

CONDONI IN ITALIA
PARLIAMO DELL’ITALIA DEI CONDONI.
Pornotax, archeocondono, condoni fiscali, edilizi, paesaggistici e ambientali, multe per eccesso di velocità. Fatti e norme fra loro in apparenza irrelati, ma sintomi di una tendenza comune.
L’Italia: Paese dei record per pressione fiscale o per numero di condoni? Probabilmente, tutte e due assieme, e non a caso. È proprio quando di tasse se ne pagano troppe, infatti, che la gente comincia a evaderle, e bisogna offrire allora qualche sconto per recuperarle. Comunque, sembra che sia stato proprio da noi che il condono fiscale sia stato inventato: con l’imperatore romano Adriano, che nel 118 cancellò tutti i debiti fiscali dei contribuenti per i 16 anni precedenti, facendo bruciare in una sola notte documenti contabili equivalenti a 900 milioni di sesterzi. Andando più vicino a noi, il primo “condono di pene pecuniarie” del XX secolo fu varato con il Regio Decreto numero 367 dell’11 novembre 1900. Se non ce ne siamo dimenticati qualcuno per strada, il che è peraltro probabile, fino allo scudo fiscale ne sono stati approvati dopo di quello altri 72. Cioè, 73 condoni in 109 anni, alla media di uno ogni ventina di mesi. Ventuno nei 46 anni dell’epoca monarchica, e 52 nei 63 anni di repubblica. Che poi ogni tanto si accelera pure: tra 1987 e 1992, sul finale della Prima Repubblica, si arrivò a uno ogni 18 mesi.
Il condono fiscale ha una lunga storia, a partire dal quarto governo Rumor (1973), quando ministro delle finanze era Emilio Colombo (poi senatore a vita), ma ha raggiunto il culmine coi condoni del 2003 e del 2005 (governo Berlusconi, ministro Tremonti), seguiti da un condono erariale (2006) che ridusse l’entità delle oblazioni comminate da condanne di primo grado. Il principio è chiaro: cittadini e imprese che hanno evaso le tasse (cioè violato la legge) vengono invitati a confessarlo, e pagando una frazione di quello che avrebbero dovuto vengono assolti dal peccato e dalle sue conseguenze. Il procuratore generale della Corte dei conti Pasqualucci nella relazione inaugurale 2008 ha stigmatizzato queste e altre sanatorie contabili come "incuranti dei loro effetti sui bilanci pubblici"; la Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Italia (17 luglio 2008) per aver favorito mediante il condono la frode fiscale, violando il principio di eguaglianza fra i contribuenti degli Stati europei. Ma nulla assicura che altri condoni, più o meno "tombali", non siano in agguato.
Analogo il meccanismo sanatorio dei condoni edilizi, ambientali e paesaggistici. Cittadini che hanno violato la legge e sarebbero passibili di punizioni penali e pecuniarie (nonché dell’abbattimento di edifici abusivi) vengono istantaneamente assolti su pagamento di un’oblazione. In tal modo si legittima l’abuso col sigillo della legge, incoraggiando ulteriori abusi, perpetrati in attesa del prossimo, immancabile condono. Piombate a proteggere e incoraggiare la cementificazione dell’Italia coi governi Craxi (1985) e Berlusconi (1994, 2003, 2004), queste sanatorie mostrano la loro logica in alcuni episodi illuminanti. Per esempio nel 2004, pochi mesi dopo l’approvazione del Codice Urbani che prescrive l’assoluto divieto di sanatorie paesaggistiche (art. 181), lo stesso governo Berlusconi approvava una legge (308/2004) con la totale sanatoria di ogni illecito ambientale e paesaggistico, anche i più gravi. Nessuno vorrà credere che (come scrissero alcuni giornali) questo voltafaccia fosse indirizzato a sancire abusi edilizi in una villa del presidente del Consiglio; ma nessuno ha mai spiegato come mai a distanza di pochi mesi lo stesso governo adottasse per legge due principi tra loro opposti, prima condannando l'abusivismo e poi premiandolo.
Il cosiddetto "archeocondono" è fratello (non tanto minore) di queste sanatorie, e può rispuntare a sorpresa come emendamento alla Finanziaria. Capovolgendo la legge secondo la quale il patrimonio archeologico è di proprietà pubblica, questa norma più volte presentata e finora mai approvata (un primo, timido tentativo si deve a Veltroni: Atti Camera 3216/1997), prevede che chiunque illecitamente detenga materiali archeologici possa, anziché esser perseguito dalla magistratura o arrestato dai Carabinieri, autodenunciarsi pagando un’oblazione volontaria e restando in possesso dei materiali (secondo una versione più ipocrita, la proprietà sarebbe dello Stato, che li concederebbe al collezionista, tombarolo o trafficante, in deposito più o meno perpetuo, con facoltà di trasferirlo a pagamento ad altri). Anche i reati penali legati al traffico illecito di oggetti archeologici verrebbero estinti da questa "multa". Vanificato il lavoro di magistratura, Carabinieri, Guardia di Finanza. Ridicolizzata la nostra richiesta ai musei stranieri di restituire gli oggetti scavati illecitamente.
Una ratio comune lega queste norme e questi progetti: far cassa, ad ogni costo. Non ci sono soldi per l’opera lirica? Ricaviamoli dalla pornotax. Mancano finanziamenti per ridurre l’indebitamento pubblico? Ci aiuterà qualche sanatoria edilizia o ambientale, e se sarà al costo di disastri ecologici e paesaggistici, pazienza. Anche l’archeocondono, si sussurra, produrrebbe un gettito per ridurre (di poco) la voragine aperta dalla legge 133 nei conti del Ministero dei beni culturali. Stesso fine avrebbe il deposito ai privati di opere d’archeologia e d’arte su pagamento di canoni di concessione: il primo passo verso la vendita. Intanto qualcuno già corteggia emiri del Golfo Persico sperando in "depositi lunghi", pronto cassa, di qualche Botticelli o Caravaggio "minore" (?). Anche l’intensificarsi dei controlli sulla velocità nelle strade (lettori automatici, tutor, e così via) e il moltiplicarsi delle multe per assicurare introiti ai Comuni sempre più annaspanti ha, in piccolo, la stessa logica. Vuoi violare i limiti di velocità (o la legge sul patrimonio archeologico)? Tutto ok, purché sia a pagamento. Purché si inventino nuovi eufemismi: la pornotax diventa "tassa etica", le sanatorie vengono battezzate "programmazione fiscale", l’archeocondono pudicamente si traveste da "riemersione di materiali archeologici".
Si può ipotizzare l’estensione della medesima ratio ad altri ambiti. Pochi soldi per l’università dopo la legge 133? Semplice, vendiamo qualche esame e un po’ di lauree (magari ad honorem, rendono di più). Mancano i poliziotti, o la benzina nelle loro macchine? Facile, prendiamo i reati più comuni (furto, droga, violenze varie) e decretiamo che si estinguono sull’istante mediante autodenuncia e oblazione volontaria. E si potrebbe continuare. In tal modo, proprio come nel caso dell’archeocondono, il funzionamento della legge e delle istituzioni verrebbe garantito dai soldi di chi viola la legge e offende le istituzioni. Vi sarebbero da una parte gli impuniti che si arricchiscono violando la legge e si mettono al sicuro pagando oblazioni, dall’altra la massa dei cittadini tenuti (per mancanza di soldi) al rigoroso rispetto delle norme. Alle leggi ad personam che già offendono giustizia e diritto, si aggiungerebbe un pulviscolo di leggi a benificio di determinate categorie: ieri evasori fiscali, speculatori edilizi, distruttori del paesaggio, domani trafficanti di materiali archeologici, dopodomani chissà...
