

E SE FOSSIMO NOI I POVERI ?!?!
COSA E' LA POVERTA'
La povertà è fame: sei impossibilitato a sfamare te e la tua famiglia.
La povertà è solitudine: non puoi avere una famiglia.
La povertà è emarginazione: non puoi avere amici.
La povertà è sporcizia: sei impossibilitato a lavarti e ad adottare le più elementari forme di igiene.
La povertà è vivere senza un tetto o in abitazioni insalubri.
La povertà è vivere con vestiti logori e sporchi.
La povertà è malattia: sei impossibilitato a curare te e la tua famiglia.
La povertà è ignoranza: non puoi far studiare i te e i tuoi figli per migliorare il futuro.
La povertà è sopraffazione: non puoi difenderti da accuse penali infamanti.
La povertà è staticità: non puoi viaggiare per fuggire.
La povertà è non avere potere e non essere rappresentati adeguatamente.
La povertà è mancanza di libertà e di dignità.
La povertà è silenzio: nessuno ti scolta, anche se hai tanto da insegnare.
La povertà assume volti diversi, volti che cambiano nei luoghi e nel tempo, ed è stata descritta in molti modi.
La povertà è una situazione da cui la gente vuole evadere con qualsiasi mezzo e compromesso.
La povertà è essere
indifeso, quindi vittima di sopraffazione ed ingiustizie altrui.
Per capire come si può ridurre la povertà, per capire ciò che
contribuisce o meno ad alleviarla e per capire come cambia nel tempo, bisogna
vivere la povertà.
Dato che la povertà ha tante dimensioni, deve essere osservata mediante una serie di indicatori; indicatori dei livelli di reddito e di consumo, indicatori sociali ed anche indicatori della vulnerabilità e del livello di accesso alla società e alla vita politica.
La disoccupazione è la condizione di mancanza di un lavoro per una persona in età da lavoro (da 15 a 74 anni) che lo cerchi attivamente, sia perché ha perso il lavoro che svolgeva (disoccupato in senso stretto), sia perché è in cerca della prima occupazione (inoccupato).
Molti provvedimenti di politica economica sono finalizzati a far diminuire il tasso naturale di disoccupazione: gli uffici di collocamento, politiche pubbliche di riqualificazione professionale.
In caso di cessazione del rapporto di lavoro per scadenza del termine, per licenziamento e per alcuni casi di dimissioni, al lavoratore spetta un sostegno economico: l'indennità di disoccupazione ordinaria. Al disoccupato viene corrisposta l’indennità per un periodo di 8 mesi che diventano 12 per i lavoratori che hanno superato i 50 anni. Ai lavoratori che sono stati sospesi, spetta invece il contributo per un massimo di 65 giorni.
L’indennità è pari al 40% della retribuzione media percepita nei 3 mesi precedenti l'inizio della disoccupazione.
La Cassa integrazione guadagni (CIG) è un istituto previsto dalla legge, consistente in una prestazione economica (erogata dall’Inps) in favore dei lavoratori sospesi dall'obbligo di eseguire la prestazione lavorativa o che lavorano a orario ridotto.
L'art. 1 della legge 20 maggio 1975, n. 164, aggiorna i presupposti applicativi della CIG alla precaria situazione socio-economica degli anni 70, prevedendo interventi di integrazione salariale in favore degli operai dipendenti da imprese industriali che siano sospesi dal lavoro o effettuino prestazioni di lavoro a orario ridotto, e precisamente:
integrazione salariale ordinaria per contrazione o sospensione dell'attività produttiva; per situazioni aziendali dovute ad eventi transitori e non imputabili all'imprenditore o agli operai; ovvero determinate da situazioni temporanee di mercato. Durata tre mesi prorogabili trimestralmente. Il trattamento a carico dell'INPS, è corrisposto nella misura dell'80% della retribuzione globale di fatto, entro i limiti di un massimale.
integrazione salariale straordinaria per crisi economiche settoriali o locali; per ristrutturazioni, riorganizzazioni o conversioni aziendali. Possono avere accesso alla CIG straordinaria soltanto le imprese che abbiano occupato più di 15 lavoratori nel semestre precedente la richiesta.
COME SI VEDE, GLI INOCCUPATI NON HANNO ASSOLUTAMENTE ALCUNA TUTELA, MENTRE I DISOCCUPATI O I SOSPESI HANNO TUTELE RIDOTTE E TEMPORALI.
In questo stato di cose si è disposti a tutto per superare le difficoltà.
Non ci si deve stupire se, in situazioni disperate permanenti, sia usuale la prostituzione morale (a volte fisica) e l’assoggettamento e la prostrazione schiavizzante nei confronti dei centri di potere, che riconoscono discrezionalmente i diritti solo per alcuni, come se elargissero favori.
Dr Antonio Giangrande, Presidente Associazione Contro Tutte le Mafie
Famiglie, il 5% senza soldi per cibo.
