
REPUBBLICA DEMOCRATICA FONDATA SUL LAVORO ?!?!?
CREDITO NEGATO ALLE IMPRESE
Le piccole e medie imprese, in particolare quelle meridionali, non solo hanno difficoltà nell’accesso al credito, ma addirittura di mantenimento dei prestiti bancari in essere. E’ quanto emerge nella ricerca condotta da quattro atenei italiani in collaborazione con Confindustria.
Nello studio si legge anche che, oltre ai tagli ai finanziamenti, sono iniziate le richieste di rientro da parte delle banche. La situazione è critica al Sud, dove il costo del denaro è superiore del 2-2,5 per cento rispetto al Centro-Nord e dove le imprese arrivano a pagare oneri finanziari superiori fino al 20 per cento.
http://asse.wordpress.com/2008/04/21/basilea-2-imprese-in-difficolta/
Frenano gli impieghi bancari, soprattutto al Sud. Nei primi cinque mesi dell'anno, segnala il Bollettino economico della Banca d'Italia, l'espansione del credito, "pur restando cospicua", è diminuita all'8,7% dal 10,1% di dicembre 2007. E il rallentamento, in atto da circa due anni nella componente destinata alle famiglie, ha iniziato a interessare anche i prestiti alle imprese.
La frenata, prosegue l'analisi, è stata più evidente nel Mezzogiorno, con picchi di maggiore intensità nella manifattura e nei servizi.
http://www.agi.it/news/notizie/200807151608-cro-rt11131-art.html
INTERMEDIAZIONE INEFFICIENTE TRA DOMANDA ED OFFERTA
MINISTERO DEL LAVORO. MONITORAGGIO DELLE POLITICHE OCCUPAZIONALI E DEL LAVORO
DISOCCUPATI: SOLTANTO IL 24 % SI RIVOLGE AI CENTRI PER L’IMPIEGO, NON PIU’ DEL 4 % E’ SODDISFATTO
Il dato più preoccupante che emerge dal Monitoraggio è quello relativo alla qualità del servizio offerto, che mostra come solo il 4% dell'utenza che si rivolge ai servizi pubblici per trovare un'occupazione, vede soddisfatta la propria richiesta, contro il 30% di coloro che si rivolgono ai privati.
La riflessione più interessante che esce dal monitoraggio è, però, un'altra. Non si tratta di stabilire se vinca il pubblico o il privato, bensì di capire di che tipo di servizio ha bisogno l'utenza.
"In Italia - conclude Germana Di Domenico - è proprio il sistema dell'intermediazione a non essere decollato, perché quello che funziona è il metodo fai da te. E questo sia a causa delle caratteristiche del tessuto imprenditoriale, sia per questioni di cultura".
Le azioni più diffuse sono, infatti, quelle "private": colloqui di lavoro o selezioni spontanee, annunci o inserzioni su giornali o internet, invio domande di lavoro o curriculum, contatti tramite parenti, amici, conoscenti o sindacati.
Questa tipologia coinvolge la quasi totalità di chi si muove per cercare lavoro (96%) e di questi ben il 76% utilizza canali informali. Al secondo posto, con un distacco abissale troviamo i contatti con i Centri provinciali per l'impiego (24,2%) ed infine le agenzie di collocamento private o interinali (15,4%). Una situazione che dovrebbe far riflettere su cosa le numerose agenzie di intermediazione offrono ai loro clienti, su quale sia la reale estensione della rete di contatti del sistema dei servizi per l'impiego e sull'efficacia degli strumenti utilizzati.
http://www.forumpa.it/archivio/4000/4100/4100/4108/servisil-vicine.html
CRESCE PRECARIATO E LAVORO NERO
CENSIS: UN LAVORATORE SU QUATTRO E' PRECARIO O A NERO
Un italiano su quattro ha un'occupazione a termine o rientra nella platea «molto ampia» del lavoro sommerso.
E' quanto emerge dal sondaggio condotto dal CENSIS per il World Social Summit.
Nel 2007 quasi 2,76 milioni di italiani, pari all'11,9% degli occupati, hanno un lavoro a termine, mentre sono quasi tre milioni i lavoratori sommersi, pari al 12% del totale. Nel campo dei lavoratori «atipici», la fanno da padrone quelli stagionali, apprendisti o a tempo determinato (il 9,8%), mentre il 2,1% ha incarichi a progetto.
