ABBIAMO QUELLO CHE SIAMO !?!?!?


GLI IMPRESENTABILI, SE LI CONOSCI, LI EVITI

PDL - PD - LEGA - IDV - UDC - LA DESTRA - SIN. ARC. - PSI

Non solo dubbia onestà verificabile accedendo al link del partito d'interesse. Ma anche mancanza di probità e correttezza.

Risse parlamentari: “Cesso corroso” l’epiteto più creativo. I banali “carogna” e “porco”, ma non solo. Un libro racconta la politica attraverso gli scontri tra i banchi.

È il 24 gennaio 2008: durante il voto di fiducia che sancisce la caduta del governo di Romano Prodi, il senatore di An Nino Strano, fra i banchi di Palazzo Madama, dopo aver sventolato un paio di fette di mortadella se le infila in bocca per celebrare la caduta dell’esecutivo di centrosinistra. È solo una della lunghissima serie di scene che hanno costellato la storia parlamentare nel corso dei sessant’anni di repubblica e che, talvolta, hanno trasformato la politica in un’arena nella quale gli onorevoli hanno dato il peggio di sé come protagonisti di risse senza esclusione di colpi.

Dall’Assemblea costituente a oggi nel Parlamento italiano le seconde linee dei partiti, quelli che non decidono le sorti del Paese ma che sono nei banchi di Camera e Senato a cercare il loro momento di notorietà, si sono resi protagonisti di esibizioni degne dei migliori attori di B movie: battute, lanci di oggetti, riprese di boxe, salti fra i banchi. Tutto per scagliarsi lancia in resta contro l’avversario di turno, magari farsi giustizia per un’offesa ricevuta.

Tumulti in aula. Il presidente sospende la seduta (editore Aliberti) è un libro che ripercorre, attraverso i resoconti stenografici, i momenti salienti di quei dibattiti parlamentari sfociati in risse da stadio, con aneddoti e curiosità che aiutano a capire anche i periodi difficili della storia repubblicana. Sceneggiate come quella che ha avuto come protagonista Nino Strano (che prima di assaporare in diretta televisiva la mortadella si era rivolto al collega dell’Udc Nuccio Cusumano, apostrofandolo con un “Sei un cesso corroso”) non erano rare, sebbene con un lessico differente, agli albori del Parlamento repubblicano. In aula si fronteggiavano uomini che, in gran parte, avevano combattuto la Seconda guerra mondiale, che avevano imbracciato un fucile (qualcuno lo conservava ancora sotto il letto) e quindi non si facevano scrupoli ad affrontare un avversario politico con le parole o con le mani.

Per esempio, durante il dibattito per l’adesione dell’Italia al Patto atlantico, nel marzo 1949, durato 52 ore vivacizzate da un’interminabile sequela di insulti e aggressioni. Oppure in occasione dell’approvazione al Senato della cosiddetta legge truffa nel marzo del 1953: dopo 70 ore di seduta ci fu una rissa di 40 minuti che vide Sandro Pertini rivolgersi al presidente Meuccio Ruini con un “Lei non è un presidente, è una carogna! Un porco!”. O ancora, sempre nella stessa seduta, il senatore Elio Spano (Pci) affrontò a muso duro il giovane sottosegretario Giulio Andreotti, che in quel momento aveva in testa il cestino della carta per proteggersi dagli oggetti che piovevano dai banchi della sinistra, urlandogli: “Dopo il voto avrete un nuovo piazzale Loreto!”.

Una volta si è sfiorato anche uno scontro fra titani, era il 14 febbraio 1950 e Palmiro Togliatti decise di affrontare a muso duro Alcide De Gasperi per una frase infelice pronunciata nel corso del suo intervento. Parlando dei funerali di sei operai uccisi dalla polizia nel corso degli scontri a Modena (ai quali aveva partecipato tutto lo stato maggiore del Pci), l’allora presidente del Consiglio li aveva definiti una “parata”. Togliatti si alzò urlando “Vergogna!” e scese minaccioso le scale dell’emiciclo fermandosi a pochi centimetri da De Gasperi. Allora il buon senso ebbe la meglio e “il Migliore” se ne andò. D’altronde i leader non si abbassano a tanto: le risse sono roba da peones.

L'aggressione del senatore Tommaso Barbato al collega Nuccio Cusumano é soltanto l'ultima aggressione avvenuta nelle aule del Parlamento. Una lunga serie di episodi delle stesso genere ha costellato i 60 anni di storia della Repubblica. Dal 1949 al 2008 le aule parlamentari si sono più volte trasformate in un ring, dagli occhiali rotti di Sgarbi alla sospensione per dieci sedute di 14 deputati della Lega.

18 marzo 1949 - Alla Camera si vota l'adesione dell'Italia alla Nato. Quando il presidente dell'assemblea Giovanni Gronchi proclama l'esito del voto, il deputato del Pci Giuliano Pajetta (fratello del più noto Giancarlo) si lancia "a catapulta" (come si legge nel resoconto parlamentare) contro un collega, dando inizio a una rissa che vede anche un cassetto volare nell'emiciclo.

1 aprile 1952 - Il deputato Dc Albino Stella, coltivatore diretto, si getta contro il monarchico popolare Ettore Viola, agricoltore, colpendolo con un pugno.

29 marzo 1953 - La "legge truffa" viene approvata dal Senato ma in aula succede di tutto. In una rissa senza precedenti volano cassetti e banchi, il ministro Randolfo Pacciardi rimane ferito e l'opposizione abbandona compatta l'aula.

4 dicembre 1981 - Durante la discussione sullo scioglimento delle associazioni segrete (P2) il radicale Tessari attacca un questore del Pci e scoppia una rissa tra parlamentari dei due gruppi. Vola qualche calcio e i commessi intervengono per separare i contendenti. Il radicale Cicciomessere spicca un salto sul banco del governo ma cade a terra e i commessi riescono a respingere alcuni deputati del Pci, che volevano aggredirlo.

20 novembre 1991 - Mentre la Camera discute i provvedimenti di attuazione del pacchetto per l' Alto Adige, il missino Giuseppe Tatarella si alza e si avvicina all'esponente della Svp Johann Benedikter, che sta parlando, strappandogli di mano i fogli del suo intervento e gettandoli in aria.

16 marzo 1993 - Durante il dibattito sulla questione morale, il leghista Luca Leoni Orsenigo espone in aula un cappio da forca, agitandolo verso i banchi del governo. Alcuni deputati cercano di raggiungere i banchi della Lega Nord e solo un fitto cordone di commessi impedisce il contatto fisico.

19 maggio 1993 - Durante la discussione della riforma Rai, il deputato missino Teodoro Buontempo cerca di parlare in aula con un megafono e, all'ordine di consegnarlo, scappa per le scale dell'emiciclo rincorso dai commessi. Il vicepresidente lo richiama e poi lo espelle insieme al collega di partito Marenco che ha urlato "ladri-ladri" e altro.

21 settembre 1994 - Il progressista Mauro Paissan, relatore del decreto "salva-Rai", è interrotto da un boato di proteste provenienti soprattutto dai banchi di Alleanza Nazionale. Un gruppo di deputati di An travolge il muro di commessi piazzati nell'emiciclo e ad avere la peggio è Francesco Voccoli, Prc, messo ko da un pugno mentre faceva scudo a Paissan. Anche un commesso deve ricorrere alle cure dell'infermeria.

2 agosto 1996 - Scambi di insulti e strattoni tra deputati di Polo e Lega nella discussione sul finanziamento dei partiti. Il leghista Cavaliere salta un banco e cerca di raggiungere il deputato Giovine e altri esponenti di Forza Italia. Rotti gli occhiali a Vittorio Sgarbi.

17 novembre 1997 - Rissa alla Camera con fascicoli bruciati, portaceneri rotti, insulti, urla e scontro fisico evitato per pochissimo. Gli incidenti avvengono in Transatlantico tra Enrico Cavaliere, Mario Borghezio e Luciano Dussin della Lega da un lato e Famiano Crucianelli (Comunisti Unitari), Ugo Boghetta e Ramon Mantovani di Prc dall'altro.

29 aprile 1998 - Uno scontro verbale su Juventus-Inter tra il deputato di An Gramazio e l'ex calciatore e deputato Ds Massimo Mauro si trasforma in scontro fisico. Gramazio scatta verso i banchi della maggioranza, Mauro cerca di allontanare con un calcio l'avversario, che intanto lo strattona e cerca di colpirlo. Gran lavoro dei commessi per sedare la rissa.

9 luglio 2003 - Durante la seduta della Camera, alcuni leghisti mostrano t-shirt con la scritta "io non sto con Abele" e "Caino sconti la pena". Il presidente Casini richiama due volte il capogruppo Alessandro Cè, Dario Galli, Luciano Dussin, Andrea Gibelli, Sergio Rossi e Luciano Polledri e poi li espelle. Un esponente del Carroccio si strattona da solo fingendo una sorta di colluttazione con uno dei commessi: "Sì, sto facendo anch'io resistenza. Da qui non mi sposto...".

31 luglio 2004 - Dopo un alterco per alcune battute su Tangentopoli e "nani e ballerine" con alcuni socialisti dei due schieramenti, Davide Caparini (Lega) tenta di sfondare il cordone dei commessi e di avvicinarsi a Roberto Giachetti (Margherita). Per Caparini scatta l'espulsione. Renzo Lusetti (Margherita) finisce in infermeria.

14 giugno 2007 - I deputati leghisti si siedono nei banchi del governo sventolando il titolo della Padania: "Governo fuori dalle balle". Seduta sospesa, poi l'occupazione, per circa un'ora, con i leghisti che urlano slogan e insulti alla maggioranza e quindi la rissa con i deputati del centrosinistra. L'ufficio di presidenza sospende 14 deputati della Lega per dieci sedute. Un record per Montecitorio.

15 novembre 2007 - Un senatore di Forza Italia cerca di prendere a testate un parlamentare del centrosinistra che viene circondato dai colleghi e portato in salvo fuori dall'emiciclo dal presidente della commissione Giustizia Cesare Salvi. Dai banchi di Forza Italia parte anche un sonoro "vaffanculo".

24 gennaio 2008 - "Scelgo per il paese, scelgo per la fiducia a Romano Prodi" ha detto Nuccio Cusumano chiudendo il suo intervento al Senato: Il clamore suscitato in Aula ha costretto Marini a sospendere la seduta. Al grido di "pezzo di merda" il senatore Tommaso Barbato, capogruppo dell'Udeur a palazzo Madama, è corso in aula mentre dal video fuori dall'aula stava ascoltando la dichiarazione di voto di Nuccio Cusumano. Al termine del suo discorso nell'aula del Senato il senatore dell'Udeur Nuccio Cusumano si è sentito male. Il malore è arrivato dopo che il capogruppo del Campanile Barbato è entrato in Aula e andandogli incontro gli ha urlato in faccia "Pagliaccio, venduto". I commessi sono intervenuti per allontanare Barbato dall'Aula. In aula intanto era scoppiato l'inferno con insulti - "cesso", "troia" e "frocio" - indirizzati a Cusumano. Il senatore è stato soccorso da colleghi e commessi, mentre il presidente Marini ha sospeso la seduta per cinque minuti. Cusumano, dopo essersi messo a piangere, si è sdraiato tra i banchi circondato dai colleghi, in attesa dell'arrivo del medico. Non si è limitato all'improperio in Transatlantico, ma una volta entrato in aula Tommaso Barbato si è diretto verso il banco del collega di partito dell'Udeur, Nuccio Cusumano, e gli ha "sputato in faccia, cercando anche di colpirlo", facendogli con le mani il segno della pistola. Cusumano, sentitosi aggredito, "è svenuto" e quindi il presidente Marini ha sospeso la seduta dell'aula per alcuni minuti. A riferire ai giornalisti quanto accaduto nell'emiciclo è il senatore Sergio De Gregorio, leader del Movimento degli italiani all'estero.

24 settembre 2009 - Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, durante l'incontro con i lavoratori dell'azienda Spx di Sala Baganza, realtà industriale a rischio chiusura, si scaglia così contro lo scudo fiscale definendolo un provvedimento "criminale" di un Parlamento "mafioso". Secondo l'ex pm: "Lo scudo garantisce a un gruppo di criminali, falsificatori di bilanci ed evasori fiscali, di farla franca. Ancora una volta il nostro Paese è in mano a un gruppo di persone massone, piduiste, criminali e mafiose che fanno gli interessi propri ai danni del paese".

http://blog.panorama.it/libri/2009/09/25/onorevole-ha-facolta-dinsultare/

http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/politica/crisi-governo/storia-risse/storia-risse.html

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/economia/fisco-1/scudo-fiscale-di-pietro/scudo-fiscale-di-pietro.html


NOMINATI ED ASSENTI

MARIO SEGNI: NOMINARE GLI ELETTI. IL DISEGNO E' CHIARO.

“Il "Porcellum", la legge elettorale che tre anni fa cancellò il maggioritario, ha già trasformato la elezione del Parlamento in una "nomina". Il cittadino non potrà scegliere il "suo" parlamentare, ma sarà costretto a votare per una lista preconfezionata dall'alto. Saranno quindi i capi partito, e non gli elettori, a decidere chi viene eletto. Se dopo il meccanismo si estenderà alle regioni, ci troveremo in una democrazia svuotata a metà (e sono ottimista) in cui i politici non sono eletti dal basso ma nominati dall'alto.

Perché la classe politica persegua questo disegno è chiaro.

E' un disegno scellerato ma risponde perfettamente ai suoi interessi. Il capo partito trasforma i suoi parlamentari da deputati eletti dai cittadini, e quindi da loro dipendenti, in burocrati nominati, fedeli e obbedienti.

Meno chiaro è perché i cittadini sopportino questa autentica truffa.

In altri tempi, e forse in altri paesi, la reazione di base sarebbe stata furibonda. Da noi ci sono stati poco più che mormorii. Non credo affatto che la sinistra, che promette grande opposizione, si opporrà davvero. Il meccanismo della scelta dall'alto piace a molti leaders della sinistra. Il primo caso di lista bloccata è nato nella regione rossa, la Toscana. Il PD ha un disperato bisogno di qualche sbarramento per evitare emorragie e temo sia disposto a pagare questo prezzo”. Questo dice Mario Segni, il padre del sistema elettorale maggioritario.

http://www.corriere.it/solferino/severgnini/08-09-16/01.spm

IL PARLAMENTARE NON RISPONDE ALLE E-MAIL.

In Italia, ormai da dieci anni, sulla homepage del sito di Camera e Senato, è possibile trovare l’indirizzo e-mail dei nostri parlamentari. Un mezzo, nelle intenzioni, per accorciare le distanze tra il politico e il suo elettore.

E proprio per verificare la disponibilità dei 994 intestatari, abbiamo inviato, contemporaneamente, altrettante email da dieci caselle di posta elettronica appositamente create e intestate ad una virtuale e fantomatica signora Anna.

La sua situazione è disperata. Ha bisogno di un aiuto, un consiglio per affrontare una situazione sempre più difficile. Aspetta con ansia una risposta da coloro che la rappresentano in Parlamento. Dal giorno dell’invio a quello della lettura delle risposte, sono passate due settimane. In un lasso di tempo di 15 giorni effettivi ha risposto soltanto il 2,7 per cento dei parlamentari. 26 e-mail in tutto. Davvero pochine. Viene da chiedersi: rispondere ai cittadini per un politico, è un dovere o solo un obbligo morale del singolo? E comunque, ridotta i minimi termini, non dovrebbe essere una semplice questione di buona educazione?

Secondo l’ex Presidente della Camera Fausto Bertinotti non si può parlare di obbligo morale “per un politico, rispondere alle email, così come più in generale ad ogni altra forma di corrispondenza, rappresenta un dovere deontologico. Ad ogni domanda che gli viene dai cittadini e che gli è indirizzata, ha il dovere di rispondere. La politica, la buona politica, è fondata sul consenso, e il dialogo rappresenta uno dei cardini del consenso” afferma.

Il test ha rivelato che il 42,1 per cento dei senatori aveva la casella di posta piena, impossibilitata dunque alla ricezione di nuovi messaggi. Molti di loro e, cosa più grave i loro staff, trascurano di svuotarla o comunque di monitorarla. Le loro email dunque non vengono lette abitualmente, o addirittura, non vengono proprio prese in considerazione.

http://blog.panorama.it/italia/2008/11/23/lonorevole-non-risponde-alle-email/

SCRANNI  VUOTI, PIANISTI, RISSE. ECCO L’ESERCITO DEGLI ASSENTEISTI

Troppi assenti, ancora una volta, scranni vuoti nell'emiciclo del Pdl e mani che prodigiosamente si allungano per trasformare le assenze dei colleghi in presenze. Pianisti all'opera, come sempre. Ma dai banchi dell'Italia dei valori protestano, il leghista Matteo Bragandì, già avvocato di Bossi, prova a giustificare la prassi: "Non accettiamo lezioni. Se i deputati della maggioranza votano per due possono farlo per ragioni politiche, quelli dell'opposizione lo fanno solo per intascare la diaria. E questo si chiama truffa".

Perché a scorrere i tabulati delle presenze alla Camera relativi alle 103 votazioni, si scopre che a Montecitorio mancano sempre all'appello delle votazioni (solo in quell'occasione si possono rilevare le assenze) dai 120 ai 350 deputati.

In effetti, anche la classifica nominale dei più assenti alle 523 votazioni tenute dall'insediamento, assegna il primato a un paio di casacche Pdl. Ad ogni modo, in testa c'è l'imprenditore Antonio Angelucci, Pdl anche lui, presente solo a 58 delle 523 votazioni, con una percentuale di assenze dell'88,9. Fa poco testo anche Piero Fassino, che segue con l'88,3, ma per "adempiere al suo ruolo di inviato Ue in Birmania e di ministro ombra Pd degli Esteri", fa notare il suo staff. Segue invece Mario Baccini ex Udc, assente nell'81% dei casi, e la Pdl Maria Grazia Siliquini (78%). Veltroni è risultato assente nel 72% delle occasioni e Di Pietro nell'82. Ma come per Casini (29,4% di assenze), gli impegni di partito in tutti questi casi hanno avuto la meglio su quelli d'aula.

