografia, luoghi e occasioni di accesso. Milano e Roma occupano le prime due posizioni, contribuendo ciascuna a quasi un decimo delle denunce totali, seguite da Torino e Napoli, entrambe sopra quota 100mila. Altrettanto ovvio trovare all'altra estremità della classifica quattro piccole province, Isernia, Enna, Oristano e Matera, tutte del Sud e tutte sotto la soglia dei 4mila casi in totale.
Se, però, si mette il numero dei reati in rapporto con la popolazione, ecco che una provincia di modeste dimensioni si deve "rassegnare" a scalzare le grandi in vetta alla classifica: a Rimini sono oltre 9 ogni cento residenti (ma questa realtà è maggiormente a rischio di reati anche per gli elevati flussi turistici che richiama da anni). Tutta l'Emilia Romagna, peraltro, si trova a pagare l'attrattività del territorio in termini di maggiore incidenza dei fenomeni criminosi: quattro delle sue nove province (Rimini, Bologna, Ravenna e Modena) sono nella top ten dei reati in rapporto alla popolazione. In evidenza si mettono anche altre province con forte appeal turistico, come Firenze e le liguri Genova e Savona.
Quanto al trend, la grande maggioranza delle province evidenzia un aumento dei reati: particolarmente forte quello di Foggia (22%), seguita da Latina, Isernia e Matera, ma almeno le ultime due vantano condizione estremamente soddisfacenti. E non mancano segnali positivi: in 15 province, tra le quali Genova, i reati risultano in calo.
IL CAPO DELLA POLIZIA, ANTONIO MANGANELLI: ITALIA TERRA DI INDULTO QUOTIDIANO E INCERTEZZA DELLA PENA
La certezza della pena non esiste più. Ci troviamo in una situazione di «indulto quotidiano», in cui tutti parlano ma nessuno fa. Il capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli, non usa mezzi termini per definire lo stato della certezza della pena in Italia.
NON SI E' FATTO NULLA - «Viviamo una situazione di indulto quotidiano - dice alle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato - di cui tutti parlano. Ma su cui non si è fatto nulla negli ultimi anni».
La pena, aggiunge Manganelli, «oggi è quando di più incerto esiste in Italia»; un qualcosa che rende «assolutamente inutile» la risposta dello Stato e «vanifica» gli sforzi di polizia e magistratura. «Non gioco a fare il giurista - prosegue il capo della Polizia - nè voglio entrare nelle prerogative del Parlamento, ma quella che abbiamo oggi è una situazione vergognosa».
CRIMINALITA' E CLANDESTINITA' - «La criminalità diffusa in Italia ha un segmento di fascia delinquenziale ben identificato che si chiama immigrazione clandestina» ha aggiunto il capo della polizia. «Il 30 per cento degli autori di reato di criminalità diffusa sono immigrati clandestini - ha spiegato ancora Manganelli - ma questa media nazionale del 30 per cento va disaggregata». Così, ha proseguito il capo della polizia, si scopre, che se al Sud i reati commessi da clandestini incidono relativamente poco («i reati compiuti da irregolari si attesta intorno al 30 per cento»), al Nord e in particolare nel Nord est «si toccano picchi del 60-70 per cento». La maggior parte degli immigrati clandestini, sottolinea poi Manganelli, entra in Italia non attraverso gli sbarchi ma con un visto turistico. «Solo il 10 per cento dei clandestini entra nel nostro Paese attraverso gli sbarchi a Lampedusa- dice il capo della polizia- mentre il 65-70 per cento arriva regolarmente e poi si intrattiene irregolarmente». E conclude: «Il 70 per cento di quei crimini commessi nel Nord est da irregolari è compiuta proprio da chi arriva con visto turistico e poi rimane clandestinamente sul nostro territorio». Per contrastare la clandestinità, riflette Manganelli, «occorre quindi non solo il contrasto all'ingresso, ma il controllo della permanenza sul territorio dei clandestini».
CPT
- Dal primo gennaio a oggi, «le forze dell'ordine hanno fermato 10.500 immigrati
clandestini per i quali è stata avviata la procedura di espulsione: ma solo
2.400 di loro hanno trovato posto nei Centri di permanenza temporanea» ha reso
noto Manganelli. «È un dato che io trovo inquietante - ha ammesso Manganelli -,
perchè significa che oltre 8 mila clandestini sono stati "perdonati" sul campo
essendosi visti consegnare un foglietto su cui c'è scritto "devi andar via", che
equivale a niente».
