CI SONO TESTIMONIANZE

CHI E' VITTIMA DI SFRUTTAMENTO E LAVORO NERO ????


I GIUDICI ONORARI

MAGISTRATI ONORARI, 4.000 PRECARI.

Svolgono il 20 per cento del lavoro giudiziario. Sono pagati 98 euro lordi a udienza. Contratti triennali.

Lavoratori precari che si autotassano per permettere ad una loro collega di avere un minimo di reddito nel periodo di maternità. Costretta a rimanere a casa da una normativa che le impedisce di riprendere il lavoro dopo aver partorito ma non le riconosce le forme di assistenza e di previdenza che la legge riconosce ai lavoratori dipendenti.

La precaria di questa storia però non lavora in un call center o in una agenzia di lavoro temporaneo.

E non è neppure un operaio dell’800, quando i lavoratori senza diritti fondavano le società di mutuo soccorso per darsi un minimo di tutela l’un l’altro.

La precaria di questa storia, che chiameremo Luisa, amministra la giustizia oggi a Torino.

Per 73 euro netti al giorno, senza indennità di malattia, senza ferie pagate, senza tutela se decide di avere un figlio, rappresenta la pubblica accusa, cioè lo Stato, in tribunale. È la «co.co.co. della giustizia».

Luisa fa la viceprocuratore onorario a Torino. Resta incinta e nell’ultimo periodo della gravidanza si astiene (volontariamente) dal lavoro. Un mese fa il lieto evento, dà alla luce un bel bambino, un maschietto dai capelli scuri. Decide di tornare sul suo posto di lavoro, cioè il tribunale di Torino. Solo che il suo posto di lavoro non c’è, almeno per ora e fino a che non saranno trascorsi tre mesi dal parto, come prescrive il Testo unico in materia di tutela della maternità. Una delibera del Consiglio superiore della magistratura del luglio 2006 stabilisce che ai «precari della giustizia» - i giudici di pace, i viceprocuratori onorari e i giudici onorari di tribunale - vanno applicati gli stessi obblighi dei lavoratori dipendenti, ovvero devono restare in aspettativa obbligatoria in caso di maternità, come un lavoratore dipendente. Ma ovviamente non le riconosce il diritto a percepire l’indennità per le giornate di lavoro perse, come viene accade ai lavoratori dipendenti. Col risultato che Luisa resta sì a casa ad accudire il suo bimbo, ma senza l’unica fonte di reddito.

Il caso di Luisa stabilisce un precedente a livello nazionale, sottolineano i rappresentanti della categoria, perché di fatto «si prende atto che gli obblighi di prestazione che fanno capo al magistrato onorario non consentono di equipararlo ad un qualsiasi lavoratore autonomo - spiega Paola Bellone, la collega di Luisa che ha promosso questa Mutua del nuovo millennio -. Il paradosso è che al magistrato onorario non sono estese le forme di previdenza e di assistenza di cui beneficia il lavoratore dipendente, e quindi la tutela della prole, a cui è ispirata la delibera del Csm, non è effettiva».

Così i magistrati onorari di Torino hanno preso carta e penna e scritto ai parlamentari, hanno sollevato il caso di Luisa tra le ragioni dell’ennesimo sciopero della categoria - il secondo dall’inizio dell’anno - e alla fine si sono infilati le mani in tasca e hanno deciso di rinunciare ad una parte dei loro compensi, per costituire un fondo in favore di Luisa e del suo bambino.

L’iniziativa dei «magistrati co.co.co» torinesi ha avuto anche un’eco nazionale, con gli iscritti alla Federmot, una delle associazioni della categoria, che si stanno organizzando per un fondo nazionale di solidarietà a favore di tutte le future madri come Luisa.

I magistrati onorari hanno, anche, scioperato. Da allora, al di là delle molte promesse e della solidarietà di tanti magistrati togati - quelli veri, ufficiali, che hanno diritto alla maternità e alle ferie pagate - che riconoscono il loro ruolo nel tenere in piedi lo scoraggiante carrozzone dell’amministrazione della giustizia in Italia. Perché, senza questi precari, la giustizia italiana sarebbe in una situazione ben peggiore di quella attuale.

Due numeri, solo per chiarire di cosa stiamo parlando. In tutta Italia i giudici onorari e i magistrati onorari sono in quattromila. A loro è delegata l'ordinaria amministrazione dei tribunali: per reati come scippo, furto semplice e aggravato, rapina semplice, ricettazione, truffa, spaccio, calunnia, diffamazione a mezzo stampa la pubblica accusa può essere rappresentata dai Vpo. Ma anche per alcuni reati ambientali, i maltrattamenti in famiglia, le lesioni personali. E per tutti i reati previsti dalla Bossi-Fini, che hanno gonfiato il lavoro dei tribunali. Per reati più lievi, quelli che dal 2002 sono di competenza del giudice di pace, Got e Vpo svolgono addirittura le indagini.

In molte procure i Vpo sostengono l'accusa davanti al giudice di pace nel 100% dei casi. La percentuale è superiore al 90% anche per i procedimenti con il giudice monocratico. A Torino, per esempio, il 97% delle udienze monocratiche (che fa il 78% del totale) è tenuta da un «onorario». Tutto questo per 73 euro al giorno, senza ferie, senza malattia, e se fanno un figlio l’unica risorsa è la solidarietà dei colleghi. Come nell’Ottocento.

Toh, ma allora esistono anche loro. I quattromila magistrati onorari dei tribunali italiani. Per il fatto che a Bologna una di loro è finita nella bufera per non avere convalidato il decreto di allontanamento di un cittadino comunitario romeno che 6 mesi dopo ha commesso uno stupro, ecco che «si scopre» l'esistenza di questo ircocervo della giustizia italiana: la categoria dei magistrati per funzioni ma non per carriera, reclutati per titoli anziché per concorso, a tempo ma continuamente prorogati, pagati a cottimo e senza pensione- malattia-ferie come precari del diritto, teoricamente solo di supporto ai magistrati togati ma in realtà ormai insostituibili nei Tribunali italiani.

Quanti sono. Già i numeri lo segnalano. A fronte di un ruolo di 8.790 magistrati togati, ve ne sono 7.833 onorari: 6.048 giudicanti (quasi quanti i 6.526 giudici di carriera) e 1.785 requirenti (a supporto dei 2.264 pm usciti dal concorso). Se si tolgono (per la loro differente specificità) gli oltre 3.900 giudici di pace, i magistrati onorari restano appunto quasi 4mila: 2.081 sono i giudici onorari di tribunale (got) e 1.785 i viceprocuratori onorari (vpo).

Chi sono. Il loro reclutamento avviene per valutazione dei titoli (la laurea in legge è ovviamente il prerequisito), con nomina fatta dal Csm e ratificata dal ministro della Giustizia. Il primo paradosso è che l'incarico sarebbe dovuto essere triennale, come previsto dalla legge Carotti che nel 1998 arruolava giudici e pm onorari «al limitato scopo di esaurire i giudizi pendenti alla data del 30 aprile 1995»: ma nella realtà, di proroga in proroga, le funzioni onorarie si sono protratte, e l'ultima proroga del 2008 fissa il teorico ultimo termine al primo gennaio 2010. Gli unici a esaurirsi davvero sono stati i giudici onorari aggregati (goa) nati nel 1997 per smaltire l'arretrato civile pre-1995: dovevano durare cinque anni, hanno cessato di esistere solo il primo gennaio 2007. Per legge c'è incompatibilità assoluta a svolgere, entro il medesimo circondario, le funzioni di magistrato onorario e la professione di avvocato: tuttavia, in quelle province dove ci sono più (piccoli) circondari, accade che giudice onorario e avvocato possano scambiarsi le casacche nel raggio di qualche chilometro, situazione che lascia unicamente al loro scrupolo morale la risoluzione di palesi conflitti di interesse e anche già soltanto di possibili reciproci condizionamenti psicologici.

Cosa fanno. In materia civile i giudici onorari concorrono ad assorbire il contenzioso di primo grado senza limiti di valore; in materia penale può essere loro la quasi totalità dei reati di competenza del tribunale ordinario, dove celebrano i processi e li decidono con sentenza, proprio come i loro colleghi di carriera. Quanto ai viceprocuratori onorari, essi rappresentano la pubblica accusa in udienza (al posto dei pm togati, che così possono dedicarsi in ufficio alle indagini oppure seguire i dibattimenti più delicati) nella quasi totalità dei procedimenti per reati di competenza del giudice monocratico (che vuol dire discutere di pene sino a 10 anni di carcere), nonché per i reati minori decisi dai giudici di pace.

Quanto pesano. Per avere un'idea di quanto ormai la giustizia italiana non possa più fare a meno di loro, bisogna guardare gli ultimi dati ufficiali che, come tutti in questo settore, sono stagionati al 2003: i giudici onorari si sono visti assegnare il 12% dei procedimenti civili (254mila cause) e hanno svolto il 20% delle udienze (61mila). Nel penale, i giudici onorari hanno smaltito il 23% dei processi nazionali, con 19mila udienze per 90mila fascicoli. Ancora più alta l'incidenza del lavoro dei vpo, ai quali sono stati assegnati il 39% di tutti i procedimenti delle Procure, attraverso la delega a trattare 569mila fascicoli e a rappresentare l'accusa in 73mila udienze. In una grande sede come Milano, c'è già stato il «sorpasso»: nei primi 10 mesi del 2008 i pm di professione hanno sostenuto 3.141 udienze (davanti a gup, Tribunali, Corti d'Assise) e hanno potuto svolgere almeno un po' di indagini solo grazie al fatto che, al posto loro, sono stati i vpo ad andare a rappresentare l'accusa in altre 3.820 udienze, sostenendola nel 78% dei reati di competenza monocratica e nel 90% di quelli davanti ai giudici di pace.

Il corto circuito. Sfrangiata da Procura a Procura è invece la collocazione dei vpo nella fase pre-dibattimentale. Qui non ha aiutato negli anni l'ondivaga attitudine delle varie consiliature del Csm: l'attività inquirente svolta fuori udienza nei procedimenti di competenza del giudice di pace è stata ammessa ma poi non più retribuita, così come è stata infine negata (dopo essere stata consentita) la redazione delle richieste di emissione dei decreti penali di condanna. Confusione anche sui got, visto che le circolari Csm prima hanno negato, poi ammesso, poi di nuovo negato che i giudici onorari potessero partecipare ai collegi giudicanti penali. Il risultato è una serie di corto circuiti. Al got è fatto divieto di giudicare i reati che arrivano dall'udienza preliminare, però il vpo può rappresentare l'accusa in quegli stessi processi; il vpo non può svolgere attività di indagine sui reati di competenza del tribunale, però quando questi reati approdano in aula può ricoprire l'accusa proprio nella fase decisiva del dibattimento. Ma è anche vero che non di rado proprio i capi degli uffici giudiziari, alle prese con gravi carenze d'organico della magistratura professionale, hanno aggirato le circolari restrittive del Csm, per esempio inserendo ugualmente giudici onorari nei collegi penali con una interpretazione molto elastica del concetto di «mancanza o impedimento » dei giudici togati. Di rammendo in rammendo, peraltro, anomalie nell'assetto generale dell'ordinamento sono ormai evidenti: i magistrati onorari svolgono le loro funzioni senza quella selezione che invece attraverso il concorso screma e prepara i magistrati di carriera, il periodo di tirocinio è molto più breve (4 mesi per i got e 3 per i vpo) dei 2 anni dei togati, le verifiche di professionalità oggettivamente più tenui.

A cottimo. Tasto dolente, da molto tempo, quello dei compensi: non stipendi (non se ne parla proprio perché per le legge esercitano soltanto funzioni onorarie, senza un inquadramento stabile, senza uno statuto), ma indennità lorde di 98 euro a udienza: anche qui con un profluvio di ordini e contrordini dal ministero della Giustizia, come quando nel 2007 una circolare di via Arenula ha riconosciuto la retribuibilità anche dei patteggiamenti, dei riti abbreviati e delle dichiarazioni di non luogo a procedere, e l'anno dopo un'altra circolare ha invece non soltanto rifiutato di corrispondere gli arretrati nel frattempo chiesti dai magistrati onorari, ma ha posto forse le basi anche per la restituzione di quanto nel frattempo già percepito a quel titolo. Più di tutto, però, pesa ai magistrati onorari di essere dei precari del diritto, non soltanto pagati a cottimo ma privi di contributi previdenziali, retribuzione nei giorni di malattia o ferie, assistenza in maternità. Rivendicazioni alla base delle tornate di sciopero proclamate nell'ultimo anno.

