IMPIEGATI PUBBLICI :

EFFICIENTI O SCANSAFATICHE ??


BUROCRAZIA A FONDO PERDUTO

LA CARICA DEI 500.000 DIPENDENTI DEGLI ENTI LOCALI: COSTANO 18 MILIARDI DI EURO

Sono sempre di più. Premiati e promossi senza merito, quasi mai puniti. Così per il personale di comuni, province e comunità montane si spendono 18 miliardi, un terzo delle risorse. Ecco il primo censimento choc degli enti locali.

ITALIA - È un mostro che non si riesce a domare: diventa sempre più grande e più vorace. Non c'è barriera o dieta che funzioni, nulla può contenerlo: il personale degli enti locali continua ad aumentare.

I dipendenti di comuni, province e comunità montane sono poco meno di mezzo milione. Il censimento realizzato dal ministero dell'Interno ne ha contati 420 mila, ma ci sono 711 amministrazioni (su un totale di 8.709) che si sono sottratte persino alle domande del Viminale, incluse realtà importanti come provincia e comune di Avellino, Messina e Palermo, e i comuni di Torino, Reggio Calabria, Siracusa e Agrigento. A questo va aggiunto il personale delle società controllate dagli enti che esula dalla radiografia del ministero e che si stima porti il totale molto vicino a quota mezzo milione. Attenzione: la fotografia scattata nove mesi fa, oggi rischia di essere superata. Perché l'organico lievita. E si gonfiano pure gli stipendi, senza nessuna considerazione per il merito o i titoli di studio. Il documento del ministero rappresenta la mappa più dettagliata mai realizzata. E disegna una sostanziale disfatta. Qualunque legge, qualunque iniziativa non riesce a cambiare le cose. Blocco delle assunzioni? Tetti di spesa? Esternalizzazioni? Tutto inutile. Tra co.co.co., contratti a tempo determinato, consulenti e portaborse degli organi politici, le schiere dei travet si ingrossano. Il mostro cambia solo forma: a forza di promozioni è diventata una piramide capovolta, che ha sempre più dirigenti e sempre meno semplici dipendenti.

Un terzo in stipendi. Anzitutto, il censimento ci svela per la prima volta quanto gli enti locali sborsano ogni anno in stipendi per dipendenti e collaboratori. E la percentuale è significativa: il 32 per cento delle proprie risorse. Ciò significa che un terzo del budget a loro disposizione, province, comuni e comunità montane lo spendono in buste paga. Ma per avere un'idea concreta del fiume di denaro che sgorga dalle loro casse bisogna sfogliare un altro documento, la 'Relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali' che ogni anno viene stilata dalla Corte dei conti. Lì si legge che nel 2006 gli enti locali hanno speso 18,3 miliardi per la forza lavoro, che i comuni fanno la parte del leone (ben 15,9 miliardi). E che oltretutto l'esborso per gli stipendi è in crescita rispetto all'anno precedente: dell'11,6 per cento per i comuni e del 10,6 per cento per le province.

Il Bengodi dei premi. Tutti le vogliono abolire, ma le province godono invece di un record, quello dei più sostanziosi premi di produzione assegnati al personale. Dalle tabelle salta gli occhi un picco remoto, irraggiungibile: ben lontane dai 95 mila euro della media nazionale e dai 91 mila dei comuni, ogni amministrazione provinciale elargisce in media 784 mila euro. Se queste gratifiche fossero legate alla produttività o alla qualità dei servizi, si tratterebbe di una buona notizia. Il guaio è che la principale funzione di questi enti pare essere l'auto-sostentamento. Lo si legge, senza troppi giri di parole, nel dossier del Viminale: "Le amministrazioni più 'vicine' al territorio impegnano il personale soprattutto per produrre servizi per i cittadini e le imprese, a differenza degli enti, come le province, che dispongono quasi del 40 per cento del proprio personale per far funzionare la macchina amministrativa". In poche parole quasi la metà di loro non lavora per il cittadino, bensì per tenere in piedi l'apparato. Si tratta di 48.843 dipendenti di 108 province. Non è un caso che nell'ultima campagna elettorale Pd e Pdl abbiano parlato esplicitamente di una loro possibile abolizione. Ma questo che cosa comporterebbe? "Sopprimerle oggi richiede una riflessione. Bisogna andare verso un'integrazione", spiega Raffaele Costa, presidente della Provincia di Cuneo, e da vecchio liberale critico nei confronti di questo ente. Secondo Costa, più che cancellarle occorre "unificare laddove sia possibile province, prefetture e comunità montane, in particolare nelle aree metropolitane. L'importante è arrivare a una semplificazione, rimuovendo i troppi gradini oggi esistenti". Gradini come quelli delle tanto vituperate comunità montane, uno dei bersagli preferiti degli strali anti-casta. In Italia sono 368, con 5.544 dipendenti, che tutti insieme costano quasi 200 milioni di euro l'anno.

Tanto bonus, poco malus. Sui premi sono tutti di manica larga, mentre storia ben diversa è quella degli uffici disciplinari, unico strumento efficace per sanzionare i comportamenti scorretti. Qui sul banco degli imputati salgono i comuni, il 70 per cento dei quali non si è neanche preoccupato di attivare questo servizio. E in assenza di un controllore, fannulloni, furbetti e delinquenti hanno vita facile, visto che, come osservano gli autori del censimento, "a parte il rimprovero verbale e scritto" (ossia la classica 'lavata di capo') non gli si può fare un bel niente. Fra province e comuni si sono aperti in tutto oltre 2.500 procedimenti disciplinari, ma si è arrivati a una sanzione in meno di 1.900 casi. Senza dimenticare il paracadute sindacale, che da sacrosanta difesa dei lavoratori troppe volte si trasforma in tutela del privilegio: "La mia esperienza come assessore al Comune di Milano mi ha fatto capire che il potere dei sindacati è tale che anche lo spostamento di un ufficio da un piano all'altro necessita del loro placet", racconta Matteo Salvini, oggi deputato della Lega Nord: "Nei municipi più piccoli forse non sarà così, ma qui non si muove foglia che sindacalista non voglia, e dove ci sono inadempienze e assenteismi il sindacato protegge anche chi è in evidente torto". Lo stesso segretario della Cgil Guglielmo Epifani, rispondendo sul tema 'fannulloni' a Renato Brunetta, neoministro della Funzione pubblica, sottolinea la responsabilità di chi deve "dirigere e controllare", per andare a sanzionare i casi individuali. Casi individuali che in tutta Italia, e per più di un quarto del totale, prendono poi la strada del penale.

