
GIUDICANTI, INGIUDICATI !!!
MAGISTROPOLI IN ITALIA
TOGHE PAZZE
NON ESISTE L'ESAME PSICOFISICO - ATTITUDINALE PER I MAGISTRATI
Perché Berlusconi non può auspicare un esame di idoneità mentale per i magistrati? Perché Veltroni deve ravvisarvi «uno scarso senso dello Stato»? Che risponde, di serio, l’Associazione magistrati?
Una vera risposta non c’è.
In genere si ricorda che viceversa esistono professioni cariche di responsabilità anche mediatica (chirurghi e medici su tutti) ma poi si glissa. Andrebbe rispolverata la casistica raccolta da un ex consigliere del Csm, laddove si ricorda che i magistrati italiani non vengono sottoposti a esami psichiatrici (né prima né durante) come appunto è obbligatorio per altri professionisti.
Se un giudice è pazzo, posto che ce ne si accorga, pazienza: deciderà della libertà altrui.
Nella casistica si raccontava del giudice che si vide respingere una denuncia perché ritenuto infermo di mente: concluse tranquillamente la sua carriera.
C’è il caso del giudice che in piena udienza si alzava gridando «Ho i ceci sul fuoco».
C’è quello fissato sull’incostituzionalità dell’ora legale:andava alle udienze solo in base all’ora solare.
C’è la storia del consigliere d’Appello arrestato perché aveva compiuto atti osceni con un ragazzo adescato al cinema: il Csm lo prosciolse riconoscendogli una totale incapacità di intendere e di volere, ma riprese servizio.
Volersi occupare di questo tuttavia ha già pronta l’accusa: vogliono chiudere i giudici in manicomio. Basterebbe a casa loro.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=253578
TOGHE CORPORATIVE
A FRONTE DI OLTRE 1.500 PRATICHE DISCIPLINARI APERTE ANNUE, VI SONO QUASI ZERO PROVVEDIMENTI.
La sezione disciplinare, guidata dal vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, su 112 pratiche iscritte dal 1° gennaio al 31 dicembre 2007, ne ha definite 109, lasciando un arretrato di appena tre pratiche che sono andate a sommarsi alle 65 del 2006 (per un totale di 68 fascicoli pendenti al 1° gennaio 2008). Il dato emerge dalla relazione del segretario generale di palazzo dei Marescialli sull'attività del Consiglio nell'anno 2007, posta all'attenzione del plenum del Csm.
Nella relazione si passa poi all'attività svolta dalle singole commissioni, a partire dalla prima, competente sulle inchieste riguardanti i magistrati, che nell'arco del 2007 ha svolto un'intensa attività di smaltimento dei procedimenti pendenti che al 1° gennaio 2007 erano 1.512; nel corso dell'anno sono state iscritte poi altre 1.529 pratiche, ed entro dicembre ne sono state definite 1.861, eliminando quindi parte dell'arretrato precedente. A gennaio 2008 le pratiche pendenti in prima commissione ammontavano a quota 1.180; dieci le pratiche aperte dalla commissione per incompatibilità ambientale (basti pensare ai casi De Magistris e Forleo), mentre per quanto riguarda le incompatibilità parentali, attualmente sono solo tre le pratiche pendenti.
http://it.biz.yahoo.com/14052008/246/conto-csm-29-mln.html
Procedimento disciplinare:
18/07/2008, a carico di
28/09/2007, a carico di
http://www.radioradicale.it/organizzatori/consiglio-superiore-della-magistratura
OMESSE LE INFORMATIVE AL CSM CONCERNENTI I PROCEDIMENTI PENALI A CARICO DI MAGISTRATI
INFORMAZIONI CONOSCIUTE DALLA STAMPA
(CSM. Circolare n. 13682 del 5 ottobre 1995)
Il Consiglio Superiore della Magistratura, nella seduta del 28 settembre 1995, ha approvato la circolare in oggetto, che di seguito si riporta:
“Con deliberazione n. 151/91 in data 13 gennaio 1994 il Consiglio Superiore della Magistratura ha richiesto ai Procuratori Generali ed ai Procuratori della Repubblica:
a) di dare immediata comunicazione al Consiglio, con plico riservato al Comitato di Presidenza, di tutte le notizie di reato nonché di tutti gli altri fatti e circostanze concernenti magistrati che possono avere rilevanza rispetto alle competenze del Consiglio;
b) prescindendo dall’obbligo di informazione previsto dall’art. 129 disp. att. c.p.p. di informare di loro iniziativa il Consiglio, oltre che dei fatti cui il procedimento si riferisce e del suo inizio, anche del suo svolgimento, nelle varie fasi e nei diversi gradi, salvo che sussistano e vengano comunicate ragioni che possono rendere inopportuna la immediata comunicazione, per il positivo sviluppo delle indagini e/o per la sicurezza delle persone;
c) di trasmettere di loro iniziativa i provvedimenti più rilevanti e quelli conclusivi nelle diverse fasi e nei vari gradi dei procedimenti e dei processi a carico di magistrati.
Con la deliberazione in data 17 maggio 1995, concernente lo svolgimento di ispezioni ed inchieste ministeriali, il Consiglio ha ribadito il suo costante orientamento sul punto della non opponibilità in linea di principio del segreto investigativo e della rimessione alla valutazione del magistrato procedente della sussistenza di specifiche ragioni per il mantenimento del segreto anche nei confronti degli organi titolari del potere-dovere di vigilanza.
Si sono dovute constatare notevoli difficoltà di adempimento da parte di numerosi uffici. Talora sono del tutto mancate le dovute comunicazioni ed il Consiglio ha dovuto prendere conoscenza attraverso la stampa di procedimenti riguardanti magistrati, addirittura già pervenuti alla conclusione della indagine preliminare.
Quasi mai gli uffici del pubblico ministero provvedono ad una informativa sui fatti cui il procedimento si riferisce, né trasmettono di loro iniziativa gli atti conclusivi delle fasi e gradi del procedimento, né i provvedimenti di misura cautelare a carico di magistrati. Quasi sempre gli uffici trasmettono elenchi cumulativi di procedimenti privi di indicazioni utili al Consiglio.
Accade anche che le comunicazioni al Consiglio non siano nel medesimo tempo fatte ai titolari della azione disciplinare, con evidente pregiudizio per l’esigenza di pronta informazione del Ministro di Grazia e Giustizia e del Procuratore Generale della Repubblica presso la Suprema Corte di Cassazione.
Tale stato di cose impedisce al Consiglio di svolgere le proprie funzioni e si traduce in uno spreco di attività di comunicazione, richiesta, sollecitazione, ecc..
http://www.csm.it/circolari/circ1_2.pdf
8 ANNI PER LE MOTIVAZIONI: IL CSM NON SOSPENDE PINATTO.
IL PG DI CALTANISSETTA, BARCELLONA: "SONO ESTEREFATTO".
La decisione del Csm di non sospendere in via d'urgenza il giudice Edi Pinatto, il magistrato che ha impiegato otto anni per depositare le motivazioni della sentenza del processo di mafia "Grande Oriente" quando era in servizio al Tribunale a Gela, lascia "allibito ed esterrefatto" il procuratore generale di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, perché, spiega il magistrato, il "corporativismo non può arrivare fino a questo punto" e "non si può soprassedere a colpe e responsabilità ben chiare".
"È dal 2002, da quando sono scaduti i termini per la presentazione della motivazione di quella sentenza - afferma il Pg Barcellona, competente sui giudici di Gela, in un'intervista, che scrivo continuamente al Csm, chiedendo provvedimenti disciplinari nei confronti del giudice Pinatto.
Una lettera all'anno per sei anni, e per sei anni il Consiglio superiore della magistratura mi ha puntualmente risposto che avrebbe provveduto e invece...". "E invece - aggiunge il Pg Barcellona - siamo qui a distanza di sei anni dalla prima lettera ad assistere ad una decisione, come quella di venerdì scorso, che lascia allibiti ed esterrefatti.
Il corporativismo del Csm non può arrivare fino a questo punto. Non si può soprassedere a colpe e responsabilità ben chiare".
http://www.lasicilia.it/index.php?id=3720
TOGHE MAFIOSE, EVERSIVE E SOVVERSIVE
FINANCIAL TIMES: «IN ITALIA LE TOGHE PIÙ POTENTI DELL'OCCIDENTE»
Scrive il quotidiano: in Italia «i giudici hanno raggiunto un livello di potere unico in Occidente», esercitando una sorta di «reggenza giudiziaria» sugli eletti dal popolo. Un potere che, secondo il Financial Time, è «a lungo andare, dannoso per la democrazia» e che costituisce tra l'altro «uno dei motivi per i quali gli italiani non hanno più fiducia nella magistratura».
http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2008/06/22/893852-italia_toghe_potenti_dell_occidente.shtml
Dizionario Garzanti della lingua italiana: «Sovversivo è colui che mira a sovvertire un ordinamento politico e sociale, essendo animato da un disordinato intento di ribellione più che da chiare idee rivoluzionarie».
E che dire di un magistrato che dichiara pubblicamente di non sentirsi obbligato ad applicare una legge dello Stato, qualora la ritenga ingiusta?
Il caso porta il nome di Adriano Sansa, presidente del tribunale dei minori del capoluogo ligure. In un commento sulla Stampa il magistrato ha confessato i turbamenti interiori prodotti dall’emendamento «blocca processi» appena varato. Chiude l’intervento con un inquietante «non so se potrò obbedire». É questa l’inevitabile conclusione di un ragionamento che parte da un assunto a dir poco partigiano: «Una sorta di padrone tiene il posto del primo ministro - scrive Sansa -, piega il Parlamento al proprio volere e si libera della giustizia. Nel complesso ci si trova di fronte a una lesione ripetuta e grave delle regole fondamentali della Repubblica». E così il magistrato non può che far suo il triplo «resistere» dell’ex procuratore di Milano Saverio Borrelli e senza giri di parole sostenere che i magistrati «non possono obbedire a leggi fatte per elevare al rango di padrone dei concittadini un solo cittadino e la sua corte di servitori». Parole gravissime per un magistrato, che però non suscitano la minima reazione nell’Anm. Va ricordato che Sansa non è nuovo a uscite del genere. In una intervista nel 2004 definì l’allora esecutivo di centrodestra uno «squallido, pessimo governo», ovvero «brutta gente».