Le prospettive. Progetti di legge di ogni genere, per una riforma della magistratura ordinaria, si sono via via affastellati e contraddetti: da quelli che ritagliano una fetta specifica di giurisdizione a quelli che invece immaginano per got e vpo un ruolo vicario nel futuribile «ufficio del processo » in chiave di supporto al magistrato togato. Ma la Federmot, l'organizzazione di categoria, non condivide «progetti che vorrebbero trasformare questo genere di incarico in una sorta di Kindergarten per neolaureati o, all'opposto, in una nuova edizione di un'attività per pensionati, già malriuscita in passato. Sono idee che, se realizzate, porterebbero ad un ineguale scontro in aula fra giudici e pubblici ministeri inesperti od esausti da una parte e le migliori forze dell'avvocatura dall'altra».

http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_25/magistrati_focus_ferrarella_23a8675c-030b-11de-a752-00144f02aabc.shtml

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200703articoli/2187girata.asp


I GIUDICI DI PACE

Gentile Presidente,

la ringrazio per l'interessamento manifestato e la terrò costantemente informata delle vicende che ledono i diritti della personalità dei colleghi Giudici di Pace.

Ne approfitto per allegarle una mail inviata a tutti i deputati e senatori, nella quale già si denunciano fatti gravissimi, realmente accaduti (mamme senza tutela, colleghi in malattia costretti a lavorare fra un ciclo di chemioterapia e l'altro; un collega di Torino è addirittura giunto alla decisione estrema di suicidarsi perché il Consiglio Giudiziario non lo ha confermato senza neppure consentirgli di difendersi e di controbattere alle contestazioni rivoltegli!

Per la cronaca, ed in via confidenziale, la informo a parte sulle motivazioni di tale gesto.

dott. Alberto Rossi Presidente Circondariale Unagipa

 Onorevole Deputato,

le invio il comunicato del Segretario Generale dell’Unione Nazionale dei Giudici di Pace sulle iniziative di protesta (manifestazioni e scioperi) programmate nei prossimi mesi.

Attualmente la magistratura di pace gestisce un contenzioso enorme (circa 1.800.000 procedimenti l’anno), con tempi di definizione delle cause molti rapidi (mediamente meno di un anno, a fronte dei 5 anni occorrenti ai Tribunali) e con un impegno lavorativo praticamente a tempo pieno (che ha costretto la maggior parte dei colleghi ad interrompere o comunque a diminuire drasticamente la propria attività professionale di avvocato).

Il Giudice di Pace, pur avendo le medesime responsabilità e doveri dei magistrati di carriera (nonché carichi di lavoro equiparabili), non gode di nessun diritto, sia sotto il profilo dello status giuridico (irragionevolmente assimilato al funzionario cd. “onorario”, il quale, per definizione, ha carica elettiva o discrezionale, laddove il GdP è nominato sulla base di un concorso vincolato per titoli e deve superare un periodo di tirocinio), sia, cosa ancora più grave, sotto il profilo della TOTALE CARENZA DI QUALSIASI FORMA DI TUTELA PREVIDENZIALE E ASSISTENZIALE: i Giudici di Pace, integralmente retribuiti “a cottimo” sulla base del lavoro effettivamente svolto, non maturano il diritto alla pensione, non hanno diritto a indennità di malattia o maternità (con dispensa d’ufficio nel caso in cui l’impedimento si protragga oltre i 6 mesi), non percepiscono il trattamento di fine rapporto, non hanno tutele e agevolazioni per i familiari a carico, né la moglie del giudice deceduto percepisce indennizzi, assegni di reversibilità o quant’altro, non sono coperti dall’assicurazione per infortuni sul lavoro (pur operando, per lo più, in luoghi insalubri a causa delle scarse risorse economiche destinate agli uffici), né le indennità percepite possono essere assimilate ai redditi derivanti da altre attività professionali eventualmente svolte, con la conseguenza che anche i più fortunati e stacanovisti, i quali riescono, con enormi sacrifici, ad esercitare, in altra sede (incompatibilità), l’attività di avvocato, nel caso in cui non raggiungano i minimi reddituali – piuttosto alti per gli avvocati (circa 20.000 Euro) – restano sforniti di tutela previdenziale.

Qualche esempio per renderle l’idea della gravità della situazione: numerosi colleghi affetti da malattie molto gravi (tumori in primis) sono costretti, fra un ciclo di cure e l’altro (parliamo di interventi invasivi come la “chemioterapia”), a recarsi a lavorare in ufficio per mantenere le famiglie e per non incorrere nella dispensa d’ufficio; addirittura le donne in maternità, oltre a non percepire alcuna indennità, sulla base di una recente circolare del C.S.M., per cinque mesi (il periodo legale di astensione dal lavoro per gravidanza e puerperio) non possono esercitare le funzioni di giudice ed i capi dell’ufficio sono obbligati a dispensarle da ogni attività, anche contro la loro volontà: a Torino (notizia pubblicata sul settimanale l’Espresso, nonché dalla Stampa locale) i colleghi hanno dovuto organizzare una “colletta” per consentire alla donna-madre di allattare il proprio figlio! E se la gravidanza dovesse presentare complicazioni e l’assenza protrarsi oltre il semestre c’è sempre la dispensa d’ufficio, ossia la perdita definitiva del lavoro!

Notizie di questo tenore ci pervengono quotidianamente (colleghi che si recano al lavoro con braccia o gambe ingessate, e senza l’ausilio in udienza di cancellieri o commessi; colleghi che due-tre giorni dopo seri interventi chirurgici sono costretti a riprendere il lavoro in precario stato di salute; malori in udienza causati dall’inidoneità dei locali, etcc..)

Non le sembra che tutto ciò contrasti insanabilmente con la Costituzione della Repubblica e con la Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo?

Un collega (altra notizia che ha avuto ampia risonanza sulla stampa) è addirittura giunto alla decisione estrema del suicidio, perché in sede di conferma (negatagli) non gli era stato neppure consentito di difendersi dinanzi al Consiglio Giudiziario, organo che sulla carta redige solo una “proposta” di conferma o di inidoneità, ma che nella sostanza decide, considerato che il 99% delle delibere del C.S.M. fanno proprie le proposte dei Consigli Giudiziari. Lo stesso Presidente dell’VIII Commissione del C.S.M., intervistato dalla stampa a seguito del gravissimo fatto espostole, si è giustificato affermando che, dinanzi alla “proposta” del Consiglio Giudiziario, ed ai pareri allegati – redatti sempre in assenza totale di contraddittorio con l’interessato - il C.S.M. non avrebbe potuto decidere diversamente. Oggi la moglie, che ha un figlio che studia all’università, si trova in gravi difficoltà economiche perchè, sulla base della legge, non ha diritto a nessuna prestazione economica, previdenziale o assistenziale, malgrado il marito abbia con dignità e senso del dovere (le contestazioni del Consiglio Giudiziario riguardavano solo il merito delle sue decisioni) servito per molti anni lo Stato quale Giudice a tempo pieno ed in via esclusiva!

Siamo certi che la sua persona non potrà restare indifferente dinanzi alla gravità dei fatti denunciati e confidiamo in un suo intervento in sede parlamentare per sensibilizzare tutte le forze politiche di maggioranza ed opposizione sull’esigenza di un’immediata riforma della magistratura di pace.

Con osservanza.

Dott. Alberto Rossi

Presidente Circondariale di Roma dell’Unagipa


I VERBALIZZANTI GIUDIZIARI

LA STORIA

Probabilmente termini quali “verbalizzatori, stenotipisti, trascrittori, fonici” significano poco o nulla per molti, ma nella realtà descrivono figure importanti nello scenario della Giustizia praticata nei Tribunali italiani. Agli inizi degli anni 90, a garanzia del cittadino, venne introdotta nel processo penale la resocontazione integrale del dibattimento, ovvero le udienze dovevano essere registrate (con registratori che col tempo si sono evoluti da analogico a digitale), poi riascoltate, trascritte, riviste, stampate e impaginate, cosicché il prodotto finale entrava quale parte integrante del fascicolo del dibattimento. In alternativa, sempre rispettando il principio dell’integralità del parlato, la ripresa avveniva per mezzo di sistemi stenotipici che altro non sono che una forma di stenografia computerizzata. Tutto questo per la imprescindibile necessità di non stravolgere il senso delle testimonianze, come invece poteva avvenire con la verbalizzazione riassuntiva e manuale che evidentemente non poteva rispettare i tempi del parlato.

La gara di appalto nazionale, dopo una vigenza di operatori territoriali, è stata indetta in periodo di regola dedicato al riposo, il 17 agosto 2005, e allora tutti con ansia a formare entità che potessero coprire l’intero stivale.

Le nuove modalità nazionali si concretizzano comunque il 16 novembre 2006, lasciando a spasso la metà di tutti gli operatori italiani, ossia i più piccoli, i professionisti in proprio, quelli che non avrebbero mai potuto superare la scoglio economico della quota associativa, molto elevata, imposta dal raggruppamento temporaneo di impresa risultato poi vincitore dell’appalto. Lo Stato Italiano indice quindi questa gara con una base d’asta che rispecchia la spesa dell’anno in corso, ma la gara è al ribasso e viene vinta con un 30% in meno. Lo stato in due anni ha risparmiato 20.000.0000 di euro, però ha dovuto pagare assegni di disoccupazione a dipendenti licenziati, spese giudiziarie per reiterati rinvii dei processi (pagamento per nuove notifiche e viaggi dei testimoni, straordinari dei cancellieri, tempo lavoro di personale retribuito senza che si raggiungesse la fine del dibattimento nei tempi previsti, ecc. ecc.), interrogatori pagati due volte perché assegnati anche sotto forma di perizia per ovviare alla mancata consegna nei tempi. Dove sta il risparmio? E questo risparmio cosa ha comportato?

In gara si sono ritrovati due gruppi e ciascuno rispecchiava grosso modo il 50% del territorio, nessuno dei due gruppi poteva vantare la copertura nazionale, e chiaro che se operi in 50 per coprire il 100, diventa fatale accumulare ritardi su ritardi, poi errori per mancanza del tempo da dedicare alla revisione dei testi, e poi e poi… è stata una valanga. A gara vinta si è scoperto come, per coprire i buchi, ci si sia accontentati di personale declassato: i verbalizzatori, i fonici, i trascrittori, gli stenotipisti erano assimilabili, dopo un mese di contratto, a studenti universitari con lavoretti part-time, ad anonimi che lavoravano a casa loro, che trattavano materia tanto delicata come quella processuale, senza controlli sulla loro adeguatezza a rendere tale servizio, persone senza cognizione di cosa stessero scrivendo. Udienze intere rinviate per mancanza del verbale trascritto; processi in prescrizione e quindi detenuti in libertà; personale sottopagato a causa del budget insufficiente.

LA PROTESTA

Ministero della Giustizia

Roma, 19 maggio 2008

Comunicato stampa

Verbalizzazione atti processi penali: sospensione del servizio ingiustificata

La sospensione del servizio di verbalizzazione e trascrizione attuata in alcune sedi e minacciata a partire dal 21 maggio 2008 dal Consorzio Astrea nelle altre sedi è del tutto ingiustificata e non trova origine in un mancato adempimento da parte del Ministero.

Va ribadito che i soldi destinati alla trascrizione degli atti dei dibattimenti penali sono previsti dalla legge finanziaria e che i relativi pagamenti – in conformità a quanto previsto nel contratto e nel capitolato – sono già stati tutti effettuati fino al 31 dicembre 2007.

Per i pagamenti dell'anno in corso, va precisato che, innanzitutto, è già stato assunto in data 3 aprile l'impegno di spesa per la prima tranche 2008 ed è stato chiesto al R.T.I contraente di far pervenire l'attestazione del regolare pagamento degli stipendi e dei contributi ai dipendenti, onere al quale alcune delle società del Consorzio non hanno ancora ottemperato.

Tale richiesta deriva da normativa di legge e dalla comunicazione che almeno in una città la locale Procura della Repubblica sta procedendo penalmente contro i responsabili di una delle società del consorzio tra l'altro per irregolarità dei rapporti lavorativi.