Gli esami non cominciano mai. Stesso ragionamento degli uffici disciplinari vale per i cosiddetti nuclei di valutazione, ossia le 'squadre' che si occupano di distinguere il funzionario operoso dal fannullone. Si tratta di uno strumento che stenta a decollare, soprattutto nei comuni più piccoli: l'80 per cento di quelli sotto i 5 mila abitanti ne è sprovvisto. E le cose peggiorano al Centro e al Sud. Sull'utilità di questo strumento la sinistra si divide. L'ex ministro alla funzione pubblica del Pd, Luigi Nicolais, ci crede fermamente: "Far valutare i dipendenti da nuclei esterni è una vecchia idea mia e del giuslavorista Ichino, l'ho inserita in un disegno di legge che nella scorsa legislatura era stato approvato alla Camera. E l'ho già riproposta al nuovo Parlamento". Dal canto suo Cesare Salvi, già ministro del Lavoro ai tempi di D'Alema e Amato, ora esponente della sinistra radicale, si dice scettico: "Sarò un po' conservatore, ma la mia esperienza insegna che non funzionano. L'unico meccanismo che garantisce una seria valutazione è quello di un concorso pubblico serio e rigoroso".

Todos caballeros. In assenza di controlli, al danno si aggiunge la beffa, e per i fannulloni patentati magari arriva pure la promozione. Se non di grado, almeno economica. I dati non mentono: il numero delle progressioni verticali (gli avanzamenti di carriera) e di quelle orizzontali (gli aumenti di stipendio) negli ultimi tre anni è praticamente esploso. Ne consegue un progressivo svuotamento dal basso, dove a 'remare' restano in pochi, ossia le categorie definite A e B. A fronte di un aumento considerevole di quelli che comandano: le più alte, C e D, con personale qualificato e dirigenti. Insomma, diminuiscono netturbini, tranvieri e giardinieri (anche perché spesso questi servizi vengono 'esternalizzati'), mentre proliferano i classici impiegati 'di concetto' e i quadri dirigenziali. In tre anni sono avanzati di grado in 22 mila. Volete sapere dove? In testa ci sono i 4.282 della Lombardia e i 2.587 della Campania. Quest'ultimo dato testimonia come più promozioni non si traducano in una maggiore efficienza.

Doppio portaborse. Non è un caso allora che in molti uffici si trovino funzionari con un titolo di studio inferiore rispetto a quello richiesto da un ipotetico concorso. Nell'area dei quadri, ad esempio, il 53 per cento non ha laurea, titolo che invece risulta indispensabile per chi voglia accedere allo stesso posto dall'esterno. Ma le disparità non finiscono qui. Fra i dirigenti si osserva, in dettaglio, la netta prevalenza degli uomini sulle donne (appena il 27 per cento), consegnandoci l'immagine di un sistema non soltanto vetusto, ma ancora prevalentemente maschilista. Nonché del tutto restio alle assunzioni (pur teoricamente obbligatorie) riservate ai disabili, che nei comuni restano al di sotto del 3 per cento. Quelli che non diminuiscono mai, piuttosto, sono i portaborse dei politici: raddoppiati rispetto al 2004. Un dato scandaloso: il personale impegnato 'in attività di supporto agli organi di direzione politica' è passato da 4.637 a 7.638 unità. Di questi, 6.101 sono assunti e ben 1.537 hanno avuto un ingaggio a tempo determinato con chiamata diretta.

Corsi a perdere. Invece di investire in giovani e tecnologie, tutti hanno puntato sulla riqualificazione, finanziando una schiera di corsi di aggiornamento. Una scelta obbligata, con risultati deprimenti. I corsi di formazione sono passati dai circa 3 mila del 2004 ai più di 4 mila dell'anno scorso, rivolti soprattutto alla fascia d'età che va dai 40 ai 60 anni. Il dossier del ministero dell'Interno sottolinea che "l'attività formativa interna alle pubbliche amministrazioni non ha dato risultati incoraggianti nella qualificazione del personale". "Non mi stupisce", osserva Nicolais: "L'unica strada per salvare la pubblica amministrazione è proprio investire in giovani e tecnologia. Quando ero ministro avevo proposto uno scambio: assumere un ragazzo ogni tre anziani in prepensionamento. Ma poi non se n'è fatto nulla". Se le promozioni possono anche essere spiegate con l'esigenza (più o meno giustificata) di aggirare il blocco delle assunzioni, indecoroso è invece l'incremento degli aumenti di stipendio. Li hanno riconosciuti a più di 200 mila impiegati che negli scorsi tre anni hanno scalato la vetta verso il settimo livello, quello economicamente più remunerativo. Al primo posto per numero ci sono i dipendenti degli enti locali lombardi, un dato che non sorprende. Stupisce invece vedere che i secondi nella classifica della gratifica sono i campani, terra che non brilla certo per efficienza.

Servizi fuori, lavoratori dentro. C'è chi guadagna sempre di più e chi si attacca alla poltrona pur di non diventare dipendente privato. È il caso delle esternalizzazioni. Si parla di acqua, gas, fognature, trasporti, manutenzione dei parchi, e altri servizi, ma in particolar modo la nettezza urbana, dati in gestione a società più o meno private (vedi tabella a pag. 45). A conti fatti l'aumento delle esternalizzazioni non ha ridotto il personale degli enti locali. "Sono servite solo a ingrassare le municipalizzate, le quali altro non sono che sacche di consenso politico", liquida Salvi. In effetti, invece di alleggerirsi travasando i dipendenti in esubero nelle municipalizzate, l'organico si è ulteriormente appesantito. E a fronte dei quasi 5 mila servizi dati in gestione, nei comuni le 'migrazioni' sono state poco più di 5 mila, appena 233 nelle province. Gli enti che hanno dato in gestione la raccolta dei rifiuti sono raddoppiati: dagli 873 del 2004 ai 1.764 del 2007. A livello territoriale, poi, salta agli occhi un dato che ha del tragicomico: anche se l'affidamento ai privati punterebbe alla funzionalità, al terzo posto in Italia per servizi di nettezza urbana esternalizzati troviamo proprio la Campania sommersa dalla spazzatura. Molto poco trasparente è la procedura con cui questi contratti vengono assegnati: l'eccezione è la gara, mentre l'affidamento diretto è la regola.

