


CHI COMBATTE L'ABUSIVISMO EDILIZIO ???
I diversi tipi di abusivismo edilizio
Il fenomeno complessivo di devastazione ambientale mista a inefficienza e corruzione che dall'ultimo dopoguerra sta distruggendo il territorio italiano non può essere semplicemente ascritto alla voce "abusivismo"
E' di grande attualità in questo momento il
tema dell'abusivismo. Quarant'anni di edilizia selvaggia ha arrecato gravi danni
al territorio, all'ambiente, alla convivenza civile e al concetto stesso di
legalità. Ma il fenomeno complessivo di devastazione ambientale mista a
inefficienza e corruzione che dall'ultimo dopoguerra sta distruggendo il
territorio italiano non può essere semplicemente ascritto alla voce
"abusivismo".
Il quadro delle illegalità e delle
devastazioni è assai variegato, e un tentativo di riassumerlo con tutti i
necessari "distinguo" comporterebbe la stesura di un trattato. Si possono porre
una serie di "punti fermi": catalogare cioè in forma necessariamente telegrafica
le varie situazioni e tipologie di quel che oggi genericamente viene indicato
come "abusivismo" tout court, ovvero "mostri di cemento" o simili. Ecco dunque
in breve sintesi:
1) ABUSIVISMO VERO E PROPRIO. Trattasi essenzialmente di edifici realizzati in totale assenza di concessione edilizia, in genere su aree dove gli strumenti urbanistici non ne consentirebbero comunque il rilascio. E' un fenomeno esploso nelle periferie cittadine nel dopoguerra, ed è innegabile che, in buona misura, abbia costituito una risposta emergenziale alla necessità di abitazioni degli strati più poveri della popolazione inurbata. Indagare sulle cause dell'inefficienza pubblica di fronte all'espansione demografica porterebbe assai lontano. Qui basti dire che in molti casi l'abusivismo è stato un "sottoprodotto" della grande speculazione edilizia e fondiaria, in certo modo ad essa funzionale, e che tutti i tentativi di dare in tempo utile al Paese una normativa urbanistica capace di porre un freno all'abuso dello jus aedificandi sono falliti di fronte alla coalizione di forze politiche ed economiche variamente assortite (v. il "caso legge Sullo" dei primi anni '60!).
Ma era nella logica stessa del fenomeno che - sistemate in qualche modo le folle di senza tetto - esso si volgesse verso obiettivi più remunerativi. In epoca più recente è quindi iniziato il fenomeno dell'assalto alle coste, alle spiagge, ai boschi delle località turistiche, sovente con la copertura "morale" di presunte necessità abitative, di fatto inconsistenti.
Questo tipo di abusivismo - quello totale- ha colpito l' Italia in modo assai discontinuo. Sarebbe un grosso errore dire che il territorio -anche solo quello costiero- è stato devastato dagli "abusi" edilizi; in realtà danni enormi sono stati arrecati da quella che si potrebbe definire edilizia semilegale, o solo formalmente legale (di cui si dirà ai punti successivi). Resta tuttavia innegabile che l'abusivismo, concentrato soprattutto in alcune zone di ogni Regione, ha avuto effetti devastanti: le campagne intorno alle grandi città, la via Prenestina a Roma, l' area Vesuviana, Ischia e Capri, i Campi Flegrei, l'agro nocerino-sarnese e mille altri luoghi, a volte carichi di bellezza e di storia, sono stati massacrati, insieme a centinaia di Km. di coste, da questo fenomeno incivile. Caso paradigmatico quello del Monte Argentario - luogo mitico e supervincolato della "civile Toscana"- laddove nel '74 le denunce del WWF portarono alla scoperta di centinaia di edifici abusivi (o falsamente legali, ad esesmpio per essere stato autorizzato il "restauro" di manufatti inesistenti!), che nell'insieme stavano trasformando il Promontorio in una sola lottizzazione abusiva. E qui più che altrove è apparsa con chiarezza la mistificazione demagogica messa in atto da chi - politici e amministratori in primo luogo- ha cercato di spacciare per "piccolo abusivismo dei contadini locali" quel che invece era la costruzione di vere e proprie ville (o embrioni di esse), da rivendere ad alto prezzo ad acquirenti esterni....
2) ABUSIVISMO LEGALIZZATO. Ci si riferisce, ovviamente, al frutto dei vari condoni, sempre più simili nei loro effetti a un'incivile "sanatoria permanente" (rischio inutilmente fatto presente dal WWF fin da quando si cominciò a parlare di un condono). Per come è stata gestita tutta l'operazione condono non ha fatto che rafforzare la diffusa convinzione che, prima o poi, tutto sarebbe stato sanato, anche gli abusi a venire. Oltre a ciò, il gravissimo problema dei controlli, affidato in toto a amministrazioni locali sovente corresponsabili e a Soprintendenze dai mezzi irrisori, aveva fatto temere il peggio, che puntualmente si è verificato.
Leggiamo oggi (stime del CRESME) che dal 31/12/1993 (ultima data utile per l'ammissione di immobili al condono) ad oggi sono state realizzate oltre 200.000 nuove abitazioni abusive. Ed altre 230.000 case erano sorte nel giro di appena due anni (1983/4) come conseguenza del primo condono. E' dunque chiarissimo che gli abusivi incalliti non hanno mai creduto nel "giro di vite" annunciato al termine della sanatoria, ma che al contrario hanno approfittato dei condoni per realizzare sempre nuove costruzioni, anche a termini di condonabilità scaduti, contando di riuscire in qualche modo a sanarle (per successiva riapertura dei termini, ovvero truccando le denunce per quanto concerne le date di costruzione).
A riprova del caos venutosi a creare, due casi limite: la rivolta (apertamente spalleggiata da certi sindaci) degli abusivi organizzati in Sicilia - quelli di speculazione ben mascherati dietro quelli "di necessità"- i quali semplicemente non volevano pagare per nessun tipo di condono, e il tentativo di far condonare perfino.....il "Mostro di Fuenti". Anni addietro infatti l'allora Ministro dei Beni CC.AA. V. Bono Parrino, sul finire del proprio mandato si accingeva a firmare un parere positivo preliminare al condono (essendo la zona vincolata), in quanto il Mostro "non sembrava in contrasto con rilevanti interessi ambientali...". Una macroscopica svista, almeno si spera, ma che dimostra la superficialità e l' improvvisazione con le quali tutta la sciagurata vicenda dei condoni è stata gestita.