Le dita picchiettano, le mani si spostano, le spalle avanzano, arretrano, e poi ancora i polpastrelli si alzano, si abbassano, in una sinfonia di movimenti che solo lo scatto attento di un obbiettivo a ripetizione può fermare. E inchiodare. Ecco i pianisti della Camera. I deputati che votano per sé e per gli assenti, uomini e donne insospettabili, maestri e allievi di segrete lezioni di piano che quasi ogni giorno si praticano tra gli scranni di Montecitorio.

Pianismo, un mestiere vecchio quasi quanto quello della politica e che non ha barriere di parte: si pratica a destra come a sinistra, il voto conto terzi, ma c'è un fatto, una novità di questi giorni. L'aula si è riempita di requisitorie. Improvvisamente, soprattutto dalle fila dell'Italia dei Valori, si è levata la voce del rigore, l'appello contro la doppiezza, l'imbroglio, perché barare «in quest'aula» significa anche raggirare «nella vita giornaliera», perché, diceva l'altro ieri nel suo intervento il dipietrista Domenico Scilipoti, votare per due «è un problema di mentalità e di comportamento che ognuno ha dentro la propria testa, nel proprio cuore e nella propria anima» (stenografico della seduta dell'1 ottobre).

«Ho letto con interesse i post del blog del Secolo XIX che riporta quanto accaduto in aula e sono rimasto colpito da alcuni messaggi che equiparano i pianisti di Montecitorio agli impiegati che timbrano per i loro colleghi assenti. I messaggi sul sito del quotidiano ligure invocano il Ministro Brunetta a fare il suo dovere: licenziare i fannulloni anche deputati! ».

«Recentemente - prosegue Scilipoti - diverse amministrazioni pubbliche hanno licenziato impiegati infedeli che si facevano timbrare dai colleghi e hanno fatto benissimo a licenziare anche coloro che hanno timbrato per i colleghi assenti perché partecipi alla truffa ai danni dell'amministrazione.

Ritengo che abbiano ragione i cittadini che oggi equiparano quegli impiegati scorretti ai parlamentari assenteisti e ai loro complici pianisti. Quindi - conclude Scilipoti - ponendo su uno stesso piano impiegati e deputati assenteisti, che si fanno timbrare il cartellino dai colleghi, il Ministro Brunetta dovrebbe costringere il Presidente della Camera, responsabile anche del suo bilancio pagato dai cittadini, a licenziare questi deputati infedeli che truffano l'amministrazione con la complicità di colleghi pianisti che non esisto a definire disonesti, politicamente, moralmente e intellettualmente».

Ma la cosa triste è che proprio in quel lato dell'emiciclo, tra i difensori del voto pulito e a mano sola, succede di tutto: suonata con piano verticale (deputato che vota al suo scranno e a quello dietro con una torsione parziale del busto); allegro con brio (deputato che vota a due mani ridendo a crepapelle); andante con moto (deputato che vota per due, in piedi, come se stesse andando via). E via di questo passo, con un solfeggio che si disperde alle spalle dei leader dei partiti interessati senza che nessuno, all'apparenza, abbia niente di che scandalizzarsi.

La cosa ancora più triste, tra l'altro, è che in una delle foto il deputato che allunga entrambe le mani, nell'intento apparente di votare per due, è nientemeno che....Domenico Scilipoti!

C'è un’immagine bellissima di quest'orchestra di musicanti silenziosi del voto doppio: Massimo D'Alema pensoso che adempie il suo dovere di deputato accanto a Marianna Madia, in piedi. Dietro di lui un concerto di pianisti all'opera: Elisabetta Rampi, Vinicio Peluffo, Ronaldo Nannicini. Mani veloci, voto per due, e nessuno che ha visto niente.

Tornando a Scilipoti, va detto che in aula mercoledì anche Roberto Giachetti del Pd era intervenuto per accusare la maggioranza di pianismo: «Allora, possiamo anche continuare a far finta di non vedere...», aveva insinuato allusivo. Ma l'onorevole di Di Pietro invece spiegava più dispiaciuto, più appassionato: «Io sono nuovo di questo parlamento, e avevo l'idea che i parlamentari dovevano essere punti di riferimento per la cittadinanza. In altre parole, un atteggiamento di imbroglio non è corretto: «Non si può barare né si può imbrogliare!». Poi è scoppiata una piccola rissa tra un deputato della Lega e uno dell’Idv che ha richiesto l'intervento dei commessi.

Ma perché Scilipoti, in una immagine di voto, ha allungato due braccia anziché una al momento di schiacciare il pulsante? Non era al suo posto, perché nei due scranni dove si è sgranchito gli avambracci sarebbero seduti i colleghi Barbato e Porfidia. Quel pianista sospetto è Scilipoti o è un deputato che assomiglia a Scilipoti come una goccia d'acqua? Sarà lui a svelare il mistero. Comunque quello è il settore dell’Italia dei Valori, e questo è indubbio. Lì sono seduti il capogruppo Donadi, il leader Di Pietro. Vicini di banco ma senza occhi del responsabile organizzazione del Pd Andrea Orlando, pizzicato a braccia allargate in inequivocabile atteggiamento da suonata, del responsabile esteri del Pd Lapo Pistelli, anche lui in posizione sospettissima.

E poi ci sono le donne: hanno mani lunghe Olga D'Antona, Anna Rossomando, Maria Rosa Calipari. I mali del pianismo non hanno colore, ma si capisce perché quando il capogruppo della Lega Roberto Cota mercoledì ha detto in aula che ci sono politici «specializzati nel fare la morale agli altri, ma nel non accettare di applicare la stessa morale a se stessi», l'applauso è stato forte, come un'Eroica.

Il quotidiano diretto da Mario Giordano non è nuovo a questi scoop. Già in prima pagina era stata pubblicata la foto dell'ex ministro Livia Turco intenta a votare per i vicini di scranno assenti. Stavolta i pianisti si sono moltiplicati. A quello che è un vero e proprio concerto hanno preso parte numerosi esponenti del Partito democratico e di Italia dei Valori: da Lapo Pistelli a Salvatore Margiotta, da Vinicio Peluffo a Elisabetta Rampi, da Pierluigi Mantini a Lanfranco Tenaglia, da Andrea Orlando a Rolando Nannicini, da Anna Rossomando a Luciana Pedoto, da Andrea Sarubbi ad Alessandro Maran, per concludere con le vedove D'Antona e Calipari, oltre al "predica bene e razzola male" Domenico Scilipoti, siciliano eletto nel partito di Antonio Di Pietro.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=295139

http://www.tgcom.mediaset.it/politica/articoli/articolo429007.shtml

http://finanza.repubblica.it/scripts/cligipsw.dll?app=KWF&tpl=kwfinanza%5Cdettaglio_news.tpl&del=20081002&fonte=RPB&codnews=196244

http://www.diariodelweb.it/Articolo/Italia/?d=20081002&id=47711

La possibilità di mantenere un'attività lavorativa al di fuori del Parlamento ha due conseguenze. Da un lato, facilita l'ingresso alla Camera o al Senato di cittadini particolarmente affermati nel mercato privato che altrimenti non si sarebbero candidati. Un fatto auspicabile laddove la capacità dimostrata sul mercato sia in qualche maniera correlata con la capacità di risolvere i problemi del paese. Dall'altro, riduce il loro impegno nell'attività parlamentare, almeno in quella più strettamente legislativa.

Professione precedente

Reddito extra-parlamentare (€)

Assenteismo %

Ddl di prima firma

Avvocati

113,500

37

13.5

Professori

109,300

37

10.7

Imprenditori

106,600

34

8.5

Militari

82,800

39

15.5

Magistrati

60,600

36

13.9

Dirigenti privati

58,100

34

8.2

Dirigenti PA

49,500

35

11.3

Lavoratori autonomi

44,400

32

11.0

Dottori

41,500

32

12.5

Giornalisti

37,600

36

10.9

Sindacalisti

17,800

33

7

Insegnanti

17,200

27

12.9

Impiegati

14,900

27

11.3

Dirigenti di partito

12,500

27

7.3

Operai

2,100

23

10.2

Studenti

0

23

7.5

Si noti come le professioni con più alti redditi extra-parlamentari (e minori vincoli di incompatibilità, ad eccezione dei magistrati) sono quelle che presentano un maggiore assenteismo. L’evidenza è meno chiara per quanto riguarda le proposte di legge.

http://www.lavoce.info/articoli/-categoria19/pagina2751.html


PAPPONI DI STATO

"CASA NOSTRA"

Ministri, presidenti delle Camere, sindacalisti, politici. Attuali ed ex. Hanno acquistato attici e appartamenti da enti pubblici o da privati a prezzi di favore. Rendendo doppio il privilegio che spesso già avevano come inquilini. Ecco nomi e cifre dell'ultimo scandalo immobiliare

Ci sono ministri e leader di partito, ex presidenti del Parlamento e della Repubblica, magistrati e giornalisti. La nazionale dell'acquisto immobiliare scontato è talmente vasta e assortita che ci si potrebbe fare un ottimo governo di coalizione. Si va dall'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ai presidenti della Camera e del Senato del primo governo Prodi: Luciano Violante e Nicola Mancino.

Dalla famiglia del presidente dell'Udc Pier Ferdinando Casini a quella del ministro della Giustizia Clemente Mastella passando per la figlia del deputato di An Francesco Proietti. C'è il candidato leader del Partito democratico, Walter Veltroni e il presidente del Senato Franco Marini. Non mancano la Borsa, con il presidente della Consob Lamberto Cardia e il mondo del lavoro con il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. C'è il senatore Udc Mario Baccini e il responsabile della Margherita in Sicilia Salvatore Cardinale. Situazioni diverse tra loro che talvolta convivono nello stesso palazzo.

Prendiamo lo stabile Inpdai di via Velletri, a due passi da via Veneto. Al primo piano la moglie di Walter Veltroni ha comprato più o meno allo stesso prezzo pagato dall'ex sottosegretario Marianna Li Calzi che abita al quarto. Ma le due storie sono diverse. Li Calzi ha ottenuto il suo attico alla vigilia della svendita a seguito di una discussa procedura pubblica. Veltroni invece è nato nelle case dell'ente previdenziale dei dirigenti. L'Inpdai aveva affittato sin dal 1956 un appartamento al padre, dirigente Rai. Nel 1994 i Veltroni restituirono all'ente i due alloggi nei quali vivevano Walter e la mamma per averne in cambio uno più grande, il famoso primo piano di via Velletri da 190 metri quadrati che nel 2005 è stato acquistato dalla moglie del sindaco, Flavia Prisco, per 373 mila euro. Il prezzo è basso per effetto non di un'elargizione personale ma per il meccanismo degli sconti collettivi concessi a tutti allo stesso modo. Altra cosa ancora sono gli acquisti delle case dell'Ina ora finite a Generali e Pirelli. Questi colossi privati in alcuni casi si sono comportati come spietati alfieri del libero mercato.

Altre volte hanno fatto prezzi bassi per blocchi di appartamenti finiti poi a famiglie dai nomi noti come Mastella e Casini. Scelte discutibili per società quotate in Borsa come Pirelli e Generali che dovrebbero puntare solo al profitto e che, evidentemente, hanno pensato di fare gli interessi dei propri azionisti cedendo appartamenti ai politici e ai loro amici a valori bassi. Insomma, ci sono differenze radicali tra venditore privato e ente pubblico ma anche all'interno delle due categorie. Se non bisogna far di tutta l'erba un fascio però ci sono due cose che accomunano i protagonisti della nostra inchiesta: sono potenti che hanno pagato troppo poco ieri per l'affitto e oggi per l'acquisto.

Inoltre nella maggioranza dei casi in quegli immobili sono entrati grazie a conoscenze, entrature e amicizie. Questa disparità di trattamento con i comuni mortali non è una novità. Emerse con violenza populista nel 1996 durante il primo Governo Prodi grazie alla campagna 'Affittopoli' de 'il Giornale' di Vittorio Feltri. Oggi quegli stessi immobili affittati dieci anni fa ad equo canone sono stati svenduti definitivamente e il privilegio è stato reso eterno.

Per fare qualche esempio: Lamberto Cardia, presidente Consob, pagava 1 milione e 100 mila lire al mese di affitto nel 1996 e ha comprato nel 2002 a 328 mila euro 10 vani e due posti auto a due passi dal Palaeur. Maura Cossutta, onorevole dei Comunisti Italiani, pagava 1 milione e 50 mila lire allora e compra nel 2004 quattro camere, due bagni e balconi a due passi da San Pietro a 165 mila euro. Franco Marini pagava 1 milione e 700 mila lire allora e compra nel 2007 a un milione di euro due piani ai Parioli. A rendere 'svendopoli' ancora più odiosa di 'affittopoli' c'è il peggioramento drastico del mercato della casa. Il trattamento di favore diventa un'offesa insopportabile per chi è costretto a combattere ogni giorno con l'ufficiale giudiziario che vuole sfrattarlo.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Casa-Nostra/1742269//0

ELEZIONI POLITICHE 13-14 APRILE 2008. PARLIAMO DI TROMBATI E RIMBORSATI

Antonio Martusciello, Fi, classe 1962, potrebbe essere il più giovane pensionato dell’ultimo Parlamento. Napoletano, 46 anni, 4 legislature alle spalle, è entrato a Montecitorio a 32 anni, ha svolto 14 anni effettivi di mandato. E in base a una vecchia norma degli anni Ottanta può riscattare i contributi mancanti fino ad arrivare a 20. E dunque, dal 1° maggio, potrebbe intascare 7.958,50 euro lordi al mese di vitalizio, 95.502 euro l’anno.

Lo stesso avviene per Rino Piscitello, Pd, 47 anni e mezzo e pure lui ha 4 mandati. Sono solo due esempi di quanto avranno di pensione i parlamentari non rieletti il 13 e 14 aprile, secondo un’inchiesta di Panorama, pubblicata sul numero in edicola da giovedì 24 aprile.

Altri esempi? Fra gli altri Panorama cita Alfonso Pecoraro Scanio, 49 anni appena compiuti. Deputato dal 1992, vanta 5 legislature: 16 anni di mandato effettivo, 22 anni di contributi pagati, se arriva a 25 gli scatterebbe un super-vitalizio di 8.836 euro lordi al mese. Enrico Boselli, classe 1957, 4 mandati e 7.958 al mese. Oliviero Diliberto, segretario del Pdci e docente di diritto romano, che compirà 52 anni a ottobre, continuerà a insegnare, ma aggiungerà allo stipendio un vitalizio uguale a quello di Boselli. E 9.600 euro è quanto prenderanno sessantenni come il neo-socialista Gavino Angius, classe 1946, e Clemente Mastella, classe 1947.

Ma, scrive Panorama, a mettere in difficoltà il bilancio 2008 delle due Camere saranno anche quelli che pudicamente il Senato chiama “assegni di solidarietà”: una sorta di tfr pari all’80 per cento dell’indennità, moltiplicato per gli anni effettivi di mandato. A Palazzo Madama hanno stanziato già 8 milioni di euro, ma anche questi non basteranno.

Da liquidare ci sono infatti mostri sacri come Armando Cossutta del Pdci (345.600 euro), Clemente Mastella (307.328 euro), Alfredo Biondi (278.516), mentre alla Camera il recordman è Angelo Sanza, 10 legislature come Cossutta, con 337.068 euro di liquidazione.

Le liquidazioni più alte tra i parlamentari italiani

http://blog.panorama.it/italia/2008/04/23/trombati-e-rimborsati-pensioni-e-liquidazioni-dei-nostri-ex-parlamentari/

PARLIAMO DELLE PENSIONI D’ORO ANCHE AI NON RIELETTI DELLE VECCHIE LEGISLATURE

Anche loro, prima del 2008, hanno fatto le valigie. Ed anche per loro, l’addio a Montecitorio e a Palazzo Madama, ha coinciso con una lauta buonuscita e, spesso, con una rendita vitalizia. I “trombati e contenti” di queste ultime elezioni, a cui Panorama dedica la copertina, non sono certo una felice eccezione.

Anche nelle precedenti elezioni, a urne chiuse e a seggi assegnati, tra deputati e senatori non rieletti, quasi tutti hanno ricevuto una corposa buona uscita. Con tanto di baby-pensione, che spesso è cinque o sei volte superiore allo stipendio di un operaio o di un insegnante. È ad esempio il caso di Walter Veltroni: dal 2006, il segretario del Pd ha incassato un vitalizio di 9 mila euro lordi al mese, che - fa sapere l’ex sindaco di Roma - ha “tentato di rifiutare, senza alcun esito”, decidendo poi di destinarne la somma in beneficienza.

Ma il suo non è un episodio isolato. Toni Negri, ad esempio, percepisce ogni mese poco più di 3 mila euro senza aver concorso all’approvazione di nessuna legge. Eletto col Partito Radicale di Pannella nel 1983, dopo le pratiche di insediamento, e temendo di ritornare in cella, l’ex leader di Potere Operaio, riparò in Francia, salvo poi fare rientro in Italia per scontare la parte residuale di pena. E senza per questo vedersi decurtare la ricca sportula.

Ma oltre a ex sindaci ed ex rivoluzionari, nella lista dei super-pensionati c’è un pò di tutto. C’è, ad esempio, Susanna Agnelli, che con l’estremismo rivoluzionario non ha nulla a che fare. La sua esperienza ventennale in politica le permette ogni mese di ricevere poco più di 8 mila euro, più del doppio dell’imprenditore Luciano Benetton, che per due anni di attività percepisce un vitalizio di circa 3 mila euro.

Pensioni ricche, ma sopratutto pensioni cumulabili con tutte le altre, sia “istituzionali” che “professionali”. In totale, quasi 3 mila vitalizi, che costano ogni anno poco meno di 180 milioni di euro. E questo fino ad oggi: perché ora, come testimonia il numero in edicola di Panorama, i baby pensionati sono di nuovo in aumento. Con buona pace delle casse dello Stato e dei suoi cittadini, costretti ad ascoltare ad ogni campagna elettorale le “imminenti riforme dei costi della politica”.

http://blog.panorama.it/italia/2008/04/23/pensioni-doro-anche-per-i-non-rieletti-delle-vecchie-legislature/

PARLIAMO DI SPESE ELETTORALI

La campagna elettorale ha un costo, un costo gravoso per il cittadino, infatti mentre i partiti finanziavano la loro campagna erano ben consci che il tutto sarebbe stato restituito con gli interessi sotto la dicitura “ rimborso elettorale”.