Ma il suo non è certo un caso isolato tra i magistrati, per quanto ancora più esplicito, rispetto a una costante azione politica tesa a respingere leggi sgradite, attaccandosi a cavilli o dubbi di incostituzionalità. Per citare ancora Borrelli, fu sempre lui nel 2001 a dire pubblicamente che il tribunale di Milano avrebbe cercato di neutralizzare sul piano interpretativo i «guasti» legati alle nuove norme internazionali sulle rogatorie. Tanto che il ministro della giustizia Castelli minacciò l’invio degli ispettori a Milano per verificare se ci fossero magistrati che non applicavano la legge.
Una stagione di tensioni cominciata con Mani pulite, e che vide nel 1994 proprio il pool milanese protagonista di un fatto inedito. Quando i quattro magistrati, con Di Pietro come portavoce ufficiale, andarono davanti alle telecamere per prendere pubblicamente posizione contro il decreto Biondi sulla riduzione dei termini della carcerazione preventiva.
Ancora più recentemente, sulla stessa scia, il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro ha sparato contro la riforma della giustizia dichiarando serenamente che anche se fosse diventata legge, per lui sarebbe cambiato poco: «Sono proprio curioso di vedere che sanzioni vorranno infliggermi».
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=270799
Le polemiche del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi contro una parte della magistratura vanno avanti da anni. Ecco un riepilogo delle 'esternazioni' più recenti:
25 febbraio 2006 - In un comizio a Milano Berlusconi annuncia che vuole restare in politica fino alla separazione delle carriere dei magistrati e aggiunge: "Giudici e Pm fanno la stessa carriera, bevono lo stesso cappuccino, leggono la stessa 'Repubblica' e 'Unita'".
11 marzo 2006 - Dopo la richiesta di rinvio a giudizio per la vicenda Mills, Berlusconi dichiara:"Ogni volta che ci avviciniamo al voto, torna la giustizia a orologeria (...) Anche per quanto mi riguarda sono sicuro che non si riuscirà a dimostrare nulla di rilevante. E' tutta una cosa che si ferma a questo avvocato, l'ho giurato sulla testa dei miei figli".
21 marzo 2006 - A Sky Tg24, rispondendo a una domanda sugli imprenditori che accusa di avere scheletri nell'armadio, dice:"Tutto quello che riguarda la sinistra viene puntualmente insabbiato da quel cancro della democrazia italiana che è la politicizzazione della magistratura".
5 aprile 2006 - In un'intervista a RTL 102.5 sulla vicenda Mills, Berlusconi dice che "i rappresentanti della magistratura comunista nei miei confronti hanno svolto una persecuzione, mai fatta nei confronti di nessun altro leader politico".
16 maggio 2006 - Nel giorno delle consultazioni per la formazione del governo Prodi, Berlusconi dichiara:"Eh...la magistratura politicizzata...fa male vedere squadre di gente che inventa cose a danno dello Stato e della collettività...ma mi toglierò la soddisfazione di dire a queste persone cosa penso di loro...".
12 dicembre 2007 - Dopo la notizia dell'inchiesta della Procura di Napoli per corruzione, Berlusconi dichiara:"C'é odore di elezioni e di campagna elettorale e subito l'armata rossa della magistratura si rimette in moto".
9 gennaio 2008 - In un'intervista al Corriere della Sera, Berlusconi dice che "il problema grave è costituito da quei magistrati che usano il loro potere non a fini di giustizia ma a fini di lotta politica".
1 aprile 2008 - A Radio 24, durante la campagna elettorale, il leader Pdl dice che "per risolvere la grande palla al piede del paese, quella della giustizia, c'é bisogno di una grande riforma (...) altrimenti non si riuscirà a vincere questo potere dello Stato che, non è un caso che uso la parola potere, non è più solo un ordine".
8 aprile 2008 - In un comizio a Savona, Berlusconi dice che "il Pubblico accusatore dovrebbe essere sottoposto periodicamente ad esami che ne attestino la sanità mentale".
16 giugno 2008 - Parlando dell'emendamento al decreto sicurezza Berlusconi dice:"I miei legali mi hanno informato che tale previsione normativa sarebbe applicabile ad uno fra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica".
COSSIGA: TOGHE MAFIOSE E SOVVERSIVE
Signor Presidente,
mi permetto di scriverLe questa lettera aperta, da ex-capo dello Stato a Capo
dello Stato in carica: e so bene quanto siano limitati i poteri del cosiddetto
Supremo Magistrato della Repubblica, anche e soprattutto nella sua funzione
ormai soltanto, per dirla alla francese, "di tribuna e messaggio". Le scrivo
rivolgendomi soprattutto al presidente del Consiglio Superiore della
Magistratura, oltre che all'ex-presidente della Camera dei Deputati.
Da "liberale", sono per la più ampia libertà di associazione e per la più ampia libertà di critica, libertà senza le quali non vi può essere un regime di libertà. L'Associazione Nazionale Magistrati non è però un'associazione di cittadini qualunque: essa è quell'associazione - ormai diventata per debolezza delle istituzioni democratiche e della politica una potente lobby politico-sindacale di carattere quasi eversivo -, che raccoglie giudici e pubblici ministeri, cioè coloro che in pratica dicono, al di là ed anche fuori della volontà del Parlamento, che cosa sia legge e che cosa legge non sia. Addirittura, decidono in pratica quasi ciò che sia giusto e giusto non sia, spesso dilettandosi a riscrivere la storia, dettare giudizi morali e politici, e perfino osando trasferire gli stessi in aberranti richieste, ordinanze e sentenze.
Essi costituiscono nell'esercizio e per l'esercizio delle loro funzioni un "ordine indipendente", ma non un "potere", perché essi non sono espressione della sovranità popolare come il Parlamento e il Governo. Cosa che ebbe giustamente e saggiamente a riconoscere all'Assemblea Costituente il "grande leader" del Partito Comunista Italiano, onorevole Palmiro Togliatti, opponendosi a che la magistratura fosse definita un "potere", "perché potere è solo ciò che emana dal popolo sovrano.
Una lobby forte nella politica debole. A ben vedere infatti, si tratta, secondo il nostro ordinamento, di una categoria speciale di funzionari dello Stato, nominati per concorso - concorso che spesso è soltanto una forma di cooptazione familiare o clientelare. Siamo di fronte a una categoria molto ben pagata e in buona parte con assai poca voglia di lavorare e di rendere giustizia ai cittadini, cosa che risponderebbe alle proprie funzioni, e invece carica di molta e disordinata voglia di fare politica!
Con rispetto e amicizia. FRANCESCO COSSIGA
Da:Libero del 10 giugno 2008
http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=22061&Itemid=9
«Totò Cuffaro è stato condannato per un reato ridicolo». Ne è convinto il presidente emerito Francesco Cossiga, elettrizzato dallo scontro tra politica e magistratura che gli sta ispirando una lettera al presidente della Repubblica al quale chiede di abolire il Csm e sciogliere l`Anm come associazione sovversiva.
Perché definisce l`accusa a Cuffaro ridicola? «Quella vera era l`appoggio esterno alla mafia. Non l`hanno potuto condannare per quella e si sono inventati questa».
Fare favori ai mafiosi non è altrettanto grave? «In nessun Paese è reato dire a qualcuno: "tu hai il telefono sotto controllo". Ma stiamo scherzando?».
Ma le intercettazioni servivano all`indagine.
«Le intercettazioni hanno ormai il posto che avevano prima i pentiti. Ma i primi mafiosi stanno al Csm».
Sta scherzando? «Come no? Sono loro che hanno ammazzato Giovanni Falcone negandogli la Dna e prima sottoponendolo a un interrogatorio. Quel giorno lui usci dal Csm e venne da me piangendo. Voleva andar via. Ero stato io a imporre a Claudio Martelli di prenderlo al`ministero della Giustizia».
E` contro i giudici anche nel caso Mastella? «Se in un altro Paese avessero arrestato quasi un intero partito e la moglie e il suocero del ministro della Giustizia avrebbero subito arrestato i giudici. Mi aspettavo che Forza Italia e Silvio Berlusconi sferrassero un duro attacco ai magistrati. Invece l`ordine di Silvio è stato: "Zitti e muti non mettiamo in imbarazzo l`amico Veltroni"».
Perché accusa di eversione Anni e Csm? «19 membri della più potente lobby politica chiedono che venga convocato il braccio secolare per censurare le dichiarazioni di un ministro e di un senatore. Per molto meno io mandai i carabinieri al Csm».
Lo scambio di favori e nomine non è da censurare? «La politica è trattativa. Alla disciplinare del Csm non trattano ("se mi condanni questo non ti assolvo quello")? Era così quando ero presidente. E credo che ora sia peggio».
Luigi de Magístris però è stato trasferito.
«Lui ha fatto un`imprudenza. Che facciamo, indaghiamo sul presidente del Consiglio di sinistra?».
Da "Il Corriere della Sera" di sabato 19 gennaio 2008
http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=28323009
FABRIS: MAGISTRATURA EVERSIVA
Sulla questione giustizia l'Udeur chiede l'intervento del Capo dello Stato.
"Chiediamo - ha detto stasera il capogruppo alla Camera, Fabris - al capo dello stato di intervenire in occasione del plenum del Csm l'8 febbraio con parole chiare perché quello che sta accadendo è di una gravità inaudita".