Di fatto lavoratori precari e in nero, se sommati, rappresentano circa il 24% dell'occupazione complessiva in Italia. «E le dimensioni - spiega il rapporto - appaiono in prospettiva destinate a crescere ulteriormente considerato che sono proprio i settori a maggiore spinta occupazionale, servizi e terziario in primis, quelli in cui i fenomeni in questione appaiono più significativi». Dal 2004 allo scorso anno, infatti, i lavoratori precari sono aumentati dell'11,3%, rispetto ad una crescita complessiva dell'occupazione pari al 3,3%.
http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=8281&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=
IL SUD NON CRESCE E I GIOVANI FUGGONO VIA
Dal rapporto Svimez 2008 si fa più vivo il rischio di povertà, concreto per la metà delle famiglie monoreddito, e si allarga il fenomeno della fuga dei giovani, i nuovi emigranti-pendolari, che lasciano il meridione costretti dalle migliori opportunità di lavoro offerte dal centro-nord
Il sud non cresce. E, anche di fronte all’andamento lento dell’economia nazionale, non tiene il passo. Anzi, arretra nel Pil, negli investimenti e nei consumi. Mentre si fa più vivo il rischio di povertà, concreto per la metà delle famiglie monoreddito, e si allarga il fenomeno della fuga dei giovani, i nuovi emigranti-pendolari, che lasciano il meridione costretti dalle migliori opportunità di lavoro offerte dal centro-nord. Un’area, quella del Mezzogiorno, che lo scorso anno ha registrato un’occupazione a crescita zero.
E' una fotografia con più ombre che luci quella scattata dal rapporto Svimez 2008 sull'economia del Mezzogiorno, in cui non si esita a definire il sud come «un’area periferica», un esempio di «non-sistema».
PIL +0,7%, PER SESTO ANNO SUD INDIETRO. Per il sesto anno consecutivo il sud cresce meno del centro-nord. Nel 2007 il Pil è aumentato nel Mezzogiorno solo dello 0,7%, un punto di meno rispetto alle regioni centrali e settentrionali, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto allo scorso anno. Il Pil per abitante, evidenzia il rapporto, è pari a 17.482 euro, il 57,5% del centro-nord (30.380 euro), da cui lo separa una differenza di oltre 42 punti percentuali, pari a circa 13mila euro.
GIU' INVESTIMENTI E CONSUMI. «Rilevante» è la frenata degli investimenti fissi lordi dell’area (che hanno fatto segnare nel 2007 un timido +0,5% a fronte del +2,4% dell’anno precedente), che testimonia il peggioramento del clima di fiducia delle imprese. Sulla stessa linea la spesa delle famiglie meridionali, ferma al +0,8%, circa la metà di quella del centro-nord (+1,5%). Da sette anni la dinamica dei consumi interni è poco più che stagnante (+0,5%), rileva Svimez, «a conferma delle difficoltà delle famiglie meridionali a sostenere il livello di spesa».
51% FAMIGLIE MONOREDDITO A RISCHIO POVERTA'. Nel Mezzogiorno oltre la metà delle famiglie monoreddito (51%) è a rischio povertà, rispetto al 28% nel centro-nord. In molti casi le difficoltà si ripercuotono sui bisogni essenziali. Vi sono famiglie, rileva il rapporto, in cui non ci si può permettere un pasto adeguato almeno tre volte a settimana (10% sul totale meridionale), nè riscaldare adeguatamente l’abitazione (20%) o comprare vestiti necessari (28%). Quasi il 20% delle famiglie del Sud, nel 2005, ha avuto periodi in cui non poteva acquistare medicinali.