Il che vuol dire che il cittadino metterà, metaforicamente, mano alla borsa per rimborsare le spese sostenute da lor signori, infatti i rimborsi previsti dalla legge ammontano a 425 milioni. Le cifre dichiarate dai vari partiti per le spese elettorali potrebbero sembrare basse, fin qui tutto bene, ma, una volta insediate le nuove Camere, scatterà il meccanismo di rientro.

Infatti ad ogni partito, al di la delle spese effettivamente sostenute, toccherà una cifra (la cifra di 425 milioni di euro ottenuta moltiplicando un euro per ogni elettore e diminuendo la cifra finale del 10% andrà diviso tra le forze politiche che entrano in Parlamento)in proporzione alle percentuali ottenute, questo coprirà più che ampiamente le spese, ….e io pago….

Da questo nasce forse quel desiderio accanito di raggiungere l’8% e il 4% necessari per entrare alla Camera e al Senato, in fondo se entrassero in una delle grandi coalizioni non beccherebbero nulla. Chissà se questa
si chiama fede politica, ambizione, o …..

http://www.maremmanews.tv/it1012/index.php?option=com_content&task=view&id=5924&Itemid=59

PAPPONI DI STATO

Non era mai successo che un politico, un deputato, raccontasse la verità sugli scandalosi privilegi riservati ai mille inquilini del Palazzo. Sarà stato il pudore, sarà stato il desiderio di non dare pubblicità al trattamento di cui godono e di cui vogliono continuare a beneficiare, gli onorevoli se n'erano sempre guardati dal rivelare ciò che effettivamente sono: prìncipi con poca nobiltà e tanti quattrini in tasca. Quattrini non meritati dato il nulla prodotto dai legislatori e dato il loro disinteresse per qualsiasi problema dei cittadini. Roberto Poletti, giornalista e conduttore televisivo di successo, eletto deputato nelle liste dei Verdi di Pecoraro Scanio nel 2006, dopo un biennio da peone durante il quale ha vissuto la noia delle aule e ha costatato l'inutilità del proprio ruolo, ha deciso di raccontare tutto in questa inchiesta senza precedenti.

Fonte Quotidiano Libero del 18, 19, 20, 21 marzo 2008

Ecco la prima puntata dell’inchiesta, Roberto Poletti, racconta in prima persona la sua esperienza da deputato, le assurdità cui si è trovato davanti, i benefici di cui ha goduto, parla della campagna elettorale e dei tanti tesserini di cui gli onorevoli dispongono per poi accedere ai più incredibili privilegi.

Sono Roberto Poletti, parlamentare pentito, ricordo il periodo in cui riflettevo sulla mia possibile discesa in campo. Era l’inizio del 2006: la legislatura del cavaliere alla fine, l’ascesa di prodi sembrava inarrestabile. C’era feeling e stima con i Verdi, Pecoraro Scanio un amico, facendo due conti, quello dei Verdi era il partito che più degli altri mi dava la possibilità di essere eletto. Sapevo che uno dei candidati in Lombardia avrebbe rinunciato allo scranno romano per rimanere alla Regione, tale MONGUZZI, e la legge elettorale mi avrebbe permesso di subentrare. I colloqui con i vertici del partito scivolavano via senza problemi, sul mio disinteresse per l’ambientalismo militante, nessun problema: quando puoi garantire qualche crocetta in più sulle schede elettorali, un accordo si trova. L’incontro decisivo con Pecoraro Scanio avvenne a Milano nel gennaio 2006: “Visto che sei giornalista ti potresti occupare dell’informazione e poi ti piazziamo in una commissione parlamentare di quelle giuste” dice il segretario nazionale. Inizia il periodo “faticoso” della campagna elettorale. Imposto la campagna sulla difesa degli anziani e sulla moralizzazione della vita pubblica, i temi che avevano fatto la mia fortuna in televisione. Mi faccio tutti i mercati rionali, il pubblico mi riconosce e si divide, è l’unico momento in cui ti sembra di avere un contatto reale con gli elettori, li incontri, ci parli. Ti illudi di aver fatto la scelta giusta, immagini di arringare l’aula gremita, sogni un futuro da Martin Luther King. Ma la realtà è molto più prosaica, i primi schiaffoni arrivano da quelli che dovrebbero essere dalla tua parte: i compagni di partito, nel mio caso, tal Fiorello Cortiana. I vertici dei verdi avevano deciso di sacrificare la sua candidatura per offrirla a me. Sul suo blog iniziano a uscire commenti non proprio gentili nei miei confronti, si ironizza e si fa del sarcasmo sul Corriere della sera.

Il 6 giugno 2006 il mio esordio in parlamento, entro in quello che mi sembra un altro mondo. I grandi corridoi, i soffitti a volta, i tappeti, lo sfarzo. Vado subito nell’enorme salone Transatlantico, quello famoso, dove tutti si incontrano nelle pause delle sedute: i commessi, gli impiegati, i parlamentari, ecco Bertinotti, D’Alema. Entro in aula, cerco il mio posto, mi siedo sono commosso. C’è il presidente della camera Bertinotti, che informa il governo sul grave attentato subito da una pattuglia del contingente italiano a Nassiriya. Il vice presidente Leoni invece passa alla proclamazione dei deputati subentranti, e proclama deputato, vista la rinunzia di Carlo Monguzzi, Roberto Poletti. Sono ufficialmente un onorevole. Guardo e riguardo il tesserino, la medaglietta d’oro da deputato, e mi sento un re. Passeggio per il transatlantico e noto tre colleghi che sembrano stiano giocando a figurine, mi avvicino.

“Questa c’è l’hai?”
“Si, certo.”
“E quest’altra?”.
“Ma no, non vale più, l’hanno abolita”.
“Ehm, ma io la uso ancora…”.

Non sono figurine, ma tessere, tesserine tipo le carte di credito, necessarie per godere di questo beneficio o di quell’esenzione.

Prima tessera da ritirare, è quella con cui si vota in aula, serve anche per mangiare e bere al ristorante di Mntecitorio, al self-service, oppure alla bouvette, il mitico bistrot extra lusso dai prezzi di una trattoria di ultima classe. Il conto te lo scalano dallo stipendio, il trattamento riservato ai deputati è di dieci euro, ma il conto per le casse statali è di circa 90 euro a pranzo. La tesserina in questione serve anche per l’aereo gratis, basta esibirla in qualunque biglietteria per fissare il volo senza sborsare un centesimo, altrimenti c’è l’agenzia di viaggi interna al parlamento, che è anche più comoda. A proposito di aeroporti, anche il parcheggio auto, in appositi spazi riservati, è gratuito. Naturalmente anche il treno è gratis, e l’autostrada? Serve il tesserino Aiscat, e la barra si alza senza pagare, volendo si può richiedere pure il telepass, cosi da oltrepassare le barriere senza fermarsi, e lo puoi installare su qualsiasi automobile, anche quella della nonna.

AUTO BLU E PARTITE GRATIS.

A Roma e a Milano possiamo usufruire delle corsie preferenziali, e nella Capitale abbiamo anche il permesso per entrare in centro nelle zone a traffico limitato (ZTL), in passato ciascun deputato/senatore poteva estendere il permesso ad altre due vetture, cosa adesso non più possibile. La tessera CONI invece serve per andare gratis allo stadio. San Montecitorio pensa anche alla dichiarazione dei redditi con un servizio gratuito di assistenza e consulenza fiscale. In caso di problemi di salute, invece, c’è la Card Medital che garantisce un servizio medico d’urgenza 24 ore al giorno 365 giorni all’anno, basta chiamare il numero verde 800652585, struttura privata pagata dallo stato, cioè i cittadini. Ma un parlamentare moderno dove va se non è capace di usare il pc? Ecco il corso di informatica gratuito. E le lingue? Per quelle ci sono le lezioni private e individuali, con insegnante madrelingua, a qualunque orario e in qualunque luogo, anche a casa. Si può scegliere l’inglese, il francese, il tedesco il russo e il giapponese!!. Tutto alla modica cifra di otto euro all’ora quando costano a noi comuni mortali circa il quadruplo, peccato che sino ad un anno fa le lezioni erano completamente gratuite!!

IL DEPUTATO PAGA MENO.

C’è la sartoria che si offre di confezionarti l’abito su misura con lo sconto del 40%, l’ottico invece ha pensato ad una riduzione del 30%, l’associazione parlamentare amici delle nuove tecnologie garantisce uno sconto del 10% su cellulari e palmari, condizioni agevolate di pagamento arrivano anche da case automobilistiche per l’acquisto di auto nuove presso la rete dei concessionari. Per i libri 20% in meno, che arrivano al 30% per i testi universitari, per i figli dei deputati/senatori. E poi ci sono le mille attività organizzate dal Circolo Montecitorio, quello di via Campi Sportivi, un club elegante, di lusso. Campi di calcetto, golf, palestra, piscina, basket, tennis. Ristorante e club-house. L’iscrizione è gratuita, invece gli ex deputati pagano la modica cifra di 24 euro al mese, non mancano i festini con una di quelle ballerine di lap-dance che si esibiscono dimenandosi intorno al palo. Dulcis in fundo il corso di Pilates, un sistema di allenamento che migliora la fluidità di movimenti e il coordinamento fisico e mentale, che quando c’è da votare altroché se è importante!!.

GLI UFFICI DI MONTECITORIO

Questa storia degli uffici dei deputati è davvero curiosa. Si trovano a Palazzo Marini, tre minuti a piedi da Montecitorio. Per mantenerli, lo Stato paga circa 30 milioni di curo all’anno soltanto di affitto. Una decina di anni fa, il già grande complesso è stato addirittura ampliato, adesso è arrivato a 60mila metri quadrati. E ci credo: il. fatto è che i parlamentari non confermati non ne vogliono sapere, di mollare le stanze, dunque passano mesi prima che i nuovi eletti possano avere a disposizione lo spazio. Così succede anche a me, Poletti Roberto, onorevole di fresca nomina: «E il mio ufficio?» chiedo. «Un po’ di pazienza, adesso salta fuori». Poi scopro che l’ex titolare deve ancora liberarlo, e nessuno si può permettere di impacchettargli le scartoffie: lo farà lui, quando avrà voglia e tempo.

Gli uffici sono assegnati dai gruppi parlamentari. Ed è un litigio continuo: riunioni su riunioni, trattative estenuanti che sembra la Finanziaria, «a me ne serve uno un po’ più grande», «non datemi quello vicino ai bagni, per favore» e via dicendo. Problemi e lamentele finiscono tutte sul groppone di Giampiero Spagnoli, funzionario storico del gruppo dei Verdi e anche di quello misto, bresciano cui Roma non ha rubato l’accento né la voglia di lavorare: è lui che tranquillizza, media, propone, risolve che neanche Gianni Letta. In ogni caso, l’ufficio assegnato me lo liberano dopo l’estate, a tre mesi dall’elezione. All’inizio, mio vicino di stanza è Massimo Fundarò, ma capisco che la situazione è ancora in evoluzione. L’onorevole Arnold Cassola, infatti, non la manda giù: dice che il suo, di ufficio, proprio non va bene, pare sia troppo rumoroso, soprattutto a causa di una caldaia sistemata nei paraggi.

E insomma, Cassola si mette a far la posta agli altri, controlla le frequenze, cronometra i tempi, conclude che Fundarò il suo lo usa poco e invece per lui sarebbe perfetto. Tra l’altro Cassola è stato eletto in una circoscrizione estera, e questi hanno un po’ la fissa di essere discriminati dai deputati “indigeni”, «ma almeno a noi le preferenze ce le hanno date votando il nostro nome, mica come voi». Alla fine, più che altro per sfinimento generale, la spunta. E trasloca nell’ufficio accanto al mio.

E allora, parliamo del mio nuovo stanzone da deputato: non è niente male. E al terzo piano, stanza numero 321. Due scrivanie, due computer, fax e telefono e stampante, una televisione, un frigorifero. E poi tre armadioni, due sedie-poltroncine di quelle comode, una finestra che dà sul cortile interno. Di cancelleria ce n’è a strafottere: penne, matite, colle stick, forbici, fermagli e graffette e graffettine da graffettare il mondo, sbianchettatori, evidenziatori, persino le gomme blu, quelle per cancellare la penna (e mi chiedo: ma chi è che oggi cancella le cose scritte a penna con la gomma blu, che se non stai attento ti buca anche il foglio? Non lo fanno più nemmeno alle elementari). E poi carta, un mare di carta, fogli, buste grandi medie e piccole, bloc notes, cartelline: d’istinto, mi vengono in mente le proteste della Polizia, che più volte si è lamentata perché non ne hanno nemmeno per fotocopiare i verbali, o le mamme costrette a portare le risme di carta alla scuola del figlio. Qui, invece, siamo sommersi, alla faccia dei boschi rasi al suolo, e meno male che siamo i Verdi. Peraltro, scoprirò poi che la fornitura di cancelleria viene rinnovata ogni tre mesi: ti arrivano gli scatoloni pieni di questa roba e non sai dove metterla, perché del resto ne hai usato un decimo se va bene. E gli scatoloni con i ricambi te li spediscono a qualunque indirizzo, anche a casa. Oppure, se hai un’urgenza, vai direttamente al magazzino, nei sotterranei di Montecitorio. E fai scorta.

DEPUTATI LATITANTI

Il punto è che questi uffici non li usa nessuno. O si è in Aula, oppure in Commissione, magari in trasferta di lavoro, altre volte semplicemente a casa. Senza contare che c’è l’ufficio del gruppo parlamentare, che sbriga pratiche a richiesta. Oppure quello del partito nazionale, che volendo svolge le stesse mansioni. O l’altro del partito regionale, infine il partito cittadino. E così, la politica italiana è tutta un doppione del doppione del doppione. Risultato: ti aggiri per gli eleganti piani di Palazzo Marini, percorri i corridoi arredati con tappeti e quadri e piante, e subito sei immerso nel paradosso di un dedalo di uffici senza alcuna traccia di lavoratori. Di deputati ne vedi uno ogni tanto, e in genere perché lì ha dato appuntamento all’insegnante di lingua o deve ritirare qualche fax o magari schiacciare un pisolino. I commessi fanno capannello attorno alle scrivanie, scattano in piedi e si danno un contegno quando passa qualcuno, il più delle volte sono costretti a ripiegare sul sudoku. E non si dica che sono io, scansafatiche, a essere allergico alla onorevole scrivania gentilmente messa a disposizione dallo Stato: in questo senso, basta citare tra gli altri un ordine del giorno presentato dalla Rosa nel Pugno, che sottolinea come “ogni deputato dispone di un ufficio ubicato a Palazzo Marini, ma è praticamente impossibile il suo utilizzo durante le giornate di lavoro parlamentare, e per tali uffici, di norma scarsamente utilizzati, la Camera sostiene un costo esorbitante”. Appunto, è quello che dico anch’io. Per di più, una gentile circolare interna ha il piacere di informarmi che, “per consertirti di svolgere con il supporto di adeguati strumenti tecnologici il mandato elettivo”, lo Stato è pronto a coprire una spesa “per l’acquisto di strumentazioni e materiali informatici inerenti la dotazione di una postazione di lavoro” di 3.000 euro. In sostanza, ci regalano il computer portatile più costoso che ci sia. Poi si sussurra che qualcuno, in quella cifra, riesca a farci stare anche il lettore Dvd o la lavatrice, magari strizzando l’occhio al negoziante mentre compila la ricevuta. Ma questa è certamente un’ignobile insinuazione.

EVVIVA I PORTABORSE

Tra le “dotazioni da ufficio” a disposizione dei deputati c’è poi il collaboratore personale, meglio noto come “portaborse”, termine che non mi piace perché offensivo nei confronti di persone spesso sfruttate, pagate in nero, e magari poi sono loro che redigono i comunicati “contro il precariato” poi diffusi da coloro che si presentano come paladini dei lavoratori senza contratto. Non che io voglia fare il moralista: infatti ne assoldo uno (assumo, in questo caso, è una parola grossa), bravissimo, uno dei tanti studenti che si propongono per arrotondare. Ma mi accorgo che davvero posso farne a meno, e dopo cinque mesi interrompo il rapporto. Interrogativo: faccio bene perché smetto di uniformarmi a una prassi vergognosa, o sono uno stronzo perché lascio a casa lo studente? Non sono riuscito a rispondermi. Tra l’altro, dopo che la trasmissione Le Iene fa esplodere lo scandalo e tutti fanno gli gnorri, «chi, io? chi, lui?», e Bertinotti tuona, «questi vanno messi in regola!», ecco che subito arriva la segnalazioncina, con il solerte onorevole Evangelisti, dell’Italia dei Valori, che gira a tutti i deputati e senatori “la comunicazione indirizzatami dallo Studio Interlandi che considero in grado di proporre una consulenza professionale adeguata ad affrontare le problematiche inerenti la regolarizzazione del rapporto di lavoro tra i parlamentari ed i propri collaboratori”. Un bel grazie a Evangelisti dai parlamentari e dallo Studio Interlandi.

Dimenticavo: un altro gadget essenziale per il duro lavoro d’ufficio dell’onorevole è il timbro autoinchiostrante. Io non lo sapevo, poi un giorno vedo due deputati che scherzano, lasciano il marchio dappertutto, «guarda il mio», «ma va, io ci no messo pure capogruppo», sembrano ragazzini. Incuriosito, m’informo. Mi viene spiegato che va richiesto «giù al magazzino» e te lo fanno avere. Ora, non è che la spesa per i timbri dei deputati sia determinante per incrinare ulteriormente il malmesso bilancio statale, ma a che cosa serve? Forse per evitarci anche la fatica di firmare? Dice: ma allora tu ci hai rinunciato. Io? E perché? Chi sono, il più sfigato? E allora, vai col timbro: “On. RobertoPoletti “. E lo piazzo lì, sulla scrivania. L’avrò usato due volte.

A proposito di timbri, alla Camera c’è anche un ufficio postale, si trova vicino all’Aula. E come funzionano bene le Poste, per noi parlamentari: impiegati gentilissimi, quel cartello con scritto “gli onorevoli deputati hanno la priorità”, chissà mai che qualche dipendente si metta in testa di farci fare un minuto di fila. Ogni deputato ha la sua casella, ti mandano un avviso, “c’è posta per lei “, tu vai e ritiri. Se devi inviare a te stesso lettere o plichi o raccomandate fuori sede, francobolli e tasse varie non si pagano. E a Natale, sono gratis anche i biglietti d’auguri, con il simbolo della Camera dei deputati e un’illustrazione d’epoca: “Caro collega, abbiamo il piacere di comunicarti che per le prossime festività natalizie potrai, come di consueto, richiedere la dotazione annuale a te spettante di n. 100 biglietti medioevalis a colori e n. 100 biglietti medioevalis color seppia”. Scopro poi che nel caso non mi piacessero, ho a disposizione 800 euro da spendere entro l’anno per farmi stampare dalla tipografia interna qualunque cosa voglio.