"Non si può - ha concluso Fabris - usare la clava della giustizia per finalità eversive come sta avvenendo in Campania da parte di un pezzo di magistratura".
http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_12487950.html
TOGHE ROTTE
MAGISTRATURA, UN'ALTRA CASTA
Un blog per i «ribelli» che propongono: non votiamo alle elezioni dell'Anm: «Magistrati, un'altra casta»
L'accusa di Tinti, procuratore a Torino: «Così le correnti si dividono i posti. Il merito non conta»
«È accaduto nella magistratura qualcosa di molto simile a ciò che è accaduto all'esterno, nei palazzi della politica. Gruppi legittimi ma di natura privata, cioè le correnti, decidono su un bene pubblico, la giustizia, proprio come i partiti fanno nelle istituzioni». Bruno Tinti, procuratore aggiunto a Torino, uno dei magistrati italiani più esperti sul fronte della lotta ai reati finanziari, traccia nel suo libro fresco di stampa («Toghe rotte», per Chiarelettere, prefazione di Marco Travaglio) un affresco inquietante dei meccanismi che regolano l'autogoverno della sua categoria. Quei meccanismi che avrebbero dovuto preservarne l'autonomia dai «poteri forti» e che, invece, l'hanno trasformata in una Casta, con i propri rituali, i propri compromessi e le proprie spartizioni. E che ora suscitano polemiche all'interno della stessa magistratura, dando vita a nuovi gruppi e a una proposta- choc, l'astensione, in novembre, alle prossime elezioni dell'Associazione nazionale magistrati, il sindacato che rappresenta il 93% dei giudici italiani. C'è anche un blog (www.toghe.blogspot. com), al quale lo stesso Tinti partecipa, che racconta il malessere per «il male che le toghe fanno a se stesse».
LA LOTTIZZAZIONE — «Praticamente tutti i posti di potere sono ormai lottizzati dalle correnti - scrive Tinti - . Il sistema funziona più o meno così: a fare il presidente del Tribunale di Roncofritto ci mandiamo Michele, che è dei Gialli, così loro ci votano Luigi, che è dei nostri, a procuratore di Poggio Belsito. Alle prossime elezioni del Csm possiamo quindi candidare Carmelo…». Tinti descrive nei dettagli il funzionamento dei Consigli Giudiziari, i piccoli Csm regionali che a loro volta «pre-selezionano » i magistrati che poi il Consiglio superiore della magistratura dovrà scegliere per gli incarichi direttivi. «I candidati contattano i loro santi protettori… Le lodi si sprecano, ogni corrente sostiene il suo candidato, che certe volte è espertissimo e altre non ha mai ricoperto quel ruolo ma è proprio quello che si vuole, talvolta è il più anziano talvolta il meno anziano ma molto più bravo, e così via», spiega il magistrato torinese. E sul blog si trova il resto.
I RITARDI DEL CSM — A cominciare dalle parole di Mario Fresa, presidente della Commissione trasferimenti del Csm: «L'irragionevole durata delle pratiche del Csm nei concorsi si riverbera sulla irragionevole durata dei processi». Fresa cita il caso dei posti, rimasti a lungo scoperti, al Massimario della Cassazione (è l'ufficio che raccoglie le sentenze della Corte: in genere ci finiscono magistrati giovani, studiosi e appoggiatissimi da una corrente): «È parso evidente che le che le divisioni riguardavano schieramenti precostituiti, a prescindere dall'esame dei profili professionali… Il metodo che veniva seguito era quello della spartizione correntizia». C'è poi la proposta - citata e criticata sempre da Fresa - di assegnare nove posti di sostituto procuratore generale presso la Cassazione «secondo una sorta di favore ingiustificato a coloro che hanno ricoperto incarichi associativi (cioè a chi ha rappresentato le correnti, ndr) .
LO SFOGO ONLINE — Sul
blog i magistrati si sfogano e ragionano a voce alta: «Molti di noi immaginano -
ha scritto Pierluigi Picardi, consigliere di Corte d'Appello a Napoli - che se
essi lavorano in maniera pazzesca sia così un po' ovunque o credono che i casi
di incapacità organizzativa o sfaticatezza siano marginali ma le cose non stanno
così. Certi casi come quello di Bari dove un magistrato ha ritardi nel deposito
delle sentenze anche di quattro anni ed è ancora al suo posto, non sono
frequentissimi, ma se non riusciamo a colpire le situazioni più evidenti come si
può immaginare di affrontare con rigore la normalità?». E ancora: «Il Csm non è
in grado di decidere nemmeno su un caso clamoroso come quello di padre e figlio
rispettivamente procuratore aggiunto e avvocato penalista; potrei continuare
parlandovi di un Tribunale nel quale in un anno il collegio ha deciso 8 (dico
otto) cause penali in tutto».
Nel giugno scorso, dieci sostituti procuratori generali di Roma hanno rivolto un
appello al vicepresidente del Csm, il senatore Nicola Mancino, sul modo nel
quale si intendevano nominare un procuratore aggiunto e un sostituto procuratore
generale nella loro città: «La discrezionalità del Consiglio si va mutando in
inaccettabile arbitrio».
L'AMMISSIONE. Antonio Patrono, membro del Csm e segretario generale di Magistratura Indipendente, la corrente «di destra», ha poi riassunto così le posizioni sulla lottizzazione interna: «Noi sosteniamo che il correntismo esiste ed è un problema da risolvere tutti insieme; Magistratura Democratica e il Movimento per la Giustizia (la «sinistra» e i «Verdi», ndr) sostengono che esiste ma loro ne sono immuni e riguarda solo gli altri; Unità per la Costituzione (il «centro», ndr) sostiene che forse nemmeno esiste e comunque non è un problema… ».
«COLLEGHI, NON VOTATE» — Sul blog dei «ribelli», nasce così una proposta che non ha precedenti nella storia della magistratura: astenersi in massa dal voto per il Consiglio direttivo dell'Associazione, che sarà rinnovato tra poco più di un mese, il 12 e 13 novembre. Come scrive Stefano Racheli, sostituto procuratore presso la Corte d'Appello di Roma, «una contestazione forte», capace di «rompere col sistema» e di far sentire la voce di una base non più divisa in correnti ma organizzata «come una rete, da persone che non appartengono a nessuno e che non vogliono creare nuove appartenenze ». È presto per dire quanti accoglieranno l'appello. Ma, certo, mai come ora le vecchie correnti (e anche quelle più recenti, come «Movimento per la giustizia» e «I Ghibellini - Articolo 3») appaiono in discussione.
SERIE A E SERIE B — Le correnti e i mali interni della magistratura non sono l'unico oggetto del lavoro che Bruno Tinti ha scritto con la collaborazione di tre, anonimi colleghi. La depenalizzazione del falso in bilancio e la constatazione che la maggior parte dei procedimenti per reati finanziari non possono nemmeno cominciare o si concludono con la prescrizione occupa un capitolo chiave: «Oggi in prigione finiscono solo i poveracci e qualche spacciatore di droga, per poco tempo, e i magistrati come me rischiano la disoccupazione». «E non c'è alcuna differenza tra un governo e un altro - conclude il procuratore torinese - . Da Mani Pulite in poi, la preoccupazione è stata una sola: rendere non punibile la classe dirigente di questo paese».
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/09_Settembre/25/magistrati_casta_correnti.shtml
TOGHE ROSSE
Nel libro, («L'uso politico della giustizia», ed. Mondadori, pag.320), tutti gli aspetti dell'anomalia italiana sono descritti da Cicchitto analiticamente: l'anomalia italiana e il sistema Tangentopoli, la Prima Repubblica e il finanziamento irregolare dei partiti, la mafia, Andreotti Falcone Violante e le cooperative rosse e bianche, Magistratura democratica, l'uso politico della giustizia e Berlusconi, Marcello Dell'Utri e la mafia, l'establishment finanziario-editoriale e i furbetti del quartierino e la Banca d'Italia.
A cominciare dalla scelta fatta da Palmiro Togliatti di fare il ministro di Grazia e giustizia nel primo governo di unità nazionale: «Il segno di un'attenzione, poi risultata crescente, del Pci nei confronti degli apparati dello Stato (magistratura, polizia, carabinieri, esercito, Guardia di finanza, servizi segreti) che doveva fare il suo salto di qualità negli anni Settanta con l'azione condotta da Ugo Pecchioli e successivamente da Luciano Violante».
Mentre «nella magistratura emergeva progressivamente la tendenza a una crescente conquista di influenza, di potere, di immagine nella società italiana», spinte favorite dall'ordinamento giuridico italiano che consente alla magistratura un'autonomia assoluta, e finchè nel 1964 sorge Magistratura democratica, un'associazione di magistrati dichiaratamente di sinistra e che diventa un vero e proprio soggetto politico e si collega al Partito comunista dando un colpo mortale allo Stato di diritto, fondato sulla divisione dei poteri e sulla terzietà del giudice.
È in questo quadro che Cicchitto passa in rassegna la vicenda di Tangentopoli e di Mani pulite, con l'interpetrazione dominante e paradossale di opporre politici colpevoli ad imprenditori vittime, mentre le grandi imprese italiane erano tutt'altro che concusse e dal sistema di Tangentopoli traevano tutti gli utili possibili: «C'è ancora da spiegare - e Cicchitto cita Francesco Cossiga - perché la classe politica fu decimata mentre la classe imprenditoriale fu risparmiata, considerando i corrotti più colpevoli dei corruttori».
Sicchè i nomi di Craxi, Forlani, Andreotti vengono cancellati dalla nomenclatura del paese, mentre Agnelli, De Benedetti, Ligresti neppure vengono sfiorati, «un colpo di Stato legale, nel senso che un ordine autonomo dello Stato, indipendente ma non sovrano, ha surrogato il potere sovrano del Parlamento, ha prevaricato gli altri poteri, ha modificato gli equilibri della vita politica democratica, ha decretato la morte di passati storici, usando come arma di giudizio storico e politico l'indagine giudiziaria».
Ma fu anche un suicidio collettivo. L'operazione contro Andreotti non riuscì soltanto per la determinazione di Luciano Violante, che arrivò a portare i «pentiti» dinanzi alla commissione parlamentare antimafia e ad interrogarli da solo e prima dei giudici, e di Giancarlo Caselli, insediatosi alla Procura di Palermo con l'aiuto di Violante, e del Pds e dello schieramento giustizialista, ma anche perché la Dc si arrese senza combattere: «Quando il fuoco fu concentrato su Bettino Craxi - ricorda Cicchitto - la Dc lo abbandonò al suo destino, ritenendo che consegnando i socialisti ad bestias, le procure si sarebbero accontentate e anzi la Dc si sarebbe liberata di un insidioso concorrente».
