ART. 21 DELLA COSTITUZIONE:

LIBERTA' DI MANIFESTARE IL PROPRIO PENSIERO ???


La libertà di manifestazione del pensiero è una delle principali libertà e diritto fondamentale dell’era moderna. Tanto più se è mirata allo sviluppo socio-economico-culturale della comunità. Questa libertà è riconosciuta da tutte le moderne costituzioni. Ad essa è dedicato l’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, come l'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata dall'Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848. L'art. 21 della Costituzione italiana stabilisce che: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Tale libertà è, tra le altre, considerata come corollario dell'articolo 13 della stessa Costituzione della Repubblica italiana, che prevede l'inviolabilità della libertà personale, tanto fisica quanto psichica.

L'interpretazione dell'art. 21 dà vita a dei principi: Il diritto di critica e di cronaca, oltre alla libertà di informare e la libertà di essere informati.

Costituendo al tempo stesso espressione della libertà di pensiero ed insostituibile strumento di informazione al servizio esclusivo della collettività, il diritto di cronaca vanta una tutela rafforzata. E finisce per prevalere sul diritto del singolo individuo, anche se “inviolabile”. Il reato di diffamazione, l’illecito civile, qui non sorgono, pur in presenza di una obiettiva lesione, perché è lo stesso ordinamento giuridico a permetterla (art. 51 c.p.: “L’esercizio di un diritto […] esclude la punibilità”). Nel linguaggio giuridico in questo caso si dice che il comportamento illecito è scriminato, e la lesione non dà luogo ad alcuna responsabilità.

Tutela rafforzata, ma non assoluta. Il diritto inviolabile del singolo individuo soccombe di fronte all’esigenza informativa, ma nel rispetto di alcune precise condizioni. Di stabilire quali siano queste condizioni si è incaricata la giurisprudenza, a partire dalla storica sentenza che scrisse il cosiddetto decalogo del giornalista (Cass. 18 ottobre 1984 n. 5259). Secondo tutti i giudici che, a partire da quella storica sentenza, si sono ritrovati a dover affrontare problematiche relative al diritto di cronaca, quest’ultima si configura correttamente soltanto quando concorrono i seguenti tre requisiti: a) la verità dei fatti (oggettiva o “putativa”); b) l’interesse pubblico alla notizia; c) la continenza formale, ossia la corretta e civile esposizione dei fatti.

In assenza anche di uno solo di questi requisiti, il diritto inviolabile risorge in tutta la sua pienezza, rendendo illecita la manifestazione di pensiero.

Un’ultima considerazione va fatta riguardo ai soggetti che possono beneficiare del diritto di cronaca. Sarebbe errato sostenere che il privilegio di informare è riservato al giornalista. L’art. 21 Cost. non può riguardare una ristretta categoria. In realtà, l’ambito di applicazione del diritto di cronaca non è riferito al soggetto che lo esercita, ma al mezzo attraverso il quale viene diffuso il pensiero.

Così, il diritto di cronaca va riconosciuto a chi narra fatti o esprime un pensiero utilizzando un mezzo tecnicamente idoneo ad informare una cerchia indeterminata di persone. Quindi, non solo al giornalista, ma anche a chi scrive sul giornalino della scuola o dell’università, su un volantino poi distribuito al pubblico, a chi interviene in un forum o tiene un blog su internet. Persino chi scrive sui muri della città può invocare il diritto di cronaca, se vengono rispettati gli altri requisiti (interesse pubblico e continenza formale), anche se il più delle volte i messaggi scritti sui muri, non riportando fatti ma giudizi, risultano meglio riconducibili alla problematica della critica.

Il Testo unico sulla privacy  (D.lgs. 196/2003) non ha abolito la legge n. 633/1941 sul diritto d'autore e in particolare l'articolo 97 di questa legge, che afferma: "Non occorre il consenso della persona ritratta quando la riproduzione dell'immagine è giustificata dalla notorietà o dall'ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, o quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico". Sul risvolto di tale norma si suole articolare l'ampiezza del diritto di cronaca: si può pubblicare tutto ciò che è collegato a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. Nel concetto di pubblicazione lecita è compresa anche la fotografia di persone che godano di notorietà o che ricoprano uffici pubblici. Il giudice può autorizzare la pubblicazione della foto di un minore sequestrato o scomparso: in  questi casi prevale "la necessità di giustizia o di polizia".

Il diritto della stampa di informare su indagini in corso e quello del pubblico di ricevere notizie su inchieste scottanti prevalgono sulle esigenze di segretezza: lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo che, nella sentenza del 7 giugno 2007, ha condannato la Francia per violazione della libertà di espressione (ricorso n. 1914/02). Questo perché i tribunali interni avevano condannato due giornalisti che avevano pubblicato un libro sul sistema di intercettazioni illegali attuato durante la Presidenza Mitterand.

La Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo, inoltre, con tre sentenze (Goodwin, Roemen e Tillack) ha dichiarato  che i giornalisti non possono essere indagati e perquisiti per  violazione del segreto istruttorio. La Convenzione europea dei diritti dell'uomo, con l'articolo 10, protegge le fonti dei giornalisti. Il segreto è funzionale al diritto dei cittadini a conoscere tutto quel  che accade nei palazzi del potere. Le decisioni di Strasburgo sono vincolanti per i giudici italiani.

Il nostro Codice di procedura penale, in base alla relativa legge-delega, "deve adeguarsi alle norme delle convenzioni internazionali ratificate dall'Italia e relative ai diritti della persona e al processo penale".

DR ANTONIO GIANGRANDE PRESIDENTE ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE


PARLIAMO DI CENSURA: VERA O PRESUNTA

LIBERTA’ DI STAMPA E COERENZA

Con le note dell'Orchestra di piazza Vittorio si è aperta alle 15.30 del 3 ottobre 2009 la manifestazione per la libertà di informazione convocata dalla Federazione nazionale della stampa. Solo bandiere della Cgil e dei partiti di opposizione. Molti slogan, cartelli, manifesti e striscioni antiberlusconi.

"Mi spiace non aver potuto partecipare all’iniziativa della Fnsi sulla libertà di stampa. Ho semplicemente sbagliato piazza e mi sono ritrovato in una manifestazione del Pd, di Rifondazione Comunista con la partecipazione di Cgil e di tanti esponenti dello spettacolo", ha dichiarato alle agenzie stampa il segretario del consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino. "C’era anche il sosia dell’onorevole Antonio Di Pietro, perché non poteva certo essere il leader dell’Italia dei valori, primatista tra i politici delle cause contro i giornalisti", ha concluso Iacopino.

Alla manifestazione e all’appello di “La Repubblica” per la libertà di stampa ha partecipato Saviano. “Verità e potere non coincidono mai”: così Roberto Saviano ha chiuso il suo intervento alla manifestazione per la libertà dell'informazione. “La libertà che vogliamo difendere - ha detto l'autore di Gomorra – è la possibilità di raccontare senza doversi aspettare ritorsioni”.

Nota bene: “Gomorra” edito dalla Mondadori di Berlusconi.

Molti dei manifestanti e dei firmatari dell’appello contro Berlusconi, però, non disdegnano di lavorare con le sue aziende: Mondadori (editoria), Medusa (film), Mediaset (televisione). E si arrabbiano se glielo rammenti.

La manifestazione si è svolta  quando Bianca Berlinguer, primogenita dei quattro figli del leader del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer e di Letizia Laurenti (con una sorella giornalista a Studio Aperto di Mediaset), era direttore del TG3 RAI e quando le settimane prima erano in onda su RAI 2 “Anno Zero” di Santoro e Travaglio, su Rai3 “Ballarò” di Floris, “Parla con me” della Dandini,  e da ultimo “Che tempo che fa” di Fazio, programmi monotematici antiberlusconiani.

Il mondo dell'informazione non si è presentato compatto all'iniziativa di protesta di Roma. Dalla manifestazione si è dissociata, ad esempio, la componente sindacale della Fnsi "L'Alternativa" e l'associazione di giornalisti "Lettera22".

L'Alternativa, in una nota, sottolinea: "I giornalisti, si sa, hanno un solo sindacato, l'Fnsi, un sindacato unitario dicono, un sindacato unico diciamo. Noi della componente sindacale 'L'Alternativa' ci abbiamo provato per anni a, come dice il "Che", 'combattere le istituzioni dall'interno': presentando liste, entrando negli organismi, facendo accordi ampi anche con chi da noi era lontano, culturalmente, idealmente e politicamente. Lo abbiamo fatto nel nome di quello che secondo noi dovrebbe fare un sindacato: tutelare i posti di lavoro, le buste paga e le condizioni di lavoro dei colleghi. Tutti i colleghi. Purtroppo chi gestisce da anni il sindacato dei giornalisti preferisce fare politica, anziché fare sindacato". Ennesima conferma di ciò, dopo i vari scioperi 'politici' indetti o annunciati in questi anni, è "la pseudo manifestazione per al libertà di stampa, che si configura - secondo L'Alternativa - per quella che è: la difesa della 'loro' libertà di usare il sindacato per parlare a nome dell'intera categoria dei giornalisti a fini di propaganda politica. L'Alternativa conclude: "E' evidente, a questo punto, che questo sindacato non ritiene di tutelare tutti coloro che fanno questo mestiere, ma solo chi lavora a Repubblica o all'Unita'.