SERVIZIO AGENDA

Mica finisce qui: per Palazzo Marini, quello dove si trovano gli uffici, c’è un servizio postale specifico. Nel senso che se per esempio devi ritirare le fondamentali “agende della Camera dei deputati” e ti tocca andare fino a Palazzo Valdina, che si trova a una distanza di metri seicento circa, basta segnalare il problema, e l’agenda la va a prendere e te la porta l’incaricato della società privata che gestisce il servizio. «Ma dai, per un’agenda?». Eh no, perché - come ci comunica la consueta circolare - “la dotazione [ma quante dotazioni abbiamo?] consiste in un’agenda da tavolo personalizzata, un’agendina semestrale in pelle personalizzata e due agendine in pelle”. Cioè, di agende ce ne danno quattro. Quattro a testa, che per 630 deputati fanno 2.520 agende. Poi uno dice che i politici hanno perso il contatto con la realtà: è che noi, con i problemi che fanno imbestialire i normali cittadini, non ci scontreremo mai più. La realtà ce la siamo dimenticata.

SEDUTE DI COMMISSIONE

La sala di Commissione è ai piani alti, per raggiungerla devi salire una scalinata monumentale. Per farla semplice, le commissioni parlamentari sono delle specie di mini parlamentini, dunque composte da rappresentanti di tutti i partiti proporzionalmente alla loro presenza in Parlamento. Le cosiddette “permanenti”, 14 in tutto, sono incaricate di discutere di un determinato argomento o esaminare i progetti di legge, per metterli a punto e poi eventualmente sottoporli al voto dell’Aula. Poi ci sono le “bicamerali”, che raggruppano esponenti di Camera e Senato, e le Commissioni d’inchiesta, che approfondiscono vicende “di pubblico interesse” e sono investite anche di poteri giudiziari, in genere invocate una volta ogni due giorni da una parte politica per dare addosso all’altra. Fine della lezioncina. Inciso: uno può anche essere membro di più Commissioni, e neanche tanto raramente succede che si riuniscano contemporaneamente, così che da qualche parte è per forza assente. Secondo e ultimo inciso: ogni presidente di Commissione ha a disposizione un altro ufficio e relativo staff, oltre a quello cui ha diritto in qualità di deputato, e il suo stipendio è maggiorato. Misteri dell’organizzazione parlamentare.

«DIAMOCI DEL LEI»

Una cosa strana delle Commissioni è che tu arrivi nella sala e chiacchieri normalmente con gli altri componenti, così, parli del più e del meno, poi a un certo punto comincia la riunione e di colpo cambia tutto, «adesso la parola al presidente Folena», e lui «grazie, caro vicesegretario», e comincia a parlare, e tutti si danno del lei. E quando siamo seduti intorno al tavolone e hai bisogno di passare un foglio a un altro deputato, non è che ti sporgi o ti alzi e glielo dai: no, chiami il commesso, lui arriva, gli consegni il documento, quello fa tre metri e lo porta all’altro. Ora, magari adesso la sto mettendo giù un po’ caricaturale, ma in effetti è davvero così: nei lavori parlamentari, la formalità burocratica viene spesso esibita nei momenti più inutili, e dimenticata quando invece potrebbe aver senso. C’è da dire che tutto questo cerimoniale nasce anche dall’esigenza di verbalizzare le riunioni, pensa che casino per il trascrittore se tutti si parlassero uno sopra l’altro. Resta il fatto che avrà anche un senso, ma la prima volta fa uno strano effetto, quasi teatrale. Pare una commedia.

«… e adesso la parola al capogruppo dei Verdi Poletti…».

E infatti scopro che sono capogruppo, pensa te. Non lo sapevo, giuro, e quasi mi sembra d’esser stato promosso, «evvài, che sono già capo».

Il fatto è che, come ho già detto, le commissioni sono parlamentini, e io sono l’unico rappresentante dei Verdi, e quindi in quanto tale sono capogruppo. “Capogruppo dei Verdi in Commissione cultura, istruzione e ricerca”: mi sono firmato così, quando ho inviato la lettera che mi ha pubblicato il Corriere, proprio vicino alla rubrica di Sergio Romano. E se fossimo stati due, i Verdi in Commissione, l’altro sarebbe stato vicecapogruppo (oppure capo lui e vicecapo io, a seconda). Perché in Parlamento ognuno è capo o vicecapo o presidente o vicepresidente di qualcosa: una commissione, un gruppo parlamentare, un’associazione. Tutti. In realtà, non conti nulla, ma questo sul biglietto da visita non si scrive.

E comunque, ripeto, io sono in “Commissione cultura, scienza e istruzione”.

Cultura.

Scienza.

E istruzione.

Argomento più importante e sentito delle mie prime riunioni: Calciopoli.

Cioè, va bene tutto, ma che cosa c’entrano la scuola e la cultura e la scienza con Calciopoli? E sono sempre piene, queste riunioni, durano ore. D’altronde, la vicenda è sulle prime pagine di tutti i giornali, c’è modo di essere citati in qualche articolo. Il nostro gruppo d’ascolto viene pomposamente chiamato “Indagine conoscitiva sulle recenti vicende relative al calcio professionistico con particolare riferimento al sistema delle regole e dei controlli”. Le audizioni si susseguono: il presidente del Coni, il rappresentante della Consob, nientepopodimeno che Francesco Saverio Borrelli, il presidente di Mediaset Confalonieri, i rappresentanti dei consumatori e quelli delle tv locali, l’onorevole Josè Luis Arnaut “in qualità di esperto del settore del calcio e dello sport in generale” (?). Ognuno chiede di sentire questo e quello, il ministro dello Sport Melandri viene a riferire. Ma davvero c’è chi pensa che le riunioni in Commissione cultura possano servire alla già strampalata inchiesta su Calciopoli? Ma poi perché discutiamo a Montecitorio di Calciopoli? Per quale motivo? E in realtà, ne parlo così solo perché a me non interessa il calcio, nel senso che chissà quante volte ho invece partecipato con più entusiasmo ad altre discussioni su argomenti che magari m’interessavano, ma ben sapendo che non avrebbero portato a nulla di concreto.

CULTURA E CALCIOPOLI

Non che le riunioni di Commissione siano sempre così. Quando i progetti di legge toccano veri interessi o questioni tecniche, allora si fanno i conti e si programma e ci si scontra e cose serie, insomma. Ma ho come l’impressione che troppe volte i nostri siano invece pseudo-approfondimenti del tutto inutili, nel senso che sono ininfluenti, e in fondo lo sappiamo anche noi, che sono ininfluenti. In questi casi, mi vien da dire che noi, per lavoro… chiacchieriamo. Nel senso che ci troviamo, parliamo e magari litighiamo su argomenti che più o meno c’interessano, e alla fine resta nulla. E non vorrei sembrare troppo sarcastico, perché si tratta anche di discussioni serie, documentate, interessanti davvero. Ci sono deputati che ci credono sinceramente, spaccano il capello in venti, presentano dossier alti così. Ma comunque, sappiamo che non avranno alcun riflesso o quasi. Come dire: sono delle gran pippe.

Compito fondamentale dei componenti di Commissione resta comunque di fornire pareri sui vari progetti di legge. Prima considerazione: a noi peones, come dobbiamo votare sulle questioni un minimo significative ce lo dice il partito, il segretario, che della cosa ha già discusso in altra sede, con gli altri pezzi grossi. Ma il nostro “parere” - favorevole o contrario - lo dobbiamo comunque motivare, e per iscritto. Lo schema è più o meno sempre lo stesso: di tuo, ci metti la frase di circostanza, “dichiaro voto favorevole” se sei nel centrosinistra, oppure ‘dichiaro voto contrario”se sei nel centrodestra. Poi c’è da corredare il tutto con riferimenti normativi e rimandi a leggi e regolamenti. E allora cosa fai? Siccome sai che il tal giorno si voterà sulla tal proposta, tu vai all’ufficio della Commissione stessa, o a quello del gruppo parlamentare, spieghi la questione e fai fare tutto a loro, che poi ti riconsegnano il plico. A quel punto, non ti resta che cambiare una virgola di qui, inserire un inciso di là, e al momento della chiamata consegni. Un po’ come i vecchi compiti in classe, con la differenza che qui è consigliabile copiare.

Riassumendo: come votare lo decide il partito, il resto se lo vedono gli uffici. A te non resta che alzare la mano e passare le carte. Datemi pure del disfattista, ma dopo un po’ non ci sono più andato.

Perché è proprio la consapevolezza della tua completa inutilità, che ti distrugge. Hai la sensazione di non poter fare nulla o quasi, sei un dito che all’occorrenza deve premere il bottone prestabilito, e se non ci sei fa lo stesso, tanto il bottone per te lo schiaccia qualcun altro. E non è che m’invento, prendete lo stimatissimo e sempre impeccabile Antonio Polito, che adesso ha mollato la poltrona in Senato ed è tornato a fare il giornalista, anche lui dice che «o sei un soldatino o passi per traditore, solo il governo fa le leggi, i parlamentari devono obbedire senza discutere».

SUL DIVANETTO CON ROMANO

 Una frustrazione che aumenta col passare del tempo, e aldilà delle convinzioni politiche, comprendi le persone come Turigliatto e affini, che a un certo punto mandano al diavolo le “logiche di coalizione” e votano secondo coscienza, e succeda quello che deve succedere. Ricordo il mio primo incontro con Prodi: io fresco di elezione, lo fermo in corridoio, «Presidente, posso rubarle un minuto?».

Lui guarda l’orologio: «Va bene».

«Ci mettiamo lì?».

«Perfetto».

E ci appartiamo su un divanetto di Montecitorio.

Gli parlo del problema del cumulo dei redditi tra moglie e marito ai fini della pensione, una delle tante ingiustizie italiane, in campagna elettorale ci avevo puntato parecchio. Portavo con me una lettera di una coppia milanese che aveva deciso di separarsi, ma solo sulla carta, per riuscire a ottenere una pensione dignitosa per tutti e due. La tiro fuori e gliela leggo. Lui mi ascolta e sfodera l’espressione che l’ha reso famoso, gli occhi chiusi, le mani giunte, in realtà mi sorge il dubbio che stia per prendere sonno. Alla fine della mia appassionata esposizione, lui annuisce, e non so se avete presente la sensazione, anzi la certezza, quando sai di aver di fronte uno che non ha ascoltato una sola parola di quello che hai detto. Mi alzo, lo ringrazio e me ne vado imbarazzato, accorgendomi che nel frattempo un’altra decina di questuanti si è lì radunata ad aspettare il proprio turno. Per addormentarlo definitivamente.

LA PUNTUALITA’

La sveglia mi urla nell’orecchio. È martedì, primo giorno della settimana lavorativa di noi parlamentari. Il lunedì? Ma no, il lunedì non esiste. I non romani più coscienziosi lo usano per arrivare in città, ma la maggior parte dei deputati forestieri arriva il martedì mattina, con tanti saluti alle prime riunioni, «che cosa vuoi che sia un’assenza, mica siamo a scuola, e poi se non si va in Commissione non c’è conseguenza sullo stipendio».

Certo che Roma sa essere bellissima. I primi tempi, il tragitto dalla casa che ho preso in affitto in piazza Navona fino a Montecitorio lo faccio in scooter, tanto c’è il parcheggio della Camera vigilato 24 ore su 24 dai Carabinieri. Poi prendo le misure, e decido che a piedi è anche meglio, ci vogliono dieci minuti a dir tanto. Quando mi alzo presto, cammino fino al bar di fianco alla chiesa di San Luigi dei Francesi, in genere incontrando l’auto blu che porta Andreotti in Senato, lui è sempre il primo ad arrivare, poi bevo il caffè e mi avvio verso piazza del Parlamento. C’è caso di incontrare il leghista Cota che fa jogging nei pressi del Pantheon, magari accompagnato dal compagno di partito Capanni, alzano la mano e mi salutano trafelati, va là che Roma ladrona quasi quasi piace anche a loro, alla fine si sono ambientati più che bene. Il traffico insopportabile della Capitale comincia a rumoreggiare, e Montecitorio entra nella giornata lentamente, i deputati arrivano in ordine sparso con l’inseparabile borsa di pelle, vero status symbol. Un salto alla buvette, altro caffè e via, si comincia.

Come detto, il martedì mattina c’è la riunione di Commissione. Il primo voto in Aula è previsto per il pomeriggio, e non è raro che si tenga quando la Commissione è ancora in corso. Ma l’Aula risulta sempre quantomeno mezza piena, d’altronde in questo caso c’è la detrazione di 206 euro se non raggiungi almeno il 30 per cento delle votazioni utili, saltare la seduta sarebbe un delitto, anche se in casi estremi puoi portare la giustificazione, e vai a controllare se è vera. Entrano allora in scena i famosi “pianisti”, quelli che votano anche per gli assenti. Non mi dilungo su una questione su cui si è scritto e filmato e sputtanato più volte. All’inizio te la meni un po’, ma quando capisci che il costume è generale - a destra, a sinistra, al centro - ti adegui. Io qualche volta mi sono messo d’accordo con una collega: se non sono presente ci pensa lei, e viceversa. Una volta ho votato io per tutti quelli del mio gruppo. Ci sono anche i “votatori ufficiali” dei deputati più importanti, che non è raro siano in altre faccende affaccendati, d’altronde loro mica possono perdere tempo in Parlamento: al momento opportuno, tirano fuori le due schede e svolgono diligentemente il compito. Il numero legale, e dunque il controllo dei votanti, viene richiesto solo per le questioni particolarmente delicate, in ogni caso non così frequentemente. Oppure, quando l’Aula appare squallidamente vuota, si procede con il voto per alzata di mano, che per molti è così romantico, «ma sì, fa tanto antica Roma…». In realtà, non essendo registrato con il procedimento elettronico, è del tutto valido ma non conta ai fini della trattenuta. Cioè, se ci sei bene, se non ci sei bene lo stesso: la busta paga non ne soffre.

L’IMMAGINE PRIMA DI TUTTO

Ed è proprio quando la stampa comincia a denunciare il malcostume dei pianisti, che vengono a galla le tante assenze dei deputati. In questo senso, noi Verdi ci siamo rivelati imbattibili. E allora, ecco puntuale la circolare: “Care e cari - ci scrive Angelo Bonelli, presidente del gruppo parlamentare - come avrete avuto modo di leggere dai più importanti quotidiani nazionali, il gruppo politico dei Verdi viene posto come il meno presente alle votazioni in Aula. Questi articoli certamente non aiutano a costruire una buona immagine del ns. gruppo [eh già, quel che importa è “l’immagine”]. È evidente che ognuno di noi sa quanto partecipa alle votazioni, pertanto sono qui a richiamare con forza una maggiore presenza alle votazioni. Certo di un Vs. cortese riscontro, invio cari saluti”. Gentilmente ricambio.

Il mercoledì è di certo la giornata clou. In mattinata, si comincia ancora con la riunione di Commissione, parole parole e ancora parole. I giocatori giramondo della Nazionale parlamentari, che si allenano il martedì sera sul campo militare della Cecchignola - c’è il capitano Manlio Contento di An, il portierone rifondarolo Augusto Rocchi, l’ex pulcino del Catania Salvatore Buglio della Rosa nel Pugno (che però non è stato ricandidato, dunque c’è da rinforzare la fascia), il centrista Peretti detto Beckenbauer, il terzino sciupafemmine Simone Baldelli di Forza Italia - discutono di dribbling e schemi di gioco, e se c’è qualcuno acciaccato si trascina zoppicando fino alle attrezzate salette dei fisioterapisti, un bel massaggio e via, come nuovo, e sono così bravi, i massaggiatori, che devi prenotarti, e mica solo al mercoledì. Ma verso l’una c’è il voto in Aula. Ora di pranzo, dunque: noi deputati abbiamo una gran fame, è umano, no? Quindi, dopo aver schiacciato il feral bottone, tutti a mangiare. E dì corsa, che poi non si trova posto. La scena ricorda un po’ l’intervallo della scuola: una marea umana che si precipita verso uno dei ristoranti - c’è quello self-service, veloce e informale, e l’altro più tradizionale, con i camerieri in livrea, infine il bistrot della buvette. Gli onorevoli si affrettano, corrono, sgomitano, scorciatoiano per garantirsi il tavolo. E insomma, è la pausa pranzo, mica sarà un privilegio, questo.

MIRACOLI DEL CALCIO

Dopo aver mangiato e digerito, in genere verso le tre del pomeriggio, va in scena quel reality show che è il “question-time”, in pratica un confronto diretto fra governo e parlamentari, approfondiremo più avanti. Prosegue più o meno fino alle quattro e mezza. E comunque non c’è voto, ragion per cui l’Aula è quasi sempre semi vuota, e in quell’ora e mezza si possono sbrigare altre faccende, sempre politiche e parlamentari, per carità. Tanto l’adunata generale - con voto incorporato, questa volta - è per le cinque circa, e prosegue fino alle otto di sera. Sempre che non ci sia qualche partita di calcio: in quel caso, come per magia, alle sei e mezza anche le questioni più complicate si dipanano. Più Totti per tutti.

IN CODA AL GUARDAROBA

E si arriva al giovedì. Fin dalla mattina, si respira l’aria del fine settimana, i deputati che non sono di Roma e dintorni fanno mente locale e si mettono al telefono per prenotare il volo. Si vota dalle undici del mattino in poi, mal che vada c’è un’altra seduta dopo pranzo, verso le tre. Poi comincia il fuggi-fuggi. Vai in guardaroba - lo trovi poco prima del ristorante - ed è pieno di borse, valigie, trolley, pacchi e quant’altro, dal primo pomeriggio si forma una fila anche di un quarto d’ora. I taxi scaldano i motori, gli onorevoli che hanno prenotato lo stesso volo si raggruppano, «parti adesso anche tu? Allora mi unisco, così spendiamo meno». E poi dicono che non tagliamo le spese.