GIOVANI E ISTRUITI I NUOVI EMIGRANTI-PENDOLARI. Per lo più uomini, giovani (l'80% ha meno di 45 anni), single, con un titolo di studio medio-alto e mansioni di livello elevato nel 50% dei casi: sono i nuovi emigranti-pendolari, come li definisce l’Associazione. In generale, nel solo 2007 si sono contati 120 mila trasferimenti di residenza (600 mila in 10 anni) ai quali si aggiungono 150 mila pendolari di lungo raggio, che si spostano temporaneamente al centro-nord per lavorare. Le regioni meridionali da cui più si fugge risultano nell’ordine la Campania, la Sicilia e la Puglia, lasciate alle spalle alla volta delle più preferite Lombardia, Emilia Romagna e Lazio.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_economia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=207578&IDCategoria=4
SI SVILUPPA LA RACCOMANDAZIONE
RAPPORTO 2008 DELLA LUISS: IL PAESE DEI RACCOMANDATI VINCE SU QUELLO DEL MERITO
LE RACCOMANDAZIONI CONTANO ? SI’ 80,6 %
RACCOMANDATI: POLITICA 77,1 % ; PUBBLICA AMMINISTRAZIONE 76 % ; SINDACATI 72,1 % ; CLASSE DIRIGENTE 65,6 ; PROFESSIONI 50,1 % ; IMPRESA 48,8 %
Anche chi è sempre stato diffidente verso la Confindustria farebbe bene a leggere il rapporto 2008 "Generare classe dirigente" della Luiss, l’università dell’associazione degli industriali. Quel rapporto è composto essenzialmente da due parti. La prima è stata elaborata sulla base di 2080 questionari rivolti a soggetti scelti fra tutta la tutta la popolazione italiana messi a punto dall’associazione laureati Luiss, dall’Università politecnica delle Marche, dell’Università di Bologna e dalla società Ermeneia del sociologo Nadio Delai. Il risultato è per certi versi sconcertanti.
Alla domanda se in Italia le raccomandazioni contino più del merito, le risposte "molto" e "abbastanza" hanno raggiunto l’80,6% del totale. E questo nonostante il 79,9% sia d’accordo sul fatto che la valorizzazione del merito possa "migliorare le condizioni del Paese". E se secondo gli intervistati il riconoscimento del merito esiste sia pur moderatamente nella piccola e media impresa (51,2%) e nelle professioni (49,9%), nella classe dirigente (34,4%) è molto più basso, per non parlare dei sindacati (27,9%), delle associazioni imprenditoriali (24,5%), della pubblica amministrazione (24%) e della politica, dove i giudizi sul riconoscimento del merito sono i più bassi in assoluto: 22,9%. Da sottolineare che sia per la pubblica amministrazione che per la politica il peso delle risposte "poco" e "per nulla apprezzato" relativamente al merito, raggiungono i livelli massimi, rispettivamente pari al 56,3% e al 54,2%.
http://laderiva.corriere.it/2008/06/anche_chi_e_sempre_stato.html
L'ULTIMA RICERCA DELL'ISFOL: UNO SU DUE IN ITALIA È RACCOMANDATO.
IL 60% DEI VENTENNI GIÀ SI È ADATTATO ALLA SPINTARELLA.
Anche lei, poverina, non è più quella di una volta. E c’è chi, pur di tenerla alla giusta distanza, le cambia l’identità: un freddo «segnalazione», un burocratico «indicazione», un elegante «gestione combinata». I partiti non ci sono quasi più, la legge elettorale ha abolito i collegi, i parlamentari che non si perdono un battesimo sono eccezioni, però lei, anche se si deve scontrare con la modernità, con le lobbies e i lobbisti, resiste e lotta insieme e per noi: la vecchia e cara Raccomandazione, italianissima come la pizza e le romanze di Verdi. Raccomandazione di governo o di opposizione, ce n’è (sempre) per tutti.
E cosa non si fa per lei, perfino un premier che scippa il mestiere a Lele Mora. Però, appunto, non è più quella di una volta. C’è, ma non si vede. E non ci sono più i Remo Gaspari, il ministro dc che aveva assunto postini a vagonate. «O personaggi come Franco Evangelisti, l’ombra di Giulio Andreotti - ricorda Alfredo Biondi, avvocato, liberale e genovese, 9 legislature prima del prepensionamento non voluto -. Quando lo incontravi in Transatlantico ti appariva la Raccomandazione». Ecco, fine di quella storia: «Ora che la politica è cooptazione - dice Biondi - la Raccomandazione passa da lobbies potenti e clandestine».
Sarà cambiata lei, ma i raccomandati no, quelli ci sono sempre. Almeno uno su due, è la conclusione di una ricerca dell’«Isfol». E per un’indagine dell’«Eures» quasi il 60% dei ragazzi con meno di 20 anni hanno le idee chiare sul loro futuro, convinti come sono che il fenomeno della raccomandazione sia in aumento. Maria Teresa Brassiolo, presidente di «Transparency International Italia», assicura che questo primato è proprio e solo del Belpaese: «Negli altri Paesi la raccomandazione è considerata grave, ma resta molto marginale. Colpisce e stupisce di più il nepotismo». Che da noi è una variabile della Raccomandazione.