3) EDILIZIA SEMILEGALE, O SOLO FORMALMENTE LEGALE. Qui il discorso si fa ben più complesso. Infatti se per edifici "semilegali" si possono intendere quelli realizzati in grave difformità dai progetti approvati, ovvero sulla base di progetti che non avrebbero potuto essere approvati (esempio classico: villette munite di "regolare" concessione edilizia, ma che nell'insieme formano una lottizzazione), per edifici "formalmente legali" si debbono intendere invece quelli muniti di tutti i "pezzi di carta" necessari, ma che ugualmente hanno sul territorio un impatto devastante.
Ed in quest' ultima categoria rientrano proprio le colate di cemento più inconsulte ed oltraggiose dall' ultimo dopoguerra. Dalle orrende periferie urbane degli anni '60 alle lottizzazioni negli ultimi boschi e pinete costiere (vedi il "caso Capocotta"). Da certi squallidi villaggi turistici sulle Alpi e sugli Appennini ai tentativi scellerati di costruire ville di lusso lungo tutta l'Appia Antica (chi, tra gli "addetti ai lavori" non ricorda le vibranti invettive di Antonio Cederna?) dai vari "mostri" come quello di Fuenti (che in effetti era sostanzialmente dotato di varie autorizzazioni) alle ignominiose lottizzazioni che hanno cancellato in gran parte la morfologia stessa delle nostre coste. Tutto questo, ed altro ancora, è stato fatto almeno in gran parte dei casi nel sostanziale rispetto della legalità formale, e di conseguenza spesse volte confortato da sentenze dei vari TAR, del Cons. di Stato. Quante volte, dietro edifici che costituiscono un insulto alle regole del buon gusto e del viver civile, e di cui ci si domanda chi sia stato così folle da progettarli e autorizzarli, c'è una sentenza emessa "nel nome del popolo italiano"....
E qui per essere più chiari occorrerebbe rifare la storia delle leggi sull' urbanistica e sul paesaggio (teoricamente interfacciate, secondo il legislatore degli anni '30 e '40; di fatto tenute ermeticamente separate, e conculcata fino a tempi recenti la seconda). Il "tradimento" delle leggi urbanistiche si è consumato attraverso il rifiuto di considerare il paesaggio e l'ambiente come invarianti del territorio e limiti naturali all'edificabilità. Attraverso le fallimentari vicende della legge "Ponte" n° 765 (che, nata per mettere un argine allo scempio, grazie al vergognoso "anno di moratoria" sulle licenze edilizie e alla sopravvivenza degli anacronistici Programmi di Fabbricazione si risolse in un colpo di acceleratore per tutte le lottizzazioni), attraverso il rifiuto di porre alcun serio vincolo all'edificabilità almeno nelle aree extraurbane di maggior pregio. O attraverso la permissività irresponsabile con la quale sono stati approvati pessimi strumenti urbanistici locali (tra i quali i Programmi di Fabbricazione, concepiti su misura per le esigenze della proprietà fondiaria e delle lottizzazioni), ecc.
Oggi il quadro generale è indubbiamente mutato: costruita gran parte del costruibile l'attenzione va fatalmente spostandosi verso la salvaguardia di ciò che è rimasto, e verso un parziale recupero dell'ambiente - laddove possibile- che passa per la demolizione degli abusi peggiori e la "decostruzione" di manufatti anche legali ma ambientalmente insostenibili (riconversione di aree industriali obsolete, difesa dei terreni agricoli, ecc.). Qui molto altro ci sarebbe da dire sul sistema dei Parchi e Riserve (nazionali e regionali) faticosamente avviato, sui Piani Paesistici che, con forti ritardi e molte incongruenze, sono ovunque in via di approvazione, ecc. Tuttavia affrontare anche questi aspetti pur fondamentali porterebbe a sviluppi eccezionali. Emerge invece una nuova preoccupante tendenza fra molte Regioni, le quali, nella perdurante assenza di un Testo Unico statale sull'urbanistica e sulla scia dell'esempio della Toscana, stanno dotandosi di una propria legislazione urbanistica fortemente innovativa (cosa non esente da critiche sul piano della costituzionalità), ed improntata a criteri di "elasticità", flessibilità e completa valorizzazione delle autonomie locali. Cosicchè, ad esempio sarebbero gli stessi Comuni ad approvare i propri strumenti urbanistici (ribattezzati "Piani Strutturali", anzichè "Regolatori", a sottolinearne il valore programmatico e non vincolante), spettando alle varie autorità "di controllo" solo il potere di presentare delle "osservazioni", ecc.
Anche questo è un discorso che porterebbe lontano, ed è quindi il caso di fermarsi a un accenno. Resta tuttavia l'ineludibile esigenza di fare ordine e chiarezza nella materia urbanistico/edilizia, cominciando con l'approvare quella legge-quadro (o Testo Unico) nazionale di cui si parla inutilmente fin dal dopoguerra. Altra questione di grande portata ed attualità, certamente non risolta da Tangentopoli, è quella della moralizzazione di tutta la politica, e conseguentemente della pubblica Amministrazione. Non c'è infatti il minimo dubbio che gran parte della devastazione territoriale che si è cercato finora di descrivere sia stata provocata dalla pura e semplice corruzione (e in vaste aree da veri e propri interessi di mafia), il territorio essendo stato ridotto a merce di scambio tra politici, mercanti di aree e costruttori.
E allora, tornando al tema delle demolizioni, oltre a casi emblematici quali ad esempio il "Mostro di Fuenti" e suoi consanguinei, occorrerebbe cominciare a pensare seriamente - stabilendo una scala di priorità a seconda della gravità ambientale - alla demolizione almeno di una buona parte di quegli oltre 18.000 abusi non sanabili verificatisi a partire dall'entrata in vigore della legge 47/1985 nelle aree vincolate paesaggisticamente, nei Parchi e sul Demanio.
http://www.corriere.it/speciali/2003/cronache/bruttaitalia/wwf/tipiabuso.shtml
ll fenomeno è molto complesso.
C'è quello che viene definito abuso di necessità, proprio di chi ha costruito una casa per abitarci, cioè una "prima casa" e non una casa di villeggiatura o "seconda casa". In ogni caso questi abusivi hanno infranto la legge e non sembra giusto "condonare" perché agli italiani onesti (la maggioranza) che la casa l'hanno costruita in modo legale (naturalmente pagando le tasse relative, cosa che gli abusivi non fanno) può sembrare un premio ai "furbi".
E c'è poi l'abusivismo legato alla grande criminalità organizzata (Mafia, Camorra, 'Ndrangheta), che non di rado si intreccia con il primo. Orientarsi è difficile, ma qui di seguito riportiamo alcuni dati, ufficiali.
GLI ECOMOSTRI
Gli ecomostri sono le enormi costruzioni di cemento che deturpano siti archeologici, spiagge e oasi naturalistiche (da qui il nome, mostro ecologico). Si tratta di costruzioni abusive nate dalla "collaborazione" tra imprenditori disonesti e politici locali corrotti. In Italia i mostri di cemento erano 14, ora ne sono rimasti 11 perché il Governo ha finalmente cominciato la guerra contro l'abusivismo edilizio.