Peggiorano le condizioni di reddito e di vita degli italiani: il 15,4% delle famiglie ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà a fine mese e il 32,9% di non essere in grado di far fronte a una spesa imprevista di 700 euro. Il 5,3% delle famiglie ha avuto momenti di insufficienti risorse per l'acquisto di cibo, l'11,1% per le spese mediche e il 16,9% per l'acquisto di abiti necessari. Lo rivela l'Istat.
Non solo, ben il 50% delle famiglie del Belpaese vive con meno di 2mila euro al mese.
Tutti gli indicatori rilevati dall'istituto di statistica, nell'indagine annuale su un campione di ventottomila famiglie, mostrano un peggioramento delle condizioni di vita delle famiglie. Già prima, quindi, della crisi economica, per gli esperti dell'Istituto di statistica, le famiglie hanno iniziato a vivere una ''fase particolarmente critica''.
Condizioni di difficoltà che riguardano in particolare i nuclei familiari con tre o più figli, gli anziani soli soprattutto se donne, e le famiglie mono-genitore in particolare per le donne sole divorziate o vedove.
Il 32,9% delle famiglie ha dichiarato di non essere in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 700 euro. Sale al 10,7% la quota di famiglie che ha avuto difficoltà nel riscaldare adeguatamente la propria abitazione.
L'Istat giudica ''non trascurabili'' le percentuali di famiglie che hanno registrato difficoltà relative a beni di prima necessità: oltre al dato sugli alimentari, è salito all'11,1% la quota di famiglie che ha avuto momenti con insufficienti risorse per le spese mediche, mentre sale al 16,9% il numero di famiglie che ha avuto difficoltà per l'acquisto di abiti necessari.
Al sud e nelle isole l'Istat registra ''segnali di disagio particolarmente marcati rispetto al resto del paese'', con il 22% delle famiglie che ''arriva con grande difficoltà alla fine del mese'' ed il 46,4% che ''dichiara di non poter far fronte ad una spesa imprevista di 700 euro''.
I disagi maggiori in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Al Nord la regione fanalino di coda è il Piemonte mentre al centro è il Lazio.
http://www.tgcom.mediaset.it/tgfin/articoli/articolo436720.shtml
Avere fame. E dover scegliere tra comprare da mangiare o pagare l’affitto.
Famiglie con bimbi piccoli, anziani soli, giovani coppie o inquilini che vivono da single, che non hanno reddito o che hanno stipendi o pensioni non da sogno, ma da incubo. Molte persone non vogliono, per vergogna, parlarne. Fino a quando, però, la situazione degenera, e la richiesta di aiuto è imprescindibile. Stimiamo che la media degli inquilini, paghi oltre 800 euro al mese di affitto, nella migliore delle ipotesi, spesso a fronte di una bilancio mensile, stipendio o pensione che sia, sui 1.000 euro. Come si fa a stare a galla in situazioni del genere? Si affonda, infatti.
Ma c’è un’altra realtà. Dalle pagine de “Il Giornale” l’inchiesta sulla “mala gestio” delle case popolari. Centomila senza casa: colpa degli abusivi. Sono più di 40mila gli alloggi popolari occupati illegalmente in Italia, alcuni da oltre 30 anni E intanto 600mila famiglie, regolarmente iscritte nelle graduatorie, aspettano un tetto.
Nel quartiere tutti la chiamavano «la padrona». Ufficialmente Cristiana Petriacci era nullatenente, eppure vendeva più case di un immobiliarista di successo. Il problema è che quegli appartamenti erano di proprietà dell’Ater, l’azienda che gestisce le case popolari di Roma. A inizio dicembre la padrona del Testaccio, che tra un «contratto» e l’altro gestiva anche un giro di prostitute, è finita in carcere. Ma in giro per l’Italia sono migliaia i «padroni» di alloggi pubblici. Basta trovare un appartamento vuoto – magari in manutenzione da anni, oppure già pronto per la famiglia che ne ha diritto, attesa per il giorno successivo –, sfondare il portoncino e portar dentro un materasso. Alla Barona, periferia sudovest di Milano, i Valliani presero casa così, negli anni Settanta, e ora mamma Domenica ha lasciato l’alloggio abusivo in eredità ai figli. In Italia, rivela l’indagine realizzata da Dexia Crediop per Federcasa sul Social Housing 2008, oggi oltre 40mila case popolari sono occupate abusivamente: se venissero liberate e riassegnate a chi ne ha diritto, centomila persone in difficoltà sarebbero «fuori emergenza».
In attesa che il governo vari il nuovo «piano casa» previsto dalla Finanziaria (ma il decreto attuativo non è ancora stato firmato), una cosa è sicura: in Italia l’abitazione è un’emergenza davvero. Sono 600mila le famiglie in difficoltà che aspettano da anni in silenzio, i loro nomi occupano graduatorie lunghissime in ogni Comune d’Italia. Trentamila solo a Roma, 20mila a Milano, 10mila a Torino, a Napoli e a Catania. Famiglie numerose e giovani coppie con lavori precari. Anziani soli con la pensione minima. Immigrati regolari in Italia da anni. Genitori divorziati che si ritrovano da un giorno all’altro senza una casa e con l’assegno per la figlia da pagare ogni fine mese. L’anno prossimo, avverte Federcasa, le liste potrebbero crescere di un altro 10 per cento.