«Noi forze dell'ordine diciamo che l'immigrazione clandestina va contrastata con
rigore, ma di fatto rinunciamo già in partenza a qualsiasi possibilità di farlo»
ha detto ancora Manganelli. In tutto il 2007 - ha spiegato Manganelli - «gli
immigrati clandestini fermati e avviati ad espulsione sono stati 33.897, ma solo
6.366 di loro hanno trovato posto nei Cpt: di fatto, 27 mila sono stati
destinatari di un ordine scritto (di allontanamento), naturalmente non accolto
nella stragrande maggioranza, se non nella totalità, dei casi».
COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI. LUCIANO VIOLANTE: BENE INDAGINI MA PROCESSI INEFFICACI
Dal 1992 al 2007 infatti sono stati arrestati 3.747 pericolosi latitanti, circa uno ogni 36 ore e sono "quasi cessate le violenze negli stadi".
Diverso è invece il discorso dell'efficacia del processo "i cui risultati preoccupanti esigono la più severa delle riflessioni".
A denunciarlo è l'indagine sulla sicurezza in Italia promossa dalla commissione Affari costituzionali della Camera presieduta da Luciano Violante e presentata oggi a Montecitorio.
I dati offerti alla commissione da "tutte e cinque le forze di polizia - si legge nel documento - dimostrano un impegno crescente nel controllo del territorio, delle persone e dei veicoli da trasporto, negli arresti e nelle perquisizioni".
In particolare, le "persone denunciate sono passate dalle 435.751 del '90 alle 651.485 del 2006''. Negli ultimi cinque anni, si aggiunge, si è passati dai 125.689 arresti del 2002 ai 153.936 del 2006 (+22,47%). Per quanto riguarda poi il controllo del territorio, gli indici sui quali ci si basa sono quelli delle persone e delle auto identificate in occasione dei posti di blocco e nel 2006 le persone controllate sono state 10 milioni, mentre gli automezzi 5 milioni.
Quando si passa a valutare l'efficacia del processo, dice ancora la relazione, "che vuol dire sconfitta dell'impunità e certezza della sanzione, i risultati sono preoccupanti ed esigono la più severa delle riflessioni". (ANSA) 2008-04-22 12:16
http://www.sap-nazionale.org/ultimaora.php?id=823
RAPPORTO EURISPES: ITALIANI SFIDUCIATI NON DENUNCIANO IL 31 % DEI REATI.
Sicurezza: si stima che il bilancio dei crimini stia per raggiungere quota tre milioni, un vero e proprio record. Nel 30,6% dei casi gli italiani, pur essendo stati vittima di reati, hanno preferito non denunciare l'accaduto agli organi competenti. Il 42,4% degli italiani ha installato un allarme antifurto in macchina, mentre il 33,3% ha preferito montarne uno a difesa della propria casa. Dati allarmanti, che segnalano un preoccupante senso di sfiducia nelle istituzioni ed un aumento della voglia del tutelarsi in proprio.
http://www.ragionpolitica.it/testo.8919.rapporto_eurispes.html
RAPPORTO MINISTERO DELLA GIUSTIZIA.
OBBLIGATORIETA' AZIONE PENALE: DIBATTIMENTO ESAURITO/DENUNCE SOPRAVVENUTE, 13,20 %;
CERTEZZA DELLA PENA: APPELLO ESAURITO/DENUNCE SOPRAVVENUTE, 2.41%;
PROCESSI PENDENTI: 5.070.645
IMPUNITA': PRESCRIZIONI 156.802
| SOPRAVVENUTI | ESAURITI | PENDENTI | PRESCRIZIONI | ||
| INDAGINI PRELIMINARI | PM + GDP | 3.217.221 | 3.125.119 | 2.957.619 | |
| GIP | 1.991.143 | 1.929.020 | 1.515.700 | 126.920 | |
| DIBATTIMENTO | TRIBUNALE + GDP | 424.676 | 400.478 | 454.463 | 21.037 |
| APPELLO | 90.415 | 77.764 | 142.863 | 8.863 | |
| TOTALE | 5.070.645 | 156.820 |
http://www.giustizia.it/statistiche/statistiche_dog/2006/agpenale/nazionalepen.xls
http://www.giustizia.it/statistiche/statistiche_dag/2003/prescrizioni.htm
SICUREZZOPOLI
BANDE IN DIVISA
Si è concluso in data 14 luglio 2009 con le condanne di otto poliziotti a pene fino a 8 anni e mezzo di reclusione il processo che li vedeva accusati di aver costituito un’associazione per delinquere abusando del proprio potere mentre erano in servizio alle Volanti o alle Scorte tra il 2002 e il 2005.