In realtà, qualcuno rimane anche il venerdì. Ma, in tutta onestà, è davvero raro. Sono pochi, in un anno, i venerdì in cui è espressamente richiesta la presenza, chessò, durante la Finanziaria (ne parleremo) o magari per un voto importante in Commissione. Ma, ripeto, sono casi eccezionali, e quando si verificano si limitano alla mattinata. D’altronde, non è che possiamo contarla tanto su: nei primi cento giorni di questa mia prima legislatura, la Camera ha tenuto 36 sedute, equivalenti secondo i calcoli dei giornali a poco più di due ore al giorno di lavoro. E considerando vacanze e feste comandate e ponti e week-end, su un intero anno di attività - dunque da aprile ad aprile - a Montecitorio si è lavorato 160 giorni, vale a dire nemmeno 5 mesi. Quattro mesi e venti giorni in un anno. Poi dice che la gente s’incazza.

Ma c’è da precisare una cosa: non è che sempre e comunque il deputato non presente in Aula o in Commissione è a grattarsi la pancia sulla spiaggia di un’isola caraibica. No, il più delle volte sta facendo attività politica, ma per il partito. Che cosa c’entra l’attività di partito con il mandato ricevuto dagli elettori? Nulla o quasi, ma tant’è. E comunque, gira per convegni e dibattiti (”.. .seguirà buffet… “), partecipa a riunioni organizzative. Oppure, c’è caso che si metta cercar tessere.

Succede per esempio questo: c’è il congresso dei Verdi, e Pecoraro Scanio punta naturalmente alla rielezione a segretario nazionale, nonostante qualcuno storca la bocca per questo fatto che lui è anche parlamentare e ministro contemporaneamente. E insomma capisco l’antifona, qui c’è da tirar su delle tessere, far iscrivere al partito gente che stia dalla sua parte. E io, che fino a qualche mese prima m’immaginavo battagliare alla Camera per risolvere problemi epocali e passare alla storia d’Italia, da fare mi do. Telefono a destra e a manca, chiamo la parente, l’amico, chiedo al vicino di casa, «ma io non ne so niente, di ambientalismo», «e chissenefrega, basta che fai la tessera e voti per i delegati giusti, e come dici? Che non sai chi sono i delegati? Ma te lo dico io, ecco qui…». Alla fine di tessere ne tiro su parecchie, missione compiuta. È vero, non è che sia il massimo. Ma per rimanere nel gruppo si è costretti a fare anche così.

«CI TROVIAMO ALLA CAMERA»

Tornando alla Camera, è aperta anche al sabato. Ma questo, ancor più degli altri, è il giorno degli ex. Gli ex deputati, quelli che tornano a respirare l’aria, magari sono anziani, non hanno più tanto da fare, e poi il richiamo del Palazzo è irresistibile. E allora vedi che li portano in macchina davanti all’entrata, poi qualche badante li scarica e li torna a prendere la sera. È così: ci sono pensionati che si ritrovano alla bocciofila, altri in Parlamento. Loro entrano, si aggirano per i saloni, vanno dal barbiere, ricordano i bei tempi andati, hanno ancora una tesserina speciale per mangiare alla buvette, e tutti i giorni. Discutono animatamente, a volte scoppiano dei litigi che finiscono a maleparole. Qualcuno ogni tanto si addormenta su un divanetto o nella sala lettura, i commessi li lasciano riposare, poi magari li svegliano con delicatezza, «onorevole…». E c’è anche quello che non riesce a trattenere i suoi problemi d’incontinenza, e i commessi ancora lì, ad assisterlo con pazienza. Sia detto con tutto il rispetto, ma sembra una casa di riposo. E non datemi dell’insensibile, non è che sia un problema dar ospitalità a persone che qui hanno lavorato, e certo molto più di quanto faccia io. Ma anche questo strano “sabato degli ex” un po’ contribuisce all’inquietante atmosfera da “basso impero” che avvolge quello che dovrebbe essere il cuore e il cervello del Paese. E che inesorabilmente sta risucchiando anche me.

Immaginate un grande, enorme, gigantesco ufficio statale. Ma anche no, anche semplicemente un enorme ufficio, di quelli che tanti italiani vivono quotidianamente. Con tutte le dinamiche che ne conseguono: lavoro chi più chi meno, ma anche amicizie, antipatie, tresche più o meno note, litigi col superiore, ripicche. E poi pettegolezzi, pettegolezzi e ancora pettegolezzi. Le malelingue, a Montecitorio, sono in servizio permanente effettivo. Com’è ovvio, de visu è tutto un sorriso e gran pacche sulle spalle. Ma dietro… Gli uomini, se giovani e appena appena intraprendenti, sono raccomandati e naturalmente omosessuali - «Poletti? Bè, certo, se la fa con Pecoraio Scanio…» - oppure inguaribili puttanieri - « Poletti con Pecoraro? Ma no, sei indietro, quello va a donnine una sera sì e l’altra pure…».

CATTIVERIE ALLE SPALLE

E le donne? Quelle più carine di Forza Italia sono prima o poi tutte indistintamente indicate come amanti di Berlusconi, e succede il contrario di ciò che si pensa, cioè che debbano lavorare il doppio delle altre per dimostrare che valgono, in questo senso chiedere informazioni alla povera Carfagna, che ancora non è riuscita a farsi perdonare cotanta avvenenza. Ma questa caccia quotidiana alla preda dell’insaziabile Silvio ha anche un aspetto paradossale, perché la signora o signorina momentaneamente indicata come accompagnatrice clandestina del Cavaliere viene improvvisamente coperta d’ogni tipo d’attenzione e galanteria dai deputati di centrodestra e non solo - «ma come stai», «e come sei bella», «posso fare qualcosa per te» -, chissà mai che non possa metterli in buona luce con il leader che tutto può.

Figuratevi poi che chiacchiericcio si porta dietro un personaggio come Wladimir Luxuria, il deputato transgender, che poi significa “non chiaramente identificabile come uomo o donna”. In ogni caso, per semplificare, ne parlerò al femminile. Luxuria fa parte con me della Commissione Cultura, è una delle più presenti e acute: studia, passa le notti ad approfondire, e forse per far vedere che non è lì solo in quanto “personaggio scomodo” interviene sempre e comunque, anche troppo. Gli uomini la studiano incuriositi, le donne la odiano e la criticano per principio, soprattutto quando si tratta di vestiti, «ma come si veste quella lì? Ma secondo te gioca a rugby?». E poi è molto abile con i giornalisti, sa come “usarli” e per questo è spesso sui giornali, cosa che aumenta l’antipatia nei suoi confronti. Un giorno prendo un caffè con lei, tutti ci vedono ridere e scherzare, poi vado in Aula. Arriva un commesso con una busta: me la manda un sempre severissimo esponente dell’Udc, uno che in ogni occasione si atteggia a baciapile bigottone. Leggo il biglietto: “Ma Luxuria ce l’ha ancora o se l’è tagliato?”. Alzo lo sguardo, lo rivolgo verso di lui. E vedo che se la ride, facendo gesti come adire “tu lo sai, vero?”. Neanche alle elementari.

LA LOBBY DELLA NUTELLA

Ma passiamo a un altro “passatempo istituzionale” che molto impegna e diverte gli onorevoli: sono i “gruppi di pressione”, le “lobby”, per dirla all’americana. Trattasi di drappelli di deputati uniti da un comune interesse, che raggruppandosi anche al di là degli steccati di schieramento intendono far fronte comune ed eventualmente incidere su decisioni legislative che riguardano l’argomento in questione. Intendiamoci, spesso si occupano di situazioni davvero importanti, non so, l’amicizia per Israele oppure i diritti dei bambini o ancora quelli degli animali, e ho scelto a caso. Ma non può non strappare un sorriso leggere che l’onorevole leghista Grimoldi, per rispondere a uno dei tanti aumenti fiscali paventati dal governo Prodi - in questo caso, l’innalzamento dell’Iva sulla cioccolata -, si sta sbattendo non poco per “costituire l’Intergruppo per la difesa della Nutella”, sottolineando che “la Nutella è simbolo di intere generazioni, chi non è cresciuto “a pane e Nutella?”. E Grimoldi invita a considerare il fatto che “la nostra amata crema di nocciole ha una capacità di penetrazione nelle famiglie italiane pari al 100%, mentre altri generi spalmabili soltanto del 50%”. Se da una parte la Ferrero ringrazia, dall’altra si aspetta la replica del formaggino Mio.

VIVA LE BOCCE

E dunque, vai col gruppo: la mastelliana Sandra Cioffi auspica la costituzione dell’intergruppo “Amiche e amici del mare”? Le risponde Maria Ida Germontani, di An, con l’intergruppo “Amiche e amici dei laghi e dei fiumi”. L’ulivista ora Partito Democratico Massimo Vannucci segnala che già una cinquantina di onorevoli, che coprono tutto l’arco parlamentare, aderiscono al gruppo “Amici del termalismo”, e non state ad ascoltare chi insinua che la ragione sociale sia anche di ottenere qualche sconto per ritemprarsi a forza di fanghi. Naturalmente si sprecano gli onorevoli club calcistici sul genere “Viva la Juve e l’Inter e il Milan e la Roma e anche il Napoli”, non mi dilungo perché di calcio non m’intendo. E poi gli intellettualissimi “Amici dei veicoli di interessi storico”, vale a dire le auto d’epoca, capitanati dal senatore Filippo Berselli (e infatti vuole essere un “intergruppo parlamentare”), e i mai fuori moda “Amici della filatelia”, organizzatore Carlo Giovanardi, e per restare su un livello alto c’è l’onorevole Pedrini che vuole “incentivare il turismo e la crescita economica tramite lo sviluppo del gioco del golf”, controbilanciato dai più tradizionali “Amici della bicicletta”, di cui m’informa l’ulivista emiliana Carmen Motta. Chiudo il discorso con una nota d’altri tempi, quasi romantica, segnalando l’iniziativa dell’azzurro Paolo Russo, che con passione rilancia il gruppo parlamentare “Amici delle bocce”. Nel senso dello sport, naturalmente.

DEGUSTAZIONI? SÌ, GRAZIE

Appuntamenti molto apprezzati da noi deputati sono poi le degustazioni di prodotti tipici: arrivano i rappresentanti di questa o quella regione, invitati dagli onorevoli dati provenienti, e servono - in genere al ristorante di Montecitorio – i piatti e i vini della zona. Sono sempre affollate, le degustazioni, e la scena si ripete pressoché uguale: ci sono queste persone, spesso si tratta di gente di paese che del Parlamento ha coltivato un’immagine quasi mitica. E si trovano lì, spaesati, ad osservare un’orda di affamati che si getta a peso morto su salame o tortellini o Franciacorta, e poi magari c’è qualcuno che si avvicina al bancone, «che delizia questo vino, ma non ne ho avuto nemmeno una bottiglia», e loro con espressione paziente ad allungargli - anzi, ad allungarci - la bottiglia. Scene mica tanto diverse da quelle che vedevo durante le mie trasmissioni, quando invitavo il pubblico ad assaggiare le ricette offerte dal paesino di turno. Ma sì dai, che gli italiani sono così, quando si mangia va sempre bene, e non si vede perché noi deputati dovremmo essere l’eccezione. D’altronde che cosa vi aspettate, che tutti si corra per esempio alla “Prima manifestazione d’indipendenza dalla lingua inglese”, organizzata dall’associazione “Esperanto” cui è stata concessa per l’occasione la sala stampa della Camera, “intervengono tra gli altri il deputato europeo Alfredo Antoniozzi e l’onorevole Bruno Mellano”. No, meglio la bresaola.

MA QUALI NOTTI ROMANE

E poi ci sono le notti, le “notti romane”, con le terrazze e i salotti e le foto su Dagospia, il famoso sito internet di gossip. Ora, non vorrei sbriciolare un mito, ma le “notti romane” sono una gran noia. Certo che le feste ci sono, per noi Verdi il punto di riferimento è l’avvocato Paola Balducci. Lei è una bella signora molto gentile e ospitale, ha una splendida casa in zona Botteghe Oscure, la sua terrazza è leggendaria. Mi viene in mente uno di questi ritrovi, l’allenatore personale della Balducci le aveva suggerito di puntare sulla carne anche per questioni di dieta, e allora era tutta una griglia e bistecche grandi così, all’americana, e infatti se non ricordo male c’erano piatti guarniti con bandierina a stelle e strisce, ma lì non e’era da protestare contro nessuna base militare yankee, né i vegetariani avrebbero avuto da dire. In genere, però, i party più chic sono riservati ai pezzi grossi - della politica, della finanza, dello spettacolo -, gli onorevoli di bassa lega se riescono s’intrufolano, poi si mettono nell’angolo e allargano le narici per annusare il profumo del potere.

Il più delle volte, invece, noi peones ci si organizza per passare serate al limite della tristezza. I Verdi escono coi Verdi, magari andiamo alla Locanda del Pellegrino, e poi leghisti con leghisti, quelli di An con altri di An. O anche i gruppi territoriali, lombardi con lombardi, napoletani con napoletani e così via.

LATIN LOVER A PAGAMENTO

Si va nel solito ristorante dove ti trattano coi guanti - «buonasera onorevole, cosa le porto onorevole». E si cerca di coinvolgere un ministro o al limite un sottosegretario - tanto nel governo Prodi sono cento e più, qualcuno si trova -, perché arrivare al locale con l’auto blu fa tutta un’altra scena, senza contare che si risparmiano i soldi del taxi. Si finisce quasi sempre a spettegolare su tizio e caio, col risultato che il giorno dopo, saputo che quello che fa l’amico in realtà sparla di te a più non posso, cerchi di ostacolarlo in ogni sua iniziativa politica, così, per antipatia personale. Ed è vero, a fine serata c’è anche chi si rifugia dall’amante più o meno giovane, o raccatta un po’ d’amore a pagamento, al limite si svena e investe su una bellissima “escort” contattata via Internet, salvo poi sbandierare conquiste e performance improbabili manco fosse Mastroianni. Ma le orge in stile rockstar o i festini con le più disinibite vallette del momento, bè, scusate la delusione, ma per quel che mi riguarda sono più che altro letteratura d’accatto.

In pornostar e dintorni, in effetti, una volta mi sono imbattuto. Mi telefona il capo ufficio stampa del partito, Giovanni Nani, e si lamenta, «Poletti, basta con questi scherzi», io casco dalle nuvole, «ma quali scherzi?». E lui seccato mi dice che insomma, c’è il manager di questa pornostar, Federica Zarri nota anche come Diana Buson, che lo perseguita perché lei dice di voler entrare nei Verdi, e siccome è lombarda credeva c’entrassi io. Si apre così un gioioso dibattito, pornostar sì pornostar no, con il nostro Camillo Piazza, appassionato di balli sudamericani e che già aveva organizzato una manifestazione con diverse attrici hard per salvare il Ticino dall’inquinamento, a sostenere l’ingresso di Federica nel partito, «perché, che male ci sarebbe?». Ma la discussione s’interrompe bruscamente: veniamo infatti a sapere dai giornali che la Zarri ha cambiato idea, intende aprire un Circolo della libertà. La volgar battuta nasce spontanea: cazzi loro. E giù risatacce.

LE RIUNIONI

Ma adesso, per favore, adesso non si dica che a Montecitorio non lavoriamo mai. Non è così. Prendiamo la Finanziaria, la legge di bilancio, quella in base alla quale il governo decide come e dove spendere i soldi. Quello sì che è un periodo caldo, anche se arriva prima di Natale. Lo si comincia a capire dagli sms: già durante l’anno ne arrivano parecchi al giorno, “presenziare alla tal riunione”, “voto in Aula sulla tal questione”, ma quando c’è di mezzo la Finanziaria è un continuo, il cellulare manda trillini d’avviso ogni tre minuti. E poi fax ed e-mail di convocazione, decine e decine e decine, carta e carta e ancora carta, un settimanale ha calcolato che soltanto per le convocazioni via fax degli organi della Camera vengono spesi 200mila euro ogni anno. E insomma, sulla Finanziaria tutti i deputati sono chiamati a raccolta, prima in Commissione per mettere a punto i capitoli di spesa, poi in emiciclo, quando c’è da votare. In realtà, c’è da dire che si tratta dell’ennesima occasione in cui ti rendi conto che, su 630 onorevoli, quelli che effettivamente hanno voce in capitolo sono sì e no un decimo, ed è un calcolo per eccesso. A decidere è il segretario di partito, che nel mio caso è anche ministro, insieme con gli altri esponenti di governo. Al limite, ne può parlare con il capogruppo e qualche altro fedelissimo. A tutti gli altri non re -sta che schiacciare il bottone a comando. Salvo prima sorbirsi le relazioni introduttive dei vari sottosegretari, spesso sconosciuti agli stessi deputati, che vengono a spiegare la rava e la fava, e tu fai finta d’ascoltare, già sapendo che la “disciplina di coalizione” t’impedirà di ragionare con la tua, di testa.

L’INCONTRO CON PADOA-SCHIOPPA

In questo senso, mi viene in mente il mio primo incontro con Padoa-Schioppa, l’algido e sempre elegante ministrone dell’Economia. Lo vedo in un piccolo supermercato vicino alla mia casa romana, mattino presto, anche lui a fare la spesa. Un saluto timido e in me si rafforza la convinzione: uno che si aggira per gli scaffali vive la realtà di tutti i giorni, vedrai che è l’uomo giusto. E invece – ma questa è un’opinione del tutto personale - con l’andar del tempo mi ricredo: le sue Finanziarie partono in un modo e finiscono in un altro, stritolate da mediazioni e pressioni di partitini e partitoni di governo, ciò che rimane è una gran saccagnata fiscale e via andare. Uno dei miei chiodi fissi è sempre stato quello di esentare dal pagamento del canone Rai gli anziani indigenti sopra i 75 anni, provvedimento magari non epocale ma secondo me simbolico, e comunque gli telefono per perorare la causa. Mi risponde una segretaria, «vuole parlare col ministro? può prima dire a me?», e io le espongo la questione, alla fine chiedendo un appuntamento. Niente da fare, la segretaria risponde che no, l’agenda del ministro è piena, non ha tempo. Mi rivolgo allora al mio capogruppo Bonelli, ma anche lì nisba, è tutto preso a organizzare non so quale spedizione per salvare non so quale foresta, mi sembra quella amazzonica. Risultato: il canone Rai è addirittura aumentato, la foresta amazzonica va scomparendo.