Il primo mostro abbattuto è stato il FUENTI, un mega albergo costruito alla fine degli anni '70 sulla costiera amalfitana: 34 mila metri cubi di cemento, 24 metri di altezza (sette piani), 2000 metri quadri di superficie. Tutto questo in un'area che l'Unesco aveva dichiarato patrimonio dell'umanità. È stato definito un "misfatto ecologico esemplare".
LE
TAPPE DELLA STORIA DEL "FUENTI"
1968 Il 5 agosto del 1968 il Comune di Vietri sul Mare concede la licenza edilizia e la Sovrintendenza della Campania dà il nulla-osta paesaggistico. L'area è già sottoposta a vincolo
1971 L'edificio viene terminato nel 1971, dopo polemiche e sospensioni dei lavori. Nello stesso anno la Sovrintendenza revoca il nulla-osta poiché la costruzione non corrisponde ai progetti presentati. Anche il Comune annulla la licenza e i provvedimenti sono confermati dal Consiglio di Stato nel 1981.
1985 Con il condono edilizio del 1985 la società proprietaria chiede la sanatoria dell'edificio: la Regione Campania dà parere favorevole, ma il Ministero dei Beni culturali annulla il nulla-osta della Regione.
1992 Una sentenza del Tar (Tribunale amministrativo regionale) della Campania conferma la decisione del Ministero dei Beni Culturali.
1997 Una sentenza del Consiglio di Stato (dicembre) stabilisce che l'albergo non può essere condonato. L'Hotel Fuenti è stato utilizzato solo per i terremotati dell'Irpinia.
Il secondo ecomostro abbattuto è stato PUNTA PEROTTI - Complesso residenziale costituito da due edifici di 11 e 13 piani sul lungomare di Bari. Il complesso è stato realizzato nell' ambito di due piani di lottizzazione che prevedono la realizzazione di 290.000 metri cubi complessivi. La struttura è stata edificata ad una distanza inferiore a 300 metri dal mare e posizionato in modo da nascondere totalmente la vista del lungomare a sud di Bari.


02/04/2006 - Conclusa la prima fase della tanto attesa demolizione dell'ecomostro Punta Perotti a Bari. Tutto come previsto: 350 chilogrammi di tritolo hanno fatto implodere i due terzi della saracinesca che da oltre dieci anni taglia il lungomare barese.
23/04/2006 - Seconda esplosione: crolla anche la seconda parte dell'ecomostro. Il 24 aprile è attesa l'ultima esplosione che demolirà interamente la costruzione.
Nel gennaio 2001 il Ministro dell' Ambiente e il Ministro dei Beni Culturali hanno presentato un disegno di legge per la tutela ambientale ed il recupero dei siti compromessi dalla speculazione. È previsto l'abbattimento degli 11 ecomostri ancora esistenti. Eccone l'elenco:
SPALMATOIO DI GIANNUTRI - Complesso edilizio destinato a mini-appartamenti grande complessivamente 11.000 metri cubi, realizzato in una zona ad elevato pregio paesaggistico all' interno del Parco nazionale dell' Arcipelago Toscano.
SCHELETRO DI PALMARIA - Complesso edilizio destinato ad albergo e miniappartamenti, alto circa 25 metri e con un volume di 10.000 metri cubi. L' area si trova nel territorio del Parco nazionale delle Cinque Terre.
CONCA DI ALIMURI - Struttura edilizia destinata ad uso alberghiero realizzata a ridosso della battigia, non ancora ultimata. Il complesso ricade all' interno del Piano urbanistico territoriale della penisola sorrentino-amalfitana.
BAIA PUNTA LICOSA - Si tratta di 53 edifici destinati a residenza, costruiti, ma non ancora ultimati, all' interno di un' area caratterizzata dalla presenza di alberi di particolare pregio (pino d' Aleppo). L' area si trova all' interno del territorio del Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano.
PIETRA DI POLIGNANO A MARE - Complesso turistico costituito da una struttura alberghiera ed alcuni villini, per un volume complessivo di 34.000 metri cubi. Il complesso ricade nella fascia di 300 metri dalla battigia, in area soggetta a vincolo paesistico di tutela assoluta.
FOSSA MAESTRA - Complesso edilizio vicino Massa Carrara destinato ad accogliere 65 mini appartamenti e locali accessori. Si trova in un' area classificata come zona di valore paesaggistico ed ambientale da sottoporre a conservazione.
BAIA DI COPANELLO - Complesso edilizio costituito da albergo ed abitazioni a schiera, realizzato in assenza di concessione edilizia.
VILLAGGIO SINDONA - Complesso costituito da 12 edifici a schiera realizzato in località Cala Galera e non ancora ultimato. L' area ricade nella riserva naturale di Lampedusa, soggetta a vincolo paesaggistico ed idrogeologico. È inoltre sottoposta a vincolo di inedificabilità assoluta.
CAPO ROSSELLO - Complesso di edifici residenziali per complessivi 9.000 metri cubi, realizzato in prossimità della battigia.
CALA DEI TURCHI - Complesso alberghiero vicino Agrigento di circa 15.000 metri cubi. L' edificio non è stato ancora completato.
IL CONDONO EDILIZIO
Il condono edilizio non è mai stato una soluzione positiva al problema. Anzi. Non appena si comincia a parlare di condono edilizio, il numero di edifici abusivi cresce enormemente: tutti sperano di essere "condonati", cioè di vedersi riconosciuti legittimi proprietari di una casa costruita illegalmente. Ad esempio, l'anno precedente al condono edilizio del 1985 voluto dal Governo Craxi, cioè il 1984, è stato l'anno peggiore per l'abusivismo: su un totale di 270.000 nuove abitazioni circa un terzo (80.000 unità) erano abusive.
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REGIONE |
% |
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Piemonte |
1,8 |
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Valle d'Aosta |
0 |
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Lombardia |
3,8 |
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Trentino Alto Adige |
0,5 |
|
Veneto |
3,9 |
|
Friuli Venezia Giulia |
0,5 |
|
Liguria |
0,9 |
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Emilia Romagna |
2,5 |
|
Toscana |
2,7 |
|
Umbria |
0,6 |
|
Marche |
1,5 |
|
Lazio |
4,8 |
|
Abruzzo |
7,0 |
|
Molise |
2,0 |
|
Campania |
19,8 |
|
Puglia |
12,8 |
|
Basilicata |
1,9 |
|
Calabria |
8,8 |
|
Sicilia |
18,2 |
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Sardegna |
5,9 |
Le cose recentemente vanno un po' meglio, ma i dati sono sempre gravi.