Fantapolitica? Forse. Ma fantasiose sarebbero apparse a chiunque, solo dieci anni fa, troppe cose che abbiamo visto accadere, incluse quelle di cui sopra. Se non è troppo tardi, fermiamoci a pensare. È proprio sicuro che la priorità assoluta debba essere far cassa, a costo di svuotare dall'interno le leggi che regolano la convivenza civile? È giusto che pagando si possa violare impunemente la legge? Che chi ha più soldi debba farla franca? Che, poiché la crisi economica impone di far cassa, nulla (ma proprio nulla) si debba fare per ridurre la gigantesca evasione fiscale, la più grande del mondo in valori assoluti (280 miliardi nel 2007 secondo l’Agenzia delle entrate)? È giusto che si rinunci ai maggiori introiti fiscali per poi tappare il buco tagliando gli investimenti sulla cultura? Siamo sicuri che invece di reprimere e punire chi non paga le tasse è giusto reprimere e punire, mediante tagli di bilancio sferrati alla cieca, chi fa ricerca, chi fa musica o teatro, chi insegna e chi studia, chi scava o vuol visitare in pace un piccolo museo? Dov’è finito il principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione? Nella colpevole inerzia di troppe forze politiche (di maggioranza e "opposizione"), resta un soggetto che può e deve rispondere a queste domande.
Noi, i cittadini.
Esemplare, però, è la ipocrisia delle opposizioni. Prendiamo l’approvazione del cosiddetto “Scudo Fiscale”.
Il via libera al provvedimento arriva alla Camera a ora di pranzo con solo 20 voti di scarto (250 i no, 270 i sì e 2 astenuti, Paolo Guzzanti e Giorgio La Malfa). I ventinove assenti (22 del Pd, 6 dell’Udc e uno dell’Idv) in poche parole "graziano" il governo che ottiene il via libera al testo con soli 9 voti in più rispetti a quelli della maggioranza richiesta (261). E poi vanno in piazza ad aizzare il popolino travestendosi, come Di Pietro, da mafioso, per fare il verso a Berlusconi.
http://www.libero-news.it/articles/view/575670
http://eddyburg.it/article/articleview/12295/1/92
EVASIONE FISCALE IN ITALIA
EVASIONE FISCALE, 300 MILIARDI ALL'ANNO: Pari a dieci manovre finanziarie
È l'ammontare dell'imponibile. Imposte dirette evase per 115 miliari di euro, 40 per la criminalità organizzata
Dieci finanziarie ogni anno. È l'ammontare dell'evasione fiscale in Italia: ogni anno circa 300 miliardi di euro di imponibile vengono sottratte all’erario. Di queste, l'evasione di imposte dirette è 115 miliardi di euro, l'economia sommersa sottrae 105 miliardi, la criminalità organizzata 40 miliardi e 25 miliardi chi ha il secondo o terzo lavoro. La stima è stata fatta da Krls Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it, Associazione contribuenti italiani, elaborando dati ministeriali e dell’Istat.
CINQUE AREE - Le aree di evasione fiscale analizzate nello studio sono cinque: l’economia sommersa, l’economia criminale, l’evasione delle società di capitali, l’evasione delle big company e quella dei lavoratori autonomi e piccole imprese. I lavoratori in nero sono circa 2 milioni, di questi 800 mila sono dipendenti che fanno il secondo o il terzo lavoro (con un'evasione d’imposta di 25 miliardi di euro). La seconda area di evasione è quella dell’economia criminale realizzata dalle grandi organizzazioni mafiose che, in almeno tre regioni del Mezzogiorno, controllano buona parte del territorio. Il giro di affari della criminalità è di 120 miliardi di euro all’anno con un’imposta evasa di 40 miliardi di euro.
SOCIETÀ DI CAPITALI - La terza area è quella composta dalle società di capitali, escluso le grandi imprese: secondo i dati del ministero dell’Economia e delle Finanze, il 78% circa delle società di capitali italiane dichiara redditi negativi (52%) o meno di 10 mila euro (26%). In pratica su un totale di circa 800 mila società di capitali il 78% non versa quanto dovuto di imposte dirette. Si stima un’evasione fiscale attorno ai 15 miliardi di euro l’anno. La quarta area è quella composta delle big company. Una su tre chiude il bilancio in perdita e non paga le tasse. Inoltre il 92% delle big company abusano del «transfer pricing» per spostare costi e ricavi tra le società del gruppo trasferendo fittiziamente la tassazione nei Paesi dove di fatto non vi sono controlli fiscali sottraendo al fisco italiano 27 miliardi di euro. Infine c’è l’evasione dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese dovuta alla mancata emissione di scontrini, di ricevute e di fatture fiscali che sottrae all’erario circa 8 miliardi di euro l’anno.
l'Eurispes ha parlato di 6 milioni di doppiolavoristi, tra i soli lavoratori dipendenti: il 35 per cento. All'Istat, nella casa di tutti i numeri, ci vanno con i piedi di piombo. Però tutto conferma che siamo nell'ordine dei milioni e che in buona parte queste attività sono nascoste al fisco e sfuggono alle rilevazioni statistiche. Alcuni dati arrivano dalla Direzione centrale di Contabilità nazionale, che fornisce stime e analisi sull'economia sommersa e il lavoro irregolare. Un buon indicatore, spiega Antonella Baldassarini, che si occupa di tali tematiche all'Istat, è il rapporto tra posizioni lavorative e occupati: se in un settore ci sono più posizioni lavorative che occupati, è perché alcuni occupati svolgono doppio o triplo lavoro. Nella media italiana, nel 2007 a ogni 100 occupati corrispondevano 120 posizioni: in numeri assoluti, le doppie (o anche triple) posizioni sono più di cinque milioni, secondo i dati Istat. Che permettono anche di vedere dove è più diffuso il secondo lavoro. A partire dall'agricoltura, dove a 100 occupati corrispondono 188 'posti': un fenomeno antico, rivitalizzato però negli ultimi tempi con la partecipazione degli italiani alle campagne stagionali e anche con la diffusione degli orti per l'autoconsumo.
Forte la presenza delle posizioni plurime anche negli alberghi e nei ristoranti, nei servizi domestici, e tra i padroncini dei trasporti e i nuovi lavori delle comunicazioni. Ma attenzione, precisano all'Istat: questi sono i settori dove si svolge il secondo lavoro, niente ci dicono sulla provenienza del lavoratore 'bioccupato' (per usare il termine coniato dal sociologo Luciano Gallino, che tempo fa mise sotto la lente il fenomeno): il quale può venire da tutti i settori, pubblici e privati. "In molti casi il secondo lavoro avviene solo un po' più in là, in un'altra azienda dello stesso comparto, in altri no", commenta Gallino. "E comunque, dai tempi di quelle antiche ricerche a oggi, una cosa è certa: il secondo lavoro continua a prosperare".
Ma altri indizi dai dati dell'Istat ci dicono qualcosa di più. Nei complicati calcoli sulla produzione e il lavoro effettivi (comprensivi dunque di tutto il sommerso) l'Istat ha calcolato anche un forte aumento delle ore lavorate nella seconda attività: passate dal 5,6 al 6,9 per cento del monte ore lavorato complessivo in quindici anni. Non solo. Negli ultimi mesi, pare che ci sia stata una vera e propria corsa al secondo lavoro. Passando dalle stime aggregate dei contabili nazionali alle risposte date dal campione sul quale l'Istat fa la sua Indagine trimestrale sulle Forze di lavoro, si possono tirare fuori numeri interessanti: dal 2005 a oggi, la percentuale di coloro che dichiarano di svolgere una seconda attività cresce costantemente. In tre anni, si calcola un aumento del 39 per cento.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Doppio-e-nero/2046076&ref=hpstr1
Affitti, i conti dell'evasione: 500mila contratti in nero
Una metropoli in cui vivono un milione e 200mila persone, tutte in affitto esentasse. Anzi, intere Regioni: l'evasione fiscale sugli affitti è tale che corrisponde alle case locate in tutto il Triveneto, o se preferite in Campania, oppure nelle Marche e nel Lazio messi insieme. Mezzo milione di appartamenti, oltre il 15% dell'intero stock delle case affittate da privati, sfugge completamente al Fisco.
Sono 2,8 milioni gli affitti regolarmente registrati e dichiarati da persone fisiche nel 730 o in Unico, cui si sommano 122mila immobili affittati da società o imprese e circa 850mila case di proprietà di Stato ed enti pubblici vari. In totale 3,8 milioni di unità immobiliari locate "in chiaro". Peccato che le famiglie in affitto siano 4,3 milioni: mezzo milione di abitazioni sono quindi locate con una stretta di mano e tanti saluti al Fisco, che ci perde almeno un miliardo all'anno. Il 3% delle entrate fiscali totali derivanti da immobili. E senza considerare i finti comodati, le locazioni estive e gli stranieri irregolari.