Le condanne sono state emesse dai giudici della decima sezione penale del tribunale di Milano, che hanno dichiarato estinto il rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione del promotore dell’organizzazione e dei due ideatori ed esecutori dei reati.
I condannati sono agenti che lavoravano presso la Squadra Volanti della Questura di Milano. Secondo la ricostruzione dell’accusa, in alcune occasioni si sarebbero fatti corrompere dagli spacciatori che perseguivano. Nel capo d'imputazione si legge che sono state eseguiti "una serie indeterminata di delitti, tra i quali peculati, furti, falsi in atto pubblico e perquisizioni".
A volte accettavano promesse "di pagamento della metà del valore dello stupefacente rinvenuto", altre volte "fingevano una regolare operazione di polizia allo scopo di impossessarsi di stupefacente e del denaro di prezzo dell’acquisto".
Di stesso tenore è l’atteggiamento tenuto dal tribunale di Brescia. Nell'ottobre del 2008 la condanna a 2 poliziotti, rispettivamente a 5 anni e 4 mesi e ad un anno e sei mesi, al termine del processo con il rito abbreviato. In data 13 luglio 2009 altre tre condanne ai poliziotti accusati a vario titolo e con responsabilità diverse di rapina e estorsione. Tre anni, un anno e 11 mesi, otto mesi. Secondo l'accusa i poliziotti in forza ai tempi alla questura di Brescia avrebbero preteso droga e cellulari durante alcuni controlli nei confronti di alcuni spacciatori.
Ma quanto raccontato da "L'UNITA' con il titolo "La banda in divisa" è allucinante.
Quello che stiamo per raccontare è un «processo nascosto». Un altro processo che - come quello che si tiene a Palermo contro il generale Mario Mori e il colonnello Obinu - è totalmente uscito dalle cronache. E anche in questo processo - che si celebra davanti all’ottava corte d’assise di Milano - tra gli imputati ci sono nomi importanti delle forze dell’ordine.
Uno è, anche qua, il colonnello Obinu. Un altro nome, il più importante, è quello del generale Giampaolo Ganzer, comandante del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri. E, se la sua posizione non fosse stata stralciata, ci sarebbe anche un magistrato: Mario Conte. In tutto gli imputati sono ventidue, accusati di reati gravissimi: associazione delinquere armata dedita a importare e vendere enormi quantità di droga (eroina, coca e hashish) in tutta Italia.
Il primo a sentire puzza di bruciato fu un giudice Armando Spataro, allora sostituto procuratore a Milano. Nel gennaio del 1994 ricevette da Ganzer, col quale all’epoca aveva un rapporto di amicizia e stima, la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. «Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce».
Spataro firmò decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu messa in atto. Fin qua niente di strano. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Si trattava solo di leggerezza nella gestione dei reperti? Di sciatteria? Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga.
Il processo ruota attorno a questi comportamenti. Il Ros li presentava come tecniche investigative e, in effetti, di tanto in tanto effettuava operazioni antidroga. Secondo i giudici, invece, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le «brillanti operazioni» non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Un elemento fondamentale per l’inchiesta che ha portato al processo fu acquisito nel 1997 a Brescia dal giudice Fabio Salamone.
Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» gli raccontò che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinare in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti.
«Il Ros - scrivono i giudici nel rinvio a giudizio - instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia... ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta - annota la Procura di Milano - di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». Al giudice Salamone questo quadro è stato confermato, in alcuni importanti aspetti, da due sottufficiali dei carabinieri che figurano tra gli imputati.