Raccomandato e parente, il massimo. Categoria sdoganata a fine Anni 80 al Festival di Sanremo, nientemeno. Quando, a presentare canzonette, erano stati chiamati gli eredi di Adriano Celentano, Johnny Dorelli, Anthony Queen e Ugo Tognazzi, e l’allor giovane Gigi Marzullo, in odor di raccomandazione dc, li sfotteva in diretta: «I figli di ...». Però erano bravini, e qui si passa alla raccomandazione a fin di bene, a sua volta differente dalla «raccomandazione per necessità», quella applicabile ai poveracci. E’ a fin di bene, come per la verità dicon tutti, perché segnala qualcuno che non delude, che se la cava o addirittura lo merita.
Di solito il raccomandato non ha buona memoria ed è facile alla smentita, a volte rabbiosa. Intervenuto in difesa di chi si è visto pubblicare raccomandabili intercettazioni, Francesco Cossiga aveva raccontato le sue telefonate in favore di due telegiornaliste, Bianca Berlinguer e Federica Sciarelli, peraltro amiche. L’avesse mai fatto, a momenti se lo mangiano. Perché a nessuno fa piacere l’abbraccio della Raccomandazione, anche se càpita nell’ambiente Rai, dove è chiamata più brutalmente lottizzazione, e ad ogni cambio di governo le carriere interne si misurano con il bilancino del chi è sponsorizzato da chi.
Favore, spintarella, aiutino, pratica nota, diffusa e trasversale. «Medialab» del professor Ilvo Diamanti ha fissato le quote dei concittadini che negli ultimi tre mesi hanno chiesto o ottenuto qualcosa: il 66,1% da un parente, il 60,9% da un amico, il 33,9% da un collega di lavoro. Quanto basta per stabilire che nessuno, proprio nessuno, può dirsi immune. Non è reato, per carità. E’, appunto, malcostume. Lo stesso che poi intasa ad esempio i Laboratori diagnostici del Lazio. «Perché - spiega Gianni Fontana, il responsabile - ci sono pazienti che accedono al servizio senza prenotazione». I soliti raccomandati... Ma queste sono le storie di tutti i giorni, dei soliti italiani che cercano la scorciatoia e avranno sempre un buon motivo per non sentirsi in colpa. Altra e più complessa è la storia della Raccomandazione da lobby, dove politica e interessi si abbracciano e colpiscono pesante. La sanità, per dire, con gli intrecci tra baronie e lottizzazioni. «E qui il gioco si fa molto più sottile», spiega Paolo Cherubino, 60 anni, primario ortopedico, preside della facoltà di medicina a Varese. «Perché le lobbies della politica con le assegnazioni di posti si affermano, si rafforzano e ne ricavano un potere di compensazione con altre lobbies».
Ecco, Varese che passa per città leghista. Su dieci primari solo uno non è dell’area di Comunione e Liberazione, il movimento caro al governatore Roberto Formigoni. Un caso? «Mi sono sentito dire che non è lottizzazione - dice Cherubino - ma il dato oggettivo resta». Ma il lobbismo non si ferma qui, e il preside Cherubino, per cautela, ricorre all’esempio. «Mettiamo che si decida un Piano di Ristrutturazione Ospedaliera. Bisogna tener conto dell’interesse dell’area interessata, dei cittadini, e questo è giusto. Poi si prevedono reparti e personale sulla base degli individui da sistemare...». La Raccomandazione pilotata.
La lobby non rivendica, non si vanta, basta che chi deve sapere sappia. Non è più come ai tempi di Gaspari e Evangelisti. Non è più come nella Milano dove per essere assunti in banca bisognava frequentare gli oratori, per una licenza da tassista i socialdemocratici, per una casa i socialisti. E nemmeno e non solo come nella Sicilia dell’ex governatore Totò Cuffaro, che per lenire il bruciore di un calo di voti per la sua Udc se n’è uscito con questa spiegazione: «Per forza, in quella zona non avevamo l’assessore regionale!». E magari non sarebbe manco bastato, magari si sarebbe scontrato con una lobby. Trovare la lobby giusta, dunque, il mix tra politica e affari, perché il resto è robetta. «Se mi chiama un politico - racconta Paolo Sassi, presidente dell’Inps - è solo per sapere la posizione contributiva di un elettore, non sanno che è tutto su Internet». Anche il ministro Roberto Maroni s’è accorto che non è più come una volta: «Nel ’94 avevo il "Raccomandometro", mi segnavo tutte le raccomandazioni che arrivavano in Consiglio dei ministri. Dopo un paio di mesi Clemente Mastella aveva già staccato tutti». Ora, dice, il Raccomandometro è ancora a zero.