E questo è solo il dato più eclatante nel libro immobiliare dell'Italia, un'Italia di prime case e di immobili nascosti. Che emerge dai dati diffusi dall'agenzia del Territorio, in collaborazione con Sogei e dipartimento delle Finanze. Si tratta del primo tentativo ufficiale di mappatura completa del patrimonio immobiliare italiano. Il primo in cui le banche dati catastali e quelle sulle dichiarazioni dei redditi siano state incrociate, facendo emergere alcune certezze e parecchie incertezze.
Il nodo dei non dichiarati.
I 55 milioni
di fabbricati censiti (non dimentichiamo che ce ne sono altri due milioni di
case fantasma) sono stati analizzati sotto il profilo dell'utilizzo, in base a
quanto dichiarato da 19 milioni di contribuenti nei quadri B ed RB dei modelli
730 e Unico. I 31 milioni di abitazioni sono quindi risultati essere, per quasi
la metà (14.596.735) abitazioni principali, mentre 4,14 milioni sono case tenute
a disposizione e solo 2,8 milioni risultano locate. Per 732mila l'utilizzo non è
stato ricostruito e ben 2,89 milioni di abitazioni regolarmente censite non sono
state riscontrate in dichiarazione. E fin qui stiamo parlando di abitazioni di
proprietà di persone fisiche. Ma considerando i dati complessivi, cioè i 55
milioni di fabbricati totali, le unità non riscontrate in dichiarazione sono ben
6,02 milioni, il 10,9% del totale.
Come si spiega questa massa di mattoni conosciuti al Catasto, ma non all'agenzia
delle Entrate? In parte con la presenza di molti contribuenti "sotto soglia",
che cioè incassano solo il proprio stipendio e sono proprietari della casa
d'abitazione o poco più, che quindi non risultano (legittimamente) nella
dichiarazione. In parte sono immobili strumentali di imprese o immobili di enti
pubblici che (sempre legittimamente) non li devono dichiarare. Ma nel resto si
annida altra evasione, ancora non quantificabile.
Le azioni di contrasto.
Resta da chiedersi come arginare il malcostume. Mentre le associazioni di
proprietari chiedono la cedolare secca, cioè un'aliquota fissa con cui tassare i
proventi delle locazioni, la Guardia di Finanza si impegna sul territorio.
All'Aquila, racconta il comandante provinciale Leonardo Matera, sono stati
inviati speciali questionari ai neolaureati residenti fuori città e fuori
regione. E nel 25% dei casi si è scoperto che gli studenti avevano abitato "in
nero", spesso in cambio di uno sconto sul canone. Anche a Siena si lavora sulle
case per studenti, ma qui la GdF segue un'altra via: controlli incrociati tra le
banche dati (anagrafe tributaria, Catasto, utenze domestiche, tassa rifiuti)
seguiti da sopralluoghi porta a porta. Ma non solo. Altro fronte delicato,
spiega il colonnello Giovanni Padula, sono i falsi prestiti: «Il contratto di
comodato registrato è un indice di grande rischio. Il più delle volte gli
accertamenti bancari evidenziano entrate che il proprietario non è in grado di
giustificare».
A Bologna la GdF collabora con Comune e Università, ma gli ultimi controlli
hanno evidenziato anche altro: «Abbiamo individuato un patrimonio - commenta il
comandante provinciale Piero Burla - costituito anche da uffici e capannoni,
spesso affittati a extracomunitari e registrati dichiarando l'importo di un mese
anziché di un anno». E sugli affitti agli stranieri si è concentrata anche la
Gdf di Roma, come dice Massimiliano Mora, comandante del I Gruppo di Roma:
risalendo agli alloggi in cui vivono gli extracomunitari coinvolti in altre
indagini si è scoperto un tasso di affitti in nero del 90%, con canoni da 4mila
a 6mila euro per appartamento.
I dati di partenza. L'elaborazione del Sole 24 Ore è partita dai dati presentati dall'agenzia del Territorio, fra cui quelli relativi alle dichiarazioni dei redditi, cui sono stati aggiunti i dati sul Trentino Alto Adige, che il Territorio non aveva considerato.
Il confronto. Le abitazioni locate con contratto regolare (libero mercato, patti in deroga e convenzionati) da persone fisiche sono state confrontate con il numero di famiglie in affitto in base ai dati Istat. Considerando anche le famiglie alloggiate in case locate da imprese o enti pubblici (che si presumono regolarmente dichiarate), all'appello ne mancano 507mila, ed è ragionevole presumere che a ogni famiglia corrisponda un'abitazione.
EVASIONE FISCALE LEGALIZZATA
EVASIONE FISCALE: PER PAGARE C’E’ SEMPRE TEMPO
GLI ITALIANI COSI’ BEFFANO LO STATO E LA FANNO FRANCA
NON SI INCASSA IL 90 % DELL'EVASO
6,5 milioni di famiglie, 1 su 4, non pagano il canone RAI
606 grandi morosi con debiti oltre mezzo miliardo di euro
Per pagare c’è sempre tempo, soprattutto se a batter cassa è lo Stato. Il quale insegue spesso invano i cittadini debitori, con ammende, multe, bollette e canoni scaduti che si accumulano e rischiano di finire nel dimenticatoio. Se l’assenteismo nella pubblica amministrazione costa quasi un punto annuo di pil, i mancati incassi pesano ben di più.
I dati sono sconfortanti: lo Stato incassa appena il 3-7 per cento delle spese di giustizia e delle pene pecuniarie inflitte ai cittadini condannati; si arriva a un modesto 10 per cento dei tributi iscritti a ruolo della Equitalia da Agenzia delle entrate, Dogane, Inps e Inail. Nel 2007 sono stati recuperati solo 5,4 miliardi di euro.
E ci sono 606 grandi morosi, con debiti di oltre mezzo miliardo di euro ciascuno, che frappongono ogni cavillo per evitare le incursioni dell’unità speciale creata per loro.
Ancora: 6,4 milioni di famiglie non pagano il canone Rai (una su quattro), equiparato a una tassa, con una perdita secca di oltre 550 milioni annui.
La lista è infinita. Con code tragicomiche persino su casa e acqua. In Puglia un popolo di clandestini fa sparire ogni anno 71 milioni di metri cubi d’acqua (tra contatori obsoleti e abusivi) mentre i morosi devono importi per bollette non pagate per 268 milioni. In altre regioni non cambia granché: in Sicilia ci sono acquedotti che vantano crediti dagli utenti per 200 milioni di euro.
L’odiata Ici: prima della cancellazione i comuni si dannavano nel recupero spiando gli italiani persino con l’ortofotogrammetria, cioè con fotografie aeree a rilievo matematico: in Liguria, così, sono spuntate ville censite come ruderi, nel Sud sono apparsi resort accatastati come campeggi. In tutto sfuggivano 2 milioni di case fantasma con un’evasione stimata intorno a 1,4 miliardi di euro.
Un contribuente con moglie e figlio a carico e un reddito di 25 mila euro per effetto della riforma delle aliquote Irpef dovrebbe avere un vantaggio di 444,73 euro rispetto al 2006. Ma bastano leggeri aumenti dei tributi locali, da parte di comune e regione, per vedere dissolversi quasi 150 euro.
Le cause sono diverse. Anzitutto c’è il mancato dialogo fra le banche dati delle varie amministrazioni a rendere lenti e faticosi gli accertamenti e a lasciare sfuocata l’identità dei responsabili. La scarsa riscossione, inoltre, sviluppa interessi, clientele, rapporti grigi tra politici, amministrazioni e territorio. Anche perché spesso a non pagare sono proprio gli enti pubblici. Per oltre il 50 per cento i debitori dell’Acquedotto pugliese sono comuni e consorzi.
I grandi numeri arrivano dalle cartelle esattoriali della Equitalia. Che in 2 anni ha portato il riscosso da 2,5 miliardi del 2006 a 5,4 miliardi dello scorso anno. Ancora poco: si era partiti dal 7 per cento dell’evasione e oggi siamo al 10 per cento. Resta ancora il 90 per cento da incassare.