Sempre secondo l’accusa, i comportamenti illeciti furono coperti e agevolati dal magistrato Mario Conte, che allora lavorava a Bergamo: il suo ruolo nelle «operazioni antidroga» era fondamentale perché, con la sua firma, forniva ai Ros la copertura legale. «Con Obinu e Ganzer - si legge nella richiesta di rinvio a giudizio - il sostituto procuratore Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colombiano ndr.), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese ndr.) e Biagio Rotondo, agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi».
E c’è di più perché quando l’inchiesta di Salomone decolla, Conte viene trasferito proprio a Brescia, nell’ufficio accanto a quello del collega che lo sta indagando. Oggi Conte, rinviato a giudizio nel 2005 con gli uomini del ROS, per motivi di salute non figura tra gli imputati e sarà processato a parte.
Non è solo una storia di droga Secondo l’accusa tra le mani degli ufficiali sono anche passate molte armi. Come il carico della nave «Bisanzio», giunta Ravenna da Beirut nel dicembre 1993 che, oltre a migliaia di chili di stupefacente trasportava 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose munizioni, venduti in cambio di una somma di denaro di cui si è persa ogni traccia. Due erano gli acquirenti, la cui posizione è stata archiviata, entrambi legati alla famiglia mafiosa calabrese dei Macrì-Colautti. Perché è stato fatto tutto questo?
La procura di Milano lo spiega con poche inequivocabili parole: «Per pervenire a brillanti operazioni di polizia in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire visibilità e successo». Carriera e visibilità. Ma anche soldi. Quasi tre miliardi di lire provenienti dalla vendita della droga, di cui il PM Conte e gli ufficiali del ROS, tra i quali Ganzer e Obinu, avrebbero «omesso il sequestro e la documentazione sulla successiva destinazione, appropriandosene». Simile sorte sarebbe toccata a svariati chili di stupefacenti che, importati in Italia dagli uomini in divisa, sarebbero finiti sul mercato.
Il «processo nascosto» era iniziato da quasi due anni quando, il 29 agosto 2007, il principale teste d’accusa si suicidò nel carcere di Lucca. Biagio Rotondo, «Il Rosso», era stato arrestato cinque giorni prima con l’accusa di detenzione abusiva di arma e ricettazione perché, durante un controllo dei carabinieri, all’esterno del ristorante dove lavorava era stata trovata una vecchia pistola nascosta in un tovagliolo.
Prima di togliersi la vita, Rotondo scrisse una lettera indirizzata ai magistrati. Il pubblico ministero Luisa Zanetti l’ha letta il 20 settembre 2007, nell’aula dove si celebra il processo: «Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. È un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile. Vi scrivo per farvi che non vi ho mai tradito e che la fiducia in me è stata ben riposta. Vi chiedo scusa per questo insano gesto...Spero che mi ricorderete con simpatia».
Dopo questo non si deve dimenticare che è stato condannato a 12 anni, dal Tribunale di Milano, l'ex generale della Finanza Giuseppe Cerciello, accusato di corruzione.
http://www.bresciaoggi.it/stories/Home/69414_rapina_e_estorsione_poliziotti_condannati/
http://www.centroimpastato.it/php/crono.php3?month=4&year=2000
INSICUREZZA STRADALE
Sarà quel che sarà, di certo aumentano esponenzialmente i «lampi blu» che sfrecciano nelle nostre città. Migliaia di auto di scorta per volti noti che vanno di fretta.
Non c’è ingorgo che tenga, non c’è fila che possa rallentare il passo alle nuove caste di potenti e potentini che fanno delle città la loro personale «Isola dei famosi». Innestano il lampeggiante e via nella corsia preferenziale, parcheggiati in doppie e triple file protetti dalla magica luce blu. Il lampeggiante è l’ultimo e più ambito degli status symbol che dimostrano che «io sono io e voi non siete un c...», come diceva il Marchese del Grillo. Più ambita dell’auto blu. Quella tutti possono averla, che ci vuole, basta un posticino in una delle tante nostre munifiche istituzioni locali. Ma l’auto blu, senza il lampeggiante è come un bell’uccello con le ali spezzate: può far bella mostra di sé nel traffico, chiudendo un occhio può accompagnare la moglie a far la spesa, ma senza luce e paletta non può volare al di sopra del traffico dei paria.