Quando Craxi prese la parola alla Camera per spiegare il ruolo svolto dal finanziamento irregolare sul sistema dei partiti, e si poteva ancora salvare la dignità e il ruolo politico del «Parlamento degli inquisiti», il silenzio della Dc e di tutto il gruppo dirigente democristiano segnò la fine senza onore di quel Parlamento e di quel partito. E quando il centro alternativo alla sinistra postcomunista e giustizialista fu inopinatamente reinventato da Silvio Berlusconi con la fondazione di Forza Italia, il circo mediatico giudiziario, alleanza permanente fra alcuni gruppi finanziari-editoriali, un settore della magistratura e il Pds, tornò all'attacco. Berlusconi, che fino al 1993 non aveva avuto a che fare con la giustizia, ha totalizzato dal momento della sua scesa in campo circa quaranta provvedimenti giudiziaria e la Fininvest ha avuto circa quattrocento tra perquisizioni e sequestro di documenti.
Ma Berlusconi, ammaestrato da quello che era avvenuto alla Dc, al Psi e ai partiti laici, non solo si è difeso nei processi, ma si è difeso anche dai processi, nel senso che ha posto dinanzi all'opinione pubblica il problema che l'azione combinata dalle procure e dalle catene editoriali e dal Pds-Ds mirava non solo a distruggerlo sul piano politico-giudiziario e sul piano aziendale-finanziario, ma anche a modificare nuovamente il sistema politico uscito dalle elezioni del '94 e a impadronirsi del potere.
L'operazione non riuscì perché, diversamente da Andreotti e dalla Dc, Berlusconi ha reagito sul piano politico e mediatico e l'offensiva giudiziaria contro Berlusconi è sostanzialmente fallita su entrambi i fronti lungo i quali si era sviluppata, quelli concentrati nel tribunale di Milano e quelli riguardanti i rapporti con la mafia presso i tribunali di Palermo, Caltanissetta e Firenze: «Il teorema giudiziario secondo il quale nella nascita di Forza Italia avrebbe avuto un peso fondamentale nientemeno che l'intenzione del boss mafioso Leoluca Bagarella di dar vita, dopo la fine della Dc, a una nuova formazione politica e in questa chiave avrebbe letto l'impegno di Marcello Dell'Utri di spingere Berlusconi a fondare il nuovo soggetto politico, ha sovrapposto alla vicenda politica uno schema giudiziario del tutto distaccato dalla realtà del nuovo sistema politico italiano».
Ed è sicuramente destinato a far la fine del teorema giudiziario inventato per processare Giulio Andreotti e che, non a caso, i professionisti antimafia della Procura di Palermo avevano pomposamente intitolato «La vera storia d'Italia». Il libro di Fabrizio Cicchitto, nel ricostruire minuziosamente la vera storia dell'uso politico della giustizia, ne è la migliore dimostrazione.
Lino Iannuzzi http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=84064&START=0&2col=
TOGHE CANTERINE
TOGHE CHE RIVELANO SEGRETI D'UFFICIO
TRE MAGISTRATI NEL MIRINO DI WOODCOCK
L'ipotesi del pm: hanno rivelato segreti d'ufficio. Coinvolta anche Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa
«Come è messo quel soggettino di giù?». Scampolo di conversazione carpita tra Augusta Iannini e il suo collega Vincenzo Barbieri. Oggetto del colloquio: le informazioni sulle pratiche disciplinari che riguardano un magistrato. Sempre la Iannini confida al suo interlocutore di essersi informata anche al Csm. Erano i giorni della retata di giugno in casa reale, dell’arresto di Vittorio Emanuele di Savoia. Ma il «grande fratello» di Potenza, attivato sempre dal pm anglonapoletano Henry John Woodcock, continuava a registrate telefonate «interessanti» i cui sviluppi hanno portato all’iscrizione sul registro degli indagati di sette, otto magistrati.
Secondo «L’Espresso» in edicola oggi, l’inchiesta potentina arriva al cuore del ministero di Giustizia, chiamando in causa tre magistrati dirigenti di via Arenula: Vincenzo Barbieri, Augusta Iannini, capo del Dipartimento Affari di giustizia, e Angelo Gargani, vicedirettore del dipartimento Organizzazione giudiziaria. I tre alti dirigenti sarebbero indagati per rivelazione del segreto d’ufficio (Barbieri anche per peculato).
Ma nell’inchiesta del pm Henry John Woodcock sarebbero coinvolti pure magistrati di Roma e Potenza, come il viceprocuratore generale della Repubblica Gaetano Bonomi (interessato ad avere anche lui notizie sulla situazione di Woodcock).
E il fratello di Angelo Gargani, l’europarlamentare di Forza Italia, Peppino Gargani.
Va detto subito che i fascicoli dell’inchiesta potentina sono stati trasferiti per competenza ad altre procure: Roma, Perugia, Salerno e Catanzaro. E che le posizioni dei singoli indagati sarebbero diverse tra loro.
Poche settimane prima della grande retata di giugno, che portò in carcere Vittorio Emanuele di Savoia, il pm Henry John Woodcock aveva arrestato una banda di truffatori. Fonte «Polifemo», il maggior indagato, Massimo Pizza, aveva confermato ai giudici potentini le sue relazioni con monsignor Francesco Camaldo, un alto prelato del Vaticano, il vicecerimoniere capo del Papa. Il quale era finito sotto intercettazione. Ed è stato attraverso monsignor Camaldo che il pm Woodcock ha intercettato Vincenzo Barbieri.
Dalle indiscrezioni raccolte dal giornalista Marco Lillo, sembra di capire che negli atti sottoscritti dal procuratore di Potenza Giuseppe Galante quel «come è messo quel soggettino di giù», pronunciato da Augusta Iannini, si riferisse proprio al pm Woodcock. Ora, che Barbieri fosse informato delle pratiche disciplinari del pm potentino, rientrava nelle sue competenze. La contestazione della procura di Potenza è che Barbieri non poteva rivelare quelle informazioni ad Augusta Iannini. Che replica alle indiscrezioni dell’«Espresso» sottolineando due aspetti. La prima: «Al Csm non ho mai chiesto niente, né formalmente né informalmente». Ma soprattutto ricordando i suoi doveri istituzionali: «E’ sotto la mia responsabilità la vigilanza sui servizi della giustizia penale e civile».
Due altre vicende vedono protagonista Barbieri. In un caso chiede informazioni a un pm romano sulla posizione del figlio di una personalità, finito in carcere per droga. La seconda, quella che ha trascinato nell’inchiesta i fratelli Gargani: Angelo, anche lui al ministero della Giustizia, e l’europarlamentare Peppino. Barbieri, sapendo di essere intercettato, rivela a un suo interlocutore che i due fratelli Gargani erano intervenuti perché il Consiglio di Stato bocciasse la sentenza del Tar che gli aveva dato ragione sul suo diritto ad essere nominato presidente del Tribunale di Civitavecchia. Le prove? Nessuna. Tanto che per gli inquirenti quella telefonata ha il sapore soltanto di una vendetta.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200701articoli/17143girata.asp
TOGHE PERSEGUITATE
IL CASO DE MAGISTRIS
DE MAGISTRIS: INDAGATI MAGISTRATI, GIORNALISTI, POLITICI
Magistrati, giornalisti e politici, fra i quali un parlamentare, sono coinvolti nelle inchieste avviate dalla Procura di Salerno per il presunto clima di ostilità che si sarebbe creato intorno al sostituto procuratore di Catanzaro, Luigi de Magistris. I procedimenti penali sono stati inseriti in nuovi filoni d'inchiesta, affidati ai pm di Salerno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. I reati ipotizzati, a vario titolo, vanno dal concorso in abuso d' ufficio alla rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio, passando per calunnia, diffamazione, corruzione in atti giudiziari e pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale. Tutti questi reati vedono come persona offesa il pm catanzarese, autore di importanti inchieste, tra cui Why Not, Poseidone e Toghe Lucane. I procedimenti sarebbero stati aperti nel dicembre scorso, dopo le indagini portate avanti dal procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, concluse con la richiesta di archiviazione nei confronti dello stesso de Magistris, di giornalisti, uomini della polizia giudiziaria.
http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/2006/rep_nazionale_n_3155281.html
http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/topnews/news/2008-06-09_109220433.html
IL CONIGLIO SUPERIORE di Marco Travaglio - da unita.it
"Innocente. Capito? Innocente. Secondo la Procura di Salerno, che ha ricevuto per tre anni una raffica di denunce da parte dei suoi superiori e di suoi indagati, Luigi de Magistris non ha fatto nulla di illecito. Va archiviato perché s'è comportato sempre correttamente. Mai fughe di notizie, mai passato carte segrete a giornalisti, mai perseguitato né calunniato nessuno, mai abusato del suo ufficio. Semmai erano i suoi superiori a commettere contro di lui i reati che addossavano a lui.
«A causa delle sue inchieste - scrivono al gip i pm salernitani Nuzzi e Verasani - il dott. De Magistris ha subito costantemente pressioni, interferenze e iniziative volte a determinarne il definitivo allontanamento dalla sede di Catanzaro e l'esautorazione dei poteri inquirenti». Un complotto che coinvolge magistrati, politici, forze dell'ordine, ispettori ministeriali e forse membri del Csm, tutti allarmati dalla «intensità e incisività delle sue indagini».
Complotto andato a segno, se si pensa che i magistrati e i politici indagati da De Magistris, compresi quelli che hanno intercettato cronisti e agenti di polizia giudiziaria per indagare indirettamente sul pm, son rimasti al loro posto o han fatto carriera, mentre De Magistris è stato scippato delle inchieste più scottanti (Poseidone e Why Not),poi trasferito dal Csm con espresso divieto di fare mai più il pm. Uno dei suoi indagati, l'ex magistrato ed ex governatore Fi Chiaravalloti, l'aveva previsto in una telefonata in cui proponeva di affidare lo scomodo pm alle cure della camorra: «De Magistris passerà gli anni suoi a difendersi». Ovviamente Chiaravalloti è rimasto al suo posto di numero due dell'Authority della Privacy. De Magistris invece, se la Cassazione non annullerà la condanna del Csm, dovrà sloggiare da Catanzaro e smettere di fare l'inquirente.