Come la Guardia di finanza, anche la Equitalia ha strutture che danno la caccia soprattutto ai grandi debitori. Da questi sono arrivati 850 milioni nel 2007 e in 108 hanno versato 136 milioni nei primi mesi del 2008.
Un caso a parte sono i crediti di giustizia, per i quali l’amministrazione fa sforzi enormi per ribaltare la situazione. «Fino a un anno fa» spiega Claudio Castelli, capo dipartimento del ministero, «nemmeno sapevamo quante erano le somme recuperabili, mentre dal 2006 è partita un’azione ricognitiva per recuperare queste somme per l’autofinanziamento della giustizia».
Si è scoperto che del mezzo miliardo di euro da recuperare nel 2007 lo Stato aveva incassato appena 12,6 milioni ovvero un misero 2,5 per cento. «I dati consolidati arrivano al 7 per cento» puntualizza Castelli «ma siamo ancora lontani dall’obiettivo. I rimedi? Una società di recupero che si occupi di questo come previsto nell’ultima Finanziaria e incentivi a personale e uffici che li spingano a un concreto interesse per il recupero». Anche perché in tribunali sotto organico del 13 per cento la percezione del valore del credito di giustizia sfugge: il 73 per cento dei giudici di pace e il 46 per cento degli uffici di sorveglianza non hanno ancora trasmesso al ministero i dati del primo semestre 2007.
Il tesoretto non incassato lievita di circa mezzo miliardo ogni anno. Con un residuo, comprensivo di multe amministrative, schizzato oltre i 4,4 miliardi. Questa somma rischia di rimanere virtuale: «Diversi crediti diventano poi inesigibili perché o cadono in prescrizione o sono imputati a persone irreperibili, a immigrati clandestini o senza domicilio certo».
Infine il canone Rai: lo Stato non lo dice ma su questo fronte ha di fatto rinunciato alla battaglia. È di oltre 6,5 milioni lo scarto tra le famiglie censite dall’Istat e quelle abbonate (16,394 milioni al 31 dicembre scorso) e così i controlli sono simbolici: nel periodo gennaio-maggio 2008 sono stati 1.076 i soggetti individuati dalla Finanza per un totale di 181.371 euro contestati (sono stati 300 mila in tutto il 2007).
Qualche sforzo in più viene compiuto nelle indagini penali per truffa, falso ideologico e falso nell’ autocertificazione, una prassi necessaria per ottenere agevolazioni come l’esonero dal pagamento del ticket sanitario, per ottenere l’assegno per famiglie numerose, per avere l’assegno di maternità, sino all’ottenimento dell’alloggio popolare. Ma i controlli vengono spesso vanificati dai tempi della giustizia e dalle prescrizioni.
http://blog.panorama.it/economia/2008/06/07/cosi-beffano-lo-stato-e-la-scampano/
RIFIUTI: DAI MINISTERI EVASIONE PER 45 MILIONI
Non pagano la tassa rifiuti da anni, a volte non concedono nemmeno risposte a richieste di saldi. Tutti morosi. Dai ministeri, alla polizia, alla Fao, alla procura, fino alla Soprintendenza dei beni ambientali: le grandi istituzioni a Roma «evadono» l’imposta sull’immondizia, alcune da quando è nata la tassa. Hanno un maxi debito con l’Ama, la Spa dei rifiuti del Campidoglio, per quasi 46 milioni di euro. Con questi soldi l’azienda che si occupa di raccolta e spazzatura nella prima città italiana potrebbe acquistare 250 compattatori o assumere 1.500 spazzini. In totale a Roma non si paga la tassa Tari (tra aziende grandi e piccole) per 700 milioni di euro. Le grandi istituzioni contribuiscono per quasi l’8% a questo debito stellare che, se saldato, potrebbe trasformare il servizio di raccolta nella Capitale. Venticinque enti hanno arretrati per più di 500mila euro.
Non versare la tassa sulla spazzatura è una consuetudine che a Roma sembra piuttosto diffusa nei palazzi dello Stato, una pratica che negli anni ha creato situazioni paradossali: fino a poche settimane fa era morosa persino l’Agenzia delle entrate. L’ufficio che riscuote le tasse dei cittadini non pagava la tassa sull’immondizia per 3 milioni 200mila euro. Recentemente ha estinto il debito.
La lista nera di chi ignora la Tari, aggiornata al 30 aprile 2008, parte con la Fao: l’agenzia delle Nazioni Unite, che da domani celebrerà la conferenza sulla sicurezza alimentare con quasi 3mila delegati, ha una morosità di 5 milioni 337mila milioni di euro. Record. In genere si tratta di debiti accumulati nel corso dell’ultimo quinquennio: alcuni enti hanno mostrato spiragli di dialogo per un prossimo pagamento, altri, come l’organizzazione dell’ Onu, non offrono segnali di trattativa.
Non si salva dall’evasione la giustizia, di nessun grado, non si salvano i ministeri, tutti. Procura generale, Appello e Cassazione: nessuno paga la tassa rifiuti. La Suprema Corte ha un debito di 281mila euro, la Corte d’Appello di 805mila euro, la Procura di 139mila.
Non versano la Tari il comando generale dei carabinieri del Lazio, la Guardia di Finanza, con la sua scuola di polizia tributaria. Tra i palazzi governativi, è morosa anche la presidenza del consiglio: pagamenti scaduti per 158mila euro. La Camera dei deputati deve più di 243mila euro secondo i dati dell’Ama, anche se a Montecitorio assicurano di aver saldato il dovuto per la spazzatura. Nell’elenco dei morosi ci sono poi la Motorizzazione, la Marina, la Pontificia Università Gregoriana. La Soprintendenza dei Beni Ambientali, dove la cura della pulizia cittadina dovrebbe essere una priorità, ha un’inadempienza di 217.293 euro.
Dall’elenco si scopre che «evade» la tassa sull’immondizia anche il ministero delle Finanze: gli arretrati superano i 2 milioni e 200mila euro per differenti immobili, anche se il dicastero è al momento «in trattativa». Risultano evasioni a parte per il ministero del Tesoro, ragioneria generale: più di 383mila euro.
L’Ama ha ricevuto generiche garanzie di pagamento (meglio del silenzio di altri) dalla Farnesina, che ha una morosità superiore al milione e 700mila euro, e dal ministero della Difesa, dove non si versa la tassa per quasi 2 milioni di euro. I debiti più alti tra i ministeri vanno al Viminale, dipartimento di Pubblica sicurezza (quasi 2 milioni e mezzo) e al dicastero delle Comunicazioni (più di 3 milioni).
Nel corso degli anni alcuni ministeri hanno cambiato nome, si sono accorpati o spacchettati, ma senza perdere la morosità. Come il ministero dei Beni Culturali, che oltre a debiti più recenti intorno ai 350mila euro, ne ha per altri 155mila di quando deteneva anche le competenze ambientali. Ma non pagava la tassa sui rifiuti.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=265957
ONLUS CHE TRUFFA
Ristoranti, alberghi, santoni, club erotici. Oltre 3 mila finte organizzazioni non profit sono state scoperte in tre anni. E altre frodi spuntano ovunque. per rubare fondi o evadere le tasse. Ai danni del fisco e dei veri volontari
Entri in un locale, ha tutta l'aria di un normalissimo pub, e ti portano una tesserina da riempire coi tuoi dati. Una firmetta et voilà: ne sei diventato socio e nemmeno te ne accorgi, perché bevi e mangi spendendo più o meno lo stesso degli altri locali in zona. Ma ad accorgersene è il proprietario, che sui tuoi soldi non paga le tasse perché in realtà ha travestito il suo pub da Onlus, ossia Organizzazione non lucrativa di utilità sociale. È solo un esempio, come ce ne sono tanti, di associazioni che fanno da paravento ad attività assolutamente profit, spaziando da palestre a prezzi vantaggiosi mimetizzate come circoli sportivi; a cinema che si presentano come centri culturali o circoli ricreativi per persone sole, anziani o stranieri che lucrano sul bar. Altri mascherano l'assistenza prezzolata alla terza età, le agenzie matrimoniali e persino case d'appuntamenti.
