LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI ?!?!

LA GIUSTIZIA E' DI QUESTO MONDO ?!?!


GIUSTIZIA NEGATA

DATI MINISTERO DELL'INTERNO.

REATI: 3 MILIONI L'ANNO; 333 REATI ALL'ORA; 5 OGNI CENTO ABITANTI

Nel complesso l'aumento si può definire "contenuto" e il traguardo dei tre milioni era atteso. Ma il problema criminalità resta all'ordine del giorno – tra insicurezza "percepita", episodi di cronaca "effettivi" e allarmi continui. L'ultimo – sull'incertezza delle pene che vanificherebbe «gli sforzi della magistratura e delle Forze di polizia» – l'ha lanciato venerdì scorso al Senato il capo della Polizia Antonio Manganelli. Qualche indicazione concreta sulla situazione e sui trend più recenti può venire dai dati forniti dal ministero dell'Interno – ed elaborati dal Sole 24 Ore del lunedì – che parlano di un bilancio 2007 di 2,9 milioni di reati denunciati, circa 143mila in più rispetto al 2006 (+5,15%), quasi 8mila al giorno o 333 ogni ora.

Rapportando il dato ai 59,2 milioni di italiani, si ottiene una media di 4.900 delitti ogni centomila abitanti: su ogni cento abitanti graverebbero insomma 4,9 crimini (appena un paio di decimi in più rispetto al 2006). Se quindi, considerando l'attività criminale in generale, il quadro non si presenta molto movimentato, luci e ombre emergono da un'analisi più dettagliata, scendendo cioè nelle principali tipologie (si veda la pagina a fianco) e nelle performance territoriali.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/06/reati-denunce-2007.shtml?uuid=abb9f0a8-3074-11dd-8bf2-00000e251029&type=Libero

RAPPORTO EURISPES: ITALIANI SFIDUCIATI NON DENUNCIANO IL 31 % DEI REATI.

Sicurezza: si stima che il bilancio dei crimini stia per raggiungere quota tre milioni, un vero e proprio record. Nel 30,6% dei casi gli italiani, pur essendo stati vittima di reati, hanno preferito non denunciare l'accaduto agli organi competenti. Il 42,4% degli italiani ha installato un allarme antifurto in macchina, mentre il 33,3% ha preferito montarne uno a difesa della propria casa. Dati allarmanti, che segnalano un preoccupante senso di sfiducia nelle istituzioni ed un aumento della voglia del tutelarsi in proprio.

http://www.ragionpolitica.it/testo.8919.rapporto_eurispes.html

RAPPORTO EURISPES.

10 MILIONI DI PROCESSI PENDENTI: 4 CIVILI, 6 PENALI.

DURATA: 4-8 ANNI PER IL CIVILE; 4-6 ANNI PER IL PENALE

"L'Italia delle Regole" lascia il passo "all'Italia dei Furbi" e "lo scenario si fa cupo: uno scempio quotidiano di diritti e legalità, un processo farraginoso ed incomprensibile, con costi e tempi che generano sfiducia e insicurezza". Questa la sintesi dell'Eurispes sul capitolo Giustizia/Legalità del "Rapporto Italia 2008".

Il sistema giustizia? Quasi un percorso ad ostacoli!

Ci si deve scontrare infatti con la durata dei processi civili e penali (4-8 anni per il civile; 4-6 per il penale). Eppure il rapporto tra magistrati e abitanti (un giudice ogni 900 e un Pm ogni 25.000) rimane nella media europea. Nel 2004, senza che la situazione sia in seguito migliorata, i processi pendenti erano circa 9 milioni di cui 3,5 mln civili e 5,5 mln penali. Le carceri poi sono sempre più piene, dal 1990 al 2006, in poco più di quindici anni, si è passati da 25 mila a 63 mila presenze. "Una discarica sociale" secondo l'Eurispes. Il 33% dei detenuti è straniero e il 27 tossicodipendente. Le persone in carcere per droga sono il 15%; quelli per reati contro il patrimonio il 31; quelli per i reati contro la persona il 15%. Marginali sono le aliquote riguardanti delitti come l' associazione mafiosa (3%) e infinitesimali quelli per i reati dei 'colletti bianchi', conferma della compresenza di due codici distinti.

http://www.helpconsumatori.it/news.php?id=16928

RAPPORTO MINISTERO DELLA GIUSTIZIA.

OBBLIGATORIETA' AZIONE PENALE: DIBATTIMENTO ESAURITO/DENUNCE SOPRAVVENUTE, 13,20 %;

CERTEZZA DELLA PENA: APPELLO ESAURITO/DENUNCE SOPRAVVENUTE, 2.41%;

PROCESSI PENDENTI: 5.070.645

IMPUNITA': PRESCRIZIONI 156.802

  SOPRAVVENUTI ESAURITI PENDENTI PRESCRIZIONI
INDAGINI PRELIMINARI PM + GDP 3.217.221 3.125.119 2.957.619  
GIP 1.991.143 1.929.020 1.515.700 126.920
DIBATTIMENTO TRIBUNALE + GDP 424.676 400.478 454.463 21.037
APPELLO   90.415 77.764 142.863 8.863
         
TOTALE       5.070.645 156.820

http://www.giustizia.it/statistiche/statistiche_dog/2006/agpenale/nazionalepen.xls

http://www.giustizia.it/statistiche/statistiche_dag/2003/prescrizioni.htm

PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CASSAZIONE.