Una soluzione sarebbe costruire. Ma la realtà è che da anni le «aziende territoriali» che gestiscono le case popolari non hanno più fondi. Per incassare soldi da reinvestire, hanno dovuto vendere gli alloggi a chi già ci viveva in affitto. Dal 1993, sono stati così «privatizzati» ben 154.768 appartamenti. Il problema è che sono stati venduti a cifre irrisorie. E cioè al valore catastale dell’immobile (che spesso è meno di un terzo del reale valore di mercato) con un ulteriore sconto del 30 per cento. In media, ogni appartamento è stato venduto a poco più di 23mila euro. A Napoli, per «concedere» di occupare un alloggio pubblico nei quartieri di Scampia e Secondigliano, la camorra chiede 10mila euro «chiavi in mano». Ormai non serve nemmeno più la spranga. A Palermo i prezzi sono ancora più alti: per un appartamento di 60 metri quadrati, bisogna pagare al racket che gestisce il «settore» fino a 40mila euro.
Intanto la gente onesta continua ad aspettare in silenzio. Col ricavato della mega svendita i vari «Aler», «Ater» e «Iacp» hanno pagato a stento le spese di manutenzione. Quello che incassano di affitto dagli inquilini non basta: i canoni sono troppo bassi. In media 1.200 euro l’anno nel Nord Italia, tra 600 e 800 euro nelle regioni meridionali. E proprio nelle grandi città del Sud, la morosità praticamente è la regola. A Catania nel 2006 non ha pagato l’affitto il 92,5% degli inquilini, a Cosenza il 75,3%, a Roma il 41,2%, a Palermo il 34,7 per cento.
Anche la mappa dell’abusivismo mostra due Italie. A Bergamo, Cremona e Parma nemmeno un alloggio popolare è occupato da chi non ne ha diritto. A Torino sono appena un centinaio, lo 0,3 per cento. A Palermo è abusivo un inquilino su 4, a Catania uno su 5, a Roma l’11,1 per cento. E una volta riusciti a dormire una notte, nella maggioranza dei casi ci si riesce a dormire per sempre. Regolari o no, in questo non c’è differenza. A Roma l’anno scorso l’Ater ha scoperto che ben 7.185 «assegnatari» avevano un reddito superiore a 41mila euro. Provate voi a mandarli fuori. Tanto per la Cassazione non è reato “OCCUPARE UNA CASA POPOLARE”, (35580/07).
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=317393
IN ITALIA È IMPOSSIBILE CAMBIARE VITA: I POVERI RESTANO POVERI E I RICCHI RESTANO RICCHI.
Il riscatto dei più poveri è un miraggio. L’Italia è un paese dove i poveri restano poveri e i ricchi restano ricchi. Quella che tecnicamente si chiama «mobilità sociale» è più bassa che altrove. Risultava già da parecchie analisi; ma l’ultima, dovuta a un economista della Banca d’Italia, Andrea Neri, fa sospettare che questo difetto stia peggiorando. Nel confronto tra due decenni parzialmente sovrapposti «emerge una diminuzione nel livello di mobilità osservata». Dividendo le famiglie italiane in quattro classi di reddito, solo il 13% sono riuscite a passare alla classe superiore; l’11% sono precipitate indietro, l’87% delle famiglie che erano nella prima classe, la più povera, vi sono rimaste; e addirittura il 98% di chi era nella seconda non si è mosso. Lo scarso rimescolamento è avvenuto quasi tutto tra le due classi più alte. Lungo tutto il decennio tre quarti dei più poveri (prima classe) sono rimasti poveri, e tre quarti esatti dei più ricchi (quarta classe) sono rimasti ricchi.
La scarsa mobilità sociale - effetto e causa insieme di un cattivo funzionamento dell’economia - compare spesso nelle analisi dei dirigenti della Banca. Uno degli strumenti principali per farsi avanti in una società moderna è lo studio. E’ normale che i laureati guadagnino più dei diplomati e questi più di chi ha solo fatto la scuola inferiore. Una stranezza del nostro paese, ha notato di recente il vicedirettore generale della Banca d’Italia Ignazio Visco, è che la sua struttura produttiva «assorbe laureati con fatica e li remunera peggio che in altri paesi».
C’è poco incentivo a studiare; inoltre la cattiva qualità media degli studi forse spinge le imprese, quando assumono, a guardare più alla famiglia di origine che ai voti. La speranza di salire nella scala sociale è un grande motore per l’economia. Un paese cresce meno dove contano solo la famiglia, le raccomandazioni, o la politica. Secondo uno studio recentissimo dell’Ilo, l’Ufficio internazionale del lavoro (branca dell’Onu) durante gli ultimi 15 anni le disuguaglianze tra ricchi e poveri nel nostro paese sono cresciute più che negli altri principali paesi d’Europa.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/200902articoli/41047girata.asp