Organico extralarge. Le cure dimagranti, finora, non sono servite a riportare l'organico degli enti locali entro sani valori fisiologici: negli ultimi tre anni il rapporto fra chi entra e chi se ne va resta del tutto sballato, con 8.978 trasferimenti in entrata e 6.493 in uscita. Il che significa 2.485 dipendenti in più. Ma se l'Italia nel suo insieme è in sovrappeso, è anche perché il Meridione tende direttamente all'obesità. I dipendenti in uscita sono sempre quelli delle regioni del Nord, con il 73,2 per cento. Contro il 17,2 del Centro, e il risicatissimo 9,6 per cento del Sud, dove poi non solo ritroviamo 1.155 nuovi dipendenti, ma il personale in soprannumero raggiunge quota 1.340. "E pensare che da noi a Milano l'organico del comune piange miseria", chiosa il leghista Salvini: "Siamo sotto di almeno un migliaio di dipendenti. Magari li mandassero su da noi". In poche parole, soprattutto nel Mezzogiorno quando si assegna un posto in comune o in provincia, dalla poltrona l'impiegato non lo scolli più. L'ultima leggendaria terra del posto fisso.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/La-carica-dei-500000/2026630&ref=hpstr1


IMPIEGATI FANNULLONI

P.A.: STATALI ASSENTEISTI E SCROCCONI. 2007: 1.905 SENTENZE CORTE CONTI

Roma, (Adnkronos) - Millenovecentocinque sentenze di primo grado emesse solo nel corso del 2007, 2.502 dipendenti amministrativi della Corte dei Conti, 3.458 giudizi di responsabilità in attesa di definizione. Sono i numeri dell'Italia degli statali fannulloni, raccontata oggi dalle pagine del quotidiano 'Il Corriere della Sera', attraverso le sentenze della Corte dei Conti piombate su tutti quei dipendenti di ministeri, asl, scuole e uffici pubblici colpevoli di aver causato un deficit economico con il loro scarso impegno.

Le amministrazioni più danneggiate sono i ministeri (con il 35,4 per ceto delle sentenze emesse) e i comuni (con il 32,7 per cento). Seguono a distanza le asl (11,3 per cento), le regioni (5,8 per cento), gli enti pubblici come Poste o Anas (5,2 per cento) e le altre comunità locali (4,8 per cento). Più virtuosi i dipendenti della Provincia, che causano solo il 3,4 per cento dei ricorsi, e quelli delle aziende autonome, fermi allo 0,4.

Si va dal giudice che non partecipava alle udienze all'insegnante che 'bigiava' la scuola più dei suoi alunni, fino alle telefonate ai numeri erotici a spese dello Stato. Lo Stivale dei nullafacenti, secondo quanto riporta il Corriere, è ricco di esempi fantasiosi. Esemplare, racconta il quotidiano, il caso del giudice tributario di Forlì che, in dieci anni, è riuscito a presenziare solamente 18 udienze, mentre il suo collega ne faceva altre 173. Dovrà restituire allo stato 26 mila euro, insieme ai presidenti di sezione che non l'hanno mai richiamato. (Bal/Col/Adnkronos)

http://latina.metropolisinfo.it/article/articleview/8660

L'inchiesta: Davanti al "Palazzaccio" di Roma gli impiegati escono dopo aver vidimato l'ingresso.

"Entro, timbro e me ne vado", trucchi da travet in Cassazione.

ROMA – Entrano, timbrano e riescono. Con noncuranza, come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se lo facessero tutti i giorni. E infatti molti confessano: si assentano spesso dal lavoro dopo aver passato il badge nelle macchinette dell'ingresso. Per andare a parcheggiare, per portare il figlio a scuola o per un caffè. Tutto pagato, perché compreso nell'orario di lavoro. E tutto documentato da tre telecamere nascoste di Repubblica Tv: due esterne e una fatta entrare tranquillamente dall'ingresso degli avvocati, senza metal detector, sotto gli occhi dei carabinieri.

La scena è quella dell'imponente ingresso della Corte di Cassazione, il Palazzaccio di Piazza Cavour, a Roma. Tra le 7.30 e le 9.30 del mattino di un giorno feriale. I dipendenti salgono la scalinata. Alcuni scompaiono dietro la vetrata: hanno iniziato la loro giornata di lavoro. Altri accostano, lasciano l'auto con le doppie frecce lampeggianti, riescono dopo tre minuti e risalgono in auto. Cosa è successo? La telecamera non lascia dubbi: hanno passato il badge nell'apparecchio.

Li blocchiamo in fondo alla scalinata, per chiedere spiegazioni. La scusa più usata? Il parcheggio che non si trova. Ecco la prima impiegata, sulla cinquantina: "Si è vero, ho timbrato. E ora vado a parcheggiare. Ma lo sa lei che problemi ci sono a Roma con i parcheggi?". Le domandiamo se sa che sta commettendo un illecito: "Certo che lo so, potrei beccarmi un provvedimento disciplinare".

Ecco un'altra donna, una mamma, 40 anni circa, il bambino è rimasto in macchina, mentre lei timbrava. Le chiediamo dove va, lei si difende: "Ho un altro figlio malato a casa, mio marito è con lui. Vado a portare il bambino alla scuola qui vicino. Guardi che non possiamo fare più niente, siamo controllati a vista, come carcerati". Non sembrerebbe, almeno a vedere i gruppetti di impiegati andare a prendere il caffè al bar all'angolo della piazza e rientrare a passo lento dopo quasi mezz'ora. Filmati da Repubblica Tv, come la bella bionda che timbra, esce, riparte in auto con un accompagnatore e viene riportata in sede dopo 25 minuti.

Gli uffici sono ai piani alti e nessun capoufficio, ci svela serenamente un'impiegata, può accorgersene. Un'altra madre ammette: "Il vero problema non sono i 10-20 minuti per parcheggiare, potrei passare sei ore senza lavorare e nessuno mi direbbe niente". Solo un signore, ripreso anche lui dalla telecamera mentre timbra, tenta di negare. Poi ci svela: al Tribunale di Milano è anche peggio, in un ufficio si sono accorti che un impiegato mancava solo dopo tre giorni di assenza.