In un paese normale, ammesso e non concesso che queste vergogne possano accadere, ci sarebbe la fila sotto casa del magistrato per chiedergli scusa. Ma, nel paese della vergogna, non si scusa nessuno. Resta da vedere se finalmente, ora che le 900 pagine della Procura di Salerno sono depositate, il Consiglio superiore della magistratura si deciderà a fare qualcosa. Non contro De Magistris (ha già fatto abbastanza), ma contro chi «concertò una serie di interventi a suo danno», per infangare «la correttezza formale e sostanziale della sua azione inquirente»; contro quel «contesto giudiziario connotato da un'allarmante commistione di ruoli e fortemente condizionato da interessi extragiurisdizionali, anche di illecita natura»; contro chi l'ha bersagliato con «denunce infondate, strumentali e gravi; contro quegli alti magistrati, di Catanzaro e di Potenza,che spifferavano notizie segrete delle indagini di De Magistris per far ricadere su di lui la colpa delle indiscrezioni. Si dirà: queste cose si scoprono soltanto ora. Eh no: il Csm le sapeva dallo scorso ottobre, quando i pm Nuzzi e Verasani furono ascoltati a Palazzo dei Marescialli e anticiparono le prime conclusioni delle loro inchieste.
Anticiparono che le accuse a De Magistris erano frutto di un'abile orchestrazione (mentre le sue indagini erano «corrette e buone, senz'alcuna fuga di notizie»), e che gli unici illeciti, gravissimi, emersi riguardavano proprio i superiori e gli indagati di De Magistris. Fecero pure i nomi dei magistrati di Catanzaro, Matera e Potenza, degli ispettori ministeriali, dei giornalisti, dai politici e dei faccendieri indagati anche a Salerno per corruzione giudiziaria, minacce, calunnie, rivelazioni di segreti ai danni di De Magistris. Denunciarono le interferenze dei suoi capi, Lombardi e Murone, nelle indagini. Rivelazioni agghiaccianti che avrebbero dovuto suggerire l'immediata sospensione dei magistrati coinvolti e l'immediato stop a ogni procedimento disciplinare a carico del pm. La difesa di De Magistris questo chiese: che si attendesse l'esito delle indagini di Salerno. Il Csm non volle sentire ragioni e procedette con la foga di un plotone di esecuzione. Quasi che la sentenza di condanna fosse già scritta.
Per fortuna, contrariamente alla macabra profezia di Chiaravalloti, De Magistris ha finito di difendersi, e ora si spera che qualcun altro prenda il suo posto. C'è un giudice a Berlino. Anzi, a Salerno.
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=7042
IL CASO FORLEO
«IL GIUDICE FORLEO VA TRASFERITA»
La Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha proposto a maggioranza al suo “parlamentino” il provvedimento disciplinare nei confronti del “gip” pugliese.
Il giudice per le indagini preliminari di Milano Clementina Forleo (pugliese, originaria di Francavilla Fontana, 45 anni) ha «una notevole propensione a condotte vittimistiche e una marcata carenza di equilibrio», inoltre i suoi atteggiamenti denotano una tendenza alla «personalizzazione delle vicende processuali a lei affidate (soprattutto quelle aventi forte carattere mediatico)». Lo sottolinea la Prima Commissione del Csm nella relazione finale con la quale propone al plenum del Palazzo dei Marescialli di trasferire da Milano la Forleo in relazione alle dichiarazioni rese ad “Anno zero” e a quelle sul presunto insabbiamento di provvedimenti sulle indagini delle scalate bancarie.
A favore del trasferimento hanno votato cinque componenti su sei.
In particolare, ad avviso della Prima Commissione del Csm, gli atteggiamenti del giudice Forleo sono «tali da determinare contrasti, conflitti e sospetti nei confronti dei magistrati di uffici con lei in contatto anche nella sede giudiziaria milanese». Inoltre, «questa abnorme personalizzazione insieme alla già segnalata carenza di equilibrio è confermata – prosegue la Prima Commissione – anche da altre vicende risultanti dagli atti (quali i rapporti conflittuali o comunque difficili all’interno dell’ufficio e con il personale amministrativo e la vicenda processuale relativa al procedimento contro Bentiwaa Farida che ha, infine, condotto alla ricusazione della Forleo da parte del procuratore aggiunto di Milano Spataro e accolta dalla Corte di appello di Milano)».
Tra le persone con i quali la Forleo ha intrattenuto rapporti alterati la Prima Commissione segnala il presidente del Tribunale di Milano, il presidente facente funzione dell’ufficio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, alcuni uffici dei giudici per le indagini preliminari ed il procuratore generale presso la Corte di appello di Milano.
In conclusione il
trasferimento della Forleo – sul quale deciderà il plenum – è richiesto a
seguito delle dichiarazioni rese dal magistrato pugliese «in trasmissioni
televisive o alla stampa in ordine all’esistenza di “poteri forti” che, anche
per il tramite di soggetti istituzionali, avrebbero interferito sull'esercizio
delle sue funzioni giurisdizionali e dei rilievi mossi ai pubblici ministeri
preposti alle indagini per la cosiddetta “scalata Bnl”, tesi a manifestare
dapprima “allarme” per un asserito rallentamento delle indagini e poi “protesta”
per un supporto insabbiamento in corso».
La Prima Commissione ha invece disposto l’archiviazione della procedura nei
confronti della Forleo per le dichiarazioni rese con riferimento alle indagini
svolte a Brindisi «su molestie e danneggiamenti subiti dai genitori nel periodo
immediatamente precedente il decesso degli stessi in incidente stradale».
L'archiviazione della procedura è stata richiesta anche per le dichiarazioni
rese dalla Forleo nel convegno organizzato dalle Camere penali a Milano, il 20
gennaio 2007, sull'appiattimento tra giudice per le indagini preliminari e
Pubblico ministero.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_cronache_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=205055&IDCategoria=1
"COMPLOTTO CONTRO LA FORLEO". INDAGATI DUE PM E UN CARABINIERE
Il giornale La Stampa il 1 aprile pubblica una notizia sconcertante. Sono stati indagati a Potenza due P.M. e un tenente dei carabinieri che avrebbero fatto un "accordo segreto" per denunciare la Forleo: "Così le diamo una lezione". E con questo "solo fine concordavano" di denunciarla pianificando il testo, i tempi e le modalità della denuncia.
Su questa ipotesi di reato sta investigando il pm di Potenza, Cristina Correale, che ha iscritto nel registro degli indagati due pm, Alberto Santacatterina e Antonio Negro, e il tenente dei carabinieri Pasquale Ferrari.
La vicenda risale all’agosto 2007 e s’incardina nelle indagini sulle minacce ricevute, dai genitori del gip di Milano, Clementina Forleo, poco prima della loro morte, avvenuta il 25 agosto 2005 per incidente stradale.
La Forleo denunciò le minacce e furono avviate indagini che, però, avrebbero subito ritardi e omissioni.
Omissioni – relative alla mancata acquisizione di alcuni tabulati telefonici – che la Forleo aveva denunciato alla Procura della Repubblica di Brindisi.
E non solo. Il gip di Milano, questa estate, ribadì le accuse dinanzi al Csm.
Di lì a poco fu querelata dall’ufficiale dei carabinieri. Sosteneva che la Forleo, al telefono, gli aveva detto: «Dovrebbe vergognarsi di indossare la divisa».
Ed è proprio su questa denuncia, che il pm di Potenza, Cristina Correale, punta il dito: i due pm e l’ufficiale dei carabinieri – scrive il pm – «al solo fine di “dare una lezione” alla dottoressa Forleo», «concordavano tra loro il testo di una denuncia», «esponendo una versione dei fatti diversa da quanto sarebbe accaduto nella conversazione telefonica».
Secondo l’accusa, i due pm, «inducevano il tenente Ferrari a sporgere la querela» e «stabilivano che la denuncia avrebbe dovuto essere presentata nel periodo feriale», ovvero nel periodo in cui era di turno il pm Negro, «per far sì che il predetto (Negro, ndr) venisse designato titolare del procedimento».
Ma le accuse vanno anche oltre.
E confermano quanto aveva affermato la Forleo in
merito all’acquisizione dei tabulati: «Santacatterina e Ferrari – scrive la pm
Cristina Correale – indebitamente omettevano di curare l’effettiva acquisizione
dei tabulati telefonici».
Infine, nella richiesta di archiviazione, il pm Santacatterina, «attestava
falsamente» sia di «aver acquisito ed esaminato» alcuni tabulati telefonici, sia
che «non sarebbero emerse telefonate utili alle indagini».
In merito alla vicenda, la gip di Milano, disse in tv, durante la trasmissione Annozero: «Sono stata vittima di tentativi di delegittimazione e discredito da parte di soggetti istituzionali, che non appartengono al mio ufficio, e anche da appartenenti alle forze dell’ordine».
I delitti contestati dalla Procura della Repubblica di Potenza agli indagati, ai quali è stato notificato un invito a comparire che vale anche come informazione di garanzia, sono:
- nei confronti dei magistrati Alberto Sattacaterina e Antonio Negro e dell’ufficiale dei carabinieri Pasquale Ferrari, quello di abuso d’ufficio in concorso fra loro, in danno di Clementina Forleo;
- nei confronti del magistrato Alberto Sattacaterina e del tenente Pasquale Ferrari, quello di omissione di atti d’ufficio;
- nei confronti del magistrato Alberto Sattacaterina, quello di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.
http://www.comincialitalia.net/interna.asp?id_tipologia=3&id_articolo=6085
Due magistrati ed un ufficiale dei Carabinieri sono stati interrogati dal pm di Potenza in qualità di indagati per abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta su una denuncia contro il gip di Milano.
Due magistrati in servizio a Brindisi – Antonio Negro e Alberto Santacatterina – e il tenente dei Carabinieri Pasquale Ferrari sono stati interrogati oggi dal pm di Potenza, Cristina Correale, in qualità di indagati per abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta su una denuncia presentata contro il gip di Milano, Clementina Forleo, per fatti commessi in danno dell’ufficiale dell’Arma.