Secondo gli studi di Legambiente e dell'Istituto di ricerca Cresme, nel quinquennio 1994-1998, cioè dopo il condono approvato dal "Governo Berlusconi-Radice", sono state realizzate 232.000 nuove case abusive, per una superficie complessiva di 32.5 milioni di metri quadrati e un valore immobiliare di 29.000 miliardi di lire. L'evasione fiscale è di 6.700 miliardi di lire.
Solo nel corso del 1998 sono stati costruiti ben 25.000 stabili abusivi (3,5 milioni di mq, un valore di mercato stimato superiore ai 3.000 miliardi di lire e una evasione fiscale pari a 730 miliardi). Il 76,3% delle costruzioni illegali (vedi tabella a fianco) è concentrato nelle regioni meridionali e nelle isole; al Centro la percentuale scende al 9,7% mentre al Nord risale al 14%.
Le regioni più corrette sono per lo più al Nord (la Valle D'Aosta con lo 0%, il Trentino con lo 0,5 %, l' Umbria con lo 0,6 % e la Liguria con lo 0,9%). Il mattone illegale è invece ancora abbastanza presente nel Lazio (4,8%), in Lombardia (3,8%) ed in Veneto (3,9%).
Al Sud, in particolare il
fenomeno è concentrato in Campania (19,8%), Sicilia (18,2%), Puglia (12,8%)
e Calabria (8,8%), dove esiste quasi il 60% del totale nazionale
delle costruzioni illegali. Ciò dimostra che il fenomeno dell'abusivismo è
legato al fenomeno delle organizzazioni criminali e mafiose, che sono
particolarmente radicate nelle quattro regioni citate.

Concludiamo
con una novità sulla "tipologia dell'abusivo" come è emersa da un'indagine
di Legambiente sull'abusivismo a Roma e nel Lazio negli ultimi anni:
i "costruttori spontanei" hanno abbandonato le periferie per spostarsi su
aree pregiate. La maggior parte degli abusivismi, infatti, è stata
individuata all'interno dei parchi: 33 lottizzazioni su un totale di 74,
estese per 209 ettari su un totale di 314. I restanti abusi si registrano
nelle aree adiacenti ai parchi e in zone esterne agli stessi.
Si vede che anche gli abusivi romani, come quelli agrigentini della Valle dei Templi, sono sensibili alle bellezze naturalistiche e archeologiche. Popolo di poeti, di artisti, di pensatori, di santi, di scienziati....
http://www.scudit.net/mdcasamia2.htm
Norme antisismiche violate. Abruzzo lunedì 6 aprile 2009, ore 3,32
Gli allarmi inascoltati. La scossa devastatrice. Le vite spezzate. La disperazione dei sopravvissuti. Il dramma dei bambini. Eroi e vecchi camion. Un reportage da “Il Corriere della Sera” a “L’Espresso” e “Panorama”.
I vigili del fuoco arrivati da tutto il Paese sono stati costretti a portare in Abruzzo anche vecchi camion scassati.
Bestioni appesantiti da venti anni di servizio o ancora di più. Che a volte, dopo un rantolo del motore, si sono fermati in autostrada e, come certi muli di una volta, non han voluto saperne di ripartire. Eccole qui, la faccia dello Stato. L’Italia dei vetusti «Fiat Om 90», «AF Combi» o «APS Eurofire» in servizio dai tempi lontani in cui il centravanti della nazionale era Paolino Rossi. Carrette di lamiera che dopo essere state lasciate «dieci anni nei capannoni» (parole di un comunicato ufficiale del sindacato di base Rdb-Cub) sono finite «fuori uso per problemi di ribaltamento e rotture ai supporti del serbatoio dell’acqua» e abbandonate lungo il percorso. Non puoi sentirti orgoglioso di come sgobbano i carabinieri e i poliziotti, le guardie di finanza e i forestali e tutti gli altri, senza ribollire d’insofferenza a guardare la mattina dopo, tra le macerie di Onna, la delusione dei volontari della Protezione civile del Friuli, che sono venuti giù coi loro cani e le loro tende e le loro attrezzature e stanno lì impotenti nelle loro divise nuove di zecca che non riescono a sporcare: «Sono già le dieci, siamo qua da ieri sera e nessuno ci ha ancora detto come possiamo renderci utili. Che modo è?».
È l’Italia. La «nostra» Italia. Piccoli egoismi e fantastica dedizione, efficienza e sciatteria, ripiegamenti individualisti e straordinario altruismo di uomini e donne accorsi da tutte le contrade a dare una mano.
Il gran Sasso, lassù in alto, domina severo. L’impresario edile Bruno Canali, ai margini di quella Onna in cui le ruspe scavano solchi tra le montagne di macerie per ricostruire il tracciato delle vecchie strade, mostra il suo villino: «Non c’è una crepa ». Spiega che l’ha costruita seguendo «tutti i criteri antisismici». A pochi metri, le altre case si sono sgretolate. Da lui non è caduto un soprammobile. Come fai a non arrabbiarti, a guardare le fotografie della biblioteca della scuola elementare crollata a Goriano Sicoli o, peggio ancora, dell’ospedale (l’ospedale!) dell’Aquila? Sono anni che si sa come si dovrebbe costruire, nelle aree a rischio. Non sono serviti a niente la durissima lezione del terremoto ad Avezzano né gli avvertimenti degli esperti che da decenni ricordano come le zone più esposte siano quella a cavallo dello Stretto di Messina, la Sila in Calabria, il Forlivese, la Garfagnana e la Marsica né il disastro di qualche anno fa in cui morirono i piccoli di san Giuliano. A niente. «Dopotutto non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani», disse furente Jean-Jacques Rousseau a proposito del catastrofico terremoto di Lisbona del 1755. L’uomo non può sfidare impunemente la natura: questo voleva dire. Non può contare, spensieratamente, solo sulla buona sorte. Eppure così è sempre stato, da noi. E decine di migliaia di persone hanno continuato ad ammucchiarsi disordinatamente intorno al Vesuvio nonostante siano passati solo pochi decenni dall’ultima eruzione del 1944 quando la gente pazza di paura prese a girare con la statua di San Gennaro perché fermasse la lava già bloccata quarant’anni prima dal santo a un passo da Trecase. E migliaia di sindaci e assessori e vigili urbani hanno chiuso gli occhi per anni sul modo in cui, anche nelle zone più pericolose, venivano tirati su spesso con cemento scadente e piloni gracili i condomini e le scuole e gli edifici pubblici. Per non dire di chi aveva le responsabilità più gravi. Ma, come accusava Il Sole 24 ore del 7 aprile 2009, il varo delle nuove regole si è via via impantanato di ritocco in ritocco, di rinvio in rinvio, di proroga in proroga. Colpa della destra, colpa della sinistra. Basti ricordare che fu solo la Corte Costituzionale, nel 2006, tra i lamenti e gli strilli dei costruttori («Siamo molto preoccupati per il rischio di paralisi nei cantieri, si potrebbe bloccare l’edilizia!») a bloccare una legge troppo permissiva della Regione Toscana spiegando che no, «in zona sismica, non si possono iniziare i lavori senza la preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico».