Il ministero della Giustizia ha dato agli uffici giudiziari le indicazioni da seguire in caso di sospensione del servizio e qualora la situazione si estenda prenderà tutte le iniziative del caso per consentire la verbalizzazione con fonoregistrazione, stenotipia o altri strumenti meccanici degli atti dei processi penali.

http://www.giustizia.it/ministro/com-stampa/xvi_leg/19.05.08.htm

LA DENUNCIA

Interrogazione a risposta in Commissione 5-01487

presentata da  LUDOVICO VICO giovedì 20 settembre 2007 nella seduta n.208

VICO. - Al Ministro della giustizia, al Ministro del lavoro e della previdenza sociale. - Per sapere - premesso che:

dal 16 novembre 2006 il servizio di verbalizzazione delle udienze penali è stato appaltato a livello nazionale ad un unico Consorzio;

sono stati riscontrati, sin da subito, mancanza di qualità nelle trascrizioni, oltreché gravissimi disservizi e ritardi (nonostante in molti Tribunali vengano dati termini di consegna diversi da quelli stabiliti dal contratto!), provati dalle penalità applicate al Consorzio aggiudicatario dell'appalto e culminati con documenti di protesta di varie Camere Penali locali e con uno sciopero degli avvocati del Foro di Catanzaro il giorno 4 giugno 2007 con presa di posizione dell'Unione delle Camere Penali Italiane (vedi delibera del 16 maggio 2007);

anche molti Magistrati hanno segnalato, con denunce al Consorzio e richiami al Ministero (vedi ad esempio Tribunale di Venezia, Pinerolo, Agrigento, eccetera), lo stato di disagio causato dal nuovo tipo di contratto, dovendo - ad esempio - ricordare a memoria le fasi processuali, non essendo - a distanza di tempo - in possesso dei verbali di udienza ovvero in possesso del solo verbale sintetico del Cancelliere a causa della mancata consegna delle trascrizioni;

si ritiene leso, in molti casi, il diritto di difesa degli imputati;

molti Magistrati - soprattutto G.I.P. - sono costretti ad affidare a periti esterni le trascrizioni di delicati procedimenti per mancanza di disponibilità da parte del Consorzio ad intervenire in tempi brevi ovvero dove non esistono impianti di fonoregistrazione - tra l'altro forniti, con regolare contratto, da azienda facente parte dell'R.T.I. - aumentando così i costi della Giustizia, ma assicurando per lo meno un servizio efficiente;

ancora oggi, a distanza di quasi un anno dalla partenza del contratto e nonostante le ripetute promesse di immediata attivazione da parte del Consorzio, si riscontra la non entrata in funzione del portale telematico - tranne che in qualche località ben visibile agli occhi del Ministro (vedi Roma) - che avrebbe dovuto essere il quid pluris del nuovo sistema di trascrizione e doveva essere il vero impianto innovativo di questo contratto;

ancora oggi si riscontra che, in talune parti di Italia (vedi Calabria e Sicilia), risultano scoperte di personale le Aule Giudiziarie, ritenendo - di conseguenza - che il Consorzio aggiudicatario del contratto abbia attestato il falso al momento della formulazione dell'offerta tecnica, avendo dichiarato la completa copertura del territorio nazionale;

ancora oggi, oltreché ad un continuo viavai di persone all'interno degli Uffici e delle Aule giudiziarie senza alcun giuramento di rito (peraltro richiesto dal contratto), si verificano casi di dipendenti sottopagati o, addirittura, «a nero»;

si riscontra una lesione della privacy poiché si è persa la rintracciabilità del trascrittore, molto spesso non presente nell'Aula del dibattimento, mancando quasi dappertutto la firma apposta dallo stesso sotto la trascrizione, rischiando di causare la nullità del verbale stesso (come recitano gli articoli dal 134 al 142 del codice di procedura penale);

si ha notizia di file di trascrizione che circolano liberamente su internet, viaggiando - senza protezione - da un capo all'altro dell'Italia, col pericolo di un'intrusione da parte di hackers senza scrupoli o con interessi specifici, soprattutto per i più delicati procedimenti;

risulta evidente la presenza di numerosissime ditte sub-appaltatrici del contratto, inseritesi dopo la stipula dello stesso, mentre il capitolato ed il bando ne prevedevano l'elencazione ab origine e non in corso d'opera;

si può pensare che, alla scadenza naturale del contratto - due anni - vi potrà essere una situazione di monopolio in questo settore, non avendo alcun'altra azienda un fatturato specifico per poter partecipare all'eventuale futura gara e rendendo così il Consorzio attualmente detentore del contratto unico in grado di dettare regole economiche e tecniche;

risultano ancora senza giusta collocazione molti degli addetti delle ditte che, precedentemente al nuovo contratto, lavoravano con professionalità e puntualità all'interno dei nostri Tribunali;

a seguito di precedente interrogazione del 1o marzo 2007, il Ministro rispondeva in data 25 giugno 2007 che tutto andava per il meglio, non vivendo evidentemente quotidianamente la vita all'interno dei Tribunali e non conoscendo appieno ovvero conoscendolo per interposta persona la formulazione del contratto -:

quali provvedimenti il Ministro del lavoro e della previdenza sociale intenda assumere per tutelare tutti i lavoratori delle tante aziende locali che svolgevano il servizio di fonoregistrazione e trascrizione e che dal 16 novembre 2006 sono stati privati della loro occupazione e per tutelare i tanti lavoratori che all'interno del Consorzio Astrea-Lutech operano quotidianamente in condizioni di estrema precarietà, se non proprio senza alcun diritto sancito dallo Statuto dei Lavoratori;

quali provvedimenti il Ministro della giustizia intenda assumere per rimuovere questa gravissima situazione affinché lo stesso diritto di difesa sia garantito a tutti i cittadini, ripristinando un sistema «certo» di assegnazione del servizio a livello locale o distrettuale; per risolvere le inadempienze contrattuali, e della fornitura di servizio dell'appalto nei confronti della pubblica amministrazione; per assicurare la copertura della parte di territorio nazionale privo del servizio di fonoregistrazione e trascrizione attraverso le unità lavorative che operavano con le ditte estromesse dalla gara nazionale e mai rimpiazzate con altri lavoratori dal Consorzio aggiudicatario. (5-01487)


I PRATICANTI AVVOCATO

In Italia, per chi termina gli studi universitari e intenda intraprendere la professione forense, è difficile trovare uno Studio Legale, che lo accolga per l’effettuazione del praticantato dei due anni.

Praticantato che serve per poter poi partecipare all’esame di abilitazione forense.

E’ quasi impossibile se non si ha un parente od un amico, che ti sostenga. Tutto ciò per garantire l’omertà sugli abusi del sistema.

A tal proposito, assistendo alle udienze durante la mia pratica assidua e veritiera, mi accorgevo che il numero dei Praticanti Avvocato presenti non corrispondeva alla loro reale entità numerica, riportata presso il registro tenuto dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto.

Comunque, delle altrui false annotazioni di presenza non mi creavo cruccio, perché la pratica si fa per imparare, non per annotare sul libretto, ma altri erano i miei problemi di legalità.

Agli inizi della mia pratica forense entrò in vigore la riforma previdenziale. L’art.2, comma 26, L.335/95, istituiva dal 01/01/96 l’obbligo di iscrizione INPS per i lavoratori autonomi e per i Collaboratori Coordinati e Continuativi. L’art.49, DPR 917/86, considera il Praticante Avvocato percepiente redditi derivati da collaborazione coordinata e continuativa, ovvero produttore di redditi di lavoro autonomo, a secondo se esso sia semplice tirocinante o con il patrocinio legale.

Gli articoli 25 e 26 del Codice deontologico forense obbligano l’avvocato ospitante a remunerare i collaboratori e i praticanti dello Studio Legale.

Il n.2 del periodico trimestrale della previdenza forense, pag. 39-44, del giugno 1996, confermava che l’obbligo ai contributi previdenziali INPS toccasse al dominus, o ai Praticanti Avvocato con patrocinio legale, e riteneva che l’iscrizione alla Cassa Forense fosse facoltativa e più onerosa.

Su queste basi normative e dato che il Praticante Avvocato svolge una proficua ed utile attività lavorativa a favore del dominus, tramite missiva semplice, chiesi un parere al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto riguardo l’importante riforma previdenziale. Non ricevendo risposta, chiesi personalmente al vice presidente, quanto contenuto nella lettera.

Questi, seccato, mi disse “Tu la lettera non l’hai mai mandata, e comunque fatti i fatti tuoi. Intanto fammi vedere il libretto di pratica, che poi vediamo se diventi avvocato”. Controllò il libretto, contestando la veridicità delle annotazioni e delle firme di controllo del Consigliere. Contestazione fatta a me e non a chi veramente falsificava le presenze.

Il tutto per zittirmi e intimorirmi, affinché tacessi l’evasione contributiva e fiscale forense.

Non basta. Nonostante il regolare pagamento dei bollettini di versamento di iscrizione, a mio carico viene attivata procedura di riscossione coattiva con cartella di pagamento, contro la quale presento opposizione. Nel processo seguente il Consiglio dell’Ordine non si costituisce.

Reazione: Come da rendiconto delle denuncie, in data 18/10/02, come politico, presento esposto-denuncia al Ministero dell’Economia e delle Finanze contro l’evasione fiscale e contributiva a danno del praticantato. Lettera morta. Come da rendiconto delle denuncie, in data 26/09/03, si presenta denuncia alla Procura della Repubblica di Taranto, contenente il dossier Malagiustizia. Lettera morta. 

Risultato: tutto insabbiato con ritorsione.

Ne consegue che sono stato bocciato all’esame del patrocinio legale, così come mio fratello, e per 10 volte all’esame di abilitazione, così come mio fratello. Ad oggi, in Italia, i Praticanti Avvocato, per la loro collaborazione in studio e per le sostituzioni in udienza dei dominus, non vengono retribuiti o sono retribuiti in nero, né per loro si versano i contributi INPS, come non si versano i contributi per la loro attività autonoma. La stessa situazione è per il praticantato in generale.

DR ANTONIO GIANGRANDE PRESIDENTE ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE


GLI ASSISTENTI PARLAMENTARI

Lavoro nero in Parlamento. Più del 60% dei portaborse dei deputati lavora senza contratto, a rivelarlo è un servizio della trasmissione di Italia 1, Le Iene, andata in onda venerdì 27 marzo 2009

Con il governo Prodi (centro sinistra) dei 683 collaboratori accreditati alla Camera, infatti, solo 54 avevano un contratto regolare. I giornalisti de Le Iene hanno intervistato 629 "portaborse" i quali hanno dichiarato di percepire dai 750 ai 900 euro al mese, tutti in nero, e di non avere riconosciuto alcun diritto. E solo alcuni dei deputati intervistati ha ammesso di avere collaboratori a titolo non oneroso (pagati in nero o addirittura non pagati).

Secondo i dati forniti dalla Camera dei Deputati durante il governo Berlusconi (centro destra), su 516 portaborse solo 194 ha un contratto e, quindi, uno stipendio. Gli altri 322, cioè il 62%, non sono legati al loro parlamentare da un contratto, quindi sono senza stipendio, cioè ufficialmente risultano lavorare gratis.

Le Iene hanno intervistato due di questi portaborse che ufficialmente lavorano gratis.

Ecco una portaborse che lavora attualmente al Senato.

Filippo Roma: Che fai nella vita?
Intervistata: Faccio l'assistente parlamentare per un senatore.

Filippo Roma: Da quanti anni?
Intervistata: da cinque anni.

Filippo Roma: Sei in regola?
Intervistata: No, assolutamente no.

Filippo Roma: In che senso?
Intervistata: Nel senso che prendo 700 euro al mese senza contratto, quindi senza versamento di nessun contributo.

Filippo Roma: Tutto in nero?
Intervistata: Tutto in nero.

Filippo Roma: Quante ore lavori al giorno?
Intervistata: Lavoro 9-10 ore al giorno senza nessuna interruzione, quindi senza pausa pranzo e spesso anche nei week-end.

Filippo Roma: E che diritti hai?
Intervistata: Nessuno. Non ho il versamento di contributi, quindi non avrò una pensione, non ho la malattia, non ho le ferie pagate, non posso avere la maternità.

Filippo Roma: Come fai ad entrare al Senato se non hai un contratto?
Intervistata: Abbiamo una badge rilasciato dall'ufficio di Questura richiesto dai senatori. Ogni senatore può avere al massimo due collaboratori, però non viene chiesto se c'è un contratto o meno.