Sono stati interrogati, nell’ordine, Santacatterina (per circa tre ore), Negro (per due ore) e Ferrari (altre due ore).
L'accusa di abuso d’ufficio riguarda tutti e tre gli indagati e si riferisce alle indagini (coordinate da Santacatterina) su presunte minacce giunte al padre di Forleo, tempo prima che quest’ultimo e la moglie morissero in un incidente stradale.
Ferrari presentò una denuncia contro il gip di Milano, dopo una conversazione telefonica con il magistrato, secondo l’accusa con tempi e in modo tale che ad esaminarla fosse poi Negro;
Santacatterina e Ferrari sono accusati anche di omissione di atti d’ufficio per la mancata acquisizione di alcuni tabulati telefonici riguardanti il padre del magistrato in servizio a Milano;
Santacatterina, infine, deve rispondere anche di falsità ideologica perchè, nel provvedimento in cui chiese l'archiviazione di un’inchiesta su presunte minacce subite sempre dal padre di Forleo, diede atto di aver acquisito ed esaminato i tabulati telefonici che invece, secondo l’accusa, non furono mai acquisiti.
All’uscita, gli avvocati dei tre hanno detto che i loro assistiti hanno risposto alle domande «in un clima sereno e di correttezza». L’avvocato di Santacatterina, Gildo Ursini, ha sottolineato che «in ogni caso si tratta, nel complesso, di un’esperienza non piacevole».
E CHIEDERE SCUSA ? Uliwood party di Marco Travaglio su l'Unità, 2 aprile 2008
Il tempo, dice il proverbio, è galantuomo. E aiuta a distinguere i galantuomini dai mascalzoni.
Da un anno due galantuomini, Clementina Forleo e Luigi De Magistris, vengono attaccati, perseguitati, infangati da una campagna politico-mediatica che avrebbe stroncato un bisonte. Ma non si sono lasciati abbattere. Hanno risposto colpo su colpo nelle «sedi competenti». Ora in quelle sedi la verità comincia a emergere. A Salerno, dove De Magistris ha denunciato i superiori per le fughe di notizie che poi venivano attribuite a lui, le indagini sarebbero a buon punto: non è lontano il giorno in cui chi l’ha condannato al Csm dovrà vergognarsi e chiedergli scusa. E da Potenza giungono notizie analoghe sul cosiddetto «caso Forleo».
La Procura lucana, cui si era rivolta la gip di Milano, ipotizza un complotto architettato contro di lei da due pm e da un tenente dei Carabinieri di Brindisi. Nella primavera-estate del 2005, mentre Clementina intercetta lo sgovernatore Fazio e i furbetti a colloquio con i loro protettori politici, i suoi genitori vengono minacciati di morte con telefonate (o semplici squilli notturni) e lettere anonime, poi si vedono incendiare la tenuta agricola e la villa in campagna, infine perdono la vita in un incidente d’auto. Senza ipotizzare l’incidente doloso (alla guida c’era suo marito, salvo per un pelo), la Forleo ha denunciato da tempo alla Procura di Brindisi gli inquietanti episodi che l’hanno preceduto. Per scoprire chi ne siano gli autori, occorreva acquisire i tabulati telefonici non solo dei genitori della giudice, ma anche dei numeri chiamanti e soprattutto mettere sotto controllo il telefono di casa dei minacciati (gli squilli, non attivando il traffico commerciale, nei tabulati non risultano).
Ma il pm Alberto Santacatterina chiede ai carabinieri solo i tabulati, senza intercettazioni. E quelli fanno ancora meno: si limitano ad acquisire i tabulati di casa Forleo, non quelli fondamentali - delle chiamate in entrata. Lei chiama il tenente Pasquale Ferrari - lo stesso incaricato della sua tutela in Puglia - per sollecitarlo a fare il suo dovere. Telefonata burrascosa («si vergogni di indossare la divisa», avrebbe detto la giudice), che l’ufficiale segnala al procuratore di Brindisi, dottor Giannuzzi. Questi però l’archivia subito a «modello 45» (notizie non costituenti reato): un innocuo sfogo personale e nulla più. Intanto la Procura ha chiesto pure l’archiviazione sulle minacce ai genitori. Il gip però respinge la richiesta, ordinando indagini più approfondite. Che però non vengono fatte e il caso finisce definitivamente in archivio. Così si comincia a dire che Clementina, avendo denunciato ad Annozero «tentativi di delegittimazione da soggetti istituzionali e forze dell’ordine», è una pazza visionaria: s’è perfino inventata le minacce ai genitori. Il Csm, per la gioia di un Parlamento ancora sotto choc per l’ordinanza Unipol-Antonveneta, apre una pratica per trasferirla: per avere screditato integerrimi colleghi e ufficiali «con accuse infondate».
In realtà erano fondatissime, ma qualcuno ha fatto in modo di ridicolizzarle. È, appunto, il presunto complotto su cui lavora la Procura di Potenza, orchestrato «al solo fine di dare una lezione» alla Forleo. Occhio alle date. L’8 giugno 2007 il procuratore Giannuzzi archivia il caso della telefonata al tenente. Il 20 luglio la gip chiede alle Camere di poter usare le intercettazioni sulle scalate anche contro alcuni politici e finisce nella bufera. Il 14 agosto, mentre Giannuzzi è in ferie, il tenente Ferrari presenta una denuncia scritta contro la Forleo, ancora per la telefonata: guardacaso, proprio quand’è di turno per le questioni urgenti (per quelle ordinarie bisogna attendere la ripresa autunnale) il pm Antonino Negro, amico dell’ufficiale e del pm Santacatterina.
I tre, sempre secondo la Procura di Potenza, «concordano tra loro il testo della denuncia» e la data della presentazione per gestirla con le proprie mani e “dare una lezione” a Clementina, «esponendo una versione diversa da quanto sarebbe realmente accaduto nella conversazione telefonica tra Forleo e Ferrari». Negro, di turno proprio quel giorno, apre il fascicolo e se lo intesta. Ma non potrebbe: l’affare non è urgente. E poi dovrebbe avvertire il capo, che ha già archiviato il caso. Fortuna che la Forleo, in vacanza in Puglia, si arma di registratore, cerca di capire cosa le stanno facendo e scopre la tresca, subito denunciata a Potenza e al Csm. A quel punto pare che Ferrari si dica disposto a ritirare la denuncia.
Ma lei tira diritto e chiede al Pg di Brindisi di avocare l’inchiesta a Negro. Il quale, per tutta risposta, chiude le indagini a tempo di record e la rinvia a giudizio per minacce al tenente. Ora sulla strana triangolazione Ferraro-Negro-Santacatterina sta facendo luce il pm di Potenza Cristina Correale che, nell’invito a comparire inviato per interrogarli, li accusa di abuso d’ufficio (e Santacatterina anche di falso). Quale abuso? Presentando la denuncia «in periodo feriale, nella settimana in cui era di turno il dr. Negro per far sì che il predetto venisse designato titolare del procedimento in violazione delle tabelle in vigore in ufficio, veniva arrecato intenzionalmente a Forleo un danno ingiusto». Cioè l’apertura di un processo per un fatto già archiviato. Altro danno: le indagini lacunose sulle minacce ai genitori.
Lì Santacatterina e Ferrari «indebitamente omettevano di curare l’effettiva acquisizione dei tabulati», anche se poi il pm, nel chiedere l’archiviazione del caso, «attestava falsamente» di averli «acquisiti ed esaminati» e di non aver trovato «telefonate utili alle indagini» (ipotesi di falso). Un bel quadretto che, se confermato dalle indagini, costringerà un bel po’ di politici, giornalisti, magistrati, alte e basse cariche istituzionali a chiedere scusa alla Forleo. E magari a vergognarsi. Sempreché le scuse e la vergogna, nel frattempo, non siano cadute in prescrizione.
http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/1854245.html
ECCO I COLPEVOLI DEL LINCIAGGIO DI FALCONE
Le testimonianze di Chiaromonte, Patrono e Boccassini puntano il dito contro giudici e politici di sinistra. Nella sentenza della Corte di Cassazione sul fallito attentato dell'Addaura alla villa di Giovanni Falcone, si dice giustamente che il Giudice fu vittima di un "infame linciaggio" e di "torbidi giochi di potere"e di "improvvidi e sleali attacchi anche all'interno dell'ambito istituzionale", ma almeno a giudicare da ciò che hanno riportato le agenzie e i giornali, mancano i nomi giusti dei responsabili.
Chi furono gli autori del linciaggio di Giovanni Falcone?
E' possibile individuarli facilmente sulla scorta di ciò che hanno detto e hanno scritto tre testimoni d'eccezione, testimoni informati, documentati e insospettabili: il senatore comunista Gerardo Chiaromonte, all'epoca presidente della Commissione parlamentare antimafia; il professore Mario Patrono, Ordinario di Diritto pubblico all'Università di Roma e all'epoca membro del Consiglio superiore della magistratura, proprio il Csm che "processò" Falcone; e la dottoressa Ilda Boccassini, sostituto procuratore di Milano e di Falcone amica carissima.
Scrive nelle sue memorie il senatore del Pds Gerardo Chiaromonte, presidente della Commissione parlamentare antimafia: "Dopo la strage di Capaci tutti si proclamarono ammiratori di Giovanni Falcone.
Quante menzogne ascoltai in quei giorni! Fece bene Ilda Boccassini, giudice a Milano,in un'assemblea che si tenne il giorno dopo a Palazzo di Giustizia di quella città, a prendere la parola e a denunciare, con quella passione intransigente certo, ma anche un pò fanatica che la distingueva, a indicare con nome e cognome i giudici milanesi che si mostravano compunti e addolorati per la morte di Falcone, ma che fino al giorno prima avevano detto di lui cose pesanti e offensive (fra i nomi che fece c'era purtroppo anche qualcuno che oggi conduce l'indagine 'Mani pulite).
"Non giriamoci intorno: l'accusa principale che da parte di molti suoi colleghi e anche da parte di gruppi politici (non solo la Rete di Leoluca Orlando) era stata rivolta a Falcone era quella di aver di fatto abbandonato la lotta alla mafia e di essere diventato, più o meno, uno strumento del potere politico, per conseguire le sue sfrenate ambizioni personali e di protagonismo.