PROCEDIMENTI DI INDENNIZZO PER LA GIUSTIZIA LENTA: 40.031:

PROCEDIMENTI PER INDENNIZZO DI "EQUA RIPARAZIONE PER VIOLAZIONE DEL TERMINE RAGIONEVOLE DEL PROCESSO L.89/01": 40.031.

ANNI 2003-2005, 31.353; ANNO 2006, 3664; ANNO 2007, 5.014.

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2008, RELAZIONE DEL PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE

In tema di equa riparazione, nello stesso anno sono stati trasmessi dalle corti di appello, ai sensi dell'art. 5 della legge 24 marzo 2001, n. 89 (c.d. legge Pinto), 5.014 decreti di accoglimento della domanda di equa riparazione per violazione del termine di ragionevole durata del processo, con un consistente aumento (+1350) rispetto ai 3.664 pervenuti l'anno precedente. A tale incremento ha corrisposto un rinnovato impegno dell'ufficio, che è riuscito a definire nell'anno 4.959 procedure.

http://www.giustizia.it/uffici/inaug_ag/ag2008/procuratore_cassazione.htm#r1

41 MILIONI E MEZZO DI EURO DI RISARCIMENTI IN 7 ANNI PER "I TEMPI NON RAGIONEVOLI DEI PROCESSI".

L'inchiesta: Davanti al "Palazzaccio" di Roma gli impiegati escono dopo aver vidimato l'ingresso.

"Entro, timbro e me ne vado", trucchi da travet in Cassazione.

Entrano, timbrano e riescono. Con noncuranza, come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se lo facessero tutti i giorni. E infatti molti confessano: si assentano spesso dal lavoro dopo aver passato il badge nelle macchinette dell'ingresso. Per andare a parcheggiare, per portare il figlio a scuola o per un caffè. Tutto pagato, perché compreso nell'orario di lavoro. E tutto documentato da tre telecamere nascoste di Repubblica Tv: due esterne e una fatta entrare tranquillamente dall'ingresso degli avvocati, senza metal detector, sotto gli occhi dei carabinieri.

La scena è quella dell'imponente ingresso della Corte di Cassazione, il Palazzaccio di Piazza Cavour, a Roma. Tra le 7.30 e le 9.30 del mattino di un giorno feriale. I dipendenti salgono la scalinata. Alcuni scompaiono dietro la vetrata: hanno iniziato la loro giornata di lavoro. Altri accostano, lasciano l'auto con le doppie frecce lampeggianti, riescono dopo tre minuti e risalgono in auto. Cosa è successo? La telecamera non lascia dubbi: hanno passato il badge nell'apparecchio.

Li blocchiamo in fondo alla scalinata, per chiedere spiegazioni. La scusa più usata? Il parcheggio che non si trova. Ecco la prima impiegata, sulla cinquantina: "Si è vero, ho timbrato. E ora vado a parcheggiare. Ma lo sa lei che problemi ci sono a Roma con i parcheggi?". Le domandiamo se sa che sta commettendo un illecito: "Certo che lo so, potrei beccarmi un provvedimento disciplinare".

Ecco un'altra donna, una mamma, 40 anni circa, il bambino è rimasto in macchina, mentre lei timbrava. Le chiediamo dove va, lei si difende: "Ho un altro figlio malato a casa, mio marito è con lui. Vado a portare il bambino alla scuola qui vicino. Guardi che non possiamo fare più niente, siamo controllati a vista, come carcerati". Non sembrerebbe, almeno a vedere i gruppetti di impiegati andare a prendere il caffè al bar all'angolo della piazza e rientrare a passo lento dopo quasi mezz'ora. Filmati da Repubblica Tv, come la bella bionda che timbra, esce, riparte in auto con un accompagnatore e viene riportata in sede dopo 25 minuti.

Gli uffici sono ai piani alti e nessun capoufficio, ci svela serenamente un'impiegata, può accorgersene. Un'altra madre ammette: "Il vero problema non sono i 10-20 minuti per parcheggiare, potrei passare sei ore senza lavorare e nessuno mi direbbe niente". Solo un signore, ripreso anche lui dalla telecamera mentre timbra, tenta di negare. Poi ci svela: al Tribunale di Milano è anche peggio, in un ufficio si sono accorti che un impiegato mancava solo dopo tre giorni di assenza.