PASSATEMPI TRA UN VOTO E L’ALTRO

La Finanziaria, dicevo. È un caos totale, il Palazzo impazzisce. I tempi sono contingentati, le sedute si prolungano fino a notte fonda, c’è chi si addormenta in Aula e sui divanetti, si organizzano i turni per andare a mangiare, tanto il ristorante è sempre aperto, «voti tu per me?poi ti copro io», la sigaretta è pressoché libera. Gli avvocati si portano le pratiche più urgenti, già che ci sono gli danno un’occhiata, d’altronde a Montecitorio i doppiolavoristi non hanno bisogno di nascondersi. Altri giochicchiano con il telefonino, c’è addirittura chi si diverte con queste chat erotiche, poi se le guardano a vicenda e sghignazzano. Uno spettacolo deprimente, questa è la verità, e lo dico senza il minimo snobismo, io ci sono in mezzo, sono uno dei commedianti, e pagato per questo, per giunta. I gruppi parlamentari si riuniscono continuamente, ma sono pantomime, alla fine delle quali il segretario o il capogruppo ti dice come votare, peraltro in questa legislatura è il Senato a essere in bilico, alla Camera non puoi nemmeno pensare a un “dispetto”, nel senso che non avrebbe alcuna incidenza. Nei corridoi incontri i ministri che corrono da una parte all’altra, a notte fonda qualcuno ha sbagliato a votare oppure il tal gruppetto ha voluto mandare un avvertimento al governo, dal boato si capisce che è passato un emendamento dell’opposizione, ma l’argomento è secondario, cambia nulla. Poi c’è la Galleria dei Presidenti, in cui i deputati possono ricevere le visite, e lì incontri i rappresentanti delle varie lobby, quelli interessati a che passi questo o quel provvedimento, e cercano di convincerti. Anzi, l’emendamento te lo portano direttamente loro, già bell’e scritto, «allora, cosa dici lo presenti tu?», magari trovi la questione effettivamente interessante ma fai loro presente che comunque saresti l’unico a sostenerlo, e loro non fanno una piega, «tu presentalo, che noi siamo già in contatto con altri onorevoli…» . E c’è caso che nemmeno tanto velatamente ti propongano una contropartita in denaro. Cioè, per dirla chiara, se presenti il loro emendamento ti danno dei soldi. A me è successo. Ho rifiutato.

E nel mezzo di questo gran mercato delle vacche non è raro assistere a dei gran litigi, ne ricordo uno alla buvette tra il nostro capogruppo Bonelli e il ministro Bersani finito a grida e minacce, «io questo non te lo voto!!», ma poi in genere rientra tutto. Magari, se sei fortunato, riesci a strappare al governo una “raccomandazione” su un determinato problema, che non vuol dire nulla ma puoi in seguito esibirla nel tuo collegio e spacciarla per un grande successo, «visto che sto lavorando per voi?». Che tristezza.

ANDATA E RITORNO

Il meccanismo della Finanziaria è astruso. C’è la prima lettura, dove vengono presentati i provvedimenti e discussi gli emendamenti, si vota e si va. Ma poi il falcone passa all’altro organo parlamentare per la seconda lettura, che è quella più importante, perché si inseriscono le eventuali variazioni e si rivota. Qui ci sarebbe da aprire un altro discorso, quello della sovrapposizione di competenze fra Camera e Senato, l’annoso dibattito sull’inutilità del nostro cosiddetto “bicameralismo perfetto” : non sarebbe più logico e funzionale discuterla una volta sola, ’sta benedetta Finanziaria? Ma rischiamo d’infilarci in un ginepraio, nemmeno ne abbiamo la competenza. In ogni caso, ne consegue che il passaggio fondamentale è la seconda lettura. Nel mio caso, ho vissuto entrambi i brividi. Perché nel mio primo anno da deputato, alla Camera la legge di bilancio arriva in prima lettura. Nel secondo anno, invece, a Montecitorio ci tocca la seconda e più importante. Tra l’altro, se da principio faccio parte del gruppo parlamentare dei Verdi, poi passo a quello di Sinistra Democratica. E qui vale la pena di raccontare la trasmigrazione.

IO VADO CON MUSSI

Un giorno mi chiama Pecoraro Scanio e mi convoca d’urgenza, «ci vediamo a casa mia? Devo parlarti di una cosa importante». Subito penso: ecco, arriva il cazziatone. In effetti, c’erano state quelle trasmissioni in cui svelavo qualche onorevole trucchetto, e poi le assemblee in Piemonte dove avevo raccontato dei nostri stipendi altissimi, e i collaboratori di un deputato Verde gli avevano chiesto l’aumento, e insomma questo se l’era presa. Arrivo da Pecoraro: lui abita in un bell’appartamento all’ultimo piano di un palazzo nel centro di Roma, poco lontano dalla stazione Termini, nella zona delle ambasciate e dei consolati. Dalla sua terrazza si gode un panorama magnifico, ci ha anche piazzato una vasca in stile Jacuzzi, così puoi farti l’idromassaggio e cose del genere guardando le stelle, comunque uno spettacolo, e a quel paese le raccomandazioni sui risparmi. Arrivo e dopo i saluti di rito mi spiega: ci sarebbe da aderire a un altro gruppo parlamentare, quello di Sinistra Democratica. Io? «Sì, tu». Il discorso è semplice: il ministro Fabio Mussi e i suoi, in rotta con i Ds soprattutto per via del costituendo Partito Democratico, hanno costituito alla Camera un gruppo parlamentare per conto proprio, chiamato Sinistra Democratica. Solo che adesso dal nuovo gruppo se ne sono andati Grillini e altri due onorevoli, e ci vogliono almeno venti deputati per tenerlo in piedi e avere a disposizione gli uffici e incassare i contributi, e insomma mi par di capire che loro stanno per scendere a diciannove, hanno bisogno di un altro. «Tu fai così - mi dice in sostanza Pecoraro -, aderisci a Sinistra Democratica, il nostro capogruppo ti scrive una bella lettera in cui ti ringrazia per l’adesione tecnica e il gioco è fatto». Spiego che io con Mussi non c’ho mai nemmeno parlato, questo loro capogruppo l’avrò incrociato due volte a dir tanto, e poi non so nemmeno che politica intendano fare, questi. Pecoraro mi tranquillizza, «è solo un’adesione tecnica», e mi aspetta la possibilità di essere candidato alle elezioni europee, potrei diventare subito commissario dei Verdi a Sondrio, che Fi ai Verdi se possono gli sparano, comunque sono offerte che non m’interessano. E allora, volendo, posso cambiare Commissione, ce n’è una che gradisco più della Cultura? Ci penso e decido che va bene, iscrivetemi pure a Sinistra Democratica, per quanto mi riguarda mi piacerebbe la Commissione Affari Esteri, lì ci sono i big. E così succede: io, anticomunista da sempre, mi intruppo con i fuoriusciti dei Ds, questi neanche mi parlano ma mi inviano delle e-mail che cominciano con “Caro compagno”, e la mia “adesione tecnica” mi frutta un posto in Commissione Esteri. Mi arriva la letterina preannunciata: «Caro Roberto, desidero ringraziarti a nome del gruppo parlamentare dei Verdi per la preziosa disponibilità che hai dato nell’iscriverti “tecnicamente” [nella lettera è così, tra virgolette] al gruppo Sinistra Democratica Socialismo Europeo. È stato un atto di importante sensibilità politica che consente al suddetto gruppo di sopravvivere ed evitare lo scioglimento, rafforzando al contempo i rapporti tra noi e il gruppo di Sinistra Democratica. Grazie e un abbraccio». Il trionfo delle idee.

LA LEGGE-MANCIA

E comunque, per concludere sulla Finanziaria, vista dai Verdi o da Sinistra Democratica, non c’è differenza. I meccanismi sono gli stessi. E allora vien quasi da rivalutare la tanto bistrattata “legge mancia”, quella a volte giustamente sbeffeggiata dai giornali perché distribuisce piccoli finanziamenti a pioggia sul territorio. Ed è vero, le modalità sono un po’ losche, non deve nemmeno passare dall’Aula, se la vedono quattro big di destra e sinistra in Commissione, “una fetta a te, l’altra a me, poi ognuno suddivida come crede”, e così ci trovi le centinaia di migliaia di euro regalate all’ente inutile amico dell’amico. Ma anche l’aiuto essenziale all’associazione meritoria, o il contributo per risistemare il campanile o la piazza del paese. Cose concrete, insomma, se poi qualcuno ci fa la cresta è tutt’altro discorso. Dal canto mio, riesco a far passare una sovvenzione alla onlus “La Prateria” di Paderno Dugnano, 70mila euro a un’organizzazione specialità nell’ippoterapia con i disabili, serviranno anche per la nuova sede. Uno degli atti da deputato di cui vado più fiero.

IL RAPPORTO CON I GIORNALISTI

E poi c’è questo strano rapporto coi giornalisti, anzi i cronisti parlamentari, che vivo in maniera ambivalente essendo anch’io giornalista, sia pur disprezzato da quelli “seri” perché faccio la tivù nazional-popolare, sono quello della “scura Maria”, ricordate? E comunque, il giornalista della grande testata lo riconosci subito, arrivi in Transatlantico e lo vedi pienissimo di seissimo che passeggia a braccetto con il segretario di partito, anzi ormai sembra anche lui un segretario di partito, tutto impettito nel suo vestito elegante. In realtà, l’impressione è che qui a Montecitorio ci venga anche per fare passerella, tanto lui lavora più che altro al telefono, nella sua agenda tiene tutti i numeri che più riservati non si può, di certo ha più confidenza lui con i politici d’alto rango che il 90 per cento dei parlamentari. E infatti molto spesso noi soldati semplici dell’Aula lo veniamo a sapere dai giornali, che il partito intende presentare questo o quel progetto di legge, e soltanto in seguito il ministro viene in Commissione a spiegarcelo. Con noi ad annuire come somarelli.

Certo, come direbbe lo psichiatra, quello tra politica e stampa è un rapporto border-line. Noi deputati di seconda fila spacciamo le informazioni di cui siamo a conoscenza, soprattutto i ricercatissimi retroscena, che quasi sempre sono pettegolezzi di quarta mano, e spesso si riducono a impressioni su ciò che sta per accadere, e a volte ce le inventiamo di sana pianta, magari per mettere in difficoltà il rivale politico che nemmeno tanto raramente è dello stesso partito. In cambio, chiediamo un po’ di spazio sul giornale per le nostre iniziative, le proposte che sappiamo non avranno mai seguitola dichiarazione che serve per far vedere al “mondo esterno” che esistiamo.

INTERROGAZIONI A COMANDO

Ecco, è questo: dichiaro, dunque esisto. Questa è una regola fondamentale. Far circolare sulle agenzie di stampa il nostro pensiero su qualunque argomento, anche quello più lontano dalle nostre effettive competenze, serve a qualcuno per nutrire la propria vanità, ad altri per mettersi in evidenza agli occhi del capo, presente o futuro, e agli stessi capi per dimostrare il loro quotidiano impegno al servizio del Paese. In questo senso, Pecoraro Scanio è ormai leggendario: ricordo un articolo in cui si calcolava che in un solo mese era riuscito a far comparire il suo nome in 133 titoli dell’agenzia Ansa. Un record. Ma non si dica che è l’unico: tutti, compreso me, parlano di tutto e anche del suo contrario. E pure ci parliamo addosso: un deputato rilascia una dichiarazione alle agenzie? Subito si aggiunge quella dell’altro onorevole, poi del capogruppo, quindi esterna il sottosegretario, infine il ministro. Cinque voci sullo stesso argomento per un solo partito, qualcosa passerà.

Il gioco di sponda prevede poi le cosiddette “interrogazioni a comando”. C’è il giornale che fa l’inchiesta, l’articolista ti chiama, «perché non sollevi il caso?». Tu prepari l’interrogazione e la presenti. La risposta del governo arriva dopo mesi (se arriva). Ma il giornale può esultare: “I lcaso X arriva in Parlamento”. E anche i tuoi elettori sono contenti.
Ultimamente poi, con tutti questi delitti di cui il pubblico è ghiotto, i giornalisti ti chiamano e chiedono notizie sull’assassino in questione, visto che i parlamentari possono entrare in carcere con la scusa di “controllare come viene trattato il detenuto”. E in realtà, una volta usciti, passano al cronista di riferimento le informazioni necessarie all’articolo - l’omicida pare sereno oppure è turbato, legge romanzi piuttosto che vede i film gialli, in cella fa ginnastica e via dicendo.

OCCHIO ALLE INTERCETTAZIONI

In effetti, con questa storia delle inchieste giornalistiche sugli sprechi di Palazzo e anche la continua pubblicazione di intercettazioni telefoniche più o meno sputtananti, la questione è diventata delicata. In questo senso, ero e resto convinto che sia compito della stampa tenere sotto controllo vita e comportamenti di chi ricopre un incarico pubblico. Per questo, eletto da neanche quindici giorni, promuovo la nascita di un “Comitato per la libera pubblicazione delle intercettazioni telefoniche delle inchieste che riguardano il bene pubblico”. Dopo qualche giorno, mi arrendo all’evidenza: messe in fila, le adesioni occupano meno spazio del titolo dell’iniziativa. Tra l’altro, al momento del voto in Aula sul decreto che ne limita la pubblicazione sui giornali, ci saremmo astenuti soltanto in sette, con gli altri onorevoli a fischiarci e a dircene di ogni.

E sempre a proposito di intercettazioni, è davvero comico come hanno cambiato le abitudini telefoniche degli onorevoli, anche quando nulla hanno da nascondere. Ormai si parla solo per metafore, col risultato che le conversazioni durano il doppio.

«Ciao Polettì, senti, hai poi parlato con quello per quell’altra cosa là?».
«Eh? Chi? Quale cosa?».
«Ma sì dai, la questione quella lì… Hai capito?».
«No, guarda…».
«La cena, la cena con coso…».
«Ma quale cena? E con chi?».
«Ma tu non sei Poletti?».
«Sì, certo che sono io».
«Ma che telefono è questo?».
«Ma è il mio, mi hai chiamato tu!».
«Ah già. E non dobbiamo andare a cena?».
«Sì, mercoledì sera, non ti preoccupare che me lo ricordo».
«E non viene anche quello di quell’altro partito?».
«Sìì, viene anche lui, e allora?».
«Bé, sai, al telefono…».
«Ma che problema c’è?».
«No, niente, ma di questi tempi è meglio stare coperti, no?».

PANTOMIMA CONTRO I PRIVILEGI

Ma le denunce su Casta e dintorni provocano altri effetti paradossali. Innanzitutto, dopo ogni privilegio svelato, si susseguono le proposte di legge per eliminarlo, ma costruite in modo da non poter essere tecnicamente accolte, così da ottenere due effetti: per prima cosa sei ripreso dai giornali, per una volta in senso positivo, e poi ti risparmi le occhiatacce di chi di quei privilegi gode. Ma la cosa più divertente - o disarmante - è un’altra. Perché succede, e io ne sono stato testimone diretto, che l’articolo di denuncia su una delle tante assurde franchigie riservate ai deputati sveli a noi stessi onorevoli un vantaggio di cui non sapevamo l’esistenza. E allora ci si informa - «ma è vero che abbiamo diritto anche a questo?» - per poi usufruirne. Almeno fino a quando il beneficio in questione non sarà travolto dal montante disgusto generale.

È un mondo del tutto autoreferenziale, dai politici stessi che si fanno intervistare per denunciare la “politica politicante” a quelli che si autovotano nel sondaggio lanciato da Italia Oggi sui “cento parlamentari da salvare”, e vedi i deputati che compilano la scheda del giornale segnalando il proprio nome, e quando si accorgono che li hai visti sorridono imbarazzati, «ma sì, dai, è uno scherzo».

Il problema semmai nasce quando proprio i giornali ti pizzicano sul fatto, magari ritirando fuori vecchie dichiarazioni che contraddicono l’immagine che adesso vuoi dare. Io poi, col mio passato in Padania quando la Lega era dura e pura e Bossi chiamava il Nord alla secessione, sono bersaglio facile. Eletto con i Verdi, dunque politicamente alleato con l’estrema sinistra pur non essendo in quasi niente d’accordo con lei, provoco infatti un mezzo coccolone ai miei compagni di schieramento - e anche, a dir la verità, delle occhiate di scherno ai danni del mio gruppo parlamentare, sul genere “visto chi vi siete portati in casa?” - quando proprio Libero ripubblica un articolo da me firmato anni prima, dove parlando di clandestini provocatoriamente mi definivo “razzista” e chiedevo senza giri di parole di “sbattere fuori questi maledetti”. Provate a pensare alla faccia, chessò, dei Comunisti Italiani… Non per discolparmi - e infatti non lo faccio, anzi ci ho parecchio riso su - ma sono figuracce in cui, nel Paese dei ribaltoni e ribaltini, la maggior parte dei parlamentari è incappata almeno una volta. Tanto, la tattica di reazione, a destra e a sinistra, è sempre la stessa: se il giornale è politicamente avverso, meglio controbattere poco o niente, «tanto i nostri non lo leggono». Oppure gridare alla ” strumentalizzazione di parte”.

TUTTI IN POSA, C’È LA TIVÙ

E passiamo la tivù. Ah, quanto ci piace a noi parlamentari la tivù. A parte quei pazzi delle Iene, che organizzano agguati davanti al Parlamento per farti fare delle gran figuracce, e quando si sparge la voce che sono nei paraggi c’è chi cerca in ogni modo di mimetizzarsi per evitarli. Per il resto, ho spiegato che il mezzo lo conosco, dunque i meccanismi già li avevo compresi. Ma osservati dall’interno, bè, sembra un film comico. E non mi riferisco necessariamente ai pezzi grossi, quelli che vengono invitati a “Porta a porta”, che loro in effetti qualcosa hanno - avrebbero - da dire, comunicare, spiegare, litigare. Parlo ancora una volta di noi peones. Che, tanto per fare un esempio, facciamo a gara per comparire di fianco al segretario durante un’intervista al tg, così ci vedono e facciamo la figura di quelli che contano qualcosa. Un po’ come il famoso disturbatore Paolini. Solo che a noi non ci cacciano.