Ma attenzione, perché il fenomeno in questione non riguarda più solo la personalità straniera in visita, il magistrato sotto scorta, il ministro in missione ufficiale, insomma coloro che per la natura del proprio incarico e per questioni di sicurezza hanno necessità di essere accompagnati da agenti di polizia, pronti ad accendere il lampeggiante ma solo in caso di emergenza. Da quattro anni in qua il fenomeno è in rapida espansione e i furbetti del lampeggiante sono diventati una popolazione sempre più folta.
Tutta colpa di un comma, poche righe di una legge che ha dato la stura al fiume blu. Come spesso succede alle nostre latitudini la questione è partita da un fatto serissimo e in pochi mesi si è trasformata in sbracato eccesso. Bisogna risalire al delitto di Marco Biagi, quando il dibattito sulle scorte ai personaggi a rischio diventa bollente. Per evitare l’arbitrio nella concessione della tutela da parte delle forze dell’ordine, nel 2003 viene emanato un decreto, il numero 253 (poi convertito in legge), che istituisce l’Ucis, un ufficio interforze per gestire le scorte. E per cercare di far fronte a tutte le esigenze senza impegnare troppo personale di polizia, la legge introduce la possibilità «per esigenze di carattere eccezionale e temporaneo» di conferire «la qualifica di agente di pubblica sicurezza a conducenti di veicoli in uso ad alte personalità che rivestono incarichi istituzionali di governo». In sostanza viene creata la possibilità di trasformare un semplice autista, purché in possesso di determinati requisiti, in agente di scorta a tutti gli effetti, cioè con lampeggiante, paletta e licenza di accelerare in caso di emergenza. Ma attenzione alle parole chiave della norma: «eccezionale» e «temporaneo». Manco a dirlo. Quando una legge recita così in Italia si traduce con «per sempre» e «quando ci pare».
Il caso più eclatante è quello di Roma: «Qui il lampeggiante ormai ce l’hanno tutti - sbotta Pietro Giaccardi, presidente dell’Osservatorio sui reparti scorta del sindacato di polizia Consap - politici certo, ma anche funzionari di enti e perfino gente dello spettacolo». A verificare non ci vuole tanto. Basta mettersi di guardia davanti alle sedi Rai. Ed è famoso il caso del marzo scorso, quando davanti al palazzo del Coni si radunarono 40 auto col lampeggiante. Autisti venuti a ritirare i biglietti gratis per la partita Roma-Arsenal. «Oltretutto - mastica amaro l’agente - in quelle auto, non essendoci le personalità a bordo, il lampeggiante non poteva essere attivato». Sai com’è, da personalità a personalismo il passo è breve. «Almeno cambiassero il colore della luce, così la gente saprebbe che non siamo noi poliziotti a sfrecciare nelle corsie preferenziali - aggiunge rassegnato Giaccardi - la beffa è che i professionisti ormai lo usano sempre meno, perché se sei di scorta a un personaggio veramente a rischio, l’imperativo è non farsi notare». Il fenomeno è notevole anche a Napoli. A Milano invece i permessi sono solo una trentina.
La denuncia è tutt’altro che di parte. A rilasciare le autorizzazione agli autisti sono le prefetture. E Giuseppe Pecoraro quando si è insediato come prefetto di Roma ha scoperto che i permessi erano tantissimi, ma non esisteva nemmeno un archivio completo. Ora sta cercando di invertire la rotta: «Il lampeggiante non può essere uno status symbol - ha spiegato - purtroppo non sempre viene utilizzato nei termini consentiti». Pare che gli incarichi «temporanei» siano proliferati tanto che ci sia chi si «dimentica» di restituire il lampeggiante ».
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=364821
Polizia, il 70% delle vittime sono deceduti su strada e non per conflitti a fuoco (10%) o altro: mancanza dell'uso delle cinture e macchine in stato pietoso sono le cause principali.