Puoi darmi una mano...? Comincia sempre così. «Lo so bene - dice Pierluigi Bersani, il ministro ombra Pd -. La mia mamma diceva che bisogna aiutare tutti, ma aiutando tutti si finisce sempre con il fregare qualcuno. La mia regola? Aiutare solo i malati, gli handicappati, i disperati, per loro sì che sono pronto a dare una mano. Per gli altri niente, grazie». Antonio Marano, direttore di Rai2 intercettato al telefono con Agostino Saccà, la mano la dà per chi vale. «E’ normale per noi, i personaggi del mondo dello spettacolo li conosciamo bene». E’ normale, come il titolo di una trasmissione Rai di successo. «I Raccomandati».
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200807articoli/34340girata.asp
RACCOMANDAZIONE: Ne sono convinti 9 italiani su 10
La raccomandazione non tramonta mai.
Il male italiano resta radicato con forza nella nostra realtà lavorativa e non accenna a indebolirsi.
E' quanto risulta da un sondaggio realizzato dall'istituto ricerca Swg e diffuso durante un convegno a Lamezia Terme sul tema "La nuova politica del quadro strategico nazionale: l'istruzione motore dello sviluppo".
Secondo l'indagine 9 italiani su 10 credono che per trovare lavoro serve conoscere la persona giusta.
Sono l'89% degli interpellati a dire dunque che la vecchia raccomandazione serve ancora, eccome, per trovare un'occupazione in Italia.
Il sondaggio Swg è stato rivolto a cittadini italiani di età compresa tra i 15 e i 30 anni e tra i 30 e i 64 anni con figli in età scolare.
Quanto alle competenze che occorrono per trovare un'occupazione, quelle matematiche o scientifiche vengono giudicate importanti dal 92% degli intervistati, quelle socio-economiche dal 94%, quelle tecniche dal 93%, quelle professionali dal 94% e quelle umanistiche dal 75 %.
Insomma, l'istruzione viene considerata significativa dagli interpellati, ma ciò non toglie il peso che ancora ha la raccomandazione nel raggiungimento di un posto di lavoro. E proprio su questo "vizio" particolarmente odioso dell'Italia è intervenuto al convegno anche il ministro Pier Luigi Bersani.
"Sapevamo bene che nel senso comune degli italiani la spintarella c'era", ha detto commentando con i giornalisti il risultato del sondaggio. "Questi dati certificano che purtroppo anche nella mentalità dei giovani questa idea c'è. Tutto quello che abbiamo battezzato liberalizzazione vuole dire basta con le spintarelle. Vuol dire che se un giovane sa fare un mestiere deve poterlo fare. Punto e basta. Se noi non afferriamo questo concetto per quanto ci costi in termini di cambiamento, di rottura di meccanismi corporativi, di semplificazioni, noi consumiamo una rottura nei confronti delle nuove generazioni"."Io spero" ha concluso il ministro "che lo si comprenda perché dentro questo sforzo, questa sfida, c'è poi un messaggio di futuro per il Paese. Senza questo credo che uno spirito di fiducia da parte delle nuove generazioni non possa venire".
http://www.tgcom.mediaset.it/tgfin/articoli/articolo389715.shtml
AL SUD ITALIA UN LAUREATO SU QUATTRO TROVA LAVORO GRAZIE ALLE “CONOSCENZE”
Al Sud un laureato un quattro trova lavoro solo grazie alle "conoscenze". Lo rivela uno studio che sarà pubblicato nel prossimo numero della «Rivista Economica del Mezzogiorno», trimestrale della Svimez diretto da Riccardo Padovani.