La macchina della Cassazione non brilla per efficienza: per una sentenza bisogna aspettare 38 mesi, secondo i dati della Relazione sulla Giustizia del 2007. E il lavoro si accumula: alla fine del 2007 le pendenze erano 102mila e 500, 1.700 in più che all'inizio dell'anno. E la lentezza della giustizia la paghiamo tutti: 41 milioni e mezzo di euro di risarcimenti in 7 anni per "i tempi non ragionevoli" dei processi. Alla domanda su quanti sono i dipendenti della Cassazione e quanto guadagnano né il direttore del personale della Corte né il ministero della Giustizia hanno dato risposta.

http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/economia/statali-sciopero/trucchi-cassazione/trucchi-cassazione.html

OTTO ANNI PER SCRIVERE UNA SENTENZA: BOSS MAFIOSI LIBERI

IL CASO. Gela, il giudice che li ha condannati: "Adesso non ho tempo". Inutili i richiami del Csm

Due mafiosi condannati otto anni fa a 24 anni di reclusione ciascuno, la moglie del boss Piddu Madonia condannata a 8 anni di reclusione e altri quattro favoreggiatori di Cosa nostra condannati a pene minori, sono liberi da 6 anni perché il giudice che emise la sentenza, Edi Pinatto non ne ha ancora scritto le motivazioni. È un record, s'intende negativo, della giustizia italiana che ancora oggi rimane tale e che fa gridare allo scandalo il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, che si è rivolto al ministero della Giustizia: "Non si può - dice - consentire che in uno Stato democratico basato sul diritto, lo Stato condanni ed un magistrato, a distanza di quasi otto anni non depositi una sentenza per cui un intero clan mafioso è in libertà e gira tranquillo per la mia città".

Edi Pinatto, 42 anni, da sette, da quando ha lasciato Gela, è pubblico ministero alla procura di Milano. La sua stanza è al quinto piano, la numero 512 e lui è quasi sempre presente, non si è mai assentato eppure, nonostante siano trascorsi esattamente 7 anni, 8 mesi e 18 giorni, non è riuscito a scrivere le motivazioni di quella condanna. "Perché vuole sapere di questa sentenza? Io non posso parlare di cose di lavoro con i giornalisti", è la sua prima reazione. E quando obiettiamo che non si tratta di rivelare segreti relativi ad inchieste in corso e che chiediamo di sapere perché tanto ritardo, Pinatto abbassa il volume della radio che trasmette brani di musica jazz e risponde serafico: "Guardi, io non posso proprio dire nulla, se vuole ne parliamo dopo, quando finirò di scrivere la sentenza".

Ma intanto sa che quei due mafiosi condannati, così come la moglie del boss Piddu Madonia, sono liberi? "Sì lo so, ma non è la prima volta, non sono il solo a metterci tanto tempo. Le scriverò fra alcuni mesi, appena smaltirò questi fascicoli che lei vede sul mio tavolo, e solo allora potremmo parlarne. Adesso mi lasci lavorare".

La storia di questo processo, uno dei più lunghi della storia giudiziaria italiana, comincia nel dicembre del 1998, quando i carabinieri del Ros arrestano una cinquantina di mafiosi in tutta la Sicilia, tutti favoreggiatori e uomini di Bernardo Provenzano. Tra questi Giuseppe Lombardo, Carmelo Barbieri, Maria Stella Madonia e Giovanna Santoro, rispettivamente sorella e moglie del boss della Cupola, Piddu Madonia da anni in carcere dove sta scontando una serie di ergastoli.

Il troncone nisseno, per competenza, passa al tribunale di Gela ed Edi Pinatto presiede la sezione che processerà i quattro imputati eccellenti, considerati esponenti di primo piano di Cosa nostra. Il 22 maggio del 2000, in tempi brevissimi, arriva la sentenza di primo grado. Edi Pinatto condanna Lombardo e Barbieri a 24 anni di reclusione ciascuno, Maria Stella Madonia a 10, Giovanna Santoro ad 8 ed altri a pene minori. Il magistrato avrebbe dovuto pubblicare i motivi della sentenza tre mesi dopo il pronunciamento. Non lo ha ancora fatto. Così nel 2002 tutti i condannati sono stati scarcerati per scadenza dei termini di custodia cautelare.

Pinatto nel frattempo aveva ottenuto il trasferimento dal Tribunale di Gela alla procura di Milano dove attualmente lavora. Ma anche a Milano Edi Pinatto si è fatto la fama di "giudice lento" tanto da essere stato sollecitato dal capo del suo ufficio che gli ha contestato, per iscritto, il suo "basso rendimento" nelle inchieste milanesi di cui è titolare.