L'incredibile dato arriva dall'inchiesta pubblicata sul Centauro di giugno 2009, la rivista dell'Asaps, “Associazione amici polizia stradale”. Ma quanti di questi agenti si sarebbe potuti salvare se solo avessero indossato le cinture di sicurezza? "Probabilmente molti - spiega Giordano Biserni, presidente dell'Asaps - perché spesso le "divise" non le indossano ritenendole d'impaccio per una possibile fase operativa. Inoltre l'elevata velocità, in emergenze per servizio, sarebbe meglio gestita in termini sicurezza dopo un'apposita formazione con corsi di guida sicura, che una volta si facevano, ma che nel tempo si sono persi. A noi preme - continua Biserni - la sicurezza di tutti, quindi anche degli agenti e la perdita di una vita non in un conflitto a fuoco, ma in un drammatico incidente stradale non ci consola di più. Anzi, ci fa ancora più rabbia".
In ogni caso una cosa è certa: il 70% dei casi un poliziotto perde la vita in un incidente stradale. E stupisce come nessuno si ponga il problema se una piccola associazione di volontari sia l'unica che solleva un problema tanto grave: anche queste sono morti bianche e non si può negare che un uomo o una donna in divisa siano lavoratrici e lavoratori come tutti gli altri. "Ma quando un difensore dello Stato ci lascia la vita - spiegano all'Aspas - non è sempre detto che l'evento che ha cagionato un esito letale non debba essere studiato a fondo per evitarne una dolorosa ripetizione. Prendiamo il caso di uno spericolato inseguimento: è sempre necessario correre a rotta di collo per fermare un sospetto?".
http://www.repubblica.it/2009/05/motori/maggio3-09/polizia-incidenti/polizia-incidenti.html
CLANDESTINITA'
La partita che l’extracomunitario gioca con lo Stato italiano è un autentico gioco dell’oca: un giro dietro l’altro, con tappe e passaggi obbligati, ritorno al via e ripartenza.
Cerchiamo di capire il perché partendo dalla prima casella. Ipotesi, che poi è la realtà di tutti i giorni; la polizia municipale di Milano ferma un immigrato senza documenti e senza permesso di soggiorno. Lo chiameremo Mustafà. Come nel 99 per cento dei casi, Mustafà dichiara generalità false. Gli uomini del nucleo radiomobile gli prendono le impronte, gli fanno le foto e le portano in questura, nel gabinetto regionale della polizia scientifica. Se non è già schedato, gli viene assegnato un codice, che diventa la sua vera identità, il suo vero nome. Perché se invece è già segnalato nove volte su 10 all’impronta e al codice che corrispondono al nostro Mustafà sono associati tanti nomi diversi quante le volte in cui è stato fermato.
A questo punto Mustafà si viene a trovare in una delle tre tipiche fattispecie che riguardano gli immigrati senza documenti.
1. La prima è la più semplice: è stato fermato mentre commetteva un altro reato (o era ricercato per lo stesso), spaccio, furto, rapina. Mustafà viene processato, condannato e finisce in carcere. Parallelamente, dall’8 agosto in qua, si apre per lui anche la procedura per il reato di immigrazione clandestina davanti al giudice di pace.
2. La seconda tipologia di eventi in cui rientra Mustafà è quella che abbia ricevuto in passato un decreto di espulsione e l’abbia ignorato. Qui bisogna subito capire come mai Mustafà è ancora in Italia. Il problema alla base è l’incertezza sulla sua identità e la sua provenienza. Una volta che il prefetto ha emesso il decreto di espulsione e il questore il susseguente ordine di allontanamento, sarebbe più efficace accompagnarlo alla frontiera e dirgli addio. Già, ma a quale frontiera? Ti fidi di quello che ti ha detto e lo porti in Marocco. Alla dogana, come minimo i poliziotti locali ti ridono dietro: marocchino? E chi ce lo assicura che è vero? La strada è impraticabile. Prima di liberare Mustafà e di pregarlo gentilmente di tornarsene a casa c’è un’altra possibilità: il Cie, centro di identificazione ed espulsione, a Milano in via Corelli. Peccato sia sempre pieno, non c’è mai posto. E, anche nella straordinaria ipotesi che trovi posto, Mustafà verosimilmente ne uscirà con le sue gambe dopo 180 giorni (prima del pacchetto sicurezza il termine era 60 giorni): i tempi per risalire alla sua vera identità aspettando i riscontri di tutti gli stati del Maghreb sono molto più lunghi. Morale: ordine di allontanamento dall’Italia entro cinque giorni e liberi tutti. Torniamo alla seconda fattispecie: Mustafà è stato fermato, identificato, e si è scoperto che non aveva ancora lasciato l’Italia. Scatta subito l’arresto e il pubblico ministero dispone l’udienza di convalida entro le canoniche 48 ore. Primo intoppo: sono talmente tanti che non si riescono a portare tutti nei processi per direttissima. In quelli che si svolgono, il giudice convalida l’arresto, concede i termini al difensore d’ufficio rinviando il processo più o meno di una settimana e dispone la scarcerazione. Ma il giudice, come abbiamo visto, può anche accogliere istanza di patteggiamento e svolgere direttamente il processo. In ogni caso la sostanza non cambia: entro poche ore di Mustafà non ci sarà più traccia.