Insomma, benvenuti nel lato oscuro del Terzo Settore, un sottobosco dove le eccezioni viziose abbondano. Vere truffe ai danni dello Stato o ai danni degli ignari cittadini che fanno loro donazioni. Oppure organizzazioni che l'etichetta Onlus la sfruttano semplicemente a fini elusivi. Perché il riconoscimento permette di godere di notevoli agevolazioni fiscali: una concessione che premia le tante associazioni sane, punto di forza del volontariato nel nostro paese. Le Onlus infatti non pagano l'imposta sul reddito, perché i proventi non sono soggetti all'Ires. Poi ci sono molte operazioni senza Iva e l'esenzione da altre tasse, minori ma ugualmente onerose. Insomma, un bouquet di vantaggi per sostenere chi ha un reale impegno sociale. Ma che diventa un'occasione prelibata per i malintenzionati. Un ristorantino travestito da Onlus può battere sul prezzo qualunque concorrente in regola, oppure (a listino invariato) far più profitti. Per non parlare, infine, del 5 per mille cui queste associazioni hanno titolo, e c'è il rischio che finiscano per attingervi, nonostante i controlli. Aggiungendo al danno la beffa.
Non è una questione secondaria: solo nell'ultimo triennio ne sono state smascherate più di 3.200. Le prime finte Onlus sono nate assieme alle vere, dieci anni fa, sfruttando l'ignoranza delle norme e l'impreparazione dei controllori. Nel '97, infatti, l'Agenzia delle entrate ancora non aveva gli strumenti per tenere d'occhio soggetti nuovi dal punto di vista giuridico, una realtà che richiedeva, sì, i soliti controlli fiscali, ma anche l'analisi di aspetti di civilistica, societaria e associazionistica. Negli ultimi tempi, però, l'aria è cambiata.
Lo dimostrano casi come quello di una Onlus dal nome suggestivo, Lo Spazio del Tempo, ufficialmente dedita all'assistenza socio-sanitaria. Scoperta dal Fisco, l'organizzazione in questione si è rivelata la facciata di un bed & breakfast senza nessun libro contabile, che tutto faceva tranne perseguire l'attività sociale indicata. La sfacciataggine era tale che il b&b aveva un proprio sito (oggi 'in rifacimento'), e andava comprando inserzioni pubblicitarie su riviste di settore. Rivelando, in una dinamica da dottor Jekyll e mister Hyde, anche il suo alias turistico: Villa del Sole.
Il giro di vite sulle finte Onlus comincia nel 2003, a sei anni dalla loro nascita, quando un decreto ministeriale finalmente fornisce al Fisco le armi di cui aveva bisogno, a partire dalla possibilità di cancellare le organizzazioni 'distratte' o fraudolente. I risultati non tardano ad arrivare. E quasi in progressione geometrica: l'eliminazione di Onlus che non hanno i requisiti ha presto oltrepassato quota mille all'anno (1.434 nel 2005 e 1.151 nel 2006), un bel salto rispetto al biennio precedente (101 nel 2003, 583 nel 2004). Sono dati forniti dall'Agenzia governativa per le Onlus, che opera a stretto contatto col Fisco fornendo pareri obbligatori ma non vincolanti sulle cancellazioni.
A detta di Stefano Zamagni, presidente dell'ente governativo che vigila sul Terzo Settore, l'emersione si spiega "non tanto con l'aumento dei casi di frode fiscale, ma con la migliore messa a punto del sistema di caccia agli enti di volontariato posticci". E anche con una migliore collaborazione fra 'cacciatori', dovuta ai "protocolli d'intesa firmati con la Guardia di finanza e l'Agenzia delle Entrate". Tanto che ora la macchina viaggia a pieni giri, con sommo dispiacere di chi per anni non solo ha carpito la buona fede dei cittadini, e i loro soldi, ma anche sottratto fondi a quelle organizzazioni che la solidarietà la fanno davvero. Per non parlare del danno d'immagine all'intera categoria, anche perché, conclude Zamagni, "una mela marcia può infettare un'intera cesta".
Mela marcia lo era anche una tale Federazione Mondiale Tutela dei Diritti e delle Libertà con sede legale a Torino, meglio nota con il ben più trasparente acronimo di Federsex. Cancellata dal registro nel 2005, era un'associazione che dietro alle mentite spoglie di ente assistenziale, ai limiti della legalità, e probabilmente giocando sui tenui contorni del concetto di 'persona svantaggiata', aveva come scopo effettivo il supporto e la consulenza per la gestione di club privé, ed era punto di riferimento per locali erotici.
Evidentemente non è un caso che, secondo i dati dell'Agenzia delle entrate, i soggetti iscritti all'anagrafe delle Onlus, dopo il boom iniziale del '97, siano andati regolarmente scemando negli ultimi anni: dagli oltre 18 mila del 2004, ai 17.387 del 2005, ai 16.459 del 2006. E questo anche perché dal 2003 il Fisco i controlli li fa prima dell'iscrizione. E sono molto rigidi, visto che più della metà delle richieste viene respinta: l'anno scorso su 3.843 domande ne sono state rigettate ben 2.063.
Ma quello delle Onlus che nascondono un'attività puramente commerciale è solamente una delle tipologie fraudolente. Altre truffe grandi e piccole vengono ordite attraverso la raccolta di donazioni, che è più informale e lascia meno tracce, da parte di finti enti solidaristici. Come quell'Associazione Salvadanai beccata a San Remo nel 2005, che sfruttava dei disabili per rastrellare 'fondi a scopo di beneficenza' con i salvadanai piazzati nei negozi. E poi lasciava gli spiccioli ai soggetti veramente bisognosi, pro forma, mentre i soci 'reinvestivano' il grosso dei proventi nell'acquisto di auto e beni di lusso. E non diversamente da quel Centro Cooperazione Sviluppo genovese assurto ai disonori delle cronache, che prometteva di "cambiare la vita di milioni di bambini" in Mozambico attraverso il sostegno a distanza, e invece era un'associazione per delinquere che intascava migliaia di euro e li spendeva in Mercedes e appartamenti. O, ancora, dall'associazione Amore del bambino, che a Milano raccoglieva denaro per far operare all'estero i bambini affetti da gravi patologie, e che aveva fagocitato 450 mila euro attraverso collette raccolte coi soliti salvadanai. Tutti casi che però, presto o tardi, sono stati smascherati.
Sarà, c'è da sperarlo, il destino di esempi come quello della famigerata Croce Verde Brixia, che ha truffato gli ospedali di Bergamo, Mantova e Cremona per un milione e mezzo di euro: più del triplo dei costi realmente sostenuti gestendo postazioni del 118 e occupandosi dei servizi di assistenza e trasporto malati. O di una truffa dal valore di 800 mila euro che in Toscana aveva visto sorgere non una, ma un'intera galassia di sigle (dieci in tutto, da Co.Mo.Va. a Euroinvalidi) con un unico denominatore comune: raccogliere abiti usati per profitto, e naturalmente chiedere contributi porta a porta, presso supermercati, negozi e abitazioni di privati. Interessante infine la mappa dei soggetti fraudolenti: in testa la Campania, con 456 bocciature, staccando di gran lunga il Lazio, 268, e la Sicilia, 156 casi. Le più virtuose risultano Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, entrambe con otto richieste a testa. E tuttavia è proprio in Emilia Romagna che è recentemente saltato fuori il caso di una sedicente guaritrice di Saludecio, in provincia di Rimini, che difende a spada tratta lo status di Onlus della sua associazione, L'Angelo. E rifiuta la richiesta dell'Agenzia delle entrate di rilasciare fattura per le sue prestazioni: "Ho ricevuto un dono Da dio, e i doni di Dio non si tassano". Nemmeno le Onlus.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Onlus-che-truffa/1820448//1
TASSE NON RISCOSSE
«Guardi che sono problemi che risalgono a ben prima del mio governo»: esordisce così, il premier Romano Prodi, incalzato da Moreno Morello, inviato di Striscia la Notizia, che gli chiede ragguagli sugli ormai famosi 98 miliardi di euro.
Di quel tesoro, insomma, che - secondo i calcoli della Corte dei Conti - le società concessionarie delle slot-machine tra tasse non riscosse e multe non pagate dovrebbero allo Stato.