Ed è sbalorditivo, oggi, tornare indietro soltanto di qualche giorno dal sisma. E trovare la conferma che mai, prima dell’apocalisse del 6 aprile 2009, erano state nominate parole come sisma o terremoti nella proposta edilizia del governo Berlusconi alle Regioni del giugno 2008, mai nella prima bozza del «piano casa», mai nell’intesa del 31 marzo 2009. Mai. Con il terremoto in Abruzzo Claudio Scajola detta alle agenzie che il piano casa «dovrà essere utile anche per le protezioni antisismiche» e il nuovo documento dato alle Regioni, ritoccato in tutta fretta, ha un «articolo 2» nuovo nuovo. Dove si spiega, sotto il titolo «misure urgenti in materia antisismica» che «gli interventi di ampliamento nonché di demolizione e ricostruzione di immobili e gli interventi, che comunque riguardino parti strutturali di edifici, non possono essere assentiti né realizzati e per i medesimi non può essere previsto né concesso alcun premio urbanistico sotto alcuna forma ed in particolare come aumento di cubatura, ove non sia documentalmente provato il rispetto della vigente normativa antisismica».
Evviva. Ci sono voluti i lutti di Onna e la distruzione dell’Aquila e quelle file di bare allineate, però, per cambiare il testo originale dato alle Regioni solo una settimana prima. Dove l’articolo 6, precipitosamente soppresso dopo il cataclisma abruzzese, era intitolato «Semplificazioni in materia antisismica». Meglio tardi che mai. Purché dopo una settimana, un mese, un anno, non torni tutto come prima.
Qualcuno adesso dovrà indagare. Una volta sepolti i morti e sistemati gli sfollati, dovrà spiegare perché a L'Aquila il cemento impastato dieci o vent'anni prima già si sbriciola come pane secco. Dovrà dire perché queste travi si sono spezzate e hanno fatto un massacro. Come in Abruzzo, con il brivido delle scosse di assestamento e il vento del Gran Sasso che spazza le macerie di via Luigi Sturzo, centro città, cento per cento di morti nelle case nuove là in fondo alla strada. Nuove. Eppure sono venute giù.
Se due mesi di sciame sismico riducono così il cemento, allora l'allarme lo dovevano dare molto prima. Invece questo passerà alla storia come il primo terremoto previsto in Italia. E, purtroppo, anche come il primo snobbato dalle autorità. Hanno ignorato l'annuncio del disastro molti sindaci della provincia per finire, su su, agli esperti della Protezione civile.
Eppure la previsione di Giampaolo Giuliani, tecnico del laboratorio scientifico del Gran Sasso insultato e denunciato per procurato allarme, non è uno scoop da premio Nobel. Che la liberazione di gas radon dagli strati profondi delle rocce riveli l'arrivo di un forte terremoto, lo si impara al primo anno di Geologia all'università. Anche in Italia. È vero che non è possibile conoscere con precisione quando colpirà la scossa. Ma a L'Aquila e lungo l'Appennino la terra tremava e da fine febbraio. Avere un laboratorio di fisica proprio dentro il Gran Sasso, la montagna attraversata dalle faglie e dalle tensioni geologiche di questo disastro, era poi una immensa opportunità. Forse bastava sfruttarla. Nessun preallarme nemmeno per i soccorsi in una regione fatta di antichi paesi di sassi e pietre.
Lunedì 6 mattina a Civita, una frazione a pochi chilometri da Onna, vicino all'epicentro in provincia, gli abitanti hanno dovuto sbarrare la strada a un convoglio dei vigili del fuoco per chiedere loro di estrarre due persone. Le hanno tirate fuori che erano già morte. I pompieri son ripartiti subito per L'Aquila. I cadaveri sono rimasti a Civita, per terra, fino alle quattro del pomeriggio: "Quando è arrivata un'auto delle pompe funebri", raccontano i testimoni. Sono le priorità a stabilire dove si devono fermare i convogli. I primi sono stati inviati dove c'erano più cadaveri: a L'Aquila, a Onna, a Paganica. Così gli abitanti delle piccole frazioni hanno dovuto aspettare. Non c'erano alternative. Da martedì, secondo la Protezione civile, con l'arrivo dei rinforzi da tutta Italia, anche i centri più piccoli sono stati raggiunti. Nonostante la previsione del terremoto, però, gli abitanti della città e di tutta la provincia avevano creduto alle rassicurazioni degli esperti della commissione Grandi rischi, riprese dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, dal governo e dalle autorità locali. Nessuno immaginava che perfino le costruzioni più moderne di L'Aquila fossero trappole. Non lo sapevano i ragazzi italiani e stranieri morti e feriti nel pensionato universitario, nemmeno i quattro studenti sepolti in due stanze prese in affitto in un'altra villa in via Sturzo. Non lo poteva immaginare.
Gran parte delle strade di L'Aquila in quei giorni era al buio. In molte case però non mancava la luce. Vedi le finestre illuminate dentro le tapparelle abbassate. Credi che ci sia qualcuno lassù. Invece è la fotografia di lunedì 6 aprile, ore 3,32, il momento esatto della scossa, 5,9 gradi della scala Richter, nemmeno un record in Italia.
A metà di via Sturzo la fuga di una famiglia su un'Alfa Romeo è rimasta bloccata al cancello, quando un grosso pezzo di cornicione l'ha colpita in pieno. In una camera da letto spogliata dai muri perimetrali è ancora accesa l'abat-jour sul comodino. Sui balconi sopravvissuti al crollo, il bucato steso la domenica sera. I libri negli scaffali. Le sveglie che ancora suonano la mattina presto. Persiane semichiuse che ricordano le ville calcificate di Pompei. Istantanee di vita quotidiana. Al buio si intuisce la sagoma di quattro donne avvolte nelle coperte di lana. Si fanno coraggio insieme e dormono sulle sedie davanti alla casa di una di loro. Non hanno voluto andarsene al centro di raccolta. Pochi passi più avanti, in fondo a via Sturzo, le fotoelettriche illuminano il vuoto. Due ruspe rimuovono il groviglio di tondini di ferro. L'armatura a queste costruzioni non manca. Stupisce l'apparente fragilità del cemento. Tre o quattro ville, tutte uguali, si sono accasciate sui loro piani. Resta soltanto il tetto di due. In una sono morti due anziani. Nella seconda almeno quattro studenti tra i quali un ragazzo della zona di Vasto, in Abruzzo. La sua mamma sostenuta da un'amica piange da ore. «Ho provato a far suonare il suo telefonino», sussurra, «risulta irraggiungibile. Un collega di università di mio figlio ha invece chiamato il telefonino di un suo compagno di stanza sepolto là sotto. Quello suona ancora, ma da domenica notte nessuno risponde».