3. E veniamo all’ultima fattispecie. Mustafà non ha commesso altri reati e non ha alcun ordine di allontanamento pendente. Fino al 7 agosto andava incontro a una violazione amministrativa con conseguente decreto di espulsione. Dall’entrata in vigore delle norme contenute nel “pacchetto sicurezza” è responsabile di reato di immigrazione clandestina. Il giudice di pace procede in modo autonomo e parallelo anche se il clandestino è già imputato o condannato in altri processi (l’unico reato che lo assorbe è quello per inottemperanza al decreto di espulsione). L’udienza viene fissata non prima di due settimane dal momento del fermo. Ovvio che Mustafà si presenti solo se è già in carcere per altri motivi. In ogni caso la sanzione prevista è l’ammenda da 5 a 10 mila euro che può essere sostituita con l’espulsione. Esemplare è il caso di un algerino, già a San Vittore per spaccio di droga, che è stato condannato alla pena pecuniaria di 5 mila euro, sostituita con l’espulsione per cinque anni. Un provvedimento che non può essere eseguito, secondo il suo avvocato, almeno fino a quando Rouis non sarà giudicato in appello nel procedimento pendente per spaccio di droga. Solo allora potrà tornare alla casella di partenza.
RISULTATO: IN DUE MESI FERMATI A MILANO 732. PARTITI: NESSUNO
Denunciati, processati, arrestati, espulsi: di certo nessuno ha lasciato l’Italia. Di certo per ognuno di loro almeno quattro agenti sono stati impegnati due giorni. I carabinieri ne hanno identificati 394. La Guardia di finanza 33. La polizia di Stato 252. Quelli scoperti dalla polizia municipale sono 68. In diversi casi persone con alle spalle una sfilza di segnalazioni: una trans brasiliana di 41 anni era già stata fermata 38 volte.
Alla inefficienza del sistema si aggiunge il boicottaggio dei “magistrati militanti”.
«Troppi magistrati impediscono l’operatività delle nuove norme sul contrasto all’immigrazione clandestina e bloccano di fatto le espulsioni».
A lanciare l’allarme sul boicottaggio della nuova legge da parte di alcune procure è il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, che in un’intervista all’Ansa lancia un appello ai magistrati che invece vogliono rispettare le norme: «È venuto il momento – dice il sottosegretario – che faccia sentire la propria voce chi, dall’interno del mondo giudiziario, non condivide questa visione militante e ideologica del ruolo del giudice; e che, più in generale, faccia sentire la sua voce chi, di fronte alle varie ordinanze di presunto contrasto alla Costituzione, non ha dimenticato che secondo la Costituzione la sovranità appartiene al popolo ed è espressa dal Parlamento. Non da giudici sedicenti “democratici”».
Secondo Mantovano «si sta riproponendo il medesimo film proiettato all’indomani della legge Bossi Fini: «L’11 e 12 settembre 2009 a Lampedusa le “correnti” Md e Movimento per la giustizia hanno chiamato alla mobilitazione contro le nuove norme. A stretto giro il procuratore di Torino ha fornito l’indicazione di non priorità dei processi per il reato di ingresso clandestino, e in vari tribunali d’Italia si fa a gara a chi impugna prima le nuove disposizioni. Tutto ciò con l’appoggio militante dell’Anm, la cui tesi singolare è che questi magistrati si limiterebbero a manifestare il loro pensiero, non a disapplicare la legge».
http://blog.panorama.it/italia/2009/09/23/in-tribunale-il-gioco-delloca-del-clandestino/