Il presidente del Tribunale di Gela, Raimondo Genco ha segnalato da tempo la vicenda della sentenza fantasma al Csm ed al ministero della Giustizia. Convocato dal Csm nel giugno del 2004, Pinatto tentò di giustificarsi in qualche modo: "È certamente un caso scandaloso - ammise - ma non è il solo, ve ne sono altri". In quell'occasione Pinatto venne "condannato" dal Csm a due anni di perdita di anzianità. Ma delle motivazioni, anche in seguito, nessuna traccia. Due anni dopo venne nuovamente convocato per lo stesso motivo. "La pervicacia dell'omissione dell'incolpato - disse il rappresentante dell'accusa al Csm - è anche denegata giustizia" e una "stasi incredibile".

L'accusa chiese alla sezione disciplinare del Csm di erogare la massima sanzione prima della rimozione, ma Pinatto se la cavò con altri due mesi di perdita di anzianità. Tutti i suoi colleghi pensavano che avrebbe provveduto, invece tutto è fermo, come otto anni fa. E i mafiosi? "Stanno qua, girano tranquilli per la città e - dice un investigatore di Gela - continuano a fare i mafiosi".

http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/mafia-3/boss-liberi/boss-liberi.html

DENUNCE PENALI MAI ISCRITTE NEL REGISTRO GENERALE

Centinaia di migliaia di atti non registrati Milano.

Perché per molti mesi queste denunce sono sì esistite fisicamente, in carta e inchiostro nell'ufficio che in Procura registra appunto le denunce di reato dopo le indicazioni impartite dai procuratori aggiunti; ma formalmente non sono mai esistite, e quindi non sono ancora state prese in carico e coltivate dalle indagini di alcun pm, perché mai sono state registrate nel Registro Generale informatico.

Perché? Perché a fare quello che pomposamente è chiamato «servizio di data entry», ovvero a immettere i dati nell'archivio elettronico della Procura, invece dei 22 cancellieri che facevano questo lavoro anni fa, oggi in servizio effettivo si ritrovano solo 7 impiegati.

Che, come ovvio, nella registrazione delle denunce danno la priorità a quelle contro persone identificate. Così la massa di denunce contro ignoti, che una città come Milano produce al ritmo di 500 al giorno, periodicamente diventa una montagna dalla vetta non più scalabile.

Alla fine dal ministero, come in altri casi nel passato, è arrivato un mini stanziamento- extra per appaltare a una ditta privata il servizio di assorbimento dell'arretrato da questo limbo.

Dove, nel frattempo, il cittadino ha comunque già pagato una «tassa» senza saperlo. Se la denuncia non viene registrata, infatti, non parte l'indagine; ma se non inizia, nemmeno può finire con quel certificato di «chiusura indagine » necessario a ottenere dalla propria assicurazione il risarcimento per il furto in casa o l'auto rubata.

http://www.corriere.it/cronache/08_gennaio_02/limbo_giustizia_b1c906ac-b8fe-11dc-aa63-0003ba99c667.shtml

A MILANO IL TRIBUNALE CONVOCA TOPOLINO E PAPERINA

Il testimone Topolino? «È pregato di comparire innanzi al Tribunale il 7 dicembre». E non da solo: perché anche «i signori Titti, Paperino, Paperina» sono attesi «davanti al giudice monocratico» per deporre «quali testi nel procedimento penale 6342/05». Il timbro parla chiaro: «Io ufficiale giudiziario, richiesto come in atti, ho per ogni legale effetto notificato l'atto che precede a: Titti, Paperina, Paperino, Topolino». La «relazione di notifica», che la cartolina dell'Ufficio notifiche atti giudiziari di Milano attesta appunto essere stata fatta pervenire al supposto domicilio legale dei fumetti, conferma: non è uno scherzo della giustizia. Ma la bizzarra esecuzione di un teorico adempimento, richiesto effettivamente dalla Procura di Napoli: la citazione proprio di questi quattro testimoni da parte del pm all'udienza in programma venerdì, in un processo partenopeo a un cinese accusato di aver contraffatto gadget con le immagini dei personaggi dei cartoni.

Ovvio che si sia trattato di un paradossale lapsus di cancelleria. Che, una volta vergato, non è stato più fermato, anzi ha via via risalito tutti i livelli di una burocrazia ormai talmente paraocchiata da diventare cieca anche rispetto al ridicolo. L'imputato cinese è accusato a Napoli di aver contraffatto giochi e adesivi con le immagini di Topolino & Co. E in questi casi è il legale rappresentante dell'azienda danneggiata a essere chiamato dal pm per riferire al giudice che quello contraffatto era davvero un proprio marchio. Ma non è un caso che ogni giorno in Italia un processo su tre «salti» per un qualche difetto di notifica.