Subito più avanti il cumulo di macerie nasconde la bimba di tre anni e tutta la sua famiglia. Rimossi i blocchi di cemento, trovano prima il piccolo materasso del lettino. Si vede subito che apparirà un bambino. Non ci sono più bare. Nemmeno bodybag, i sacchi utili per trasportare le vittime delle emergenze, che l'Italia ha regalato negli anni scorsi alla Libia. I soccorritori liberano dai calcinacci una coperta di lana. La ripiegano per usarla come barella. Avvolgono la piccola nella lana e la adagiano sulla terra. Vigili del fuoco e guardia forestale interrompono per qualche minuto il lavoro a mani nude nei detriti. Li guida un abitante del quartiere in tuta blu, grigio di polvere fin nei capelli. «Adesso restano da trovare un'altra bambina, la sua mamma e il suo papà», spiega l'uomo al capo operazioni dei pompieri: «Poi dobbiamo tirare fuori gli anziani che abbiamo visto nella casa accanto. Ma non so quanti sono». Arriva finalmente l'ambulanza, allontanata per caricare le macerie su due grossi camion. «Come si chiama questa bambina?», chiede un'infermiera della Croce rossa. Nessuno sa rispondere. Non ci sono parenti. Non ci sono vicini. Tutti sotto le macerie. Forse una quindicina di morti. Tutti sepolti dal crollo di case relativamente nuove. Intorno le costruzioni più vecchie e i condomini sono rimasti in piedi. Hanno danni strutturali. La facciate bombardate. Ma i loro abitanti hanno almeno avuto il tempo di svegliarsi e fuggire.
In via Sant'Andrea all'angolo con Generale Francesco Rossi, prega la mamma di Armando Cristiani. Per arrivare fin qui bisogna sfidare i calcinacci che le scosse sparano come cecchini dalle cime dei palazzi. Antonio Rossi, il papà, cammina su e giù con un piccolo ombrello in mano e un sacchetto di biscotti sottobraccio. Era la cena che un vigile urbano gli ha regalato. Sulla montagna di macerie continua il lavoro di altri eroi. Rischiano la vita e altri crolli per salvare Marta, un'altra studentessa tradita dalle norme antisismiche dei palazzi dell'Aquila. Una ragazza raggiunta nel pomeriggio dagli speleologi e dai soccorritori del Club alpino italiano. «Marta ci ha detto di aver sentito delle grida salire dalla tromba delle scale. Una voce molto più sotto di lei», racconta uno speleologo: «Abbiamo chiamato, abbiamo provato ma non ci ha risposto nessuno». Antonio Cristiani è convinto che suo figlio sia lì ad aspettare che qualcuno lo tiri fuori. Erano sei studenti in affitto, in un appartamento al terzo piano. Tutti dispersi. «Ho sentito mio figlio sabato sera», racconta la mamma, «mi ha detto che c'era appena stata una forte scossa. Eravamo preoccupati, ma lui diceva che poi passava».
Trema ancora la terra. Scosse forti che fanno crollare i muri che ormai non si reggono più. Gli speleologi portano in superficie Marta, la avvolgono, la caricano su un'ambulanza. «La ragazza era incastrata accanto a un armadio», racconta il soccorritore che l'ha liberata: «Sotto c'era il vuoto e dovevamo stare molto attenti a non farla cascare più in basso». Questi soccorritori sono ragazzi di poche parole. Lo speleologo dice solo che di mestiere fa il carpentiere- saldatore: «Niente nomi, non servono». E se ne va sulla montagna di macerie a cercare Martina, studentessa di Ingegneria gestionale. È la grande Italia dei volontari, quanto mai uniti da Nord a Sud. I genitori di Martina aspettano avvolti in una coperta. Il padre è rassegnato: «Ormai mi devo mettere il cuore in pace». In via Persichetti, altro quartiere, altra strage. I condomini sono sbrecciati. Le case dell'Ottocento sembrano quasi indenni. In mezzo il crollo delle palazzine più nuove ha spianato l'isolato. Due bare attendono in mezzo alla strada che qualcuno le recuperi. “L'Aquila - Visa Persichetti, non identificata", scrive un soccorritore con il pennarello sul nastro adesivo. L'assenza di funzionari dell'anagrafe impedisce al momento di sapere chi sono i residenti a ogni indirizzo. L'identificazione verrà fatta nei prossimi giorni. Anche se la mancanza di numero civico sul nastro adesivo non sarà d'aiuto. Appare nel buio Pasqua E., la mamma di Alice Dal Brollo. È arrivata da Cerete in provincia di Bergamo e scopre che nessuno sta scavando nella casa di sua figlia. Poco fa c'è stata una scossa oltre il quarto grado Richter. Per questo i vigili del fuoco si sono allontanati. Tornano poco dopo con la guardia forestale. «Alice è sicuramente lì. Una sua compagna di stanza l'hanno già trovata morta. Un'altra, ritornata a L'Aquila da Sora poco prima del terremoto, è riuscita a scappare. Forse mia figlia è bloccata». La quarta studentessa, anche lei di Sora, deve ringraziare l'influenza che si è presa. E domenica sera non è tornata a L'Aquila. Alle nove del mattino i genitori scoprono che Alice è morta. Come Luigi Giugno, 34 anni, guardia forestale, ucciso nell'unica camera da letto crollata nel loro palazzo. L'hanno trovato sopra il lettino del suo bimbo, Francesco, 2 anni, che ha tentato inutilmente di proteggere. Accanto il cadavere della moglie e la valigia già pronta per il ricovero al reparto maternità. Francesco questa settimana avrebbe avuto una sorellina. Anche la loro casa sembrava sicura. Dovremmo costruire case antisismiche, come in Giappone e in California dove i palazzi tremano ma pochi si fanno male. Invece spenderemo quei soldi per un grande ponte a Messina. Silvio Berlusconi l'ha ripetuto in questi giorni. Dove? Dopo aver visto le macerie a L'Aquila.
Il crollo della prefettura. L'ospedale lesionato. La questura inagibile. Così i soccorsi sono rimasti senza testa. Perché nonostante le scosse nessuno aveva verificato gli edifici ?