La macchina della Cassazione non brilla per efficienza: per una sentenza bisogna aspettare 38 mesi, secondo i dati della Relazione sulla Giustizia del 2007. E il lavoro si accumula: alla fine del 2007 le pendenze erano 102mila e 500, 1.700 in più che all'inizio dell'anno. E la lentezza della giustizia la paghiamo tutti: 41 milioni e mezzo di euro di risarcimenti in 7 anni per "i tempi non ragionevoli" dei processi. Alla domanda su quanti sono i dipendenti della Cassazione e quanto guadagnano né il direttore del personale della Corte né il ministero della Giustizia hanno dato risposta.

http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/economia/statali-sciopero/trucchi-cassazione/trucchi-cassazione.html


PUNIBILITA' CONTROVERSA

GIUDICE CONDANNATA SOLO DAL CSM

In barca a vela mentre è in malattia. Giudice di Vicenza trasferita d'ufficio.

Non lavorava da nove mesi per una patologia alla schiena, ma ha partecipato a gare di vela. Protagonista il gip di Vicenza. Condannata alla perdita di un anno di anzianità e al trasferimento d'ufficio Commenta.

Ha partecipato ad un'importante gara velica pur essendo da tempo in aspettativa per una patologia alla schiena che le impediva di stare a lungo piedi e seduta. La protagonista è il gip di Vicenza Cecilia Carreri che si stava preparando per partecipare ad un'impegnativa regata transoceanica.

La donna magistrato è stata smascherata e condannata dalla sezione disciplinare del Csm a una doppia sanzione: la perdita di un anno di anzianità e il trasferimento d'ufficio.

Il caso è stato segnalato al Csm dal presidente della Corte d'appello competente che in un rapporto ha rilevato che la collega ''si era assentata dall'ufficio a più riprese e per periodi molto lunghi per motivi di salute'' ma che tutto ciò non le aveva impedito di ''svolgere attività fisica altamente impegnativa''.

Il giudice nel 2005 aveva goduto prima di 45 giorni, poi di sei mesi di aspettativa per ragioni di salute, dal 26 febbraio al 26 agosto. E tra luglio e agosto di quell'anno aveva partecipato alla Rolex Fastnet race, una gara tra le imbarcazioni di altura che si disputa al largo delle coste della Gran Bretagna e che è preparatoria della transoceanica Transat Jacques Vabre. Una circostanza impossibile da negare, visto che della presenza del giudice-skipper dava conto il diario di bordo scaricato da un sito Internet, con tanto di foto e di un suo pensiero.

http://qn.quotidiano.net/cronaca/2008/01/14/59259-barca_vela_mentre_malattia.shtml

IN MALATTIA SCIAVA A COURMAYEUR, ASSOLTO

Accusato di truffa pluriaggravata per essere stato notato su una pista da sci di Courmayeur durante un periodo di malattia (lesione di un polso), un agente di polizia, Giovanni Frisina, è stato assolto oggi dal giudice monocratico di Aosta Marco Tornatore perché il fatto non sussiste. A chiedere l'assoluzione è stato lo stesso procuratore della repubblica di Aosta Maria Del Savio Bonaudo in quella che è stata la sua ultima udienza. A giorni, infatti, andrà in pensione. Accogliendo le argomentazioni del difensore dell'imputato, Diego Perugini, il quale aveva comunque messo in discussione il capo d'accusa in base al quale Frisina si sarebbe dedicato ad attività sportiva, il giudice ha disposto l'assoluzione sulla base del principio che "tranne gli obblighi di reperibilità connessi specificamente allo stato di malattia durante il servizio, al dipendente statale non è impedito l'esercizio di attività umane apparentemente in contrasto con il predetto stato, ivi compresa la pratica di sport invernali".

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_100092335.html

E' MALATO E NON PUO' LAVORARE, MA FARE UN COMIZIO SI'

L'assenza dal lavoro per malattia non preclude che "per scrupolo amministrativo e senso civico" si possa tenere un comizio pubblico. Così il gup del tribunale militare di Bari Aristodemo Ingusci ha deciso di assolvere con rito abbreviato Alessandro Scarciglia, di 31 anni, finanziere scelto in servizio al Comando gruppo Pronto impiego della Guardia di finanza di Bari e vicesindaco di Avetrana (Taranto), che era imputato di truffa militare aggravata. Sentenza che il pm Manfredi Dini Ciacci, che aveva chiesto la condanna di Scarciglia a due mesi e 20 giorni di reclusione militare, con sospensione della pena, ha già impugnato definendola 'gravemente insufficiente e illogica''.

I fatti risalgono al 26 marzo del 2007. Quel giorno Scarciglia si recò dal proprio medico di famiglia, Antonio Baldari, dicendo di avere la gola arrossata e un po' di febbre. 'Sindrome influenzale' certificò il medico, che è anche assessore nella stessa giunta di cui Scarciglia è vicesindaco, il quale gli prescrisse due giorni di riposo forse anche in considerazione della sua attività (é 'conducente di auto operative'). Ma quella stessa sera, come indicato in una informativa dai carabinieri, Scarciglia parlò per 20 minuti circa in un comizio in piazza, anche se sarebbe dovuto rimanere a casa perché ufficialmente in malattia. Secondo il giudice, è esatta l'ipotesi di reato contestata dal pm (truffa aggravata e non assenza dal servizio, come voleva la difesa dell'imputato), ma Scarciglia non avrebbe indotto in errore il medico bensì avrebbe disatteso le sue prescrizioni. Tant'é, scrive il giudice nella sentenza, che Baldari - presente al comizio - a suo dire lo avrebbe poi rimproverato per questo e Scarciglia gli avrebbe risposto di aver "preso due aspirine" e che "si sentiva bene".

Per il pubblico ministero, invece, la sentenza è stata motivata dando per buone alcune affermazioni dell'imputato che invece erano tutte da dimostrare. "Se l'imputato era in perfetta salute - scrive ad esempio impugnando la sentenza - al momento del comizio, resta da spiegare per quale ragione il giorno successivo non abbia ripreso regolarmente servizio visto che si sentiva bene". Il pm contesta anche le conclusioni del consulente della difesa, secondo il quale "era inevitabile - scrive Dini Ciacci - l'astensione dal lavoro", che è particolarmente impegnativo, mentre la sindrome influenzale attenuata dall'assunzione di aspirina "appare compatibile con la partecipazione 'quale oratore' in un pubblico comizio". In definitiva, per il pubblico ministero, il deficitario stato di salute del finanziere posto a fondamento della sentenza di assoluzione "non è affatto un dato probatoriamente acquisito, ma al più un'ipotesi priva di riscontri".