Nella montagna di adempimenti pratici nei quali si dibattono le cancellerie dei tribunali, in perenne affanno da carenza d'organici e assenza di risorse materiali, deve essere accaduto che il tapino cancelliere di turno abbia automaticamente trasposto nell'atto di citazione dei testi i nomi rimastigli impressi in una affrettata lettura del capo d'imputazione. Il resto è implacabile burocrazia che si autoperpetua. Che sia a mano (come la citazione della Procura napoletana) o dattiloscritto (come sulla cartolina dell'Ufficio notifiche milanese), il risultato non cambia: e «mediante consegna di copia a mani dell'ufficiale giudiziario», la notifica plana (come e anche meglio che in un cartone animato) nello studio legale di Milano che di solito patrocina Warner Bros e Walt Disney nei processi per contraffazione. Improbabile, però, che Paperino e Topolino si presentino a testimoniare. Pare siano già impegnati con i bambini di mezzo mondo sotto Natale. «Legittimo impedimento».

http://www.corriere.it/cronache/07_dicembre_04/tribunale_convoca_topolino_ceceb2f8-a231-11dc-9440-0003ba99c53b.shtml

FASCICOLI CHE SPARISCONO

L’incursione delle Iene ha riguardato il furto di un fascicolo in una sezione del Tribunale Civile di Napoli. La cosa, peraltro facilissima, raramente capita sul serio, tanto è vero che nonostante le centinaia di migliaia di processi civili, i fascicoli che spariscono sono veramente una percentuale irrilevante. Generalmente ciò viene causato più dal disordine che da dolo.

Gli avvocati infatti, non fidandosi dello stato delle cancellerie e soprattutto in vista del drammatico trasloco, hanno generalmente effettuato le copie dei fascicoli e dei verbali, per cui la sparizione del fascicolo ritarda semmai il processo, ma non comporta un vantaggio per una parte o per l’altra, ben potendosi ricorrere alla ricostruzione del fascicolo stesso.

Il tribunale di Napoli, già assurto alla cronaca televisiva per i cronici disservizi documentati da "Report" su RAI 3 presenterà al grande pubblico le sue disfunzioni e la sua grande disorganizzazione.

Contro questo degrado l’Ordine degli Avvocati di Napoli ha più volte proclamato lo stato di agitazione e l’astensione dalle udienze. Gli alti gradi della Magistratura hanno contestato tale forme di protesta, e molti magistrati accusano gli avvocati di catastrofismo.

Certo, dal calduccio di una stanza, seppur faticosamente raggiunta, è facile accusare gli avvocati di lamentarsi troppo per un po’ di disagi. Loro, sono fermi al piano, gli altri, gli avvocati, mediamente fra una sezione e l’altra percorrono decine di piani per passare da una udienza all’altra, all’aperto lungo le scale esterne.

La cosa più grave è che fra l'indifferenza totale, del Ministero di Grazia e Giustizia e della Procura della Repubblica, che avrebbero il compito di vigilare sulla osservanza delle leggi, salvo poi quando ci scappa il morto, la frequentazione del… “Nuovo Palazzo di Giustizia", presenta palesi violazioni delle più elementari norme di sicurezza. In osservanza delle legge 46/90 e di altre innumerevoli norme, negli studi privati, anche di pochi metri quadri, a volte con effetti esilaranti, gli avvocati sono stati costretti ad installare cartelli con su scritto uscita, estintori, lampade di emergenza, cassette di pronto soccorso e poi quanto altro indispensabile, secondo il legislatore, per garantire la privacy.

Per il Tribunale di Napoli, nessuna legge è invocabile né applicata.

Operai al lavoro senza casco fra la gente, zone transennate fra il pubblico, scale d’emergenza già vecchie ed arrugginite utilizzate come scale normali, ascensori lenti, spesso guasti, montacarichi utilizzati come ascensori, nessuna indicazione utile per il pubblico, cave di di sgombero aperti a tutti, ponti sospesi fra una torre e l’altra di dubbia consistenza, niente cassette di pronto soccorso, nessun addetto alla sicurezza ai piani.

Un qualsiasi ispettore dell’ASL o dell’ufficio prevenzione infortuni potrebbe trascorre giornate intere a scrivere verbali di contestazioni. Partendo ovviamente dalle toilettes che se non sono chiuse per manutenzione, sono prive di qualsiasi accessorio, anche della carta, insomma, 28 piani di inefficienza. Tutto ciò che di peggio ci può essere in un edificio pubblico viene collezionato in una serie sorprendente di records dal “Tribunale più alto d’Italia”. 

http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=18399

IL MINISTERO RISARCISCE GLI AVVOCATI, “STRESS DA MALAGIUSTIZIA”.

Il ministero risarcisce gli avvocati per stress da "inefficienza del sistema giudiziario". Accade a Napoli dove il giudice di pace ha condannato il dicastero della Giustizia a rimborsare cento euro per ciascuno degli ottanta legali che lo hanno citato in giudizio.

Il contenzioso nasce da una causa promossa dall'avvocato Angelo Pisani, alla quale poi si sono accodati altri suoi colleghi iniziata il 28 ottobre del 2005 contro, si legge nell'esposto, "l'inefficiente sistema giudiziario napoletano caratterizzato da gravi e ingiustificati disagi, gravi violazioni del diritto di difesa, delle regole processuali come illegittimi ed inspiegabili rinvii delle prime udienze, lunghe file per la verifica dell'assegnazione delle cause, ingiustificate condizioni di lavoro, inspiegabili ritardi anche di otto/nove mesi per il rilascio di copie esecutive di sentenze relative a procedimenti tenuti presso l'ufficio del giudice di pace".