Ho parlato di gruppi e uomini politici (e la mia angoscia deriva dal fatto che non potevo escludere, da questi ultimi, personalità e parlamentari del Pds).
Conobbi Falcone nell'estate del 1988, prima a casa di Giuseppe Ayala, e poi a cena dal segretario della Federazione parlamentare del Pci che era allora Michele Figurelli. Era presente in questa seconda occasione anche Leoluca Orlando. Ricordo la discussione che si svolse tra Falcone e Leoluca Orlando su Andreotti. Orlando era implacabile. Il suo giudizio era durissimo e senza appello. Affermava che c'erano tutti gli elementi per agire contro Andreotti sul piano giudiziario. E Falcone si affaticava a spiegare che per condannare o anche solo per incriminare una persona, un giudice non può basarsi sui "si dice" e sui "ragionamenti politici". Deve avere le prove. E poi aggiungeva che di Andreotti non si poteva parlare solo per alcune sue amicizie, più o meno ambigue, ma per il complesso della sua personalità politica, per il prestigio di cui godeva fuori del nostro Paese,eccetera...
"Poi ci fu l'attentato fallito a Falcone nella casa sul mare all'Addaura. Mi telefonò Leoluca Orlando e mi invitò a partecipare a una riunione straordinaria del Consiglio comunale di Palermo. Orlando fece un lungo discorso. Qualche tempo dopo mi fece notare egli stesso che in quel discorso non aveva mai pronunciato la parola mafia. Io non capii bene cosa volesse dire. Ne riparlammo a Roma, quando lo incontrai nello studio del senatore Paolo Cabras, che era il vice presidente della Commissione parlamentare antimafia, quando parlò di un attentato misterioso non attribuibile solo e semplicisticamente alla mafia. La cosa fu chiarita successivamente da alcuni seguaci di Orlando, i quali sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto, per farsi pubblicità e per rafforzare la sua candidatura a procuratore aggiunto...".
Scrive ancora Chiaromonte: "D'altra parte Falcone era assai cauto sul problema dei rapporti tra mafia e politica: certo non li negava, ma vedeva il rapporto esistente come capovolto rispetto al passato e metteva in dubbio l'esistenza di un terzo livello.
Le sue dichiarazioni su questo punto provocarono l'ira funesta di Leoluca Orlando, dei suoi seguaci e purtroppo anche di quegli esponenti del Pds che in modo assai schematico parlavano e sparlavano di cose di mafia. Questa polemica da sinistra scoppiò con virulenza in varie occasioni; quando Leoluca Orlando accusò i magistrati palermitani di tenere le prove nei cassetti e di non cacciarle fuori per non turbare i notabili politici (questa accusa era diretta soprattutto contro il procuratore Giammanco ma coinvolgeva anche Falcone); quando Falcone firmò la sentenza di rinvio a giudizio per alcuni omicidi eccellenti e soprattutto per quello di Piersanti Mattarella (e Pino Arlacchi scrisse che quella requisitoria era un documento giudiziario scadente sotto ogni aspetto, fuorviante, un grosso errore); quando Falcone interrogò il pentito Pellegriti, che aveva fatto il nome di Salvo Lima, e lo denunciò per calunnia, avendo riscontrato nelle dichiarazioni di Pellegriti una serie di falsità.
Si disse poi che Falcone avrebbe comunicato per telefono a Andreotti questa sua decisione e di recente Andreotti lo ha confermato. Ma in verità Falcone mi negò sempre questo fatto. Vero o falso che fosse, si scatenò un putiferio e Falcone divenne, da amico del Pci, amico di Andreotti, con Vitalone che gli faceva da tramite...
"Dal Pci a Andreotti e poi da Andreotti a Martelli: quando Falcone accettò l'invito rivoltogli dal ministro di andare a lavorare al ministero di Grazia e Giustizia. Qui Falcone lavorò a preparare le leggi che il Parlamento avrebbe successivamente approvato e in particolare quelle sulle procure distrettuali antimafia e sulla procura nazionale antimafia e anche quella sulla Dia. Naturalmente si può discutere sulla giustezza e l'efficacia di tali leggi. Ma da questo a passare all'affermazione che Falcone agiva al servizio di Martelli, per attentare con tali leggi all'autonomia della magistratura ci corre molta strada. Ed è una strada che ancora oggi suscita in me sdegno per quelli che la imboccarono.
Da questa campagna non fu estraneo il Pds, o suoi importanti esponenti, e anche alcuni dirigenti siciliani. E questo mi dispiacque moltissimo. Anche alla Camera dei deputati, mentre si discuteva sulla procura nazionale antimafia, un esponente del gruppo degli indipendenti di sinistra presentò un emendamento ad hoc per escludere Falcone da questa carica e il gruppo del Pds votò a favore di tale emendamento. Poi si aprì il periodo delle candidature da presentare al Csm per l'incarico di Procuratore nazionale antimafia.
Molti autorevoli magistrati (fra i quali Pierluigi Vigna di Firenze) non presentarono la loro candidatura per non ostacolare la nomina di Giovanni Falcone. Ma la presentò invece il procuratore di Palmi Agostino Cordova, magistrato che io stimo molto e che vidi lo stesso giorno che aveva parlato con Martelli. Non mi disse nulla nè mi comunicò la sua decisione di presentarsi come candidato a Procuratore nazionale antimafia, notizia che appresi l'indomani leggendo i giornali.
La cosa mi apparve strana. Perchè Cordova si presentò candidato, praticamente in concorrenza con Falcone? Ci fu qualcuno che gli suggerì questo? Non lo so. Quel che so è che la sua candidatura servì al Csm per bocciare quella di Giovanni Falcone. Un autorevole membro del Csm, eletto al Parlamento su proposta del Pds, scrisse un articolo sull'' Unità' in cui si affermava che, è certo Falcone era il più adatto a ricoprire quell'incarico, ma che il Csm non poteva nominarlo perché amico e consigliere del potere politico, cioè di Martelli, che voleva colpire l'autonomia della magistratura. Se questo è stato l'argomento che ha ispirato la decisione di non nominare Falcone non ho alcuna esitazione a dire che si trattò di una totale assurdità e ingiustizia". (da "I miei anni all'Antimafia"di Gerardo Chiaromonte, Calice Editori,pag.77-87).
Scrive il professore Mario Patrono, ordinario di Diritto pubblico all'Università di Roma e membro del Csm, nelle sue memorie: "La vicenda del pentito Giuseppe Pellegriti, incriminato per calunnia da Falcone, fuoriesce da una dimensione strettamente giudiziaria, ma sarà destinata a funzionare come un autentico contropiede nei confronti di quella strategia che il Pci e tutto lo schieramento di coloro che Leonardo Sciascia definiva i professionisti dell'Antimafia andavano imbastendo con particolare riferimento agli omicidi eccellenti (Reina, Mattarella, La Torre), al fine di dimostrare l'esistenza, accanto e al di sopra della Cupola mafiosa, di un livello politico di fiancheggiamento della mafia, il famoso terzo livello.
Da Giovanni Falcone ci si attendeva, da parte di costoro, l'incriminazione, o quanto meno l'audizione di Salvo Lima, proconsole in Sicilia di Giulio Andreotti, che allora governava a Palazzo Chigi.
Il contropiede di Falcone fu tanto devastante quanto imprevisto.
Pochi giorni prima, in una finestra del quotidiano la Repubblica del 20 agosto 1989 dal titolo “Violante: Siamo vicini a una verità pericolosa”, si riportano i brani salienti di un editoriale di Luciano Violante. Questi scriveva: 'Siamo vicini a una verità pericolosa che può squarciare il sipario che finora ha nascosto il livello politico della strage di Bologna e degli assassinii di Palermo.
Qual'era la verità nascosta di cui Violante si mostrava così sicuro profeta e soprattutto, come egli era riuscito a concepirla? Sta di fatto che sulla Repubblica del 29 luglio precedente (venti giorni prima veniva riportata la notizia di un convegno svoltosi a Mondello, vicino Palermo, del cosiddetto Coordinamento antimafia (quello stesso che aveva dato del “quaqquaraqà” a Leonardo Sciascia e ne aveva decretato l'espulsione dalla società civile), dove insieme ai soliti noti (il sindaco Orlando, il presidente del Coordinamento antimafia Carmine Mancuso, l'avvocato Alfredo Galasso, il prete sociologo Ennio Pintacuda), è presente anche il magistrato Libero Mancuso della procura di Bologna, quello stesso magistrato che, guarda caso, ha raccolto le dichiarazioni del pentito Pellegriti, che accusava Salvo Lima di essere il mandante dell'uccisione di Piersanti Mattarella.
"E' dopo il caso Pellegriti che il clima intorno a Giovanni Falcone cambia quasi all'improvviso. Partono contro di lui una serie di attacchi provenienti dal fronte antimafia, guidato dalla Rete con il sostegno del Pci. Leoluca Orlando e Alfredo Galasso portano fin dentro il Palazzo dei Marescialli, sede del Csm, un esposto con le accuse contro Falcone, colpevole di nascondere nei cassetti le prove della connivenza di certi politici con la mafia. Di fronte alla gravità di tali accuse Giovanni Falcone conosce l'umiliazione di doversi difendere dinanzi al Csm. Convocato il 15 ottobre 1991 dinanzi alla prima Commissione del Csm, quella competente per i trasferimenti d'ufficio dei magistrati, Falcone subisce un vero e proprio terzo grado.
Rintuzza le accuse di Orlando, definendole eresie, insinuazioni e un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario. Confina nel limbo dei sospetti le dichiarazioni emergenti dagli atti giudiziari, che riferiscono dei rapporti tra esponenti mafiosi e l'onorevole Lima. Accenna a tutta una serie di 'strane frequentazioni di Pellegriti e a convegni carcerari in cui certe persone hanno incontrato Pellegriti .