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_99375398.html

FUNZIONARI PUBBLICI: NON LICENZIATI PUR CONDANNATI.

Sintesi delle osservazioni sulla gestione disciplinare prodotte dalla Corte dei Conti con Delibera n. 7/2006/G, da cui si evince una palese immunità ed impunità.

In questo paragrafo vengono sintetizzate le valutazioni, inerenti ai profili gestionali critici e a problematiche situazioni consolidatesi negli uffici controllati:

a)      i continui mutamenti organizzativi, originati da prescrizioni normative e/o amministrative e caratterizzati da un sostanziale disinteresse per le sorti di una funzione naturalmente “tipizzata”, come quella disciplinare, pregiudicano il principio di continuità della azione disciplinare e tendono a disperdere specializzazioni professionali nella difficile materia;

b)      analoghi effetti produce la forte mobilità di dipendenti nel settore disciplinare;

c)      nelle istituzioni scolastiche questi fenomeni si accentuano perché  la nuova organizzazione, basata su criteri autonomistici, convive con l’arcaica e disefficiente struttura consultiva “piramidale”. Quest’ultima è titolare di un anomalo potere di codecisione, che viene implementato da una frequente utilizzazione interdittiva di sanzioni proporzionate all’illecito;

d)     risulta ancor più lenta e difficoltosa, rispetto alle precedenti indagini compiute da questa Corte, la capacità di evadere le notizie istruttorie. Il fenomeno riguarda soprattutto i casi più problematici, ove si intuisce una tendenziale riottosità ad illustrare compiutamente le disfunzioni amministrative e le loro conseguenze;

e)      la tempistica delle vicende penali permane ipertrofica e allontana nel tempo la definizione disciplinare dei reati;

f)       la tempistica dei procedimenti disciplinari  - sia pure con le eccezioni e particolarità evidenziate in relazione – presenta margini di miglioramento rispetto ai valori rilevati nelle precedenti indagini. Essa rimane tuttavia assolutamente problematica se rapportata ai tempi tassativi previsti dalla legge, il cui mancato rispetto invalida la legittimità formale delle sanzioni disciplinari. Il fenomeno si acuisce  e tende a concentrarsi nelle istituzioni scolastiche;

g)      tendono ad accentuarsi – soprattutto nelle istituzioni scolastiche – i problematici rapporti, già accertati nelle precedenti indagini, tra le cancellerie penali e gli uffici disciplinari, da ascriversi prevalentemente al comportamento delle prime ma - talvolta – anche alla inadeguatezza dei funzionari degli uffici disciplinari ad interagire con  procure e tribunali;

h)      si sono verificate situazioni di mancata applicazione delle pene accessorie inerenti al rapporto di impiego;

i)        sono state intercettate alcune situazioni di mancata apertura del procedimento disciplinare, con conseguente impunità del soggetto condannato in sede penale per reati rilevanti;

j)        le situazioni di ritardo e le disfunzioni amministrative, inficianti la regolarità formale dei procedimenti, induce i funzionari responsabili a minimizzare le sanzioni, in modo da prevenire i ricorsi degli interessati e gli esborsi pecuniari conseguenti;

k)      anche per le sospensioni cautelari il complesso “diritto vivente”, risultante dalle eterogenee disposizioni, normative e dagli andamenti giurisprudenziali, produce l’effetto secondo cui, al centro delle valutazioni della amministrazione più che la esigenza cautelare rimane la preoccupazione degli effetti economici della sospensione stessa;

l)        quanto alla tempistica della funzione cautelare emerge che tra la data del fatto illecito e l’adozione del provvedimento decorre un tempo medio superiore a due anni;

m)    i complessi meccanismi giurisdizionali e amministrativi illustrati nella relazione provocano la frequente permanenza in servizio di condannati per reati gravissimi. Queste situazioni sono talvolta accentuate dagli apparati amministrativi competenti;

n)      alcune pronunce, soprattutto di carattere arbitrale, presentano notevoli profili problematici, aggravando situazioni di disparità ed effetti, anche patrimoniali, negativi per l’amministrazione;

o)      emerge una sensibile dissonanza tra le pronunzie penali e quelle dei giudici del lavoro anche in termini ermeneutici della legge n. 97/01. Su tale fenomeno si riverbera, probabilmente, la natura del rapporto di lavoro pubblico “privatizzato”, dietro la cui controversa connotazione semantica si nasconde un coacervo di interessi concreti diversi da quelli del rapporto di lavoro privato;

p)      permane, rispetto alle precedenti indagini, la eterogeneità delle sanzioni disciplinari in ordine ad analoghe tipologie criminose. Su tale fenomeno incidono, tra l’altro, la presenza di irregolarità formali nel procedimento disciplinare ed i condizionamenti ambientali;

q)      si consolidano fenomeni elusivi della funzione disciplinare, quali i passaggi ad altra amministrazione, alcuni dei quali con esiti di recidiva particolarmente gravi;

r)       nell’esercizio della mobilità non risultano prassi di verifica, da parte della amministrazione ricevente, dei requisiti di moralità del dipendente trasferito;

s)       le procedure di arbitrato e conciliazione, applicate alle condanne più gravi, consentono di negoziare interessi ontologicamente indisponibili, privando i reati più gravi di appropriate sanzioni.

Dr Antonio Giangrande Presidente della ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE

http://www.corteconti.it/Ricerca-e-1/Gli-Atti-d/Controllo-/Documenti/Sezione-ce1/Anno-20061/Adunanza-c/Standard-formali-per-il-sito.doc_cvt.htm


ASSENTEISMO IN ITALIA

L'ASSENTEISMO IN ITALIA COSTA 14 MILIARDI DI EURO

ITALIA – «Scopri un assenteista e troverai un tesoro». Si potrebbe parafrasare così il guadagno che si potrebbe fare se l'assenteismo nel pubblico impiego fosse effettivamente scoperto e combattuto. Stime approssimative indicano in un punto percentuale di Pil (14 miliardi di euro) la spesa assorbita dalle giornate di assenza dei pubblici dipendenti. Si tratta del più classico esempio di spesa improduttiva a carico dei contribuenti, la cui riduzione a livelli più fisiologici consentirebbe di portare alla luce un " tesoretto" di notevoli dimensioni.