Così l’inchiesta del Secolo XIX arriva sino all’inquilino di Palazzo Chigi: dopo mesi di insistenze, dopo che anche il blog di Beppe Grillo aveva sposato la causa del nostro giornale, “Striscia” ha deciso di andare fino in fondo.
Determinanti sono state soprattutto le migliaia di e-mail che i lettori del Secolo XIX e i frequentatori del blog di Grillo hanno mandato all’inquilino di Palazzo Chigi; lo ammette lo stesso Prodi: «Ho ricevuto un sacco di e-mail su questo problema».
Adesso il governo ha preso impegni precisi. Certo, la risposta di Prodi arriva dopo molte insistenze. E, come hanno mostrato le immagini di “Striscia”, non è stata esattamente spontanea: Moreno Morello, tipico smoking bianco ed espressione vagamente beffarda, si è prima appostato per giorni davanti a Palazzo Chigi, inseguendo il premier che filava via a bordo della sua Lancia Thesis.
TRUFFA LEGALIZZATA
Nell'estate del 2001, la cessione a Marco Tronchetti Provera del pacchetto azionario di controllo di Telecom Italia ha sottratto al Fisco 600 milioni di euro, (1.266 miliardi delle vecchie lire). E per l'amministrazione delle Finanze, è arrivato il tempo che quel denaro rientri nelle casse dell'Erario.
L'Agenzia delle entrate ha notificato un avviso di accertamento fiscale ai soci e agli amministratori pro-tempore della società "Bell", la cassaforte lussemburghese del finanziere bresciano Emilio Gnutti che di Telecom aveva il controllo e attraverso cui ne venne perfezionata la vendita. Sei anni fa, i soci di "Bell" raccolsero dalla transazione plusvalenze esentasse per 2 miliardi di euro (3.500 miliardi delle vecchie lire). Dovranno ora versare 600 milioni di euro a titolo di "maggiore imposta" evasa e 1 miliardo di euro "a titolo di sanzioni". Quell'esenzione non gli spettava, perché Bell era una società italiana a tutti gli effetti, e fu ingiustamente favorita.
"Considerata l'entità del danno erariale, nonché la distrazione del patrimonio sociale di "Bell" - scrive l'Agenzia delle entrate nel provvedimento - si rende opportuna l'iscrizione di ipoteca sui beni dei trasgressori e dei soggetti obbligati in solido, con conseguente sequestro dei loro beni, compresa l'azienda".
Tali misure cautelari dovrebbero essere effettuate anche nei confronti dei soci di Bell. In particolare, di "Hopa spa" e "GP Finanziaria spa" (entrambe controllate da Gnutti ndr.), i maggiori ed effettivi beneficiari della distrazione del patrimonio sociale".
Un miliardo e seicento milioni di euro (tremila miliardi, 292 milioni 371 mila 654 lire, nel computo dell'Agenzia delle Entrate) è un fiume di denaro. Lo 0,1% del Pil del nostro Paese.
Eppure, per quattro anni, l'amministrazione finanziaria che rispondeva al ministro dell'economia Giulio Tremonti ha rinunciato alla sua riscossione. Perché? La risposta è in una storia che, con l'evidenza dei documenti di cui "Repubblica" è in possesso, ricostruisce le mosse di un network di professionisti, dirigenti pubblici, militari della Guardia di Finanza di Milano che intorno a questo tesoro si è mosso, garantendone l'immunità fiscale. Vi si rintracciano significativamente alcuni protagonisti della partita mortale ingaggiata a partire dall'estate del 2006 con il viceministro Vincenzo Visco da un blocco di alti ufficiali della Guardia di Finanza con l'appoggio del centrodestra.
I fatti, dunque.
2001. Tronchetti ha acquistato Telecom comprando da "Bell" il 22,5 per cento delle azioni Olivetti che ne garantiscono il controllo. "Bell" è una holding con sede legale al 73 di Cote d'Eich, Lussemburgo. La controlla "Hopa spa", la finanziaria di Gnutti, la "bicamerale della finanza", in cui siedono tra gli altri il Montepaschi di Siena, Fininvest e l'Unipol di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti. A quella data, soci di "Bell" sono "Gpp International Sa" (a sua volta controllata per il 100 per cento da Hopa), "Gp finanziaria spa" (dello stesso Gnutti), "Interbanca spa", "Banca Antoniana popolare veneta", Chase Manhattan International, "Oak fund", "Financiere Gazzoni Frascara", "Finstahl", "Tellus srl", "Pietel srl", "Autel srl.", Ettore, Fausto e Tiberio Lonati, "Bc com" e gli stessi "Montepaschi" e "Unipol".
"Bell" non è stata nulla di più che una cassaforte in cui sono rimaste custodite le azioni di controllo Olivetti-Telecom. Esaurita la sua funzione, può essere svuotata e abbandonata. Come documentano i libri societari, nel novembre 2001, con la distribuzione ai soci dei 2 miliardi di euro di plusvalenze Telecom, il patrimonio netto della società scende a poco più di 34 milioni di euro, impiegati per "l'estinzione dei debiti contratti".
Di fatto, è una messa in liquidazione. Di cui ha la sostanza, ma non la forma. Perché, contabilmente, Bell deve continuare ad esistere. E' l'unico modo, infatti, per far rientrare in Italia i capital gain in regime di esenzione fiscale e aggirare le norme che vietano, anche in Lussemburgo, di ridistribuire utili di una società in liquidazione. La mossa soddisfa gli appetiti di tutti. Solleva soprattutto la cortina di fumo in cui Guardia di Finanza prima e Agenzia delle entrate, poi, possano volontariamente smarrirsi. E' ciò che accade di lì a breve.
Il 26 marzo del 2003, a Milano, dodici militari della Guardia di Finanza bussano in via dei Giardini 7, studio legale "Freshfields Bruckhaus Deringer", domicilio fiscale dichiarato dalla "Bell". Appartengono alla "quarta sezione" del "Primo gruppo Verifiche Speciali" del nucleo regionale di polizia tributaria della Lombardia. Devono accertare se i 2 miliardi di euro di plusvalenze della vendita Telecom non siano stati sottratti alla tassazione attraverso una "esterovestizione", come, con termine tecnico, viene definita la fittizia localizzazione all'estero della residenza fiscale di una società che, al contrario, ha di fatto la sua attività e persegue il suo oggetto sociale in Italia. L'accertamento su Bell è l'unica opportunità rimasta al Fisco per ficcare il naso in quella transazione, perché su "Hopa" (che controlla Bell) è sceso il buio del "condono tombale" (2002) cui Gnutti ha immediatamente aderito.
Il lavoro dei finanzieri porta via quattro mesi. In un contesto significativo. Nel 2003, lo spoil-system del centro-destra ha finito di ridisegnare la macchina della lotta all'evasione. Giulio Tremonti, ministro dell'economia, si è liberato del direttore generale dell'Agenzia delle entrate, Massimo Romano, apprezzato civil servant e architetto della riforma fiscale. Al suo posto ha voluto Raffaele Ferrara, un ex ufficiale della Guardia di Finanza legato a doppio filo con Marco Milanese, altro ex ufficiale scoperto da Tremonti a Milano e diventato capo della sua segreteria politica.
Ferrara (legato al direttore del Sismi Nicolò Pollari) arriva al vertice dell'Agenzia delle Entrate dalle Ferrovie del dopo Necci, dove ha lavorato per la società "Metropolis". Esattamente come Marco Di Capua, che diventa direttore dell'Accertamento dell'Agenzia delle Entrate a spese di William Rossi. Come e più di Ferrara, forse, Di Capua conta ancora molto nella Guardia di Finanza. E non solo lì, visto che il fratello, Andrea, altro ex ufficiale, è stato chiamato al Sismi da Nicolò Pollari per dirigere l'ufficio del personale.
Nella sua direzione "Accertamento", Di Capua ha aggregato Graziano Gallo, "dottore commercialista in Milano", cui è affidato l'incarico di responsabile dei "controlli sulle imprese di grandi dimensioni". Anche lui ha vestito l'uniforme della Guardia di Finanza, come il padre: il colonnello Salvatore Gallo, annotato negli elenchi della loggia P2 con tessera numero 933.