Filippo Roma: il Presidente Marini aveva promesso a suo tempo una "leggina" per risolvere questo problema. Questa "leggina" è stata fatta o no?
Intervistata: No, assolutamente. Non è stato fatto nulla, non è cambiato niente. Continuiamo ad entrare tranquillamente senza che nessuno controlli se abbiamo un contratto o meno.

Filippo Roma: I tuoi colleghi portaborse sono in regola o sono in nero?
Intervistato: Ma, io ne conosco decine e decine. Di tutti questi nessuno ha un contratto.

Ecco le dichiarazioni di un ex collaboratrice parlamentare della Camera dei deputati:

Filippo Roma: Tu che fai nella vita?
Intervistata: Sono disoccupata.

Filippo Roma: E perché?
Intervistata: Perché prima lavoravo come assistente parlamentare alla Camera dei deputati, ma sono stata costretta ad andare via.

Filippo Roma: E come mai?
Intervistata: Perché non ero regolarmente contrattualizzata. Il mio deputato dopo promesse e promesse, non mi aveva comunque mai messo in regola.

Filippo Roma: Per quanto tempo hai lavorato per questo deputato?
Intervistata: Circa cinque mesi.

Filippo Roma: E quanto ti pagava?
Intervistata: 500 euro al mese, in nero ovviamente.

Filippo Roma: Quante ore lavoravi al giorno?
Intervistata: Quando c'era aula entravo alle otto del mattino e non si andava via mai prima delle nove alla sera, mentre il lunedì e il venerdì, che erano giornate un po' più libere diciamo, comunque mi costringeva a stare lì fino alla diciotto del pomeriggio.

Filippo Roma: E tu che diritti avevi?
Intervistata: Nessun diritto, né ferie, né malattie. Infatti, quando chiesi all'Onorevole come comportarmi nel momento in cui fossi stata male, mi disse che quello sarebbe stato un problema. Inoltre esercitava mobbing nei miei confronti alzando al voce… era anche parecchio maleducato.

Filippo Roma: Il Presidente della Camera Bertinotti ci aveva garantito che sarebbero entrati soltanto gli assistenti con regolare contratto di lavoro.
Intervistata: È falso perché comunque io riuscivo ad accedere all'ufficio dell'Onorevole con un permesso che mi veniva firmato settimanalmente da lui stesso. Lasciavo il mio documento all'ufficio passi, che veniva registrato e mi veniva dato un badge da ospite. In più spesso lui dimenticava, partendo, di firmarmi questo permesso, per cui ero io stessa a firmarlo e ad accedere in questa maniera.

Filippo Roma: I tuoi colleghi portaborse alla Camera, sono in regola o sono in nero?
Intervistata: Per quanto ne so io la maggior parte sono in nero.

Le iene si erano infatti occupate del problema due anni fa, con il governo Prodi. Allora risultava che solo alla Camera su 683 portaborse solo 54 avevano un contratto. Qualche parlamentare aveva ammesso il lavoro nero.

Dopo le polemiche sui giornali, Fausto Bertinotti e Franco Marini, allora rispettivamente Presidenti di Camera e Senato,  avevano preso un impegno preciso per risolvere questa questione.

Estratto del servizio andato in onda il 12/3/2007 - Franco Marini: Io sono d'accordo con i Questori del Senato di procedere alla definizione di una leggina che risolva questo problema.

Estratto del servizio andato in onda il 12/3/2007 - Fausto Bertinotti: La Camera riconoscerà come collaboratori soltanto coloro che esibiranno, e depositeranno alla Camera, un contratto di lavoro.

Da allora al Senato non hanno preso alcun provvedimento. Alla Camera hanno cambiato il regolamento d'accesso, continuando però a consentire che potessero entrare anche i collaboratori a titolo non oneroso, cioè senza un contratto.

Filippo Roma si è recato, inoltre, dal senatore Antonio Paravia.

Filippo Roma: Molti portaborse sono ancora in nero.
On. Antonio Paravia : Penso proprio di sì

Filippo Roma: E lei come ha risolto il problema?
On. Antonio Paravia: Io l'ho risolto innanzitutto perché avevo una serie di consulenti disponibili che mi hanno suggerito l'unico contratto possibile che era quello dei collaboratori degli studi professionali. Ho scritto in proposito al Ministero del Lavoro, all'Inps, all'Inail… Mi hanno, diciamo, confortato in questa decisione e quindi ho sottoscritto col mio precedente collaboratore e poi con quello attuale, un contratto di lavoro, ovviamente subordinato, perché il collaboratore parlamentare fa un'attività subordinata e regolata da orari e da quant'altro che stabilisce il parlamentare.

Filippo Roma: Ma il contratto a progetto potrebbe essere adatto per i portaborse?
On. Antonio Paravia: Io credo francamente di no. Credo che il contratto a progetto lo si faccia esclusivamente per pagare meno contributi.

Deputati e senatori avrebbero quindi potuto risolvere il problema adottando diverse soluzioni tra cui quella scelta  dal senatore Paravia, cioè attraverso un contratto di lavoro subordinato con tutti i diritti e le garanzie del caso.

Inoltre, la iena Filippo Roma intervista telefonicamente uno dei portaborse dell'On. Santo Versace, che ha un contratto a progetto e ammette: "La cosa su cui io mi focalizzerei è la retribuzione, perché non è corretto che ci sono molti colleghi che sicuramente percepiscono una retribuzione irrisoria".

Filippo Roma: E qual è questa retribuzione?
Portaborse On. Santo Versace: In media può andare da 300, 400, 500, 600, 700. Queste solo le medie di netto mensile che un collaboratore, tra virgolette non propriamente in regola, percepisce.

Filippo Roma: Quindi lei ci dice che l'Onorevole Versace è uno dei pochi che tiene in regola il suo collaboratore.
Portaborse On. Santo Versace: Sicuramente sì, questo è facilmente verificabile. Ripeto, sono uno dei pochi, probabilmente insieme a qualcun altro fortunato, che riceve un trattamento regolare e tutto dichiarato.

Filippo Roma: Perché scusi, gli altri parlamentari che fanno?
Portaborse On. Santo Versace: La stragrande maggioranza dei parlamentari… chi ha un collaboratore sicuramente non dichiara completamente quello che il collaboratore guadagna.

Filippo Roma: Quindi sono in nero, diciamo?
Portaborse On. Santo Versace: Sì, sì, sì ma è rimasto quello… lo avete già fatto in un servizio.

http://www.affaritaliani.it/politica/parlamento_portaborse_deputati_contratto270309.html

http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/politica/camera-portaborse/camera-portaborse/camera-portaborse.html

http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/politica/lavoro-nero-parlamento/lavoro-nero-parlamento/lavoro-nero-parlamento.html


I MEDICI SPECIALIZZANDI

Allegato B Seduta n. 320 del 9/6/2003

TESTO AGGIORNATO AL 10 E ALL'11 GIUGNO 2003 Pag. 9185

ATTI DI INDIRIZZO

Mozioni:

La Camera, premesso che:

in Italia vi sono circa trentamila medici specializzandi, che, pur essendo iscritti al rispettivo ordine professionale, vengono considerati a tutti gli effetti degli studenti;

detti medici frequentano le scuole universitarie nei vari reparti per conseguire, alla fine di un lungo percorso, la specializzazione. Durante questi anni essi vengono utilizzati a tutti gli effetti come medici, ma con una retribuzione di circa 800 euro al mese, senza contributi previdenziali, non tutelati nel periodo di maternità e senza ferie e malattie pagate oltre i 30 giorni annui;

nel nostro Paese, diversamente da tutta Europa, si continua a considerare gli specializzandi come studenti, mentre si sottopongono ai turni di guardia e di servizio, visitano i malati, formulano diagnosi, prescrivono cure, attuano terapie. Insomma fanno i medici seguendo un percorso formativo teorico-pratico, che, alla fine della specializzazione (4-5 anni), dovrebbe costruire la loro professionalità;

il contributo previsto dall'attuale borsa di studio non è mai stato rivisto negli ultimi anni;

spesso i medici specializzandi operano all'interno delle rispettive unità con un carico di lavoro ben superiore a quello previsto dal contratto formativo: 60/70 ore settimanali svolte mediamente a fronte delle 38 previste, svolgendo frequentemente compiti che non competono loro;

il decreto legislativo n. 368 del 1999 prevedeva la trasformazione delle borse di studio in contratti di formazione e lavoro e un allineamento al livello europeo, dove gli specializzandi sono tutelati e hanno una retribuzione di circa il doppio dei colleghi italiani. Veniva, inoltre, proibito alle aziende ospedaliere di utilizzare i giovani medici in formazione per riempire i buchi delle piante organiche;

la situazione sopra esposta permane anche a causa della disapplicazione del suddetto decreto n. 368 del 1999, che recepiva una direttiva europea del 1993 a tutela dei medici specializzandi quali figure professionali;

la legge finanziaria per il 2003 non prevede alcuno stanziamento dei fondi per la formazione medica specialistica per risolvere il problema degli specializzandi. Gli stessi rappresentanti di questa categoria avevano proposto, come compromesso, di fornire una copertura non totale, ma programmata. Ossia stanziando un terzo dei fondi nel il 2003, un terzo nel 2004 e andando a regime in tre anni;

si continua, quindi, di fatto a negare il diritto a questa categoria di lavoratori a vedersi riconoscere normativamente ed economicamente funzioni e compiti che da sempre svolgono con passione e professionalità al servizio dei cittadini;

nel novembre 2002, durante la discussione in Parlamento della legge finanziaria, i medici specializzandi avevano iniziato uno sciopero nazionale ad oltranza, reclamando l'applicazione del decreto legislativo n. 368 del 1999 e arrivando ad attuare uno sciopero della fame per chiedere lo stanziamento delle risorse necessarie per la trasformazione delle borse di studio (circa 900 euro al mese) in contratti di formazione lavoro e la definizione di un percorso formativo di qualità;

dopo queste proteste si erano moltiplicate le manifestazioni di sostegno alla «causa» degli specializzandi;

le stesse regioni hanno ribadito più volte la loro richiesta al Governo, formulata anche con un emendamento alla legge finanziaria, per prevedere risorse aggiuntive ad hoc, pari a 100 milioni di euro annui, rispetto a quelle stabilite con il patto di stabilità dell'8 agosto 2001;

(1-00219) «Zanella, Pecoraro Scanio, Boato, Bulgarelli, Cento, Cima, Lion».

http://english.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/sed320/btind.htm


I GIORNALISTI

APPROFONDIMENTO. L’inchiesta che non leggerete mai sui giornali è quella che mette in luce alcuni aspetti del giornalismo dei nostri tempi e che tocca molto da vicino, chi più chi meno, tutti gli editori. Tali imprenditori sfruttano i lati deboli di un “sistema” creato da consuetudine e leggi vaghe o sbagliate. E solo di recente, grazie a giudici che hanno perso il senso di equità oltre che di giustizia, gli editori stanno avendo una grande mano anche dalla giurisprudenza.

Le vittime sono tante; la più importante è la verità.

In questi tempi di turbolenza e di conflitti di interesse si parla spesso di sciopero dei giornalisti. Eppure dei problemi di cui parleremo nessun sindacato si è mai occupato.

Ecco perché il problema interessa tutti i cittadini (nessuno escluso), ecco perché tutti dovrebbero conoscere alcuni dei meccanismi che stanno dietro la fabbricazione delle notizie che ogni giorno leggiamo sui giornali.

Ecco perché questa che segue è una inchiesta “impossibile”.

GIORNALISTI DI SERIE A E GIORNALISTI DI SERIE B

Negli anni d’oro (quelli ormai lontani più di due decenni) circolava un simpatico adagio che voleva il giornalismo lavoro d’elite e poco faticoso, remunerativo e pieno di privilegi.

«Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare», si diceva.

In effetti fino agli anni 80 i giornalisti facevano parte di una categoria-casta ben pagata che deteneva di sicuro le leve del potere.

Negli anni 90 le cose iniziano a cambiare, le testate giornalistiche aumentano sempre più, si consolidano le reti televisive e radiofoniche locali. I grandi gruppi investono nel locale sviluppando redazioni regionali. Aumenta la richiesta dei giornalisti e gli iscritti all’albo, in maniera esponenziale. I giornali aumentano la foliazione e c’è bisogno di più lavoratori.