Giù la Prefettura: quello che doveva essere il centro nevralgico della gestione dell'emergenza è completamente fuori uso e ridotto a un cumulo di macerie. Inutilizzabile anche la questura, altro luogo considerato fondamentale per affrontare le grandi calamità. E poi si sbriciolano anche gli impianti dell'ospedale San Salvatore, inaugurato dieci anni fa, costruito con colonne in cemento armato e sale operatorie di cartapesta. Così il terremoto spazza via tre dei pilastri dei soccorsi: obbliga la Protezione civile a rivedere da zero i piani di intervento, in una zona che da sempre si conosce come sismica e che da settimane vive una sciame di scosse. Ma dove nessuno si era preoccupato di verificare la robustezza dei capisaldi per affrontare la crisi più drammatica: fino a domenica il palazzo ottocentesco della Prefettura era il fulcro di ogni strategia.
Davanti al collasso di queste strutture, il professor Franco Barberi, vulcanologo e presidente vicario della Commissione grandi rischi, non usa mezzi termini. "È desolante vedere un simile spettacolo di inefficienza e imprevidenza in un paese come il nostro che a misurarsi con le conseguenze dei forti terremoti dovrebbe essere abituato da sempre". E accusa: "Le responsabilità sono diffuse a tutti i livelli, purtroppo siamo un paese che non impara le lezioni". Invece l'emergenza è stata doppia, trasformando la pianificazione in improvvisazione.
Guido Bertolaso, sottosegretario e commissario straordinario per questo disastro, è stato persino costretto a sdoppiare la sala operativa, il cervello di tutte le operazioni. Una parte è finita nei locali della scuola sottufficiali delle Fiamme Gialle, una parte ha dovuto addirittura chiedere ospitalità a una struttura privata come la Reiss Romoli: un centro di alta formazione per le telecomunicazioni appartenente a Telecom Italia. Eppure, mai come questa volta si poteva essere pronti a scattare. Bastava rispettare la legge e ascoltare i segnali della natura, usando buon senso.
Dopo la strage di San Giuliano di Puglia, dopo l'assurdità di un terremoto che rade al suolo soltanto la scuola ossia l'edificio che doveva essere più solido, dopo la morte di quei ventisette bambini erano state varate nuove regole. Ma sono passati sette anni da quel sisma, scioccante ma di dimensioni limitate, e i controlli sui palazzi pubblici non sono ancora diventati operativi: rinvio dopo rinvio, l'entrata in vigore delle norme continua a slittare. La legge ignora i tempi della terra. E così in Abruzzo tanti sono morti per colpa di verifiche che i legislatori hanno preferito rimandare. Con oltre 70 mila edifici da esaminare, finora in tutta Italia di verifiche ne sono state fatte sette mila, appena il dieci per cento del totale. In Abruzzo la media è ancora più bassa. Quanto, nessuno lo sa esattamente. Un alto responsabile della Protezione civile che preferisce mantenere l'anonimato confessa con rabbia a “L'Espresso” di avere chiesto questi dati alla Regione Abruzzo senza riuscire ad ottenerli. Quello che è sicuro invece è che nessun intervento è stato fatto negli ultimi anni sugli edifici crollati all'Aquila, nonostante la Protezione civile disponesse di 280 milioni di euro per l'analisi della vulnerabilità e la messa in sicurezza delle strutture strategiche.
Il palazzo della Prefettura, per esempio, per la sua storica usura, secondo il professor Barberi andava pesantemente rinforzato. Oppure, in mancanza di volontà o di risorse, abbandonato a favore di un'altra sede sicura che ospitasse il quartiere generale dei soccorsi. Altre strade da seguire non ce n'erano. Non aver fatto né una cosa né l'altra apre un delicato capitolo sul fronte delle responsabilità che, secondo Barberi, "vanno comunque individuate". Il crollo della Prefettura ha infatti fatto perdere ore chiave. Subito dopo quella maledetta scossa delle 3.32 la macchina dell'emergenza a L'Aquila è rimasta senza testa: nessuna centrale, nessuna rete di collegamenti per coordinare il territorio con le strutture nazionali. Per indirizzare i soccorsi verso i paesi più colpiti, per orientare i mezzi a seconda delle necessità. "C'era un gravissimo problema di reti telefoniche e non riuscivo a contattare, dirigenti della provincia e sindaci", denuncia il presidente della Provincia, Stefania Pezzopane: "La gravità di quello che stavamo vivendo non è stata percepita subito".
I vertici delle operazioni si sono prima installati nella scuola di Telecom Italia, poi si sono trasferiti nella base della Guardia di Finanza, che disponeva di spazi per i veicoli e di connessioni con tutti gli apparati dello stato. Per ore c'è stato incertezza su come rintracciare i responsabili delle operazioni e sulla gestione delle informazioni. Ore preziose, in cui altre persone potevano essere salvate: altri superstiti oltre ai cento estratti dal coraggio di abitanti e soccorritori. Perchè nessuno ha verificato la stabilità della Prefettura? I piani di intervento, che la indicavano come centrale dell'emergenza, ricadono sotto la responsabilità della Protezione civile. Ed è incredibile che nonostante lo sciame di scosse che da giorni sia mancata la minima precauzione. Stefania Pezzopane parla di "tragedia annunciata": "Soprattutto dopo quello che succedeva da due mesi con numerosissime scosse come quella forte del 30 marzo che ci aveva portato alla chiusura di scuole". A più di dieci ore dal sisma, dichiara sempre la presidente della Provincia: "Ho l'impressione che la situazione del circondario sia stata sottovalutata".
La scossa del 30 marzo poteva essere un segnale d'allarme per mettere la macchina della Protezione civile in posizione di lancio. L'area interessata dai fenomeni sismici dista pochissimo da Roma, da Pescara e da Ancona, con una rete autostradale celebre per la sua estensione. Ci sono a distanze ridotte aeroporti civili e militari, ci sono basi di elicotteri, ci sono caserme dell'esercito e delle forze dell'ordine. C'era tutto per essere ineccepibili. E invece sono venuti a crollare i pilastri per la gestione dell'emergenza, lasciando nella confusione le prime ore, quelle più importanti per salvare le persone intrappolate tra le macerie.
Ancora più grave il caso dell'ospedale San Salvatore, entrato in funzione nel 1994 e che avrebbe dovuto resistere ad ogni genere di sisma. Invece è stato addirittura evacuato per le pesanti lesioni strutturali registrate anche nell'armatura del cemento. "E pensare che è costato tantissimo", afferma il suo direttore generale Roberto Merzetti: "In più, secondo le carte di cui disponiamo era stato a suo tempo garantito per resistere a terremoti addirittura più forti di quello che abbiamo appena registrato".