Eppure la lotta all'assenteismo stenta a decollare, come è stato documentato sul Sole 24 Ore del 27 febbraio: un'indagine condotta dall'Ispettorato per la Funzione pubblica ha messo in luce fenomeni preoccupanti. La maggior parte delle amministrazioni ha ammesso candidamente di essere inadempiente su verifiche interne e controllo dei dipendenti. Molte non hanno nemmeno risposto alle richieste dell'Ispettorato. Se a ciò si aggiunge che i casi di licenziamento per assenteismo sono , nel pubblico impiego, rari come le mosche bianche, la conclusione che se ne trae è una sola: non scandalizziamoci se i pubblici dipendenti si assentano molto, è il minimo che ci possiamo aspettare considerato il livello di tolleranza dimostrata dai vertici delle amministrazioni.

Rassegnarci, quindi? Certamente no. Occorre continuare a denunciare e a scandalizzarsi. Solo così può succedere qualche cosa. Come è accaduto con la firma del contratto collettivo dei dipendenti delle Agenzie Fiscali. Nel contratto si prevede che l'indennità di amministrazione venga decurtata per gli assenteisti e che vengano aumentati i riconoscimenti per coloro che si assentano di meno. Le parti sociali cominciano a prendere misure che vanno nella giusta direzione. Misure che, però, non bastano.

Una condizione necessaria è che le amministrazioni diventino più severe e maggiormente interessate a combattere il fenomeno. Bisognerebbe applicare "il bastone e la carota" non solo nei confronti dei dipendenti lavativi, ma anche e soprattutto nei confronti delle stesse amministrazioni che non fanno abbastanza per esercitare i poteri di controllo e repressione.

Strumenti appropriati possono essere trovati. Per esempio, gli stessi fondi per i premi di produttività, che molto spesso vengono dati a pioggia, non dovrebbero essere attribuiti a quelle amministrazioni il cui tasso di assenteismo oltrepassasse limiti fisiologici. Soprattutto non dovrebbero esser attribuiti a quelle amministrazioni che si rifiutassero di metter in atto gli strumenti di verifica e di controllo della presenza e dei comportamenti dei loro dipendenti sui luogo di lavoro.

Altro esempio. Si ripropone il blocco (totale o parziale) del turnover. Fino ad ora è stato attuato in modo indifferenziato e indiscriminato, senza piani precisi che tengano conto delle reali e diverse esigenze delle amministrazioni. I tassi di assenteismo che, come si vede dai dati presentati, sono molto differenziati da amministrazione ad amministrazione, potrebbero essere utilizzati a questo proposito. Le amministrazioni con elevati tassi di assenteismo dimostrano di avere ampi margini di risorse (umane) da utilizzate per svolgere la loro normale attività. Il blocco del turnover dovrebbe valere soprattutto per queste amministrazioni: perché dovrebbero essere autorizzate, per esempio, ad assumere nuovi lavoratori al posto di quelli che vanno in pensione, se non riescono a far lavorare e utilizzare in modo adeguato i lavoratori che hanno già a disposizione?

In questi casi il numero dei loro dipendenti dovrebbe essere ridotto per costringerle a far lavorare di più (riducendo le assenze) quelli che rimangono in organico.

Con metodi di questo tipo (altri potrebbero essere previsti) si introdurrebbe un più forte conflitto di interesse tra assenteisti e amministrazioni, nonché tra assenteisti e dipendenti scrupolosi, impegnati a fare il loro dovere. Gli assenteisti vanno considerati dannosi all'interno delle loro stesse amministrazioni. In questo modo si aumenta la pressione nei loro confronti, per costringerli a cambiare registro.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2008/03/punire-chi-non-controlla.shtml?uuid=b35ad738-e8fc-11dc-894a-00000e25108c&DocRulesView=Libero

STATALI: LO SCANDALO DEL BONUS PER LA PRESENZA SUL LAVORO

Il record di assenteismo spetta alle dipendenti degli enti pubblici

ROMA - Quando Romano Prodi l'ha raccontato all'assemblea degli artigiani, sono scoppiati a ridere come se fosse una barzelletta. Durante una riunione sull'assenteismo dei dipendenti pubblici, (uno scandalo «che tocca punte del 30%», ha detto), il premier si sarebbe sentito fare da qualcuno (un sindacalista?) la seguente proposta: «Diamo un premio di presenza a chi va a lavorare». Esterrefatto, Prodi ha sussurrato: «Se il salario non è il premio di presenza, io non so cosa dire...».

Ma come avrebbe reagito se avesse saputo che quel premio per la presenza esiste già? E non da oggi, bensì dal 1995? Il premio per chi semplicemente si presenta al lavoro è occultato abilmente nel contratto nazionale dei ministeri sotto la misteriosa sigla Fua, Fondo unico di amministrazione. Si tratta di soldi che, attraverso la contrattazione integrativa, vengono formalmente destinati a premiare la «produttività» dei lavoratori, ma che di fatto si risolvono in un aumento in busta paga per il solo fatto di timbrare il cartellino. Volete sapere qual è il motivo? Se un dipendente pubblico non è presente, non produce. E le pratiche rimangono lì. Quindi, il premio alla presenza è considerato un premio, appunto, alla «produttività».

Questo criterio kafkiano è ratificato nei contratti dei ministeri. Prendiamo l'integrativo del Tesoro: il 70% delle risorse destinate alla produttività (circa due mensilità aggiuntive) viene assegnato in base alla presenza. E l'accordo sul Fua 2007-2008 per il personale del ministero del Lavoro, sottoscritto dopo il famoso Memorandum sul pubblico impiego tra governo e sindacato che avrebbe l'obiettivo di promuovere la retribuzione variabile e quindi anche il merito, si autodefinisce «fortemente innovativo» perché riduce la percentuale destinata a «premiare» la semplice presenza in ufficio, che fino al 2006 poteva raggiungere il 70%, a un più «modesto» 40% nel 2007, per scendere ancora al 30% nel 2008. Senza contare che resta, in tutti questi accordi, la cattiva abitudine di considerare «presente» anche chi è in permesso sindacale. Ma in una pubblica amministrazione come la nostra, dove «merito» è una parola sconosciuta, ci starebbe pure: se esistesse però un modo efficace di controllare chi va davvero a lavorare. Perché non c'è neppure quello. I tornelli per entrare e uscire dall'ufficio con tesserino magnetico, in grado anche di misurare l'orario di lavoro, dovevano essere installati per decreto dal 1986. Ma non successe praticamente nulla. Finché nel '93 un ministro della Funzione pubblica autorevole come Sabino Cassese, rivelò sconcertato che perfino nel suo ministero, i tornelli, benché impiantati, non funzionavano. Anche la sua clamorosa denuncia cadde nel vuoto. A 14 anni di distanza la situazione è sempre la stessa: nel ministero che dovrebbe dare l'esempio, i dipendenti, dopo essere entrati, possono tranquillamente uscire senza strisciare nuovamente il tesserino magnetico. Così come nulla vieta a un impiegato di timbrare il cartellino di uno o più colleghi che magari quel giorno in ufficio non ci metteranno proprio piede. Se può accadere a Palazzo Vidoni, figuratevi nel resto degli uffici pubblici.