Un altro show va in onda durante il cosiddetto “question time”. In teoria, è un confronto durante il quale i rappresentanti del governo - ministri o quant’altro - rispondono in Aula alle domande poste dai deputati. In pratica, si trasforma in una vetrina a uso e consumo della televisione, visto che viene trasmesso in diretta dalla Rai. In genere, si tiene il mercoledì. Gli interventi vanno però consegnati entro lunedì a mezzogiorno, dunque le risposte sono preconfezionate. Quasi sempre, l’Aula è semivuota, poiché in quella ora e mezza non si vota, quindi liberi tutti: si riempie soltanto quando vengono affrontati temi particolarmente importanti, e allora tutti presenti, chissà che i giornali non ne parlino.

In ogni caso, tra i deputati ci sono gli aficionados del “question time”, ormai espertissimi di regia e inquadrature. Il mio vicino di ufficio Arnold Cassola, per esempio, è bravissimo: lui è stato eletto in una circoscrizione estera, e dunque quelli che l’hanno votato vedono in video quanto si dà da fare, e questa volta non lo dico in senso ironico, si dà da fare davvero. Certo, sugli effetti concreti dei suoi appassionati interventi qualche perplessità rimane. Ma tant’è: l’importante è parlare, qualche traccia resterà. Anche se a volte sarebbe meglio di no.

http://www.libero-news.it/libero/LF_showArticle.jsp?edition=&topic=4896&idarticle=93624702#

Con oltre 5 mila euro di stipendio mensile, sommati agli 8 mila euro tra spese di rappresentanza e diaria, i parlamentari che popolano le aule di Camera e Senato possono maturare retribuzioni superiori ai 20 mila euro in un solo mese, senza considerare il fitto sottobosco di benefit e agevolazioni integrative.

Difficile stabilire quanto costi la politica agli italiani. Non sarebbe sufficiente un plotone di ragionieri, considerato il dedalo di rimborsi, diarie, spese per il collegio elettorale che costituiscono la busta paga di Parlamentari, Europarlamentari, membri dei consigli regionali, provinciali e circoscrizionali, sommati ai costi di locazione, manutenzione e spese straordinarie per gli edifici che li ospitano.

STIPENDI DEI PARLAMENTARI EUROPEI A CONFRONTO IN EURO* (Compensi annui netti)

1

Italia

144.084,36

2

Austria

106.583,40

3

Olanda

86.125,56

4

Germania

84.108,00

5

Irlanda

82.065,96

6

Gran Bretagna

81.600,00

7

Belgio

72.017,52

8

Danimarca

69.264,00

9

Grecia

68.575,00

10

Lussemburgo

66.432,60

11

Francia

62.779,44

12

Finlandia

59.640,00

13

Svezia

57.000,00

14

Slovenia

50.400,00

15

Cipro

48.960,00

16

Portogallo

41.387,64

17

Spagna

35.051,90

18

Slovacchia

25.920,00

19

Rep. Ceca

24.180,00

20

Estonia

23.064,00

21

Malta

15.768,00

22

Lituania

14.196,00

23

Lettonia

12.900,00

24

Ungheria

9.132,00

25

Polonia

7.369,70

Nord Europa: politici più poveri ma più efficienti

Facendo i conti in tasca ai parlamentari italiani si scopre che i nostri deputati sono tra i più ricchi, e quindi cari, d'Europa, "staccando" i vicini ed efficientissimi austriaci di circa 40 mila euro su base annua! Se il deputato medio prende nel Bel Paese quasi 144 mila euro l'anno, varcato il confine austriaco, un suo omologo arriva invece ad appena 106 mila euro annuali.

Facendo i conti in tasca ai parlamentari italiani si scopre che i nostri deputati sono tra i più ricchi, e quindi cari, d'Europa, "staccando" i vicini ed efficientissimi austriaci di circa 40 mila euro su base annua! Se il deputato medio prende nel Bel Paese quasi 144 mila euro l'anno, varcato il confine austriaco, un suo omologo arriva invece ad appena 106 mila euro annuali.

Più convenienti anche i parlamentari tedeschi e francesi che costano alla popolazione decisamente meno che in Italia: rispettivamente 84 mila e 62 mila.

Se poi si sale nel Nord Europa si scopre che l'efficientissima monarchia svedese sfoggia un eccellente sistema di welfare, infatti, a differenza dell'esoso Monarca, il parlamentare si accontenta di 57 mila euro l'anno.

Il Quirinale è un perfetto esempio che vale per tutta la gestione dei governi fino ad oggi senza distinzione di colori e partiti. I dipendenti del Quirinale ammontano ad oggi a 2.158 unità contro i circa 1.000 dell'Eliseo e Buckingham Palace e le varie residenze dei Windsor.

La lista delle spese è lunga ed imbarazzante: basti pensare che l'affitto di 4 palazzi alla Camera dei Deputati costerà per i prossimi 18 anni 444 milioni di Euro.

Inghilterra: la regina è “trasparente”.

Sebbene sia tacciata di poca parsimonia, la Regina d'Inghilterra sembra conservare un "civico" e "civile" rispetto per i cittadini britannici, a cui fa sapere, in 33 dettagliatissime pagine, le entrate e le uscite di bilancio della famiglia reale.

Essere cittadino britannico consente di sapere che i dipendenti a tempo indeterminato a carico della Civil List alla fine del 2005 erano 310, cioè 3 in più rispetto all'anno prima, che la Regina ha avuto regali ufficiali per 152.000 euro oppure che nelle cantine reali sono stoccati vini e liquori «in ordine di annata», per un valore stimato in 608.000 euro.

Altra aria si respira al Quirinale, da cui non sembra possibile avere alcun giustificativo delle spese sostenute. Sebbene la busta paga del capo dello Stato sia rimasta pressoché invariata dagli anni '50, il "palazzo" e la "corte" intorno al presidente sembrano però essere cresciuti a dismisura negli ultimi anni. Stando ad un'indagine commissionata da Carlo Azeglio Ciampi nel 2001, e mai resa nota, il personale in servizio da noi era composto da 931 dipendenti diretti, più 928 altrui avuti per «distacco», per un totale di 1.859 addetti. Un seguito che avrebbe fatto invidia alla stessa Regina Elisabetta.

L'isola britannica non brilla comunque per economie sulle spese politiche considerata la sua sesta posizione nella classifica europea degli stipendi dei parlamentari (81.600 euro annui) e il suo ragguardevole quarto posto in numero di auto blu circolanti (58 mila).

Francia: Quirinale versus Eliseo

Sebbene in Francia il presidente abbia poteri decisamente superiori a quello italiano, il budget annuo dell'Eliseo è di 32 milioni di euro (stime ufficiale), contro i 217 milioni spesi dal Quirinale. Il presidente francese conta poi circa 1000 collaboratori (compresi i 388 militari): da noi sono quasi il doppio.

Col risultato che in Italia il solo personale costa oltre 160 milioni di euro. Pari, grossolanamente, a una busta paga pro capite di oltre 74.000 euro. Il doppio dello stipendio di uno statale medio. E il doppio di un dipendente della regina.

Le cifre più "scottanti", tuttavia, sono quelle assolute. La «macchina» del Quirinale costava nel 1997 «solo» 117 milioni di euro. Dieci anni dopo ne costa 224 (più altri 11 milioni che arrivano al Colle da «entrate proprie quali gli interessi attivi sui depositi e le ritenute previdenziali»).

Si tratta di una vera e propria impennata con un aumento del 91%, non giustificabile con la sola crescita inflattiva. L'aumento al netto dell'inflazione resta infatti del 61%. Per non dire del paragone con vent'anni fa. Sapete quanto costava la presidenza della Repubblica nel 1986? In valuta attuale meno di 73 milioni e mezzo di euro. Il che significa che in vent'anni la spesa reale, depurata dall'inflazione, è triplicata. Mentre nella gaudente Gran Bretagna veniva più che dimezzata. Col risultato che oggi Buckingham Palace costa un quarto del Quirinale.

Tornando in Francia gli stipendi dei parlamentari ammontano a meno della metà rispetto ai nostri esponenti politici: 62.779,44 euro annui contro i 144.084,36 euro del nostro paese. Non sembrano comunque dispiacere all'Eliseo i vari benefit concessi agli onorevoli, considerato il terzo posto assegnato al paese per numero di auto blu circolanti (65 mila).

Germania: pochi ma buoni!

Se il costo della democrazia in Italia sembra sproporzionato rispetto ad Inghilterra e Francia, il paragone si fa addirittura imbarazzante nel confronto con la presidenza tedesca che sulle casse pubbliche pesa per 18 milioni e mezzo di euro: un ottavo rispetto alla nostra.

La presidenza tedesca, dai compiti istituzionali simili, ha infatti dimensioni molto più contenute: 50 addetti alle tre direzioni organizzative, 100 ai servizi logistici e di supporto e 10 agli uffici degli ex presidenti. Totale: 160. Cioè 29 in meno dei soli addetti alla sicurezza di Castelporziano.

Per quanto riguarda in generale i costi della politica, va sottolineato che i deputati del Bundestag percepiscono uno stipendio di 7.009 euro al mese, mentre da anni tutti i cancellieri che si sono succeduti hanno portato avanti una drastica riduzione del personale dello Stato.

Alla fine dell'anno in corso il totale dei dipendenti dello Stato tedesco nel settore civile, messo ovviamente da parte l'esercito, toccherà 258.000 unità, mentre le spese per il personale toccheranno a fine 2008 il minimo assoluto del 9,4 per cento del bilancio dello Stato, rispetto al 12,1 per cento del 1991 e dell'11,4 per cento del 1998.

Il numero di dipendenti della Cancelleria è di appena 443 unità, mentre il presidente della Repubblica, Horst Koehler, dispone appena di 170 funzionari. Il Bundestag, il Parlamento federale, conta 2.347 impiegati di diverso ordine e grado, il ministero degli Esteri ne ha 2.734, escluso ovviamente il personale in servizio nelle sedi diplomatiche all'estero.

L’Italia degli sprechi

Dulcis in fundo arriviamo alla patria degli sprechi, prima nella classifica europea per i costi della politica. Tra auto blu (574.215 autovetture) e vitalizi dei parlamentari l'Italia non ha pari in fatto di sprechi pubblici.

I membri del Parlamento incassano, al mese, in media 14.000 euro. Di questi, 5.500 costituiscono lo "stipendio", ossia l'indennità in senso stretto, 4.000 euro vengono assicurati come rimborso della spesa derivante dal soggiorno a Roma, 4.200 euro sono somministrati ai Deputati per finanziare le spese inerenti il rapporto con i loro elettori. Per quanto concerne i Senatori, quest'ultima voce di spesa è finanziata con circa 500 euro in più al mese: si sale, così, a circa 4.700 euro.

A complemento di uno stipendio già cospicuo una serie di benefit collaterali "arrotondano" il mensile degli onorevoli con sconti su trasporti pubblici, servizi telefonici, alberghi e ristoranti.

All'accesso illimitato e totalmente gratuito alla rete ferroviaria nazionale e alle linee aeree si aggiunge infatti il rimborso di 3.300 euro per i viaggi in taxi, maggiorato a 4.000 euro se il Deputato abita a più di 100 km dall'aeroporto più vicino.

Le facilitazioni proseguono anche sulle quattro ruote per cui i membri delle assemblee rappresentative possono utilizzare gratuitamente il telepass in autostrada. Nel caso in cui il parlamentare abbia l'esigenza, per motivi di studio o per ragioni comunque connesse all'esercizio della sua attività, di varcare i confini nazionali, può contare su un rimborso che arriva ad un massimo di 3.100 euro.

La già lunga lista dei privilegi prosegue con il rimborso sulla bolletta telefonica fino ad un massimo di 3.100 euro. Viene loro assegnato, infine, un computer portatile che possono tranquillamente tenere anche dopo la fine della legislatura, sia ben chiaro, per esigenze di tutela della riservatezza dei dati.

Pensioni d'oro attendono i "nostri" in tarda età con assegni vitalizi dell'8,6% dello stipendio (1.069,35 euro). Il deputato riceve il vitalizio a partire dal 65° anno di età. Il limite di età diminuisce fino al 60° anno di età in relazione agli anni di mandato parlamentare svolti. Lo stesso Regolamento prevede la sospensione del pagamento del vitalizio qualora il deputato sia rieletto al Parlamento nazionale ovvero sia eletto al Parlamento europeo o ad un Consiglio regionale. L'importo dell'assegno varia da un minimo del 25% a un massimo dell'80% dell'indennità parlamentare, a seconda degli anni di mandato parlamentare.

Nel 2008, stando alle previsioni del bilancio triennale, queste spese che già hanno sfondato (prima volta) la quota-choc di un miliardo di euro, cresceranno ancora. Fino a 1.032.670.000. Per impennarsi ulteriormente nel 2009 fino alla cifra sbalorditiva di 1.073.755.000. Sintesi finale: in soli tre anni i costi di Montecitorio, saranno aumentati del 9,2%. Con un aggravio sulle pubbliche casse di 92 milioni di euro in più rispetto al 2006.

STIPENDI DEI DEPUTATI IN EURO*

Indennità lorda mensile (per 12 mesi)

11.703,64

Indennità netta mensile (per 12 mesi)

5.486,58

Diaria

4.003,11

Spese per il rapporto con gli elettori

4.190,00

Assegno di fine mandato

80% importo mensile indennità per ogni anno di mandato o frazione non inferiore a 6 mesi

Assegno vitalizio

Tra il 25% e l’80% indennità parlamentare

ESENZIONI E PRIVILEGI DEI DEPUTATI*

Pedaggio sulle autostrade italiane

NESSUNO

Circolazione sui treni in Italia

GRATUITA

Circolazione marittima in Italia

GRATUITA

Circolazione sugli aerei in Italia

GRATUITA

Trasferimenti dal luogo di residenza all'aeroporto più vicino e da Fiumicino a Montecitorio (forfait trimestrale dimezzato per gli eletti nel collegio Lazio 1)

3.323,70

Trasferimenti aeroportuali per chi dista più di 100 km dall'aeroporto più vicino

3.995,10

Rimborso annuale per viaggi all'estero (per studio o attività connesse all’attività parlamentare)

3.100,00

Rimborso annuo spese telefoniche

3.098,74

*Fonte: Stipendi deputati italiani ed Esenzioni e privilegi
"LA POLITICA E IL SUO PREZZO", F. Novelli, Gennaio 2007 confrontata e aggiornata con quanto riportato nella sezione Trattamento economico della Camera dei Deputati

http://www.camera.it/deputatism/4385/documentotesto.asp

http://money.it.msn.com/speciali/costipolitica.aspx

COSTI - BENEFICI DELLA POLITICA = ASSENTEISMO

ROMA - Tagli, sprechi, razionalizzazione, austerity... Si dice, si dice, tutti ci provano e lo raccontano inseguendo il vento popolare della "casta" ma poi la realtà è un'altra: la politica costa sempre di più. Come la Camera dei Deputati, la casa dei 630 deputati e di 1.987 dipendenti che nel 2007 costeranno agli italiani un miliardo, 574 milioni e 269 mila euro, il 2,94 per cento in più rispetto al 2006.

Lo scrivono Gabriele Albonetti, Francesco Colucci e Severino Galante, i deputati questori responsabili - anche - dei conti, nell'introduzione alla legge di bilancio 2007, il preventivo dell'anno in votazione questa mattina nell'aula di Montecitorio.

E dire che, scorrendo pagine e tabelle, non è difficile trovare dove tagliare. Ad esempio i tre milioni e 300 mila euro per la ristorazione "gestita da esterni"; oppure i quattro milioni e passa per i noleggi (di cosa e perchè visto che la struttura Camera possiede già moltissimo?); i tre milioni e passa di euro per le assicurazioni: passino quelle dei dipendenti, ma i deputati - 21 mila euro lordi al mese tra indennità e contributi - se le potrebbero anche pagare; gli oltre due milioni per la "locazione dei depositi", perché non basta affittare uffici, servono anche i depositi. L'elenco dei possibili risparmi è lunghissimo. E' un lavoro che ogni capofamiglia deve fare ogni sei mesi.

Gli aumenti - Le voci che crescono di più - secondo l'analisi contabile fatta dal deputato Sergio D'Elia (Rnp) - sono "le altre indennità dei deputati", leggi i rimborsi, raddoppiate rispetto al 2006: erano 185 mila nel 2007 ma saranno 300 mila. E il "rimborso spese di viaggio dei deputati" è cresciuto del 25 per cento. Aumenta anche la spesa di locazione degli immobili" che sale del 12 per cento, un trend che continuerà anche nel 2008 e nel 2009. E poi le spese di trasporto (treni, aerei, telepass e viacard) e quelle telefoniche.

Le indennità dei deputati - Tra indennità parlamentari, d'ufficio e i rimborsi ("altre indennità"), il conto sale a 94 milioni e 580 mila euro. Nel 2006 erano circa due milioni di euro in meno. Eppure - dicono i questori - negli ultimi due anni sono state via via ridotte, raffreddate e congelate.

Rimborsi spese per 74 milioni - Viaggi, le spese di soggiorno a Roma o altrove e quelle di segreteria più altre voci legate al mandato dei 630 deputati costeranno nel 2007 74 milioni e 600 mila euro, una cifra uguale a quella del 2006.

Assegni vitalizi e rimborso spese per gli ex deputati - Si tratta delle voci di spesa legate ad ex deputati che hanno cessato il mandato. I vitalizi, tra diretti e riversibili, ammontano a 131 milioni e 200 mila euro. Lascia veramente perplessi il milione e 250 mila euro dati agli ex deputati come rimborso viaggi: gratis e biglietti dei treni e dei traghetti, parecchio scontati quelli degli aerei.

Commessi e altri dipendenti - I 1.897 dipendenti della Camera - parliamo di commessi, assistenti, segretari, archivisti e bibliotecari e altre funzioni - costeranno nel 2007 266 milioni e 915 mila euro a cui vanno sommati i 167 milioni e 500 mila euro per quelli in pensione. Insomma, solo di personale dipendente, la Camera costerà quest'anno ai cittadini 434 milioni e 410 mila euro.