Grida che 'non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità . La cultura del sospetto è l'anticamera del khomeinismo. Denuncia il linciaggio morale continuo nei suoi confronti, da quando ha emesso il mandato di cattura nei confronti di Vito Ciancimino, perchè quel mandato di cattura non è piaciuto, in quanto dimostra che, nonostante la presenza del sindaco Orlando, la situazione degli appalti del Comune continuava ad essere la stessa e Ciancimino continuava a imperare sottobanco.
E conclude: 'Orlando ormai ha bisogno della temperatura sempre più alta. Sarà costretto a spararla ogni giorno più grossa. Per ottenere questo risultato lui e i suoi amici sono disposti a tutto, anche a passare sui cadaveri dei loro genitori. Questo è cinismo politico. Mi fa paura...
"Ma l'accerchiamento di Falcone non è opera solo dei politici, della Rete, del Pci Pds. Incredibilmente i suoi più cari amici, i magistrati a cui è stato più vicino, non hanno esitazione a sottoscrivere pubblicamente contro di lui.
Il 28 ottobre 1991 sessanta magistrati firmano una lettera contro la “sua Superprocura”, definendola “uno strumento inadeguato, pericoloso, controproducente”: una lettera che tanta amarezza cagionò a Giovanni Falcone).
Le prime firme sotto il documento sono quelle di Antonino Caponnetto, di Giancarlo Caselli e di Elena Paciotti" (da "Il cono d'ombra di Mario Patrono, Cerri editore,pag. 103-105).
Dice il sostituto procuratore Ilda Boccassini nell'aula magna del Palazzo di Giustizia di Milano, il giorno delle celebrazioni in morte di Giovanni Falcone, rivolta ai suoi colleghi magistrati: "Voi avete fatto morire Giovanni Falcone, con la vostra indifferenza e le vostre critiche.
Voi lo avete infangato, voi diffidavate di lui. E adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali.
Mi sono chiesta a lungo se dovessi intervenire o no. Ma lo devo a Giovanni, devo parlare...Due mesi fa ero a Palermo in un'assemblea dell'Associazione magistrati.
Non potrò mai dimenticare quel giorno...Le parole più gentili, specialmente dalla sinistra, da Magistratura democratica, erano queste: Falcone si è venduto al potere politico...Mario Almerighi lo ha definito un nemico politico...Tu, Gherardo Colombo, che diffidavi di lui, perchè sei andato ai suoi funerali?". (dal "Corriere della sera" del 24 maggio 1992, due giorni dopo la strage di Capaci).
Questi sono i nomi che mancano nella sentenza della Cassazione:
Leoluca Orlando in primo luogo e quelli che insieme a lui denunciarono Falcone al Csm perché nascondeva le prove delle collusioni dei politici con la mafia;
Luciano Violante e quelli che con lui costruirono la trappola del falso pentito Pellegriti per incastrare Andreotti e furono bloccati da Falcone;
Giancarlo Caselli e i magistrati che firmarono assieme a lui il manifesto contro la Superprocura di Falcone;
Elena Paciotti e i membri del Csm che votarono contro di lui per la carica di Superprocuratore;
Mario Almerighi che lo definiva "il nostro peggiore nemico";
Gerando Colombo che diffidava di lui e andò ai suoi funerali;
i magistrati di Magistratura democratica che accusarono Falcone di essersi venduto al potere politico.
Questi sono i nomi dei responsabili dell'"infame linciaggio", dei "torbidi giochi di potere", degli "improvvidi e sleali attacchi anche all'interno dell'ambito istituzionale" e della "manovra di isolamento e di delegittimazione".
La manovra che ha aperto la strada alla mafia, non solo per il fallito attentato all'Addaura, ma anche e soprattutto, tre anni dopo, per la strage di Capaci e il sacrificio supremo di Giovanni Falcone.
Lino Jannuzzi http://www.fgssudsalento.it/htmpages/articolo2.htm
L'AFFAIRE "AGOSTINO CORDOVA"
Il procuratore della repubblica di Napoli accusò alcuni gip del distretto partenopeo di tenere nei cassetti richieste d'arresto per 700 camorristi.
Ottocento magistrati del distretto di Napoli, tutti chiamati a palazzo di giustizia dall'Anm. E per parlare di una cosa sola: le dichiarazioni esplosive del procuratore della Repubblica Agostino Cordova davanti alla commissione Antimafia, qualche giorno fa. E' proprio lui, oggi, a salire simbolicamente sul banco degli imputati. Mentre il ministro della Giustizia Roberto Castelli manda gli ispettori negli uffici giudiziari. Pm contro pm, giudici accusati di abbandonare nei cassetti richieste di arresto per 700 camorristi.
Questa è stata la denuncia a freddo di Agostino Cordova, lui che qualche mese fa vide consegnare al Consiglio superiore della Magistratura un documento con le firme di 64 sostituti, più della metà, nel quale veniva contestata la sua gestione e l'organizzazione degli uffici giudiziari partenopei.
http://www.rai.it/news/articolonews/0,9217,17417,00.html
PRIVILEGI, SEGRETI E CONCORSI TRUCCATI
Dimitri Buffa: Da cosa si distingue una corporazione, come quella in toga dei magistrati della penisola, rispetto ai comuni mortali? Dalla abilità nel mantenere riservati i dati sui privilegi, gli emolumenti e le mille prebende che il potere assegna loro.
Per esempio, chi sa quanto guadagna un singolo giudice Costituzionale? E con quale pensione si consola?
E' un vero segreto di Stato che dimostra come la vera casta in Italia siano loro: i magistrati.
Che siano ordinari o amministrativi, costituzionali o onorari cambia solo l'emolumento non certo l'omertà discreta che avvolge il tutto.
Ora un aneddoto che spiega meglio la materia del contendere: c'era una volta un avvocato, Tommaso Palermo, difensore civile di molti magistrati in pensione il quale si illudeva che un giorno o l'altro le quiescenze cosiddette di annata sarebbero state perequate. E che per questo motivo bombardava ogni giorno che Dio mandava in terra il Ministero del Tesoro, la Ragioneria dello Stato e la Presidenza del Consiglio per sapere con quali decreti certe categorie di magistrati (Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Consulta ecc.) ottengono determinati trattamenti. Non ebbe mai risposta. E nessuno a tutt'oggi sa nulla sul trattamento previsto dalla speciale cassa di previdenza dei magnifici 15 della Consulta, istituita nel 1960 su base volontaria (unico caso nella pubblica amministrazione). Segreto di stato. Altro che Abu Omar. L'ultima volta che, poco prima di morire, il suddetto avvocato Palermo aveva mandato un telegramma all'ufficio pensioni della Presidenza del Consiglio in via della Stamperia glielo rimandarono indietro con sopra la dicitura "destinatario sconosciuto".
C'è voluto l'ottimo lavoro di Raffaele Costa per districare parzialmente il ginepraio dei privilegi della casta in toga.
Così oggi noi sappiamo che al Consiglio di Stato 419 persone costano 130 miliardi di vecchie lire l'anno: il Presidente ha un lordo annuo di 220 mila euro , l'ultimo dei consiglieri quasi 65 mila.
La Corte dei Conti ha a ruolo quasi 550 consiglieri. L'ultimo della scala gerarchica guadagna seimila euro lordi al mese, il primo quasi 20. Poi ci sono le indennità e i fringe benefits. Spesa globale, dipendenti inclusi, almeno 130 miliardi di rimpiante lire ogni anno.
L' Avvocatura dello Stato ha 780 dipendenti che costano 100 milioni di euro l'anno. Un avvocato generale può arrivare ai 200 mila euro annui, il procuratore di prima nomina a 60 mila.
C'è poi il capitolo Corte Costituzionale, una vera e propria oasi dove si fa a cazzotti per entrare anche come semplice autista visto che lo stipendio lordo iniziale raramente è inferiore ai 3 mila euro al mese a cui va aggiunta una contingenza che i giornalisti semplicemente si sognano. Per di più lor signori hanno persino i cosiddetti "assegni Befana" ogni sei gennaio, assistenza scolastica, assistenza estiva e invernale per le vacanze dei bimbi, sussidi persino per i furti subiti in casa. I giudici, sebbene le cifre esatte siano un vero e proprio segreto di Stato, raramente scendono sotto i 250 mila euro lordi annui. Però poi godono di una serie di privilegi che vanno dall'appartamentino con vista sul Quirinale per i fuori sede, all'automobile con autista a vita, a due assistenti di studio,un segretario particolare e un addetto di segreteria, alla bolletta telefonica a carico della collettività. Che è a vita per gli ex presidenti. Le pensioni per i giudici costituzionali superano i 15 mila euro mensili. Tutto questo ben di Dio costa altri 80 milioni di euro l'anno allo Stato.
Il costo per la collettività degli stipendi dei circa 9 mila magistrati italiani è di più di 1 miliardo di euro. Circa il 30% superiore a quello che la Francia spende per i loro omologhi di Oltralpe.
Di quella cifra, i magistrati di Cassazione, da soli, ne assorbono poco meno della metà: sono un esercito fatto di generali, circa 770 unità . A essi si aggiungono altre 2500 toghe che prendono lo stesso stipendio grazie alla scellerata legge che fa fare carriera per anzianità invece che per merito. E che invano il ministro Guardasigilli del governo Berlusconi, Roberto Castelli, cercò di riformare e che l'attuale Guardasigilli Clemente Mastella ha invece ripristinato con tutte le garanzie, le prebende e i privilegi di casta. In media un giudice di Cassazione guadagna più di 150 mila euro l'anno. Cui si aggiungono diverse indennità di funzione che variano da persona a persona. Per di più le loro retribuzioni sono agganciate a quelle dei parlamentari in un continuo trascinamento reciproco: quando aumentano le une lo fanno anche le altre. Comunque, secondo i dati ufficiali rilevati dal Csm, su 9246 magistrati italiani, meno di 350 risultano in servizio presso le dodici sezioni civili o penali che compongono la Suprema Corte. Gli altri hanno la qualifica o lo stipendio ma fanno altro. E ringraziano il '68 in toga che si concretizzò nella famosa, anzi famigerata, legge Breganza, quella che abolì il merito per la progressione in carriera. Che però fu varata dieci anni prima di quegli anni che qualcuno si ostina considerare formidabili.
E a proposito di privilegi, benché non sia mai stata applicata, la