Si crea, all’interno della casta dei giornalisti, una netta separazione: ci sono i giornalisti assunti (quelli con la propria scrivania, in redazione, con stipendi che superano i 2000 euro, spese, trasferte, straordinario, tredicesima e quant’altro preveda il contratto nazionale).

Ci sono poi i cosiddetti “collaboratori” (5 euro a pezzo, quelli che vivono per strada e non possono accedere in redazione, che lavorano da casa e sono apparentemente svincolati dall’organico che crea il giornale, si pagano spese e disagi).

Sarebbe tutto normale se il ricorso al “collaboratore esterno” fosse occasionale e sporadico.

Cosa diversa, invece, se si spremono giovani desiderosi di affermarsi per fare gran parte del prodotto giornale, sfruttando meccanismi perversi di leggi non più attuali o distratte o troppo generiche o peggio interpretate male.
Ed è chiaro che all’editore il ricorso al collaboratore convenga davvero molto: come chiedergli “preferisci che ti regali mille euro oppure un milione?”.

La completa latitanza ed impotenza di Ordine e sindacato (e quella anche degli organi ispettivi) ha generato una sorta di matematica tranquillità che sovrasta sfruttamento e lavoro nero e che si traduce in decine e decine di vertenze singole ed estenuanti che terminano dopo oltre 10 anni (ed i collaboratori non sono highlanders…)
Nel frattempo è intervenuta la legge Biagi che ha flessibilizzato ulteriormente il lavoro dei collaboratori anche dei giornali locali abruzzesi. In sostanza il giornale che prima si faceva con giornalisti con contratto e diritti oggi si fa soprattutto con collaboratori che vengono pagati meno e soprattutto non hanno alcun diritto.

I PROBLEMI DEI GIORNALISTI RIGUARDANO TUTTI I CITTADINI

Il problema diventa rilevante perché legato al lavoro dei giornalisti è strettamente dipendente uno fra i diritti più importanti: il diritto costituzionale ad essere informato correttamente.

Quando l’informazione è corretta il cittadino ha a sua disposizione gli strumenti per poter esercitare gli altri suoi diritti, per farsi un’idea di chi amministra e della politica, può scegliere liberamente chi votare basandosi su dati certi e reali. Perché possiede la verità (o parte di essa) grazie al “cane da guardia” che è la stampa.

Quando l’informazione, invece, diventa fragile è asservita al potere ed il cittadino viene come accecato, gli scandali sotterrati, gli errori cancellati, gli sprechi coperti, le responsabilità eluse.
Siete allora convinti che sondare il terreno nel quale nascono le notizie che poi si leggono sui giornali sia importante?

PUBBLICISTA E PROFESSIONISTA

Secondo la legge che istituisce l’Ordine e regola la professione giornalistica (3 febbraio 1963 n. 69) «sono professionisti coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista. Sono pubblicisti coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita anche se esercitano altre professioni ed impieghi».

Per poter diventare pubblicisti occorre aver pubblicato un pugno di articoli, essere stati retribuiti in qualche modo (non importa se molto o poco).

Per diventare professionisti, invece, bisogna essere dotati di un contratto da praticante, esercitare continuativamente la pratica giornalistica per almeno 18 mesi e superare l’esame di Stato che si tiene a Roma due volte l’anno.

Tuttavia poiché degli editori hanno fatto ampio ricorso agli strumenti che la legge mette a disposizione sfruttando al massimo la flessibilità è diventato in sostanza impossibile ottenere i contratti da praticante poiché per l’azienda molto onerosi.

Così la maggior parte degli “operatori dell’informazione” saranno pubblicisti (che è un po’ come i minorenni che portano il motorino o quelle auto per cui non occorre la patente: non sono tenuti a conoscere segnali stradali e regole però guidano lo stesso, senza una certificazione ufficiale e riconosciuta di una “sufficiente preparazione”)

COLLABORATORI A 5 EURO AD ARTICOLO O 300 EURO AL MESE

Iniziare a scrivere sul giornale non è poi particolarmente difficile. Diventa ostico se si pretende di essere pagati per il lavoro che si svolge. Chissà perché il giornalismo è l’unico mestiere che si può fare “per hobby”.

Assolutamente impossibile è oggi essere regolarizzati che significa semplicemente avere un contratto (che rispecchi perfettamente il ruolo effettivamente svolto) e dunque diritti.

Il ragazzo che si avvicina a questa professione avendo un’idea romantica della professione si scontra immediatamente con la realtà che, nella migliore delle ipotesi, è un contratto annuale di collaborazione (alcuni anche a progetto anche se francamente si ignora quale sia in questo caso l’accezione di “progetto”).

Oggigiorno si fa ampio ricorso a contratto flessibili che ogni collaboratore esterno deve obbligatoriamente ma “liberamente” firmare. Tale accordo privato imposto dall’editore ha il solo obiettivo di svincolare l’azienda da ogni sorta di legame con il collaboratore che rimane dunque esterno all’azienda.

Per la legge formalmente tale lavoratore opera «in proprio» e «senza alcun vincolo di subordinazione».
Il collaboratore lavora «sulla base di singoli incarichi professionali di volta in volta conferiti». Non c’è rimborso spese, non ci sono ferie, riposo o diritti riconosciuti. I contratti imposti dalla parte più forte sono accordi stipulati «nella più ampia libertà e facoltà delle parti».

Seguendo pedissequamente il dettato contrattuale il collaboratore dovrebbe proporre un pezzo al giornale quando ne ha voglia, il giornale lo pubblica se ne ha voglia.

Il compenso al momento è cinque euro ad articolo.

Per chi non abbia assolutamente idea di come nasca un articolo diciamo che questo implica telefonate, spostamenti, ricerche, e di sicuro la perdita di un po’ di tempo. Cinque euro valgono per l’articolo creato in un’ora come per quello di mezza giornata.

Un articolo va sempre verificato: pensate che si possano effettuare sufficienti verifiche per 5 euro?
Fin qui potrebbe sembrare solo una storia di quotazione dell’operato del giornalista.

L’OBBLIGO SOTTINTESO

I problemi seri iniziano quando, sfruttando la legge, si riescono a creare interi giornali basandosi esclusivamente o per la maggior parte sul lavoro dei collaboratori. Con il non trascurabile vantaggio di costare molto poco al “padrone”.

Questo implica di fatto un lavoro quantitativamente e qualitativamente diverso del collaboratore che dovrà assicurare nella pratica un certo numero di articoli utilizzando un certo numero di ore della sua giornata.
Si crea così un certo “obbligo sottinteso” alla prestazione che si allontana dalla iniziale statuizione e si trasforma di fatto in un rapporto che dal punto di vista giuridico diventa in molti casi subordinato (che andrebbe regolato dal contratto nazionale dei giornalisti molto ma molto più costoso per l’editore).

Il vincolo c’è, la dipendenza pure, ma non si vedono a fine mese nella busta paga.

75% DELLA “REDAZIONE”

Oggi anche in Abruzzo la percentuale dei collaboratori di un giornale si aggira intorno al 75%. Questo vuol dire che i giornalisti contrattualizzati sono appena il 25% dell’intero organico e di solito hanno compiti di coordinamento, di impaginazione, di verifica dei pezzi.

E per un collaboratore che liberamente deve fornire pezzi per riempire ogni giorno una porzione di pagina (a volte anche una pagina intera) la situazione diventa piuttosto complicata.

Non bisogna sottovalutare la componente psicologica ed umana di chi magari ama moltissimo questa professione e si sottopone per un certo periodo di tempo alla necessaria ed utile “gavetta”.

Molto spesso però tale periodo si allunga a dismisura occupando spesso un decennio, ma sono sempre di più chi può vantare una “gavetta” ventennale o più. L’unico problema diventa trovare… un lavoro per sopravvivere.

Per le tv locali le cose non vanno meglio: il ricorso ai giovanissimi di primo pelo (che non pretendono ma nemmeno assicurano professionalità) è sempre maggiore, così come a società esterne, troppo pochi i veri professionisti con regolare contratto di categoria che possono garantire la qualità del prodotto.

Ecco allora che il giornalismo fatto con queste logiche alle spalle pone seri problemi qualitativi del prodotto.

LA NOTIZIA INQUINATA

Se così stanno le cose si capisce quanto sia vitale trovarsi un “vero” lavoro che consenta poi di poter continuare “a scrivere sul giornale” perchè nessuno oggi è in grado di vivere dignitosamente con 300, 500 o 600 euro al mese.
Ecco perché si trovano firme note sui nostri giornali che di mestiere fanno il professore o l’impiegato.

Moltissimi “operatori part time dell’informazione” tuttavia rimangono nel campo e, sfruttando le nuove possibilità offerte da recenti normative, offrono la loro prestazione professionale creando servizi legati a quello che viene chiamato “ufficio stampa”.

“Fare l’ufficio stampa di” significa veicolare in sostanza il messaggio ai media di politici, enti, aziende, associazioni predisponendo comunicati stampa, organizzando conferenze stampa.

Cosa succede se lo stesso giornalista cura l’ufficio stampa di qualcuno e scrive anche sul giornale o lavora in tv?

La risposta più corretta è: dipende.

Esempio: se curo l’ufficio stampa della squadra di calcio di Montazzoli (Ch) e poi per il giornale curo la cronaca di Penne (Pe) è probabile che non vi siano problemi di nessun genere perché non vi sarebbero commistioni o conflitti. Ma se, per esempio, sono il giornalista che cura l’ufficio stampa del partito X (dunque, pagato da questo partito) e scrivo sul giornale (pagato molto meno) di argomenti inerenti lo stesso partito, pensate forse che io possa mai scrivere in tutta serenità e obiettività?

E come pensate che possa essere il mio prodotto finale se per esempio devo informare i lettori del giornale o gli spettatori della tv della posizione del partito Y, contrario e opposto al mio (sempre quello che mi paga)?

In gergo si chiama conflitto di interesse e nuoce inevitabilmente alla salute della verità e della obiettività.

Infatti, la legge vieta questo genere di commistione esplicitamente.

Peccato che nessuno faccia rispettare la norma.

Chi dovrebbe controllare non sa e non vuole vedere (e poi perché impedire a giornalisti precari di portare alla fine del mese uno stipendio per sopravvivere dignitosamente?)

CI SONO DATORI DI LAVORO E DATORI DI LAVORO

Così abbiamo giornalisti che scrivono anche su quotidiani molto diffusi o in tv che vengono pagati per fare i portavoce di politici.

Saranno poi naturalmente prontissimi a “far passare” articoli sul giornale per il quale lavorano.

Poi ci sono quelli che sono “pagati dal sindaco” che li ha “assunti” e continuano a scrivere sul giornale, magari lavorano in tv o rivestono ruoli organizzativi per cui possono influire persino sul taglio da dare a certe notizie (tutte le notizie nei casi più estremi).

Siccome siamo una regione che non si fa mancare nulla possiamo vantare anche “direttori dopolavoristi” che, assunti magari dalla Regione o dalla università, poi, in tutta obiettività, decidono le loro linee editoriali. Certo la cosa sarebbe molto più grave se si trattasse di tv regionali dalle grandi audience.

Ma in questo caso di precaria c’è solo la verità che inevitabilmente ne viene fuori visto che per eccezioni come queste vengono fuori compensi oltremodo dignitosi.

Sta di fatto che, capito il gioco, i politici (ma anche aziende, enti pubblici e non) hanno fatto a gara ad “accaparrarsi” le prestazioni delle firme più autorevoli (ma non contrattualizzati) per fare a volte anche giochi poco coretti.

Tutto ruota intorno ai “buoni rapporti” e alla simpatia e alle credenziali che il giornalista può giocarsi.

E ci sono giornalisti che lavorano per aziende, enti pubblici, organizzazioni e che di queste scrivono poi sui giornali chiamati ad essere obiettivi creando un numero enorme di conflitti e generando un groviglio di interessi inestricabile.

Come si può pretendere che il giornalista dell’ufficio stampa del Comune Z poi sia realmente obiettivo nel riportare le notizie sul giornale che riguardano la stessa amministrazione?

Casi di questo genere sono migliaia a tutti i livelli generati proprio da un sistema che non garantisce diritti al giornalista precario.

Spesso si tira fuori la trita tiritera su quale mai sia la ragione per cui non si fa più il giornalismo di inchiesta, quello che serve per davvero… vi è per caso balenata qualche ragione adesso?