Le acque non si sono mosse soltanto a Roma. A Milano, è stato avvicendato il vertice della Guardia di Finanza. Il nuovo comandante del nucleo regionale di polizia tributaria è Stefano Grassi, che ha sin lì lavorato nell'ufficio dell'aiutante di campo del ministro Tremonti. Mentre nuovo comandante regionale è il generale Emilio Spaziante, altro "pollariano" di ferro, già capo dell'intelligence delle Fiamme Gialle, futuro capo di Stato maggiore e vicesegretario del Cesis, motore primo, nell'estate del 2006, dell'affare Visco-Speciale.
Ma torniamo ai nostri dodici finanzieri e alla loro verifica su "Bell". A scorrerne i nomi, ce n'è uno oggi più conosciuto di altri. Guida la squadra. E' il tenente colonnello Virgilio Pomponi. E' arrivato a Milano nel 2002 come "capo delle operazioni" del Nucleo regionale di polizia tributaria, ufficio che risponde direttamente al generale Spaziante, ed è destinato ad assumere presto il comando del nucleo provinciale di polizia tributaria. Soprattutto, è destinato a finire al centro dell'affare Visco-Speciale, perché nella lista degli ufficiali di Milano di cui, nell'estate 2006, verrà chiesto l'avvicendamento. Di Pomponi, alcune cronache diranno che il suo allontanamento da Milano avrebbe prodotto "contraccolpi nelle indagini su Unipol e la lussemburghese Bell, nemmeno valutabili" nella loro gravità. E' un fatto che se ad oggi non è dato sapere quale contributo investigativo personale l'ufficiale abbia dato alle due indagini, sono al contrario documentabili le conclusioni che il primo agosto 2003, rassegna nel "verbale di constatazione" che chiude appunto il primo accertamento su "Bell".
Il Fisco - osserva il tenente colonnello - non ha argomenti, né "evidenze probatorie" per aggredire Bell. Che - scrive - "ad avviso di codesto comando regionale" è e resta una "Societé de partecipation financières" di diritto lussemburghese. La sede della sua amministrazione e l'oggetto della sua attività sociale sono cioè regolarmente radicate in Lussemburgo. Il che la rende soggetta alla locale legislazione fiscale, che prevede l'esenzione sulle plusvalenze ottenute dalla cessione di partecipazioni azionarie. Eppure, sembrano esistere ottime ragioni per sostenere il contrario. Sulla scorta di 193 documenti acquisiti nello studio "Freshfields Bruckhaus Deringer", l'ufficiale dà atto, infatti, che "Bell appare essere sempre stata priva di proprio personale e di propri beni strumentali in Lussemburgo". Che "la maggioranza dei suoi soci ha residenza in Italia". Che lo studio legale "Freshfields Bruckhaus Deringer" di Milano "non si è limitato all'esame delle questioni legali riguardanti la società, ma ha predisposto le assemblee sociali e le riunioni del cda, redigendone ordini del giorno e verbali; ha steso contratti e accordi tra i soci; ha partecipato a riunioni dell'assemblea Olivetti e alla sottoscrizione di atti" ha lavorato ad operazioni cruciali in stretto contatto non con un ufficio in Lussemburgo, ma con un telefono di Brescia: quello della "signora Maurizia Gallia", segretaria di Gnutti.
Dunque? Le ragioni di "Bell" vengono argomentate dall'avvocato Dario Romagnoli e da Claudio Zulli. Non sono due professionisti qualunque. Romagnoli ha diviso il suo studio di diritto tributario ("Vitali-Romagnoli-Piccardi) con Giulio Tremonti fino al giorno in cui non è stato nominato ministro dell'economia. È anche lui un ex ufficiale della Guardia di Finanza ed è stato compagno di corso di Marco Milanese, che di Tremonti è capo della segreteria. Zulli è il commercialista di Gnutti, ma anche lui ha ottimi rapporti con il ministro. Come, nell'estate del 2005, documenta l'intercettazione telefonica di un suo colloquio con Consorte (nei giorni chiave della scalata Bnl, il numero uno di Unipol lo chiama per chiedere un incontro con Tremonti. "Devo ringraziarlo di due o tre cosette e gli devo spiegare un po' di roba perché mi deve dare una mano su cose importanti").
Per il comando regionale della Guardia di Finanza, Romagnoli e Zulli hanno argomenti irresistibili. In una memoria che diventa parte integrante del verbale, i due professionisti scrivono: "Bell non ha, né ha mai avuto residenza fiscale in Italia (...) il consiglio di amministrazione si è sempre riunito in Lussemburgo. L'assemblea dei soci si è sempre riunita all'estero (...) Nessuno dei soci ha mai esercitato il controllo della società (...)". Conclude dunque Pomponi: "Gli elementi raccolti hanno messo in luce, da un lato indici di collegamento diretto di Bell con il territorio dello Stato italiano, dall'altro che l'intera attività di amministrazione/gestione ordinaria e le principali decisioni straordinarie appaiono formalmente essere state poste in essere all'estero. Pertanto, a parere di questo Comando, non si ravvisa un quadro probatorio tale da far ritenere che Bell debba ragionevolmente ritenersi residente in Italia sotto il profilo fiscale".
Il 4 agosto 2003, il caso è chiuso. E, per quel che racconta alla Procura di Milano l'ex numero uno della Banca Popolare, Giampiero Fiorani, l'operazione costa ad Emilio Gnutti 25 milioni di euro. Li versa all'avvocato Romagnoli a titolo di parcella professionale. Uno sproposito, che Romagnoli nega negli importi (l'avvocato ha sempre sostenuto, di aver ricevuto "non più di 5 milioni di euro") e che Fiorani imputa a complessivo saldo del salvataggio fiscale di Bell, aggiungendo che per lui, come per Gnutti, dire studio Romagnoli significava dire Tremonti. Che Fiorani affermi o meno il vero, è un fatto che nel bilancio 2005 di Bell (l'anno, vedremo, è significativo) compare nelle voci a debito un'annotazione per 31 milioni di euro da saldare con Romagnoli e Zulli. Ed è un fatto che, esaurito il capitolo Guardia di Finanza, la pratica soffochi nelle spire dell'Amministrazione civile delle Finanze.
Il verbale di accertamento delle Fiamme Gialle su "Bell" viene trasmesso all'ufficio 1 dell'Agenzia delle Entrate di Milano, dove verrebbe dimenticato se non fosse per la notizia ricevuta il 25 febbraio 2004 dai pm di Milano Mannella e Nocerino che su Bell esiste un'istruttoria per evasione fiscale. Il 16 luglio 2004 - giorno in cui Domenico Siniscalco giura da ministro dell'Economia (Giulio Tremonti di era dimesso il 3) - l'Ufficio 1 di Milano scrive alla Procura: "Non sussistono prove sufficienti per affermare che Bell possa essere considerata fiscalmente residente in Italia. Pertanto, salvo che a seguito di più incisive attività istruttorie di codesta procura, non emergano elementi tali da condurre a soluzioni diverse, lo scrivente ufficio provvederà all'archiviazione". La pratica muore. Finché, aprile 2005, la Procura, che a sua volta sta per archiviare, torna a sollecitare.
L'ufficio 1 - è ormai giugno 2005 - interpella la Direzione regionale. Che impiega cinque mesi per stabilire che è necessario se la sbrighino a Roma, alla Direzione generale accertamento, quella di Marco Di Capua. La risposta arriva il 23 dicembre del 2005, quando Tremonti è ormai tornato a fare il ministro. La Direzione Accertamento informa di "essere già stata interessata dalla Procura di Milano" e di aver provveduto a individuare dei "consulenti" per i pm Mannella e Nocerino: il "dottor Pasquale Cornio", capo dell'ufficio soggetti grandi dimensioni area nord e il "dottor Graziano Gallo", capo settore nazionale dell'accertamento sulle grandi imprese. Il 10 aprile 2006, i due periti così concludono con la Procura: "I redigenti ritengono che la Bell sia da considerarsi fiscalmente residente in Italia secondo le regole di diritto interno". E tuttavia, "che difficilmente possa considerarsi residente fiscalmente in Italia secondo le regole di diritto convenzionale, prevalenti su quelle di diritto interno. Non essendo stati reperiti elementi sufficienti a dimostrare che la direzione effettiva della società abbia avuto sede in Italia".