Come stupirsi, allora, che l'assenteismo «reale» della pubblica amministrazione, al netto cioè delle ferie, degli scioperi e delle assenze non retribuite, raggiunga 40 giorni lavorativi l'anno in media (è il caso delle dipendenti degli enti pubblici)? E che persino a Palazzo Chigi, cuore del governo, ogni dipendente si assenti dal lavoro mediamente per 26,3 giorni, con una punta di 33,1 giorni per le donne? L'assenteismo femminile è poi un fenomeno nel fenomeno, toccando livelli pari al doppio se non al triplo di quello maschile.

Non che in periferia le cose procedano meglio. Lo scorso aprile, a Giugliano, il terzo comune della Campania, è scoppiata una violenta polemica perché il sindaco, Francesco Taglialatela, voleva combattere l'assenteismo introducendo un badge magnetico con l'impronta digitale. Invece il primo cittadino di Capo d'Orlando, in Sicilia, ci ha provato con le buone, mandando una lettera ai dipendenti comunali dove ironicamente si diceva «preoccupato della salute cagionevole » di molti di loro. E che dire delle aziende statali? Nel 2005 l'amministratore delegato dell'Alitalia, Giancarlo Cimoli, denunciò che per colpa degli assenteisti l'azienda era costretta a «pagare mille assistenti di volo in più». E sempre tre anni fa una sentenza a Milano mandò assolti 62 uomini radar che si assentavano abitualmente per andare a giocare a calcetto con l'incredibile motivazione che «l'esistenza della prassi era ben nota ai loro dirigenti». Certo, i dirigenti dovrebbero controllare. Anche se c'è una battuta che circola tra loro: «Il Tua fa bene». «Tua» sta per «Tasso utile di assenteismo». E sì, perché «a volte è meglio che alcuni di loro stiano a casa, piuttosto che venire a creare confusione in ufficio», spiega un alto dirigente che ha girato parecchi ministeri e che vuole comprensibilmente mantenere l'anonimato.

In teoria il dirigente potrebbe valutare individualmente i propri sottoposti e, nel caso, prendere provvedimenti disciplinari. Ma gli ostacoli sono infiniti. Per esempio: se nella bacheca dell'ufficio non è affisso il codice disciplinare, e spesso non c'è, l'eventuale sanzione verrà sicuramente annullata in sede di ricorso. Oppure: se un dirigente valuta negativamente un sottoposto, deve aprire su questo un contraddittorio col sindacato. Nonostante il Memorandum sul pubblico impiego sia stato presentato come una svolta epocale, il sindacato continua a farla da padrone. Prova ne sia il fatto che i dirigenti devono «confrontarsi» costantemente con i sindacati, anche sulle loro funzioni. Nessuna meraviglia dunque che nei contratti integrativi dei ministeri, come nello stesso Memorandum, si trovino formulazioni di vera e propria cogestione: i dirigenti devono concordare con i sindacati i loro piani operativi, e «le modalità per la misurazione, verifica e incentivazione dei risultati». Detto questo, i dirigenti non sono esenti da colpe. Non a caso ogni contratto prevede promozioni di schiere di dipendenti al ruolo dirigenziale. Perfino il Memorandum ammette che il loro numero va ridotto «eliminando ogni progressione automatica » di carriera. Un escamotage, come anche il premio alla presenza, per gonfiare gli stipendi. Col risultato che le retribuzioni lorde pro-capite nel pubblico impiego sono aumentate del 28,6% nel periodo 2000-2006: 13,5 punti in più dell'inflazione.

http://www.corriere.it/economia/07_dicembre_01/scandalo_bonus_presenza_95180af2-9fe1-11dc-8bf1-0003ba99c53b.shtml

ASSENTEISMO: LA CLASSIFICA DEI MALATI, COMUNE PER COMUNE

ITALIA - 16 APRILE 2007 - Malati per più di un mese lavorativo all'anno. In media. È il record registrato nel 2005 dal Comune di Vibo Valentia, che in fatto di certificati medici ha staccato tutti. Ma anche a Cosenza, Nuoro, Alessandria, Roma e in tanti municipi dei capoluoghi ci si ammala a lungo.

A Siracusa, invece, i dati ufficiali fotografano una popolazione di dipendenti comunali in perfetta salute, che non ricorre mai nemmeno alle richieste di permesso. È questa la fotografia,forse un po' sgranata nel caso di qualche Comune, dell'assenteismo negli enti locali.

Se poi dalla malattia si passa al tasso di assenze tutto compreso — ferie, malattie, permessi retribuiti — si vede come il "difetto" sia proprio soprattutto al mondo pubblico, come il confronto con i dati Istat relativial settore privato mostra in modo netto: negli uffici pubblici questo tasso, si attesta al 20,1%, cioè il 54% in più rispetto alla media nelle grandi aziende (che si fermano al 13,1%). Per non guardare alle Pmi,dovei posti vuoti sul lavoro sono un fatto rarissimo.