Insomma, in poche righe, una descrizione esaustiva dei mali che affliggono questa come altre sezioni del tribunale partenopeo. Dopo un anno e mezzo, la sentenza emessa dal giudice di pace della prima sezione civile Renato Marzano che dà ragione agli avvocati e condanna il ministero a una equa riparazione dei "danni esistenziali conseguenti allo stress derivante dai disagi subiti". Oltre ai cento euro, via Arenula dovrà accollarsi anche il pagamento delle spese di giudizio liquidate in 70 euro per le spese, 125 euro per i diritti, 75 per gli onorari oltre l'Iva, il 12,50% a titolo di rimborso spese generali.

Il giudice di pace ha però accolto solo in parte le richieste dei legali, che avanzavano anche l'ipotesi di una applicazione della legge Pinto, individuando gli elementi per ritenere di dover essere risarciti per una ingiustificata durata dei processi.  Tutti i testi hanno riferito al giudice di Pace che mentre sino a qualche tempo fa una causa iscritta a ruolo veniva chiamata dopo sette giorni rispetto la data indicata in citazione, questo termine nel tempo si è dilatato fino ad arrivare a 60 giorni; senza contare le file lunghissime, per circa una ora, per iscrivere una causa a ruolo, e i quattro mesi che occorrono per ottenere copie urgenti di una sentenza, pagando il triplo dei diritti previsti, mentre per le vie ordinarie ci vogliono anche 12 mesi per quelle stesse copie.

Una situazione per la quale gli avvocati si trovano coinvolti in discussioni continue con i loro clienti esasperati. Da qui lo stress. E il risarcimento.

http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/cronaca/avvocati-risarciti/avvocati-risarciti/avvocati-risarciti.html

MALAGIUSTIZIA OCCULTA

Atto n. 4-04363

Pubblicato il 10 aprile 2003

Seduta n. 381

CURTO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. - Premesso:

che allo scrivente è pervenuta copia di un esposto inviato al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, al Presidente del Consiglio Nazionale Forense, al Procuratore Generale della Repubblica c/o la Corte d’Appello di Taranto, al Procuratore della Repubblica c/o il Tribunale di Potenza, al Procuratore della Repubblica c/o il Tribunale di Taranto e al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto;

che tale esposto, penale ed amministrativo, sembra sia l’ultimo, in ordine di tempo, di una serie di denuncie ed esposti tendenti a smantellare illegalità di vario tipo che colpiscono i cittadini più deboli e più poveri ad opera di chi rappresenta la giustizia nel nostro Paese, in particolare giudici ed avvocati;

che, per la delicatezza della questione, e a causa della mancanza di un qualsiasi riscontro a questo esposto e ad altri precedenti atti congeneri, ritengo opportuno riportare di seguito il testo del citato esposto:

“Oggetto: omissioni d’atti d’ufficio ed abusi d’ufficio presso gli Uffici Giudiziari di Taranto.

In campo penale si viola il diritto di difesa della persona offesa dal reato;

Al Registro Generale non si ritrovano iscritte notizie di reato, di cui si è presentata regolare denuncia o querela o esposti firmati, ex art.335, c.p.p. ed ex art. 110 bis att. c.p.p., né si forniscono notizie circa le notizie di reato iscritte.

Non si comunica, quando richiesto, ex artt. 406, 408 c.p.p., la proroga delle indagini e la richiesta di archiviazione al GIP, impedendo l’opposizione alla stessa.

Non si svolgono indagini, ex art. 50 c.p.p., nei confronti di persone influenti, e Pubblici Ufficiali che li coprono, per notizie di reato di abusivismo edilizio e violazione di norme ambientali, di sfruttamento del lavoro giovanile e nero ed emissione di buste paghe false, di concorsi truccati per diventare avvocato e di evasione fiscale e contributiva sui praticanti avvocati, di aggressioni ad avvocati per impedirgli la presenza in udienza, di abbandono di incapaci, di riciclaggio di assegni nominativi rubati, di emissione di deleghe false, di truffe Enel, ecc…

Si eseguono sequestri innominati, senza notifica di copia all’interessato. Al soggetto interessato, quando è ritenuto incapace, non si nomina un tutore, impedendo la nomina di un difensore di fiducia, né si nomina un difensore d’ufficio, affinché il soggetto possa opporre richiesta di riesame, ex artt. 257, 322 c.p.p., ed esercitare tutti gli altri diritti processuali, ovvero, se abbandonato fin anche dalle istituzioni, possa esercitare ogni facoltà a favore dello stesso, siano di cura, assistenza, mantenimento, ecc…

In campo penale si viola il diritto di difesa della persona sottoposta ad indagine;

Si chiedono sommarie informazioni alla persona nei cui confronti si svolgono indagini, senza che questa sappia di essere indagata e di conseguenza senza la presenza necessaria del difensore, ex artt. 350, 369, 369 bis c.p.p.