Secondo la ricerca, condotta da Margherita Scarlato, nel Mezzogiorno il 25% dei laureati meridionali, a tre anni dal termine degli studi, trova lavoro con canali "informali", contro il 12% dei colleghi che si sono trasferiti al Nord. E nonostante la conquista del titolo di studio, la mobilità sociale resta scarsa: nel periodo in esame, sul totale degli occupati, il 72% al Sud non hanno modificato il proprio status, contro il 61% del Centro-Nord.
Nonostante il conseguimento di un titolo di studio superiore, nella ricerca di un posto di lavoro al Sud, a farla da padrona restano la conoscenza diretta, la segnalazione da parte di parenti e conoscenti o la prosecuzione di un'attività familiare già esistente.
Nel 2004 (ultimi dati disponibili) è stato ingente anche il numero di coloro che hanno provato i concorsi pubblici (15%), mentre trovare lavoro con il collocamento pubblico e privato è servito solo a un'estrema minoranza: rispettivamente 1,7 e 2,3%.
Nel Sud infatti, laurearsi è importante, si legge nello studio, ma solo «se si proviene dalla famiglia "giusta", non solo perché ricca ma pure perché inserita in un reticolo di rapporti sociali».
Per le famiglie dei ceti sociali più bassi l'investimento negli studi universitari è rischioso: «La laurea riduce il rischio che lo studente resti disoccupato, ma non riduce il rischio di trovare un'occupazione mal retribuita». Lo dimostra il fatto che i giovani meridionali nel Centro-Nord ottengono spesso condizioni contrattuali peggiori di quelle conseguite da coloro che restano nel Mezzogiorno. Il 60,3% dei laureati meridionali che lavorano al Centro-Nord, a tre anni dalla laurea, è impiegato con un contratto a tempo determinato e lo 0,9% lavora senza contratto a fronte del 41,7% e dello 0,3% dei laureati e occupati nel Mezzogiorno. A livello regionale, i laureati meridionali più fortunati abitano in Sardegna, con il 64% degli occupati che nel 2004 aveva studiato e trovato lavoro in regione, a fronte di una media Mezzogiorno del 53,6%.
I più sfortunati si trovano in Molise, con solo il 39,9% degli occupati. I meridionali laureati al Centro-Nord presentano tassi di occupazione assai elevati, con un minimo del 69,1% in Calabria e un massimo dell'83,9% in Abruzzo e Sicilia.
LA RACCOMANDAZIONE SI LEGALIZZA
Assumi, assumi: qualcosa resterà. Più che la parafrasi del motto di Oscar Wilde (diffama, diffama: qualcosa resterà), a Palazzo Chigi sembra in voga la tattica, tipica della prima Repubblica, di assunzioni nel pubblico impiego. Tattica che veniva rafforzata in vista di un ciclo elettorale. All’epoca, però, non c’erano vincoli di bilancio da rispettare, e il debito volava rapido fino alle vette attuali.
Con la legge finanziaria il governo sembra provare nostalgia per quelle pratiche. Tant’è che per il prossimo triennio prevede di spendere un miliardo e 161 milioni di euro per ampliare gli organici della pubblica amministrazione (Forze di sicurezza, ma non solo). Risultato: nel prossimo triennio potranno essere assunte più di 41mila persone. Esattamente gli abitanti di Macerata.
Al tempo stesso, però, con un blitz lessicale, introduce in uno dei maxi-emendamenti approvati con la fiducia alla Camera, una profonda modifica al regime di sanatoria per i precari. Cambiando qualche avverbio, rende possibile l’assunzione di circa 50mila precari; soprattutto quelli con contratti a termine presenti nelle amministrazioni regionali. Una popolazione pari a quella di Pordenone.
Al momento, i costi di queste nuove assunzioni, che arrivano a un totale virtuale di 91mila (ma potrebbero essere anche di più, fino a sfiorare le 100mila unità), sono garantite dal maggior gettito fiscale. Dai dati sulle entrate tributarie, è evidente come l’andamento del gettito sia estremamente legato alla dinamica del prodotto interno lordo. Ma se la congiuntura dovesse peggiorare (come prevede lo stesso governo), le assunzioni restano assunzioni: contabilizzate come spese certe; mentre le entrate che le garantiscono, inevitabilmente, sono destinate a scendere.
E per finanziare gli aumenti di organico, dovranno essere sostituite da nuove tasse. Creando così una bomba a orologeria per le prossime maggioranze e i governi che verranno.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=228564