Il massimo del parossismo si tocca quando, per esempio, tutti i “corrispondenti” dei maggiori organi di informazione locali siano dipendenti del Comune per cui scrivono “in cronaca”.

Quale tipo di informazione pensate ricevano gli abitanti di quel paesino o paesone?

E se manca la verità e l’obiettività manca quel controllo che il vero giornalismo è chiamato a fare scoperchiando quanto andrebbe per missione scoperchiato ed offrire uno strumento importante al cittadino, non fosse altro perché garantito dalla Costituzione.

QUALE GIUSTIZIA

Certo il nostro sistema offre alcuni rimedi per i giornalisti in cerca di giustizia che smaniano di uscire dal precariato.
Nessuno strumento, invece, è offerto al cittadino che nemmeno immagina…

E sono sempre più le cause di lavoro in materia (anche se la maggioranza per molteplici ragioni preferisce evitare, procrastinare e non imbarcarsi in un cammino lungo, estenuante e dispendioso che fra l’altro sbarra tutte le strade).

E quale giustizia può arrivare in questi casi se si incappa nelle maglie di un sistema giudiziario ingolfato?

Sono moltissimi i casi di over 40 che attendono la fine del loro iter giudiziario da oltre 10 anni. Gli esiti sono per la maggior parte favorevoli ai precari per nulla favoriti dalla giurisprudenza e dal sistema probatorio (basato essenzialmente su prove testimoniali… degli ex colleghi ancora inseriti in organico…).

Di recente poi la Corte di Cassazione sta rivedendo alcune interpretazioni che avevano portato al riconoscimento di un lavoro di fatto dei precari. Così anche in Abruzzo si è visto chi dopo 10 anni ha vinto una causa, è stato finalmente assunto, salvo poi prontamente essere licenziato in seguito alla sentenza di Cassazione. Quale giustizia è mai questa?

Il precariato legalizzato per giurisprudenza.

IL SINDACATO

Chi tutela il giornalista precario?

Di fatto nessuno perché nessun organismo per legge può farlo (ma che Paese è mai questo?).

Il sindacato dei giornalisti, infatti, tutela solo chi ha sottoscritto il contratto nazionale (quello oneroso per gli editori e sempre più raro) un paradosso incredibile e non sanato che lascia del tutto indifesi l’esercito di centinaia e centinaia di giornalisti di fatto della nostra regione.

Ma soprattutto lascia campo libero agli editori con le inevitabili conseguenze sul prodotto alle quali abbiamo accennato. Sensibile a questo problema, almeno a parole, è sembrata la Cgil che in quanto sindacato potrebbe intervenire per tutelare i diritti fondamentali di lavoratori e cittadini.Ma muoversi anche per un sodalizio così importante come la Camera del lavoro non è facile specie in un pollaio come l’Abruzzo.

In questo scenario desolante ad avere buon gioco sono allora i politici e gli imprenditori, insomma i poteri forti, che di fatto possono influire in maniera diretta sulla informazione (e quello che abbiamo descritto è soltanto uno, la conseguenza della precarietà, ma ve ne sono moltissimi altri…).

Come si può ragionevolmente auspicare che le cose possano cambiare grazie a nuove norme necessarie e sacrosante?

Certo manca da sempre anche una vera organizzazione dei precari che vivono malissimo ma per loro c’è sempre spazio per peggiorare. Eppure quanto potrebbe aiutare le persone oneste una stampa forte, onesta, che non si vende e non si presta, dignitosa e con «la schiena sempre dritta».

Forse è utopia ma pretendere che siano colmate enormi falle non chiamatela utopia.

Alessandro Biancardi direttore di PRIMADANOI.IT

http://www.primadanoi.it/modules/news2/article.php?storyid=163&page=1


GLI INSEGNANTI

INSEGNARE GRATIS PER ANNI NELLE SCUOLE PRIVATE. LA TACITA REGOLA IMPOSTA AI DOCENTI. TUTTI SANNO, MA NESSUNO DENUNCIA.

Insegnare per anni gratuitamente nelle scuole private. È il destino che accomuna centinaia di giovani docenti che lavorano in istituti paritari, senza ricevere compenso o al massimo ottenendo solo una piccola parte del salario. Esiste ormai da anni una regola tacita imposta dai dirigenti di tante scuole private ai docenti freschi di abilitazione all'insegnamento che entrano nel mondo della scuola attraverso il canale degli istituti privati: le scuole paritarie assumono con un regolare contratto i giovani insegnanti permettendo loro di accumulare punteggio e scalare le graduatorie provinciali d'insegnamento (condizione necessaria per lavorare un giorno nella scuola pubblica e ottenere il fatidico posto fisso). I docenti in cambio accettano di lavorare gratuitamente o per poche centinaia di euro nelle scuole private. È raro che un giovane insegnante si ribelli a questa prassi: nelle regioni meridionali il numero dei docenti precari è molto alto e le scuole private non hanno problemi a trovare insegnanti pronti a tutto pur di ottenere un incarico annuale.

STATISTICHE - Secondo i dati Istat, oltre il 20% delle scuole italiane sono private e dei 9 milioni di studenti italiani almeno uno su dieci frequenta un istituto privato. In Campania le scuole non statali riconosciute sono oltre 2 mila: la maggioranza sono istituti per l'infanzia o elementari, ma nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicati i licei e gli istituti tecnici. Con la legge del 2000 le scuole paritarie sono state equiparate in tutto e per tutto alle scuole pubbliche e ricevono sussidi e finanziamenti dallo Stato (la legge di bilancio 2008 ha stanziato oltre 530 milioni di euro a favore delle scuole private per l'anno 2008/2009). Ma, a differenza degli istituti pubblici, le scuole paritarie non assumono gli insegnanti prendendo in considerazione le graduatorie nazionali e provinciali, ma contrattando con il docente compenso e condizioni lavorative. L'unico obbligo che le scuole paritarie hanno è quello di assumere insegnanti che hanno superato il concorso di abilitazione all'insegnamento. Per tanti giovani alle prime armi che vivono nell'Italia meridionale è davvero difficile ottenere una supplenza in una scuola pubblica a causa del gran numero di insegnanti presenti nelle graduatorie provinciali: proprio per questo si rivolgono alle scuole paritarie. Tanti istituti paritari propongono ai docenti il medesimo accordo: punteggio annuale in cambio di lavoro gratis o sottopagato.

LA STORIA DI M. – M. è una trentenne che da quasi tre anni lavora in un istituto primario paritario che si trova nell'agro nocerino-sarnese, area a metà strada tra Salerno e Napoli. Non vuole che il nome della sua scuola sia divulgato perché teme di perdere il lavoro. «Come tanti giovani insegnanti meridionali per cominciare a lavorare ho dovuto fare una scelta», dichiara. «O emigravo al Nord con la speranza di ottenere qualche supplenza nella scuola pubblica oppure dovevo accettare di restare a casa e lavorare gratis per qualche istituto privato. Grazie alla raccomandazione di un mio parente (la maggioranza delle scuole paritarie locali assumono solo persone di cui si possono fidare) sono stata presentata alla preside di una scuola privata della zona e ho cominciato a insegnare. Già il primo giorno è stata chiara: mi ha detto che a fine mese avrei dovuto dichiarare di aver ricevuto il compenso ordinario firmando la busta paga, ma mi sarebbero stati concessi solo 300 euro. Sono costretta a firmare e a dichiarare il falso perché questa finta retribuzione garantisce il pagamento dei contributi previdenziali, condizione necessaria per l'attribuzione dei 12 punti annuali in graduatoria. I 300 euro mensili mi permettono di pagare la benzina e l'autostrada che ogni giorno prendo per raggiungere la scuola». Durante questi tre anni, M. non ha ottenuto nessun aumento salariale, mentre le ore a scuola sono aumentate e spesso la sua giornata lavorativa si conclude nel tardo pomeriggio. «Io amo insegnare e per me non è un peso passare intere giornate con i bambini. Certo se fossi pagata il giusto sarei più felice. Lavorare gratuitamente nelle scuole private può apparire uno scandalo ai più, ma qui in Campania è la regola. Nell'istituto dove insegno ci sono decine di giovani colleghe che si trovano nella mia stessa condizione. Con la riforma del maestro unico presentata dal ministro Gelmini, per gli insegnanti elementari la situazione è destinata a peggiorare: aumenteranno i maestri senza lavoro e diminuiranno i posti a disposizione. Non mi stupirei se fra qualche anno le scuole paritarie ci chiedessero di offrire un contributo simbolico per lavorare».

LA STORIA DI S. – C'è chi come S. dopo tanti anni di lavoro gratuito è riuscita a liberarsi dal ricatto del punteggio diventando un'insegnante di ruolo in una scuola pubblica. Oggi lavora in un liceo di Salerno, ma ricorda ancora con rancore e rabbia gli anni di docenza in un famoso istituto privato della città campana: «I primi anni insegnavo solo italiano e latino», dichiara S., che oggi ha poco più di 30 anni. «Poi ho cominciato a fare lezione anche di storia e geografia. Lavoravo fino a 30 ore alla settimana e a fine mese l'istituto mi pagava solo 200 euro. Questo calvario è durato ben sei anni». S. dichiara di non aver mai parlato di compenso con il preside del liceo, ma di aver sempre saputo che se voleva lavorare in quella scuola bisognava accettare la somma esigua che le offrivano: «La cosa più degradante avveniva a fine mese. Entravo nella stanza del preside e fingevo di volerlo salutare. Lui capiva e mi metteva in mano duecento euro. Anche altri insegnanti erano costretti a ripetere questa sceneggiata. Nella scuola vi erano oltre trenta docenti e la maggioranza si trovava nelle mie stesse condizioni. Poi ogni tanto ti chiamavano e ti facevano firmare in blocco le buste paga. Quando hai bisogno di lavoro e denaro fai mille compromessi, alla fine se penso a quegli anni mi sembra di aver rimosso tante cose spiacevoli e tristi». S. racconta che dopo aver passato sei anni in quella scuola privata finalmente tre anni fa ha ricevuto la chiamata per la prima supplenza in una scuola pubblica: «Avevo accumulato un buon punteggio e ho deciso di lasciare l'istituto privato. Dopo varie supplenze sono diventata di ruolo. Il giorno che ho ricevuto il primo stipendio regolare è stato indimenticabile». Tuttavia S. non rinnega il passato: «Mi dispiace dirlo, ma senza i compromessi accettati nella scuola privata, oggi non lavorerei in un istituto pubblico. Chi sfrutta giovani docenti dovrebbe vergognarsi. Ma ciò che più sconcerta è il fatto che dai sindacati agli insegnanti di ruolo tutti accettino questa realtà facendo finta di niente».

LA STORIA DI G. E IL SINDACATO LOCALE - G. ha 27 anni ed è alla sua seconda esperienza in una scuola privata del salernitano. L'anno scorso ha insegnato in un istituto alberghiero del Cilento, mentre quest'anno è stato chiamato come docente di materie letterarie in un liceo sociopsicopedagogico di Salerno. Non riceve alcun compenso (lavora 18 ore alla settimana) , ma naturalmente ogni mese firma la sua busta paga. «L'anno scorso ho lavorato l'intero anno e poi non mi hanno più chiamato. Non ricevevo nemmeno un euro come adesso, ma dovevo fare quasi 50 km in macchina per arrivare a scuola». G. non è ancora abilitato e ricevere questo incarico gli sembra una benedizione: «Prima di me numerosi professori, visto che la mia scuola non paga nulla, hanno rifiutato l'incarico. Sono stato fortunato: ho presentato la domanda e, dopo aver visto che accettavo le loro condizioni, mi hanno subito assunto. Mi rendo conto che non è il massimo, ma questo lavoro non remunerato mi permetterà, dopo un anno e mezzo di sacrifici, di fare il concorso all'abilitazione. Se riesco a superarlo, potrò cambiare scuola e almeno comincerò a guadagnare qualcosa». Il segretario provinciale Uil-scuola, Gerardo Pirone, conosce bene la situazione drammatica delle scuole private, ma afferma: «Sono nel sindacato scolastico di Salerno dal 1987 e in oltre vent'anni ho ricevuto solo due denunce da parte d'insegnanti di scuole private che si lamentavano della retribuzione offerta dai loro datori di lavoro. In queste due occasioni ci siamo mossi e siamo riusciti a ottenere dalle scuole che gli insegnanti ricevessero quello che gli spettava. Il nostro compito è far rispettare i contratti, ma se nessuno denuncia, noi non possiamo fare molto».

http://www.corriere.it/cronache/09_gennaio_11/insegnanti_gratis_campania_francesco_tortora_bd2eed66-dff6-11dd-a8a3-00144f02aabc.shtml


I LAVORATORI SUBORDINATI

IL LAVORO NERO: E' DONNA

In valori assoluti, la quota più consistente di donne che lavorano in condizioni irregolari o illegali si trova al Nord (685mila). Al Centro le irregolari sono circa 287mila, al Sud 380mila

ROMA. Su un totale di oltre 2 milioni e 850mila lavoratori irregolari presenti nel nostro paese, oltre 1 milione e 352mila (47,4%) sono donne. In pratica 1 lavoratore su 2 fra quelli sommersi, è donna. Emerge da uno studio presentato questa mattina a Roma dall’Isfol, su «Le donne nel lavoro sommerso». In valori assoluti, la quota più consistente di donne che lavorano in condizioni irregolari o illegali si trova al Nord (oltre 685mila). Al Centro le irregolari sono circa 287mila, al Sud 380mila.