181 milioni per affitti, telefono, luce, acqua, gas, cibo, cancelleria, carta igienica, stampa atti parlamentari ... - La voce "acquisto di beni e servizi" è quella su cui le forze politiche promettono di intervenire di più. Con la scure, non con il coltellino. Per gli affitti se ne vanno poco meno di 35 milioni di euro: la maggior parte degli uffici dei deputati, infatti, e dei gruppi parlamentari non sono a Montecitorio ma sparsi nel centro di Roma. Tra Camera, Senato e palazzo Chigi sono state contati 46 edifici. Tutti in affitto. Altri quattordici milioni se ne vanno in spese di "manutenzione ordinaria": il funzionamento di impianti antincendio, elettrici, audio-video, ascensori, e l'elenco è lungo una pagina. Pulizie, lavanderia e smaltimento rifiuti costano circa otto milioni di euro. Tre milioni se ne vanno per le spese telefoniche (di cui "solo" 680 mila per i cellulari) e uno per le spese postali, un fondo riservato ai deputati al netto della trasmissione degli atti parlamentari. "Beni e materiali di consumo", tra cui cibo, cancelleria e prodotti igienici "pesano" per 5 milioni e 725 mila euro. Ma la cifra che più di tutte sembra sprecata riguarda gli otto milioni e 870 mila euro per "la stampa degli atti parlamentari", tonnellate di carta che per il 90 per cento vengono gettate al macero.

Altre curiosità tra "beni e servizi" - La verità è che il preventivo del bilancio della Camera 2007 - 75 pagine di tabelle - assomiglia a un libro delle meraviglie che ogni cittadino dovrebbe poter gustare voce per voce. C'è l'aggiornamento e la formazione professionale del personale (1.780.000 euro); i corsi di lingue, internet, le consulenze professionali e le traduzioni (180 mila euro); le spese per "la comunicazione e l'informazione esterna", come l'affitto di Rai Way per accedere ai canali satellitari (4.150.000); banche dati, rilegature, ristorazione gestita da terzi, la gestione del patrimonio della biblioteca e le consulenze tecnico-professionali (54 milioni e 665 mila euro). E via con liste di servizi, lussi e privilegi. Solo per l'acquisto di giornali e altre pubblicazioni quest'anno la Camera prevede di spendere 750 mila euro. E però poi i deputati leggono per lo più la rassegna stampa.

I 14 gruppi parlamentari - Cinque dell'opposizione, otto della maggioranza, più il gruppo misto. Cinque non hanno la consistenza di deputati (20) prevista dal regolamento per essere riconosciuti. E' questo il punto su cui c'è stata più tensione durante il dibattito in aula. Al di là della loro legittimità, il loro funzionamento - sedi, personale, segreteria e contributi vari - ci costa 34 milioni e 300 mila euro. Nel 2006 erano stati spesi due milioni di euro in meno.

Tre milioni in due anni per verificare il voto - Per controllare l'andamento del voto, nel 2007 spenderemo poco più di un milione di euro. E' una delle poche voci che diminuisce: nel 2006 - l'annus horribilis dell'urna visto che il riconteggio è finito solo adesso con la conferma della vittoria dell'Unione - avevamo speso due milioni e rotti.

Commissioni parlamentari e bicamerali, giunte e comitati - Ci costeranno nel 2007 un milione e 875 mila euro, di cui 300 mila l'Antimafia, 135 mila la Commissione di vigilanza sulla Rai, 75 mila quella sui rifiuti. E' un Parlamento, il nostro, che ci tiene molto ai rapporti internazionali: per attività interparlamentari con paesi stranieri andremo a spendere tre milioni e 195 mila euro. Le missioni costano - viaggi, alberghi, interpreti - e le spese di rappresentanza pure.

Investimenti e acquisti immobili: tutto ciò che fa patrimonio - Passi per i quindici milioni e spiccioli che se ne vanno per il mantenimento degli immobili di proprietà della Camera. Sono un po' più ingiustificati i quasi due milioni spesi per "arredi, mezzi di trasporto, attrezzature d'ufficio". Dieci milioni sono spesi per software e hardware mentre solo 1.775.000 sono destinati al mantenimento del patrimonio artistico e bibliotecario.

I rimborsi ai partiti - E' una cifra da capogiro quella destinata al rimborso ai partiti per le spese elettorali, il famoso o famigerato "finanziamento pubblico ai partiti": 150 milioni di euro. Il meccanismo dei rimborsi elettorali prevede, per legge, un euro per ogni iscritto alle liste. Ai singoli partiti poi il rimborso viene retribuito in base ai voti ottenuti. Cinquanta milioni di euro sono stati distribuiti ai partiti per il rinnovo della Camera; altrettanti per il Parlamento Europeo; cifra analoga per i Consigli regionali. Il Senato grava su un altro bilancio, un altro capitolo delle spese della politica a cui va aggiunto quello di Palazzo Chigi. In tutto, euro più euro meno, il funzionamento della politica costa ai cittadini italiani qualcosa come quattro miliardi di euro ogni anno.

http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/politica/sprechi-politica/bilancio-camera/bilancio-camera.html

Euronorevoli fannulloni è un’inchiesta del “L’Espresso”.

Sono i meno presenti e i più pagati. La metà degli eletti si è dimessa per tornare in patria. Non partecipano ai lavori. Ecco il primato negativo degli italiani a Strasburgo. Dove si decide il nostro futuro.

Record europeo. De Michelis, la Zanicchi e gli altri assenti giustificati e non, che tra indennità e spese varie incassano più di 35 mila euro al mese, sono in ottima compagnia. Rispettando la tradizione, anche nella legislatura in corso gli eurodeputati italiani restano tra i più assenteisti d'Europa. Secondo i dati ufficiali del Parlamento europeo, che sul sito pubblica l'elenco dei presenti per ogni plenaria (e sono appena 60 l'anno), i nostri eletti sono rimasti a casa una volta su tre. 'L'espresso' ha preso in considerazione le sedute tenute a Strasburgo e a Bruxelles dal luglio 2004 al 15 gennaio 2009, parametrando le presenze anche in relazione al periodo in cui i deputati sono rimasti in carica: se secondo uno studio Acli nel periodo 1999-2004 l'Italia era fanalino di coda con il 69 per cento di presenze sul totale delle assemblee (i finlandesi, primi, sfioravano il 90 per cento; i francesi, benché penultimi, ci staccavano di 10 punti), nella legislatura corrente siamo migliorati di appena un punto. I calcoli non sono facili, anche perché i politici italiani considerano le aule europee poco più di un albergo: sui 78 parlamentari iniziali, solo 48 sono tuttora in carica. Trenta, quasi tutti i big, sono andati via in cerca di poltrone migliori, sostituiti dalle seconde file. Di questi, sei sono fuggiti dopo poche settimane, a loro volta rimpiazzati da altri peones. In tutto gli italiani che hanno bivaccato a Bruxelles sono 114, una truppa indisciplinata che è entrata e uscita dalle commissioni come se fosse in un autogrill.

Ancor più gravi delle assenze, sono i tassi scandalosi di produttività: 61 deputati non hanno mai presentato una relazione (che, a differenza delle inutili interrogazioni, sono testi 'legislativi' o 'di indirizzo'), e 17 non si sono mai scomodati ad aprire bocca in assemblea. I sei europarlamentari ciprioti, che guadagnano un quarto degli italiani, sono intervenuti più di tutti i 'fuggitivi' e i loro sostituti messi insieme. In totale un esercito silenzioso di 76 persone. La delegazione slovena, sette persone che prendono un terzo dei nostri eletti, ha portato a casa più relazioni e dichiarazioni di tutti i 36 italiani entrati a Strasburgo grazie agli avvicendamenti. Squadernando la classifica dei partiti, poi, si capisce perché i parlamentari del Pdl siano stati tra i pochi ad aver votato contro la proposta del radicale Marco Cappato, che costringerà nel futuro prossimo venturo le istituzioni a una maggiore trasparenza: se gli euroscettici della Lega non hanno rivali, grazie a un tasso di assenze medio del 43 per cento, i 'virtuosi' sono i Verdi, quelli di Sinistra democratica, i comunisti del Pdci e quelli di Rifondazione. Deputati diligenti che, a causa dello sbarramento al 4 per cento voluto da Berlusconi e Veltroni, alla tornata elettorale rischiano il posto. A vantaggio di An, Forza Italia e Pd, partiti infarciti di fannulloni con percentuali di assenza che in qualche caso superano il 70 per cento.

Arance e cinghiali Nel quadro desolante, non sorprende che Adriana Poli Bortone sia rimasta a Lecce due volte su tre: caso unico nel Continente, la legge italiana permette a sindaci e presidenti di provincia di ricoprire anche l'incarico a Bruxelles. La Poli Bortone, durante il mandato, non si è fatta mancare nulla: era contemporaneamente vicepresidente dell'Anci, coordinatrice del partito in Puglia, fondatrice della scuola di formazione dei dirigenti di An, prima sindaco e poi vicesindaco della sua città, presidente dell'Agenzia per il patrimonio culturale euromediterraneo. Ovvio che per le plenarie ci fosse poco spazio in agenda. Giorgio Carollo, ex forzista, di tempo invece ne aveva. Ma negli ultimi anni si è occupato soprattutto del suo nuovo movimento politico, Veneto per il Ppe. Nel suo carniere non c'è traccia di interventi o relazioni, nonostante il deputato sul sito prometta ai fan "di tenerli aggiornati su tutte le iniziative che prenderemo". Attento ai settori della pesca e dell'agricoltura, nel 2004 in campagna elettorale si è fatto notare come organizzatore di un corso contro l'invasione di cinghiali abusivi nei boschi veneti. Anche Nello Musumeci della Destra, tra gli italiani più assenti, nel suo ultimo intervento in aula si è occupato di agricoltura, chiedendo all'Europa unita il riconoscimento della Dieta mediterranea come patrimonio dell'Unesco. "L'arancia rossa di Sicilia, unica al mondo per i suoi pigmenti ricchi di sostanze antiossidanti", ha ribadito, "occupa un posto d'onore tra i prodotti della dieta".

I lobbisti che difendono gli interessi delle aziende italiane sono disperati. "Abbiamo pochissimi interlocutori", racconta un “public relation” che preferisce restare anonimo, "la maggioranza dei nostri non sa nemmeno parlare inglese, non sono capaci di difendere le proposte e gli emendamenti in riunione. Non vanno alle sedute di gruppo, disertano le commissioni economiche perché sono troppo tecniche. Invece di gente preparata, qui arrivano leader che devono svernare, politici trombati, fratelli di potenti e seconde scelte. E se tra quadri intermedi e uscieri facciamo furore, a livello di direttori generali facciamo pena. Nonostante l'importante nomina di Marco Buti agli Affari economici, il peso specifico resta inferiore a quello di Olanda e Irlanda. Paradossalmente comandiamo l'ufficio 'Traduttori e interpreti'".

I primi della classe "Neugierig auf mein tagebuch?", dice dal suo sito un sorridente Sepp Kusstatscher. Non è uno scherzo: l'europarlamentare italiano più affidabile (che invita a leggere il suo diario online) parla in tedesco. Sudtirolese, teologo ed ex esponente della Svp, è passato nei Verdi altoatesini, e tra i nostri detiene il record di presenze: 272 plenarie su 274, percentuale del 99 per cento. "Meglio dei finlandesi", sospirano i funzionari tricolori, tra cui Sepp è un mito, una bandiera, una mosca bianca. Anche Pasqualina Napoletano è tra i pochi italiani rispettati dai colleghi stranieri. Praticamente sconosciuta in patria, nonostante sia stata a capo della segreteria di Veltroni ai tempi del primo governo Prodi, fa la terapista del linguaggio ed è stata eletta tre volte a Strasburgo. Una stakanov che è diventata vicepresidente del Pse, con la responsabilità della politica estera, e che ha lasciato il Pd per la Sinistra democratica. Quarto in classifica, dopo il rifondarolo Musacchio, c'è Luca Romagnoli, che riscatta l'onore degli altri parlamentari di estrema destra: il geografo che insegna alla Sapienza, accusato di essere un negazionista dell'Olocausto, ligio al dovere è mancato solo sette volte su cento, e ha straparlato con 238 interventi in plenaria. Solo Mario Mauro ha premuto il pulsante rosso più volte di lui: ben 357. Il forzista di Comunione e liberazione non è solo un fanatico delle chiacchiere, ma uno dei parlamentari più seri in circolazione: l'ultima battaglia, combattuta insieme al democratico  Gianni Pittella, è per raccogliere le firme necessarie a varare gli eurobond, le obbligazioni che permetterebbero ai paesi Ue di continuare a investire in infrastrutture nonostante la crisi.

Hotel Strasburgo Per il resto, i successi degli nostri deputati sono davvero pochini. Non solo per la svogliatezza, come ha chiosato Gian Antonio Stella, con cui partecipano ai lavori, ma anche perché spesso e volentieri abbandonano Strasburgo per altri lidi. Un posto a Montecitorio, la presidenza di una Regione, un assessorato, una trasmissione televisiva, qualsiasi cosa è preferibile al tedio dell'Europarlamento. Complice, forse, anche il rigido clima nordico, in quattro anni e mezzo su 78 seggi a disposizione l'Italia ha visto fuggire ben 36 parlamentari. Dopo di noi i francesi, con 11 abbandoni. I tedeschi, con 99 seggi di diritto, contano appena otto fuggitivi, gli inglesi solo cinque. Inutile invocare le elezioni politiche del 2006 e del 2008: nel quinquennio si è votato quasi in ogni Stato membro, ma quasi nessun europarlamentare straniero si è sognato di lasciare Strasburgo. I nostri big, al contrario, si mettono in lista per fare da specchietti per gli elettori, ma appena possono lasciano il posto a sconosciuti. Per il Paese il turn-over selvaggio è un disastro. In Parlamento vengono emendate tutte le decisioni della Commissione Ue, e nelle commissioni si decidono norme che diventeranno leggi nazionali. "L'altro ieri", ricorda il lobbista, "a causa delle pressioni di inglesi, francesi e altri ci siamo giocati un pacco di milioni, che invece di cantieri nazionali andranno a finanziare opere strategiche straniere".

I primi a lasciare sono stati Ottaviano Del Turco e Mercedes Bresso, eletti nel 2005 governatori di Abruzzo e Piemonte. Sono stati sostituiti da Vincenzo Lavarra e dall'ex calciatore Gianni Rivera. Stessa scelta per l'Udc Antonio De Poli, che non ha resistito a un'assessorato regionale alle Politiche sociali offerto dal neo presidente Giancarlo Galan. Michele Santoro, con all'attivo zero relazioni e due interventi (due) in aula, tediato dall'esperienza dopo appena un anno e mezzo ha lasciato baracca e burattini per partecipare allo show di Celentano 'Rockpolitik'. Il sostituto, Giovanni Procacci del Pd, è riuscito a fare peggio: nessun intervento, niente relazioni, 45 per cento di assenze, dopo cinque mesi viene eletto in Parlamento e lascia la poltrona a Donato Veraldi. Per molti un miracolato, su Internet viene definito "il parlamentare europeo calabrese più votato nella storia".

La grande fuga Le elezioni dell'aprile 2006 che riportano Romano Prodi al governo svuotano il team di centrosinistra di tutte le punte. La girandola fa venire mal di testa. Enrico Letta va a sostituire lo zio Gianni come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Massimo D'Alema lascia la delicata presidenza della delegazione per le relazioni con il Mercosur (la Cee del Sudamerica) e diventa ministro degli Esteri. Al loro posto Gianluca Susta e Andrea Losco, da sempre vite da mediani. Fanno le valigie, senza lasciare rimpianti, anche Bersani, Cirino Pomicino, la Bonino e l'Ucd Cesa. Per la sostituzione di Di Pietro, altro campione di assenze, scoppia addirittura una guerra. Il posto e il lauto stipendio toccherebbero ad Achille Occhetto, che nel 2004 aveva lasciato spazio a Giulietto Chiesa. Ma il leader dell'Italia dei Valori, la cui amicizia con Occhetto è intanto finita sotto montagne di carte bollate, pretende che la sua poltrona sia assegnata al fedelissimo Beniamino Donnici. L'ex segretario del Pds ha rinunciato anni prima, questa l'accusa, e ora non può tornare sui suoi passi. Un voto ad hoc in plenaria è favorevole a Occhetto, Di Pietro insiste e si rivolge nientemeno che alla Corte di giustizia europea. "Si tratta di un affare di Stato che se sottovalutato", esclamava, "rischia di calpestare le basi costituzionali della nostra sovranità". Il tribunale accoglie il ricorso di Donnici, il resto d'Europa assiste sconsolata.

Contro ogni logica a Strasburgo fanno una breve visita anche Corrado Gabriele, che resta 40 giorni prima di tornare a fare l'assessore con Antonio Bassolino, e il leghista Gianpaolo Gobbo, che fa una capatina ma poi preferisce indossare la fascia di primo cittadino di Treviso. Il curriculum europeo del piddì.

Giuseppe Bova segnala due presenze in due mesi: famoso in Calabria per aver querelato i ragazzi del movimento antimafia di Locri, ha preferito rimanere presidente del Consiglio regionale. Superassenteista giustificato Umberto Bossi, che dopo l'ictus è andato a Strasburgo 21 volte, mentre poche scuse possono accampare Alessandra Mussolini e Lilli Gruber, che prima di preferire il Parlamento e la conduzione di 'Otto e mezzo' non si sono certo distinte per iperattivismo. Anche il ministro Renato Brunetta non può fare la morale: assente una volta su tre, nessuna relazione all'attivo. Non ha fatto meglio la sua sostituta, quella Elisabetta Gardini che faceva il portavoce di Forza Italia e che in Europa ha aperto bocca solo una volta e si è fatta vedere di rado.

Il modello 'porte girevoli' inventato dagli 'italians' di Strasburgo tocca quota 36 avvicendamenti lo scorso novembre, quando viene regalata anche ad Antonio Mussa, oncologo di An, l'ebbrezza di una gita nelle aule Ue. Mussa deve ringraziare Romano La Russa. Il fratello del ministro Ignazio lo scorso giugno non ha potuto resistere alla chiamata di Roberto Formigoni, che lo ha voluto assessore regionale. Una delle sue ultime apparizioni pubbliche come europarlamentare (ha mantenuto il doppio incarico per mesi, chissà come si sarà regolato con gli stipendi) è stata nel campionato di 'Calciobalilla umano': La Russa era la stella del team Italy and friends. Non ci sono tabellini delle partite, ma da Bruxelles giurano che la squadra italiana, almeno con il pallone tra i piedi, si è fatta valere.

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