Ex artt.358, 362 c.p.p. non si svolgono accertamenti su fatti e circostanze a favore dell’indagato, né si assumono informazioni utili alle indagini, omettendo l’interrogatorio dello stesso.

Non si procede nei confronti di soggetti rei dello stesso reato.

Si ritrova il fascicolo degli atti d’indagine compiuti dal P.M. e delle dichiarazioni rese dagli indagati, coperti dal segreto d’ufficio, ex art. 329 c.p.p., alla pubblica conoscenza degli indagati e degli estranei in procedimento civile di interdizione. Procedimento civile d’interdizione che dura anni e senza la presenza dell’interdicenda. Quando questa è presente, la si sente alla presenza di decine di persone divertite.

Si obbliga la persona sottoposta ad indagine ad essere il difensore di fiducia e tutore convenzionale del soggetto offeso dallo stesso reato, in quanto non si nomina un difensore d’ufficio, né un tutore, affinché la presunta incapace possa esercitare i suoi diritti processuali e l’indagato non possa reiterare le azioni ritenute lesive.

Volutamente si impedisce alla persona sottoposta ad indagine di chiedere il gratuito patrocinio e quindi nominare un difensore di fiducia capace, pagato dallo Stato, perché si comunica il limite di ammissione di € 5.815,30 (lire 11.260.000) quale reddito del nucleo familiare, anziché € 9.296,22 (lire 18 milioni),ex art. 3, L. 134/01, obbligandolo ad avere un difensore d’ufficio, che non conosce, e che, forse, è meno capace.

Volutamente si impedisce alla persona sottoposta ad indagine di chiedere il gratuito patrocinio e quindi nominare un difensore di fiducia capace, pagato dallo Stato, perché si ignora ogni istanza di concessione del gratuito patrocinio, presentata ex art. 2 L. 217/90, obbligandolo ad avere un difensore d’ufficio, che non conosce, e che, forse, è meno capace.

In campo civile si violano i diritti di difesa delle parti private;

Le vendite dei pignoramenti di beni mobili non si eseguono per mancanza di organi preposti alla vendita, (Istituto Vendite Giudiziarie, Commissionari), ovvero, quando ci sono, si eseguono al di sotto del 10% del valore pignorato, obbligando l’abbandono del procedimento di esecuzione per antieconomicità, perdendo il conto capitale e le spese di giudizio.

Si omette di sollevare il problema dei tempi biblici dei procedimenti civili ordinari e speciali, con meri rinvii delle udienze effettuati per decenni con la complicità dei Giudici.

Con la presente si chiede alle autorità interpellate di intervenire, adottando i provvedimenti necessari, con preghiera di riscontro al sottoscritto, pronto a dare prova per quanto su esposto. In caso contrario si chiede di procedere obbligatoriamente nei confronti del sottoscritto, attivando procedimento penale di calunnia, se bugiardo, ovvero procedimento civile d’interdizione, se pazzo.”,

l’interrogante chiede di conoscere:

se si ritenga opportuno verificare quanto riportato dall’esposto in questione;

se si intenda, e in quale modo, procedere qualora gli argomenti, o alcuni di essi, rispondessero a verità.

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=14&id=65988


GIUSTIZIA INGIUSTA

NIENTE RISARCIMENTO PER L'INGIUSTA IMPUTAZIONE

La Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione (Sent. 13 marzo 2008 n. 11251/08) ha stabilito che non ha diritto al risarcimento dei danni il cittadino che è stato ingiustamente imputato poi assolto.
I Giudici del Palazzaccio hanno infatti precisato che "in tema di danni provocati dall'attività giudiziaria, l'ordinamento vigente prevede la riparazione del danno, patrimoniale e non patrimoniale, patito per: a) custodia cautelare ingiusta (art. 314 c.p.p.); b) irragionevole durata del processo (legge 24.3.2001 n. 89, c.d. legge Pinto); c) condanna ingiusta accertata in sede di revisione, ovverosia errore giudiziario (art. 643 c.p.p.)". Aggiunge poi la Corte che "non prevede invece alcun indennizzo per una imputazione ingiusta, cioè per una imputazione rivelatasi infondata a seguito di sentenza di assoluzione. Così come ovviamente non consente di duplicare, in sedi processuali diverse, la riparazione dello stesso danno".

4 MILIONI DI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI

EURISPES: 4 MILIONI DI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI NEGLI ULTIMI 50 ANNI

Nel gennaio 2002 un uomo è stato assolto per non aver commesso il fatto dopo aver trascorso 16 mesi in carcere con l’accusa di violenze carnali e lesioni. L’anno prima, a febbraio, un condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso la moglie fu lasciato libero dopo sette anni dietro le sbarre. A giugno dello stesso anno un giovane di 25 anni è stato riconosciuto innocente dopo aver trascorso 6 anni e 4 mesi in carcere, come presunto omicida. Tre casi di clamorosi errori giudiziari, citati nel rapporto Eurispes sulle storie di ingiusta detenzione.