Gnutti e soci sono salvi. Un'ultima volta. Ad aprile del 2006, al ministero torna Visco. La Procura di Milano decide di proseguire la propria istruttoria. All'agenzia delle entrare riacquistano i loro uffici Massimo Romano e William Rossi. La pratica Bell esce dall'archivio. A Milano deflagra il "caso Visco-Speciale".
PARLAMENTARI BARBONI O EVASORI ??
Presentano dichiarazioni Irpef che lasciano perplessi. E poi ci chiedono sacrifici -
Il mistero delle dichiarazioni dei redditi dei nostri parlamentari. Alcuni sono vicini allo zero, altri sono da fame. E allora mi viene un dubbio...
Piangono gli imprenditori, piccoli medi e grandi. Nessuno li aiuta, nessuno li incoraggia, nessuno provvede a rilanciare l'economia con incentivi adeguati. Piangono i cinesi perché obbligati a sottostare a regole che non conoscono o conoscono approssimativamente. Piangono i commercianti schiacciati dalla macrodistribuzione. Piangono i benzinai liberalizzati e incazzati. Piange Tronchetti Provera perché non gli lasciano vendere Telecom a chi lo imbottirebbe di denaro. Piangono i patrioti perché temono di perdere aziende su cui sventola il tricolore. Non avrei mai pensato che un giorno sarebbe scoppiato il patriottismo telefonico.
Sono commosso anche io. Piangono tassisti, farmacisti, commercialisti. Scusate, ma non dovevano piangere i ricchi secondo i programmi dell'Unione? Non ho ancora visto un banchiere asciugarsi gli occhi. Un bagno di lacrime invece per Coppola, che si è accodato a Ricucci e Fiorani, scomparsi dalla scena per aver fatto quel che fan tutti nel Belpaese: i furbetti.
Ma il quadro più struggente dell'indigenza nazionale ci viene fornito dall'elenco dei redditi denunciati dai parlamentari, 630 deputati e 315 senatori (esclusi quelli a vita che annegano nelle pensioni da pascià). Scorri la lista e sei colto da profonda malinconia. Eccetto alcuni signoroni che fan rima con Berlusconi, tutti gli altri son barboni che fan rima con terroni. Mamma mia che desolazione. C'è gente che ha denunciato zero euro all'anno, gente che prima di essere eletta non possedeva nulla e ci si chiede come abbia potuto sopravvivere fino all'ingresso nel Palazzo.
Volete i nomi? Eccoli: Caruso, comunista; Filippi, leghista; Fundarò, verde; Germontani, An; Khalil, comunista; Laratta, Ulivo; Poretti, Rosa nel pugno. Merlo, gruppo misto, ha invece guadagnato uno sproposito, 156 euro; Bafilé, Ulivo, 2763 euro; Capotosti, Udeur, 3674.
Ammazza che redditi. E dicono che i miracoli sono una invenzione dei preti.
Se non è un prodigio campare con meno di 3000 euro l'anno, quale altra spiegazione c'è?
A giudicare dalla media delle cifre dichiarate dai nostri rappresentanti politici, siamo di fronte a una categoria di sfigati che non si capisce come abbia sostenuto le spese folli della campagna elettorale. La maggioranza dei candidati al seggio sarà stata costretta a dedicarsi alla questua per saldare le fatture dei manifesti, dei santini, dei comizi eccetera. Un branco di accattoni salvati dal decesso per inedia dall'inserimento nelle liste.
Il plotone degli onorevoli e dei senatori ha tratto dalle attività professionali stipendiucci miserabili; urge una colletta per strapparlo a un futuro di stenti. Quasi quasi indiciamo una sottoscrizione in suo favore.
Se non sono barboni con tutti i crismi, cosa sono? Non ci posso credere: evasori, nuotatori nel sommerso?
Difficile rispondere. Il sospetto comunque sorge spontaneo all'esame dei numeri. Redditi avvilenti per una Repubblica fondata sul lavoro e sulle banane. Quale lavoro non consente di mettere insieme il pranzo con la cena?
C'è un aspetto drammatico da non sottovalutare. Come fa l'Unione a dire che i conti dello Stato sono migliorati per merito del governo in lotta contro l'evasione fiscale?
Come fa il fisco ad avere quattro occhi puntati sui nostri soldi e a chiuderli su quelli dei barboni o evasori (non giudico) del Parlamento?
Si predica che che il buon esempio deve venire dall'alto. Ok. Non esiste niente di più alto delle Camere in cui si esercita il potere legislativo. Per cui regolatevi cari amici lettori.
Osservate bene da quale pulpito viene la predica e tirate le somme.
Già. Le somme.
Sapete quanto ha denunciato Prodi, ex presidente della commissione europea? Qua i numeri: 89.514 euro.
Poi se la prendono con gli orefici, i salumieri e gli idraulici.
Almeno questi lavorano.
http://www.cittadiniattivi.it/testo.asp?id=1125
L'EVASIONE PER CATEGORIA
Ecco la classifica secondo l'Eures
Insegnanti privati, architetti, negozianti di piastrelle e materiali edili. Sono queste le professioni al top dell'evasione fiscale nelle tre categorie di servizi, professionisti e commercianti.
Gli insegnanti evadono sulle ripetizioni private, mentre imbianchini e idraulici, elettricisti e falegnami non rilasciano ricevuta per i loro interventi nelle case.
Ma tra i super-evasori ci sono anche professionisti come gli avvocati e gli psicologi, gli architetti e i dentisti, i veterinari e i notai.
Insomma, sono davvero molti i mestieri in cui compaiono gli artisti dell'evasione. E se la situazione migliora tra colf, commercianti e parrucchieri, gli evasori risultano invece in crescita in tutte le altre categorie. Ecco di seguito la classifica degli evasori fiscali, in base all'esperienza degli intervistati dall'Eures.
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ARTIGIANI E SERVIZI ALLA PERSONA |
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RIPETIZIONI |
79,40% |
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MURATORE/PITTORE |
73,20% |
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BABY-SITTER/BADANTE |
72,70% |
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TAPPEZZIERE |
72,40% |
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FALEGNAME |
72,10% |
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FABBRO |
67,10% |
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ELETTRECISTA |
66,10% |
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COLLABORATRICE DOMESTICA |
65,40% |
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IDRAULICO |
64,90% |
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CARROZZIERE |
50,60% |
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GOMMISTA |
42,50% |
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MECCANICO |
41,60% |
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ESTETISTA |
37,40% |
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PARRUCCHIERE/BARBIERE |
30,90% |
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LAVANDERIA |
21,70% |
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LIBERI PROFESSIONISTI |
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ARCHITETTO |
48,80% |
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PSICOLOGO/PSICHIATRA |
46,50% |
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AVVOCATO |
45,80% |
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GEOMETRA |
44,10% |
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DENTISTA |
32,90% |
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VETERINARIO |
31,20% |
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NOTAIO |
30,30% |
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MEDICO SPECIALISTA |
26,70% |
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COMMERCIALISTA |
22,50% |
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PUBBLICI ESERCIZI |
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MATERIALI EDILI/PIASTRELLE |
37,00% |
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FERRAMENTA |
19,10% |
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BAR |
18,10% |
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PIZZA A TAGLIO/ROSTICCERIA |
16,70% |
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RISTORANTE/PIZZERIA/PUB |
14,60% |
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ALBERGO/CAMPEGGIO |
12,50% |
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PASTICCERIA/GELATERIA |
11,10% |
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GIOCATTOLI |
11,10% |
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CARTOLERIA/ARTICOLI SCUOLA |
10,40% |
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ARTICOLI SANITARI |
8,40% |
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ABBIGLIAMENTO/ACCESSORI |
8,00% |
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ALIMENTARI |
7,50% |
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DISCHI/VIDEO |
7,30% |
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LIBRERIA |
7,00% |
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PROFUMI/ERBORISTERIA |
6,30% |
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TELEFONIA/HI-FI |
5,40% |
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FARMACIA |
2,00% |
http://www.tgfin.mediaset.it/tgfin/articoli/articolo385155.shtml