Ciò significa che al Nord, sul totale dei circa 1 milione e 100mila lavoratori irregolari presenti nell’area, più di 6 su 10 sono donne. Per quanto riguarda i settori di attività, l’occupazione irregolare femminile si concentra nel settore dei servizi, dove sono attive circa 1 milione e 150mila donne senza contratto o con un contratto disapplicato. Le donne rappresentano il 57% dell’occupazione irregolare del settore dei servizi. Molto inferiore la quota di donne sommerse nell’industria (85mila) e nell’agricoltura (120mila).

L'Isfol ha anche presentato una ricerca dal titolo «Dimensione di genere e lavoro sommerso. Indagine sulla partecipazione femminile al lavoro nero e irregolare», curata dall’area Sistemi Locali e Integrazione delle Politiche. L’indagine ha coinvolto quasi mille donne, italiane e straniere che lavorano in 3 città (Torino, Roma, Bari) con un contratto di lavoro irregolare o in nero. L’indagine ha messo l’accento su alcune caratteristiche dell’occupazione irregolare femminile. La tipologia più diffusa di irregolarità è l’assenza di contratto scritto che interessa quasi due terzi delle lavoratrici (64%) seguita da parziale o totale disapplicazione delle norme contrattuali (28%).

Altro dato significativo è quello relativo al titolo di studio. Il 36% delle intervistate afferma di possedere un diploma di scuola media superiore, il 13% un titolo universitario, l’8% la qualifica professionale, il 31% la licenza media e il 6% quella elementare.

Un dato che, secondo l’Isfol, evidenzia come «il titolo di studio non costituisca uno strumento di salvaguardia rispetto all’accettazione di un lavoro nero».

Un dato in comune fra lavoro regolare e lavoro sommerso, sembra essere quello dell’accesso. L’Isfol, infatti, sottolinea come anche i lavoratori irregolari trovino un’occupazione attraverso il passaparola e le conoscenze. Il 65% di chi lavora senza contratto ha avuto accesso al lavoro grazie alla rete informale di relazioni personali e amicali, mentre solo il 10% ha avuto una proposta diretta e solo il 4% si è trovato sommerso dopo aver risposto a un annuncio per un lavoro regolare.

Le lavoratrici in nero tendono a considerare la loro condizione difficilmente mutabile. Infatti il 42% degli intervistati ha dichiarato che continuerà a rimanere nell’irregolarità finchè non troverà un impiego regolare, mentre il 31% lo farà finchè non troverà un lavoro regolare e a condizioni più vantaggiose. Tra coloro che dichiarano di non essere in cerca di altra occupazione è significativo che il 17% si ritiene soddisfatto dell’attuale occupazione e questo soprattutto per il bisogno di una certa continuità del reddito che, paradossalmente, il lavoro irregolare comunque assicura.

Inoltre la permanenza nell’irregolarità, dice l’Isfol, diminuisce la fiducia nelle proprie capacità.

Sulla durata del lavoro irregolare, il 67% delle intervistate dichiara di svolgere un lavoro sommerso da più di un anno. Una conferma, secondo gli autori dell’indagine, che il lavoro irregolare non ha una natura occasionale nè, tantomeno, di breve durata. Per le donne siamo, cioè, di fronte a un lavoro irregolare con caratteri di stabilità, di sicurezza e di continuità nel tempo maggiori rispetto al lavoro regolare e più per le straniere che non per le italiane. Le lavoratrici straniere, infatti, svolgono prevalentemente attività di cura presso famiglie come colf e badanti, con prospettive di maggiori stabilità e continuità rispetto alle italiane, impegnate in altri settori di attività. In ogni caso, conclude l’Isfol, siamo di fronte a una domanda strutturale e permanente presente nel nostro mercato del lavoro.

E, per le donne il sommerso non è una condizione transitoria, ma anzi un lavoro permanente, tanto che l’Isfol parla di «trappola del sommerso» nella quale rischiano di rimanere impigliate soprattutto le lavoratrici con minori risorse personali.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_economia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=188991&IDCategoria=1

CAPORALATO IN AGRICOLTURA

Il 90% degli intervistati non ha il contratto di lavoro, oltre il 60% vive in strutture abbandonate, senza servizi igienici, senza acqua corrente e senza riscaldamento. Sono dati e informazioni mutuati da "Una stagione all'inferno", il rapporto-denuncia di Medici Senza Frontiere sulle drammatiche condizioni, umane e  sanitarie, dei lavoratori stagionali immigrati impiegati in agricoltura nelle campagne del meridione.

Per intenderci, quelli per cui teoricamente, dal sito interno.it, i datori di lavoro avrebbero potuto chiedere la regolarizzazione. La realtà è invece tutt'altra che 'regolare' e sono invece praticate nei loro riguardi vessazioni e violenze indicibili. Chi si ribella viene punito in modo esemplare dal "caporale" che lo ha reclutato, anche per "educare" gli altri. I dati  evidenziano condizioni di vita, salute e lavoro indegne di un paese dell'Unione Europea e sono stati raccolti nel corso di una capillare indagine e inseriti nel rapporto di Medici senza frontiere.

Da luglio a novembre 2007, un'equipe mobile di Medici senza Frontiere ha visitato e intervistato oltre 600 stranieri impiegati come lavoratori stagionali in agricoltura nelle regioni del Sud Italia. I risultati dell'inchiesta sono allarmanti: gli stranieri si ammalano a causa delle durissime condizioni di vita e lavoro cui sono costretti. Già nel 2004 Medici senza Frontiere aveva visitato le campagne del Sud Italia per portare assistenza sanitaria agli stranieri impiegati come stagionali e per indagare questa scomoda realtà. Nonostante le reiterate promesse da parte di autorità locali e nazionali, a distanza di tre anni ,si è potuto constatare che nulla è cambiato.

"Ogni anno - afferma Antonio Virgilio, responsabile dei progetti italiani di Medici senza Frontiere - un esercito di stranieri si sposta da una regione all'altra per lavorare alla raccolta di primizie, contribuendo in maniera fondamentale al settore agricolo. Da anni nel nostro paese esiste una popolazione vulnerabile che vive in condizioni di estrema precarietà. Spesso si tratta di situazioni riferibili a contesti di crisi umanitarie che ben conosciamo. Sindaci, forze di Stato, ispettorati del lavoro, associazioni di categoria e di tutela, ministeri: tutti sanno ma quasi nulla viene fatto

http://www.leggimi.eu/nazionale/una-stagione-allinferno-degli-schiavi-del-caporalato-tutti-sanno-nessuno-si-m.html

CAPORALATO NELL'EDILIZIA

TORINO - “Il salario della paura” è un film di Georges Clouzot. In Italia, nel '55, la censura bigotta di Mario Scelba e di Giulio Andreotti giudica il titolo troppo “rivoluzionario” ed impone che gli venga cambiato il nome in “Vite vendute”.

Non cambia la sostanza. La pellicola racconta di quattro disperati che accettano di trasportare un camion pieno di nitroglicerina lungo una strada disastrata del Sudamerica. Il finale è scontato: le ruote che saltano in aria ed un solo sopravvissuto.

Oggi, nella realtà, le vite vendute non guidano camion carichi di esplosivo, ma stanno agli angoli di una strada o di una piazza in attesa. Per loro, il salario della paura arriva a bordo di una station-wagon o di un Fiorino.

Chi offre il lavoro a domicilio ha gli abiti che profumano di fresco e due telefonini cellulari per mano. Modi sbrigativi, poca voglia di parlare. Ma non sbagliatevi: non si tratta di un imprenditore o di un selezionatore di personale. Lui è un caporale.

Borgo Dora, a due passi dal Sermig, piazza Stampalia, piazza Bengasi e Porta Nuova. Siamo a Torino e questi sono i luoghi dove chi ha l'esigenza di portare il pane a casa può trovare quel che cerca. Nel nome dello sfruttamento. Vite vendute, per buona pace di Scelba ed Andreotti, dunque.

Vite sospese su di un'impalcatura, senza caschi di protezione, senza imbracature e soprattutto senza una vera assunzione con relativa assicurazione. Lavorano alla giornata, nei cantieri della Torino “Always on the move”, sempre in movimento, ma soprattutto nella sua provincia.

Sono le cinque e mezza del mattino. Il buio e il freddo invernale sembrano indurire ulteriormente i loro volti. Fumano. In mano una busta con il pranzo. E aspettano. Poi arriva lui, il caporale. C'è chi lo conosce già e c'è chi invece deve chiedere, quasi come se stesse elemosinando, dieci ore di lavoro. Il caporale carica la “merce umana” sulla vettura e parte. Chi avrà fortuna tornerà a casa con una misera paga giornaliera. Altrimenti diventerà un articolo di cronaca, da leggere l'indomani sul quotidiano cittadino. E questo rischio è molto alto.

Ma com'è la loro giornata? Cosa li aspetta dentro i cantieri circondati da un muro di lamiera?

Per capire meglio non ci resta che farci assumere. Dopo due giorni di appostamento capiamo come funziona. In piazza Stampalia c’è molto movimento, ma anche in piazza Bengasi non si scherza. Vogliamo vedere da vicino. Chiediamo anche noi lavoro per strada. Ma risultiamo poco credibili. Troppo italiani. E poi dopo che la televisione ha parlato per giorni di caporalato a Milano e a Roma, i “reclutatori” stanno molto attenti con chi hanno a che fare. Così decidiamo di muoverci in un'altra maniera. Invece di farci caricare saremo noi a bussare alle porte dei cantieri. Individuiamo nel Canavese un possibile obbiettivo. Da Ciriè a San Maurizio, passando per San Francesco al Campo fino a Venaria. Una sorta di quadrilatero costruito con il sudore.

Sembra quasi che le imprese edili abbiano fiutato il business. Ma non solo loro. A quanto pare, secondo fonti ben informate, anche qualcuno legato alle cosche della ‘ndrangheta calabrese e della mafia siciliana, ha qualche interesse nella zona. Si parla di una cosca in particolare. Su questa vicenda si indaga da tempo.
Tanti cantieri, tanto lavoro. Facile equazione. Ma chi sarà disposto ad assumere due italiani senza documenti e in nero?

Lungo la statale che porta in queste zone è diventato normale incrociare alle prime ore dell’alba sagome di uomini in tenuta da lavoro. A Ciriè, ci avviciniamo ad uno di questi. Un ragazzo romeno, sui trent'anni. È fermo in un angolo della strada. Anche lui ha il pranzo in una busta. «Senti abbiamo bisogno di farci la giornata. Sai dove possiamo chiedere?» - domandiamo. «Ma voi non siete romeni?» - ci risponde con stupore. «No, però abbiamo bisogno di lavorare lo stesso». Superata la diffidenza ci indica un cantiere dove, come dice lui, «troverete quello che cercate».

Il posto di lavoro è a pochi metri dall'ospedale. Un'impresa sta costruendo quattro palazzine, da otto e dieci piani ciascuna. Entriamo. Chiediamo ad un ragazzo che ci porta dal capo-mastro. Non ci fa domande, non ci chiede documenti. «Ok, non c'è problema. Incominciate ora e finite alle 16. A fine giornata vi do 15 euro a testa». Prendere o lasciare. Ora siamo due fantasmi. Manovali. Dobbiamo scaricare i camion dal loro contenuto: pile e pile di mattoni, materiale laterizio, da trasportare a mano a ridosso delle palazzine che stanno nascendo dal terreno. Con noi ci sono altri fantasmi. In totale siamo cinque. Nessun casco in testa, nessuna scarpa anti infortunistica.