Secondo un calcolo compiuto dall’istituto di ricerca nell’arco degli ultimi cinquant’anni sarebbero 4 milioni gli italiani vittime di svarioni giudiziari: dichiarati colpevoli, arrestati e solo dopo un tempo più o meno lungo, rilasciati perché innocenti. Un dato che al ministero dl Giustizia non confermano, e che è stato ricavato da un’analisi delle sentenze e delle scarcerazioni per ingiusta detenzione nel corso di cinque decenni.

Dal ‘92 c’è la possibilità per gli innocenti ritenuti colpevoli e poi rimessi in libertà, chiedere e ottenere un risarcimento per in giusta detenzione. Negli ultimi anni, rivela il rapporto Eurispes, basato sulle cifre fornite dal ministero del Tesoro, i casi di indennizzi concessi sono in continuo aumento: erano 197 nel ‘92, 360 nel ‘93, 476 nel ‘94. Fino ai 738 del ‘99 e ai 1.263 del 2000. Nel ‘99 i risarcimenti hanno superato i 14 miliardi di vecchie lire, quasi il triplo rispetto al ‘92.

La media degli indennizzi per persona varia da 18 al 20 milioni di vecchie lire a domanda. Ma dipende dai casi: un ex sindaco ha ottenuto 50 milioni di vecchie lire come contributo riparatore per la sua ingiusta detenzione. A un assessore siciliano, dopo 38 giorni di carcere e 25 di arresti domiciliari, è stato assegnato un risarcimento di 250 milioni di lire.

Finora l’Eurispes registra che il pagamento più alto concesso per un errore giudiziario a un ex imputato è di 400 milioni di vecchie lire, andati a un avvocato palermitano che rimase tre mesi in carcere con l’accusa di associazione mafiosa prima di essere scarcerato. Nel maggio 2001, un uomo, in cella a Palermo per cinque anni e un mese, accusato di aver commesso quattro omicidi e di essere un affiliato alla mafia, fu risarcito con 350 milioni di vecchie lire.

Negli ultimi tre anni c’è stata un’impennata di domande presentate da extracomunitari: un quarto delle richieste di risarcimento arrivate alla Corte di appello di Firenze proveniva da immigrati. A marzo 2001 due albanesi a Torino hanno ottenuto 550 milioni in due di risarcimento dopo aver trascorso un anno in carcere con l’accusa di violenza carnale.

La Procura più «generosa» con gli ex carcerati ingiustamente detenuti è Napoli: a partire dal ‘92 sono 449 i risarcimenti decisi dai giudici partenopei, quasi il 10 per cento del totale.

Le sentenze di indennizzo sono state 279 a Roma, 210 a Milano. Appena tre a Campobasso. In complesso nelle procure del Sud hanno concesso finora più della metà dei risarcimenti totali, contro il 24,4 per cento del nord e i1 21,5 per cento del centro Italia.

Ma dai dati del primo quadrimestre 2001, gli ultimi disponibili, risulta che in quel breve periodo di tempo la sola Procura di Roma ha accettato 241 domande di risarcimento, più di ogni altra Procura in quei quattro mesi: due al giorno.

http://www.ristretti.it/areestudio/giuridici/studi/eurispes.htm

POPOLAZIONE DETENUTA: IL 61,2% E' PRESUNTA INNOCENTE; L'81,7 % E' INDIGENTE.

STATO GIURIDICO DELLA POPOLAZIONE DETENUTA AL 30 GIUGNO 2007

             
 
  Posizione giuridica  
 Regione di detenzione  Attesa 1° giudizio Appellante Ricorrente Definitivo Internato Totale
 ABRUZZO  281 173 58 611 77     1.200
 BASILICATA  65 36 19 187 -        307
 CALABRIA  492 235 107 764 1     1.599
 CAMPANIA  2313 1175 382 1565 368     5.803
 EMILIA ROMAGNA  957 667 229 985 343     3.181
 FRIULI VENEZIA GIULIA  170 133 39 229 2        573
 LAZIO  1368 940 363 1744 3     4.418
 LIGURIA  384 182 104 368 1     1.039
 LOMBARDIA  2297 1529 393 2803 211     7.233
 MARCHE  217 95 45 358 1        716
 MOLISE  42 33 15 118 -        208
 PIEMONTE  1169 734 205 1382 6     3.496
 PUGLIA  1003 301 154 910 6     2.374
 SARDEGNA  263 199 107 595 25     1.189
 SICILIA  1479 739 280 1680 206     4.384
 TOSCANA  933 583 106 1379 144     3.145
 TRENTINO ALTO ADIGE  120 34 6 68 1        229
 UMBRIA  172 100 38