Non si sa quali garanzie siano a suo tempo state date per la Casa dello studente crollata e costata la vita di alcuni ragazzi. Anch'essa però era stata realizzata in cemento armato puntualmente spappolatosi sotto la spinta del sisma. Cemento del tutto particolare e inadatto alla bisogna e sul quale, sospettano in Regione, costruttori disonesti potrebbero avere speculato realizzando armature di scarsa qualità. Su tutto questo già si invoca l'intervento della magistratura. Perché i soccorritori arrivati sul posto lunedì si sono prodigati per tirare fuori dalle macerie quante più persone possibili, ma quelle ore chiave perse nell'assenza di un quartiere generale possono avere determinato la fine per molte altre vite imprigionate tra le travi. Nella speranza che almeno questa volte la lezione serva a evitare altri disastri futuri.
“Qui sono cadute anche le case nuove”. Parole di allarme del sindaco de L’Aquila a conferma che non sono crollate soltanto le vecchie case in pietra del centro storico: il terremoto del 6 aprile ha distrutto o danneggiato in modo tale da renderli inabitabili anche palazzi moderni. L’ospedale, un presidio che non dovrebbe solo restare in piedi ma anche funzionare in emergenza, è stato evacuato e dichiarato inagibile (per il 90%). Come l’hotel “Duca degli Abruzzi”, che non era in un palazzo di pietra antica e si è accartocciato su se stesso. O la chiesa di Tempera, a sette chilometri dall’Aquila, che era un edificio moderno, fino alla ormai tristemente nota Casa dello studente, in via XX Settembre, costruita a metà degli anni sessanta e crollata su se stessa.
Un problema non solo dell’Abruzzo, che pure è zona ad elevato rischio sismico. La Protezione civile calcola che in Italia siano 80 mila gli edifici pubblici “vulnerabili”: scuole, ospedali, uffici, caserme. A essi vanno aggiunte le infrastrutture presenti in zona (strade, ferrovie, ponti). Le scuole costituiscono una vera emergenza: quelle edificate in zone a rischio sarebbero 22 mila, 16 mila delle quali in aree ad alto rischio; di queste circa novemila sarebbero prive di criteri antisismici e potrebbero subire danni in caso di scosse. Si calcola che gli ospedali da mettere a norma siano invece 500. Ma a chi tocca intervenire? Chi decide le priorità, anche economiche? Un’autorità centrale specifica non esiste e gli enti responsabili sono una quantità enorme: le regioni hanno competenza per ospedali e strutture sanitarie, province e comuni per le scuole, lo Stato per prefetture e caserme. Dal 2003 la Protezione civile dirama con regolarità ordini di verifica, i controlli però sono impossibili, così come capire quali siano le priorità: bisognerebbe pianificare interventi in un lungo arco di tempo, almeno un decennio. Lo stesso discorso andrebbe fatto per il patrimonio edilizio privato. Un monitoraggio completo su scala nazionale non è stato fatto, ma soltanto una mappatura in alcune aree particolarmente a rischio.
Secondo statistiche Istat elaborate dall’ Associazione Nazionale dei Costruttori Edile (ANCE), le case costruite in base alla normativa del 1974 sono un terzo del totale in quanto gli immobili a uso abitativo costruiti prima di quell’anno sono 7,2 milioni, il 64 per cento. Si stima che tre milioni di italiani vivano in zone a elevata sismicità, soprattutto lungo la dorsale appenninica del Centro e Sud Italia (dalle Marche alla Calabria fino alla Sicilia), quasi 21 milioni in aree a media sismicità, più di 15 milioni e mezzo in aree a bassa sismicità e circa 20 milioni in aree a sismicità minima. Oltre un terzo del territorio nazionale presenta un rischio terremoti medio - alto.
Il presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, Paolo Stefanelli, è stato molto netto: “Non stupisce affatto che della Casa dello studente sia crollata la parte più giovane. Tutti gli edifici costruiti negli anni ‘50 e ‘60, a causa del tipo di cemento armato usato, sono a rischio sismico in un tempo tra i 5 e i 30 anni”. E, a proposito del piano casa presentato dal Governo, dice: “Questo piano potrebbe rappresentare uno stimolo importante per ricostruire edifici a rischio a costo zero per lo Stato. Chi demolisce un edificio per ricostruirlo ampliato del 35 per cento potrebbe dare in permuta la volumetria aggiuntiva all’impresa che fa l’intervento ed avere un’abitazione sicura praticamente a costo zero con la consapevolezza che tanto prima o poi quell’edificio avrebbe richiesto un intervento radicale ai fini della sicurezza”.
A oggi, dice Stefanelli, manca ancora una norma che renda obbligatorio il monitoraggio sul tempo di vita delle costruzioni. Forse solo quella, perché di norme sull’edilizia antisismica l’Italia ne ha quattro, tutte contemporaneamente in vigore. Il decreto ministeriale 16 gennaio 1996 (”Norme tecniche per le costruzioni in zona sismica”) seguito, dopo il terremoto del 2003 in Molise, dall’Ordinanza della Protezione Civile 3274, che ha rimappato il territorio nazionale, aggiungendo zone sismiche o elevandone la classe. E poi altri due decreti, uno del 2005, l’ultimo del 2008, denominato “Nuove norme tecniche per le costruzioni in zona sismica”. Scienziati e tecnologi parlano chiaro: serviranno strutture antisismiche. Così a mettere le proprie competenze a disposizione delle popolazioni colpite dal sisma scende in campo il CNR che ha progettato, e testato con successo un anno fa in Giappone, una casa antisismica in legno, capace di resistere all’onda d’urto di magnitudo 7,2 della scala Richter, pari al sisma di Kobe che uccise, nel 1995, oltre seimila persone. Il progetto si chiama Sofie, Sistema costruttivo fiemme, ed è un prototipo messo a punto dall’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche (IVALSA CNR), insieme alla Provincia di Trento.
A convalidare il progetto italiano, spiega il CNR, “sono stati i laboratori dell’Istituto nazionale di ricerca sulla prevenzione disastri (NIED) di Miki, in Giappone, dove, alla fine del 2007, la casa di legno di sette piani e 24 metri di altezza realizzata dall’Ivalsa-Cnr di San Michele all’Adige ha resistito con successo al test antisismico considerato il più distruttivo per le opere civili: la simulazione del terremoto di Kobe di magnitudo 7,2 sulla scala Richter”. “Il legno è una valida alternativa ai metodi costruttivi tradizionali, in acciaio o muratura, e soprattutto un’alternativa economica, visto che, a parità di costi, le prestazioni e i rendimenti sono migliori”, dice una nota del Cnr. Attualmente, il primo esempio di rigorosa applicazione della tecnologia Sofie a un edificio pubblico è in fase di realizzazione a Trento, con un collegio universitario di 5 piani che ospiterà, in piena sicurezza, circa 130 studenti.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-dolore-e-la-rabbia/2077532&ref=hpsp
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cemento-disarmato/2077514