All'interno del pubblico impiego, peraltro, Regioni e autonomie locali non si comportano nemmeno troppo male, staccati in classifica dalle scrivanie semivuote degli enti pubblici non economici (Aci, Cnr, Enea, Inail, Inps eccetera) e delle Agenzie fiscali. Ma il comparto è tra i più variegati e registra situazioni molto diverse fra loro. Ci sono i tanti piccoli Comuni dove l'assenza di un dipendente viene evitata in ogni modo perché blocca la macchina amministrativa, e ci sono le realtà dove la mancanza di controllo apre le porte ai furbi. Nei Comuni capoluogo, gli uffici più disertati nel complesso sono quelli di Bolzano, dove il tasso di assenza è spinto in alto soprattutto dai permessi retribuiti. Il dipendente tipo del capoluogo dell'Alto Adige ha "saltato" nel 2005 38,9 giorni (ferie escluse): in pratica,il 15,4%dei 252 giorni lavorativi dell'anno.

Ma il tasso raddoppia se si conteggiano anche le ferie e le assenze non retribuite (come i distacchi e le maternità lunghe). Seguono La Spezia ( 37,9 giorni senza lavoro) e Reggio Emilia (32,2).

Numeri significativi,ma le medie non dicono tutto. Come mostra il caso delle Poste (Spa interamente pubblica), dove la Corte dei conti ha registrato per il 2005 malattie medie per 16 giorni all'anno.

Più di 44mila persone (il 30,9% dei dipendenti), però, non aveva saltato nemmeno un giorno, e ad abbassare la media erano state le patologie recidive che avevano colpito 12mila persone, tenendole lontane dall'ufficio più di 50 giorni a testa. Un'improduttività costata 326 milioni di euro solo nel 2005, che le Poste ora cercano di combattere premiando chi non si ammala.

Anche la strada delle contromisure non è semplice. Alla Cgil di Napoli sono saltati sulla sedia quando hanno visto il progetto di Fancesco Taglialatela, sindaco di Giugliano (110mila abitanti in Provincia di Napoli, terza città della regione dopo il capoluogo e Salerno) per combattere l'assenteismo nel suo Comune: le impronte digitali magnetiche, grazie a un badge in grado di riconoscere l'indice destro del dipendente.

«Non siamo mica alla Cia», hanno detto alla Cgil,e la loro incredulità non è inspiegabile visto quello che succede nel capoluogo. Al Comune di Napoli ci sono 13.006 dipendenti, 10 direzioni centrali, 131 servizi (con relativi dirigenti), e poi dipartimenti autonomi e altre suddivisioni. E, come ha scritto qualche giorno fa il Corriere del Mezzogiorno, nessun direttore del personale. E i risultati di questi «anni di mancata gestione», come ha sottolineatolo stesso assessore al Personale Bruno Terracciano, sono sotto gli occhi di tutti; la maggioranza dei dipendenti non timbra il cartellino, soprattutto perché il cartellino non c'è e nella rete di municipalità e sedi distaccate (dove lavora il 90% dei dipendenti comunali)ci siaffida ai vecchi fogli presenze. Sui quali il controllo diventa spesso un fatto teorico.

E quando arriva la verifica sono sorprese. Com'è accaduto a fine marzo a Gallipoli e Nardò, in provincia di Lecce, dove i cittadini hanno chiamato i carabinieri e 57 persone (50 dipendenti comunali e i 7 dirigenti che avrebbero dovuto controllarli) sono stati denunciati a piede libero, perché erano al lavoro solo per i cartellini presenza.

UFFICI VUOTI

Le giornate medie di assenza dei dipendenti dei Comuni capoluogo*

1 Bolzano 38,9  37 Savona 24,3    73 Sondrio 20,5
2 La Spezia 37,9  38 Imperia 24,3    74 Frosinone 20,4
3 Reggio Emilia 32,2  39 Rimini 24,3    75 Padova 20,3
4 Como 31,6  40 Parma 24,1    76 Bergamo 20,1
5 Vibo Valentia 30,5  41 Gorizia 24,1    77 Salerno 19,8
6 Firenze 29,8  42 Genova 23,9    78 Macerata 19,8
7 Cesena 29,5  43 Oristano 23,8     79 Messina 19,5
8 Cosenza 29,1  44 Modena 23,6    80 Belluno 19,4
9 Nuoro 29,1  45 Lecco 23,6    81 Matera 19,3
10 Aosta 28,9  46 Isernia 23,6    82 Pordenone 19,3
11 Trieste 28,8  47 Carrara 23,5    83 Sassari 18,9
12 Viterbo 28,8  48 L’Aquila 23,5    84 Treviso 18,8
13 Lecce 28,6  49 Palermo 23,2    85 Siena 18,8
14 Olbia 28,4  50 Foggia 23,2    86 Rovigo 18,7
15 Roma 28,1  51 Crotone 23,2    87 Mantova 18,7
16 Novara 27,9  52 Iglesias 23,2    88 Pavia 18,3
17 Bari 27,1  53 Arezzo 22,9    89 Lodi 18,3
18 Ferrara 27,0  54 Catania 22,7    90 Vicenza 18,2
19 Milano 27,0  55 Teramo 22,7   91 Ancona 18,1
20 Udine 26,8  56 Ravenna 22,7   92 Biella 17,5
21 Asti 26,7  57 Trapani 22,6   93 Campobasso 17,3
22 Benevento 26,4  58 Carbonia 22,6   94 Potenza 16,4
23 Trento 26,4  59 Prato 22,6   95 Cuneo 16,4
24 Forlì 26,2  60 Verona 22,6   96 Catanzaro 16,1
25 Varese 26,2  61 Pisa 22,4   97 Cremona 15,9
26 Bologna 26,2  62 Piacenza 22,4   98 Caltanissetta 15,1
27 Alessandria 26,2  63 Chieti 22,4   99 Ragusa 15,0
28 Terni 26,1  64 Vercelli 22,3   100 Reggio Calabria 14,8
29 Venezia 25,5  65 Pesaro 21,9   101 Napoli 14,4
30 Lucca 25,5  66 Rieti 21,8   102 Brindisi 13,3
31 Agrigento 25,2  67 Massa 21,5   103 Tempio Pausania 11,2
32 Perugia 25,2  68 Cagliari 21,3   104 Latina 8,3
33 Grosseto 25,2  69 Caserta 21,1   105 Urbino 7,8
34 Ascoli Piceno 25,2  70 Enna 21,1   106 Avellino 5,6
35 Livorno 25,1  71 Pistoia 20,9   107 Pescara 5,5
36 Torino 24,8  72 Brescia 20,7   108 Siracusa 2,0

* Escluse ferie e assenze non retribuite

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2007/04/assenteismo-pa.shtml?uuid=423b077e-ebe3-11db-96c8-00000e251029&DocRulesView=Libero#