Sono le sette del mattino. Il lavoro è duro. Tra uno scarico e l'altro possiamo scambiare quattro parole con i nostri colleghi. Sono tutti romeni e quasi tutti hanno la stessa storia da raccontare. Dorian ha 26 anni ed è arrivato in Italia da quattro mesi. «Ho incominciato a lavorare nei cantieri il giorno dopo il mio arrivo. Prima ero a San Maurizio, ora qui. Non è difficile trovare lavoro: vengono in piazza a chiederti se vuoi andare con loro». Inoltre Dorian ci avverte che la giornata non finirà alle 16, come ci ha detto il capo, ma durerà fino alle 18, sempre per 15 euro. Emilian invece di anni ne ha già 36. Ha una moglie e due figlie. Lui è un veterano del lavoro in nero: «Ho fatto il cameriere, portavo i pacchi per un negozio, l'imbianchino e ora il manovale. Non mi hanno mai assunto. Sempre solo promesse. Per qualche settimana lavorerò qui dentro. Poi chi lo sa?». Già. Tra quindici giorni probabilmente sarà di nuovo in vendita.

Mentre posiamo a terra i mattoni guardiamo in alto. Sopra le nostre teste un uomo è impegnato a portare materiale su di una trave. Senza imbracature, come un equilibrista al circo. Ma sotto di lui non c’è alcuna rete. Una scena che ci toglie il fiato. Potrebbe cadere nel vuoto da un momento all’altro. Così, ascoltando le voci dei lavoratori, scopriamo che chi ha il casco in testa è italiano.

Nel cantiere non c'è ombra di nordafricani. I magrebini non vengono presi alla giornata, perché se dovesse mai arrivare un controllo per il padrone sarebbero guai. Infatti, mentre i romeni ormai sono comunitari, marocchini e tunisini restano “extra”. Chi assume in nero deve stare attento. Nel primo caso è prevista una multa salatissima, ma nulla di penale. Mentre nel caso in cui lavoratore in nero sia extracomunitario scatterebbe immediatamente l’accusa di istigazione a delinquere, per via della Bossi-Fini. In fatto di leggi stupisce anche che il caporalato non sia perseguibile in ambito penale. Si tratta infatti di “interposizione di mano d'opera”, quindi un altro semplice reato amministrativo.

Emil conosce bene i caporali. Lui è stato caricato a Torino e portato qui alcuni giorni fa: «Sapevo da alcuni amici che venivano a cercarti per lavorare. Così ho aspettato. Poi con una macchina un mio connazionale mi ha portato in cantiere».

Sono le dieci e mezza. Per noi è arrivato il momento di andare via. In precedenza avevamo adocchiato una porticina laterale creata tra le lamiere. Decidiamo di evadere. Quando saliamo in macchina il senso di nausea e disgusto per quello che abbiamo visto e per come è stato facile diventare fantasmi tra fantasmi è indescrivibile.

Scene che ricordano quelle del film di Ken Loach “In questo mondo libero” e le parole del regista: «Lo sfruttamento è cosa nota a tutti. Quindi non si tratta di una novità. La cosa che ci interessa di più è sfidare la convinzione secondo la quale la spregiudicatezza imprenditoriale è l'unico modo in cui la società può progredire; l'idea che tutto sia merce di scambio, che l'economia debba essere pura competizione, totalmente orientata al marketing e che questo sia il modo in cui dovremmo vivere. Ricorrendo allo sfruttamento e producendo mostri». Ormai è mezzogiorno.

Fuori dal cantiere è un via vai di donne e uomini, impegnati nelle faccende quotidiane e nello shopping. Dentro a quelle lamiere invece restano chiusi i fantasmi. Usciranno da quel luogo solo quando sarà nuovamente buio.

http://www.tifeoweb.it/pws/index.php?module=article&view=1960

CAPORALATO E COOPERATIVE

Immaginiamo una cooperativa con quasi un centinaio di soci lavoratori che eseguono "ufficialmente" lavori di facchinaggio nelle imprese delle lavorazione delle carni e dei salumi, ma nella realtà eseguono lavori del ciclo produttivo. Viene naturale pensare ad impresa con una struttura che sostiene una sede, se non prestigiosa almeno dignitosa con computer telefoni e fax, un apparato di  dirigenti con impiegati e segretarie. Ci possiamo immaginare, insomma, di avere di fronte un impresa a tutti gli effetti.

Niente di tutto questo. La cooperative di cui sopra, che possiamo benissimo definire falsa cooperativa, è un esempio che può rappresentare benissimo altre imprese del genere. Queste false cooperative spesso hanno formalmente la loro sede legale presso l’abitazione del presidente, a volte un semplice prestanome extracomunitario, oppure, per dare una parvenza di legalità, presso un polveroso ufficio di pochi metri quadrati che funge da ripostiglio, in cui manca la strumentazione minima per qualsiasi impresa: fax, telefono e computer, oltre che il personale che vi lavori dentro.

Capita anche che la sede legale sia anche in luoghi remoti dell’Italia meridionale, presso la sede di qualche commercialista e che, la posta inviata a quegli indirizzi postali, ritorni indietro per compiuta giacenza.

Gli unici recapiti di queste imprese fantasma, in maggioranza false cooperative, sono anonimi cellulari. Un esercito di false cooperative che gestiscono lavoratori stranieri grazie al prezioso lavoro di consulenti, o commercialisti, delle imprese committenti. Imprese committenti cha attraverso pseudo appalti di servizi, ne utilizzano la manodopera.

Consulenti che gestiscono decine di false cooperative, uno di questi è addirittura un ex ispettore del lavoro ora in pensione. Cooperative che cambiano nome repentinamente, per sfuggire ai controlli. Consulenti che spesso sono gli stessi consulenti dell’impresa committente. Consulenti che si sono creati in famiglia la loro cooperativa di facchinaggio per somministrare manodopera nelle aziende dei loro clienti. Ma non è tutto! Associazioni degli imprenditori che di giorno predicano bene contro l’illegalità del lavoro, ma di notte razzolano male perché, attraverso società terze direttamente controllate, gestiscono decine di false cooperative.

Al peggio però non c’è mai fine: imprese committenti che si costruiscono la propria cooperativa in casa con presidente familiari dell’amministratore delegato dell’impresa committente, oppure lo stesso amministratore delegato della cooperativa che è lo stesso dell’azienda committente.

Non stiamo parlando della “new economy” o di imprese di servizi futuribili legati all’informatica, ma ad “aziende” che forniscono ad altre lavoratori per la lavorazione delle carni e dei salumi.

E’ il mondo delle cooperative “furbe”, o meglio delle cooperative fasulle, che operano nel grigio ma anche nel nero, che somministrano illegalmente manodopera non rispettando le leggi della Repubblica: dalla Costituzione, passando dalla famosa legge 30, arrivando ai contratti nazionali di lavoro.

E’ il mondo di chi, operando nell’indifferenza politica ed istituzionale, vuole rivestire un ruolo moderno e competitivo riconducibile però sempre ad un vecchio termine: caporalato!

Umberto Franciosi da http://www.nuovocaporalato.it/news.htm

 LAVORO NERO: I DOCUMENTI DELL'ARCHIVIO TECHE RAI

Documentario, 1971
Doppio lavoro turno C

Siamo nel 1971: lavorare otto ore al giorno non è sufficiente a coprire le spese, così gli operai, finito il turno di lavoro in fabbrica, si spostano a lavorare al nero in piccole officine per altre quattro, a volte cinque, ore.
Il documentario dalle Teche Rai.

TG2 Dossier, 1980
Fatica nera già caporalato

"Il lungo cammino verso la fatica nera di queste donne che lavorano per otto ore senza sosta sotto il sole, inizia poco dopo la mezzanotte. Una giornata di duro lavoro da compiere a schiena in giù, dopo un viaggio massacrante di ore, e un ritorno, stasera, che sarà ancora più faticoso". Il fenomeno del caporalato nel mezzogiorno, dall'
inchiesta di Giuseppe Marrazzo.

Tg2 Diogene, 1993
Il caporalato a Diogene

Alzarsi alle 3 e mezzo del mattino, senza sapere dove si andrà a lavorare, né quanto si guadagnerà. Lavorare nei campi, raccogliere l'uva, le fragole, la verdura, per nove, dieci ore al giorno, tutti i giorni della settimana. Il racconto di Vita e la storia di tante altre donne, nel servizio del
TG 2 Diogene del 1993.

Radio Zorro 3 1 3 1, 3 giugno 1996
I dati del caporalato

Tutti i numeri del caporalato in Italia nel 1996. Cifre che raccontano storie di sfruttamento, estorsione, povertà e violenze.
Un estratto da Radio Zorro 3 1 3 1.

Radio Zorro 3 1 3 1, 3 giugno 1996
Il caso Rosato

Pagati 20mila lire a giornata, i braccianti erano costretti, pena la perdita del lavoro, a sottoscrivere ricevute per 78mila lire. Una pratica diffusa nelle aziende del Mezzogiorno. Oliviero Beha dà la parola al proprietario di una delle aziende sotto accusa. In studio Pietro Alò, ex senatore di Rifondazione comunista, vicepresidente della commissione d'inchiesta del Senato sul caporalato.
Ascolta l'intervista del giungno 1996.

Radio Zorro 3 1 3 1, 3 giugno 1996
L'incidente

Cronaca di un incidente costato la vita a tre donne, vittime del caporalato. Lo racconta in collegamento telefonico con Oliviero Beha, Lorenza Conte, bracciante e consigliere comunale di un paese in provincia di Brindisi. A
Radio Zorro 3 1 3 1 nel 1996.

Pinocchio, 28 gennaio 1999
Il caporalato oggi, Pinocchio

Il mercato nero delle braccia a pochi passi da una Roma impegnata nei preparativi per il Giubileo. Sono le braccia degli stranieri, disposti ad accettare fino a 60mila lire al giorno per lavorare nei cantieri. Le contrattazioni cominciano poco dopo l'alba e continuano fino alle 11 di mattina sotto gli occhi di tutti.
Il servizio di Mario Giordano a Pinocchio.

Il fatto, 8 febbraio 1999
I numeri del lavoro nero
Le conseguenze del lavoro nero anche sulla previdenza sociale. 1100 miliardi di evasione contributiva.
Tutti i dati sul sommerso da Il Fatto di Enzo Biagi.

Permesso di soggiorno, 7 maggio 1999
Il caporalato a Permesso di soggiorno

Dall'arrivo del pulmino, all'appello del caporale, alla storia di una bracciante del Sud che racconta la sua esperienza di lavoro nero.
Ascolta l'estratto dalla puntata di Permesso di soggiorno del maggio 1999.

Permesso di soggiorno, 7 maggio 1999
Le irregolari

Vittime del caporalato sono soprattutto le donne. Costrette ad accettare l'intermediazione del caporale perché al Sud, dicono, non esistono altre alternative. E per tirare su una famiglia di 4 figli un solo stipendio non basta. La giornata di due braccianti a
Permesso di soggiorno.

Okkupati, 30 maggio 1999
Interventi sul lavoro nero

"Ma il sommerso non è solo evasione contributiva e fiscale. Il sommerso è una condizione del lavoro. E' una condizione dell'economia, e poi è anche una condizione dell'essere sociale che nel Mezzogiorno è particolarmente pesante perché è una condizione stabile".
Pareri a confronto a Okkupati.

Sciuscià, 6 luglio 2000
Il caporalato oggi, Sciuscià

"Milano è come un grande cantiere. Un cantiere immenso e selvaggio". Muratori extracomunitari esposti come merce in attesa di essere prelevati dai caporali. Prendono fino a 9mila lire all'ora al nero contro le 20mila degli italiani. Intanto gli operai-caporali si fanno la villa con i dobermann e nella dichiarazione dei redditi si dicono nullatenenti.
L'inchiesta di Sciuscià.

Permesso di soggiorno, 27 luglio 2000.
Lavoratori atipici

Stai male? Ti licenzio. La malattia gli è costata il posto di lavoro. La storia di un lavoratore grigio, un immigrato, impiegato in agricoltura, al quale il datore di lavoro ha imposto il licenziamento dopo un'assenza per malattia.
Un servizio di Permesso di soggiorno.