Netto il no alla manifestazione anche da parte dell'associazione "Lettera22": E' evidente che la manifestazione indetta dall'Fnsi, formalmente in “difesa della libertà di stampa” (e a cui aderisce la Cgil) è in realtà una manifestazione a fini di propaganda politica. Una strumentalizzazione alla quale purtroppo presteranno il fianco molti colleghi e molte testate vicine all'opposizione e alla quale è arrivato, purtroppo, anche l'avallo dell'Ordine dei giornalisti". "Lettera22" indica quattro motivi di dissociazione: "Primo, perché a noi la piazza non piace, perché con le manifestazioni si pretende di spacciare la volontà di pochi, a volte anche molti, per la volontà di tutti. Le adunate oceaniche è meglio lasciarle alla politica, e le manifestazioni a chi è all'angolo e non ha altre strade: ha perso il lavoro, è sfruttato, non ha diritti civili. Secondo, perché se è vero che esistono molti problemi e molte minacce alla libertà d'informazione in Italia, questo non accade da oggi: perdurano e si sono aggravati sotto i governi (di centrosinistra come di centrodestra). Ma crediamo che sia ridicolo, se non pretestuoso, identificarli con le querele del premier all'Unità e a Repubblica o con il cosiddetto 'caso Boffo' lanciato dal Giornale". Terzo elemento di dissociazione, "perché si chiede il 'diritto di essere informati da parte di tutti i cittadini per avere tutti gli elementi necessari a formarsi un'opinione', ma in realtà si vuole solo l'impunità per ripetere alla nausea un elemento, tralasciandone tanti altri, per condizionarla l'opinione. Dire una cosa vera infatti, occultandone altre, non significa dire la verità. Quarto, infine - conclude Lettera22 – perché non si può affermare di avere fiducia nella magistratura e pretendere che i processi si svolgano regolarmente e, contemporaneamente, affermare che ricorrere ai tribunali, soprattutto in procedimenti civili, chiedendo risarcimenti per milioni di euro, si configura oggettivamente come un tentativo di intimidazione e di ricatto morale. E' evidente che le parate come quella di Roma sono organizzate da quelli che, se potessero, la libertà di stampa la imbavaglierebbero. La libertà di stampa non manca, insomma, manca la stampa libera".

Nell'edizione delle 20 del Tg1 il direttore Augusto Minzolini è intervenuto con un editoriale per esprimere forte dissenso sulla manifestazione sulla libertà di stampa. "Negli ultimi 10 anni sono 430 le querele dei politici, per il 68% di esponenti di sinistra. E' possibile che la libertà di stampa venga messa in pericolo solo da due querele di Berlusconi contro L’Unità e contro La Repubblica?", ha detto.

Allergici al guinzaglio del governo e difensori del collare a strozzo democratico. Indignati dal ricorso alla cause civili contro i giornali amici, salvo intasare le aule di giustizia con richieste di risarcimento e azioni penali contro il nemico di classe. Le contraddizioni non hanno mai fatto paura alla sinistra italiana e la tradizione è stata rinverdita con la manifestazione - in diretta su Sky e sul Tg4 - dei querelanti contro le querele.

Come ha salmodiato Marco Travaglio ad Annozero, «negli Usa un giornalista deve controllare una cosa sola, che la notizia sia vera. In Italia ci sono denunce civili e penali ed esposti all’Ordine...». Eppure ha trascurato che su 6.745 cause penali e civili intentate alla stampa dal 1994 all’ottobre 2009, le richieste di esponenti del centrosinistra ammontavano a 312 milioni su un totale di 486 milioni di euro.

Sì, proprio da quel fiume composito, con facce vecchie e nuove, che era in piazza con Travaglio e i mille rivoli della galassia giustizialista. Tutti habitué della querela. A partire dalla Cgil, con i suoi sempre numerosissimi pensionati, che potrebbe dare qualche buon consiglio agli avvocati del premier su come farle (e anche vincerle). L’epoca d’oro è stata quella di Sergio Cofferati promotore di diverse azioni penali e civili contro il Giornale e Libero. Poi anche contro ministri della Repubblica, Roberto Maroni, allora responsabile del Lavoro, e Gianni Alemanno.

Ma, soprattutto, ci saranno loro i protagonisti della politique politicienne di centrosinistra. Sempre pronti ad innalzare i loro vessilli quando si tratta di andar contro Berlusconi, ma che non esitano a dar contro le «iene dattilografe» quando scrivono o dicono qualcosa che non garba.

È il caso di Antonio Di Pietro, uno dei primi ad appoggiare la manifestazione. Un vero recordman della querela con oltre 300 cause (357 secondo Repubblica) contro la stampa e ben 700mila euro incassati. Con buona pace del diritto di critica. Non ci sarà, ma ha formalmente aderito, l’ex premier Massimo D’Alema. Tutti lo ricordano per la maxi-richiesta di risarcimento da 3 miliardi di vecchie lire ai danni del povero Forattini per una vignetta su Repubblica sulla lista Mitrokhin, ma ne ritirò anche un’altra da 2 miliardi al Corriere che aveva osato criticarlo sulla sua strategia sindacale. La richiesta di risarcimento da 500mila euro alla Stampa per un articolo che lo citava in riferimento a un dossier dell’agenzia investigativa Kroll. E nel 2002 querelò Repubblica per un’intervista a Maurizio Gasparri che lo tacciò di «spregiudicatezza» per la sua passione nautica. Non è solo il Giornale a essere nel centro del mirino, ma anche la cosiddetta stampa democratica.

Ne sa qualcosa il professor Giovanni Sartori, editorialista del Corriere, che si beccò una querela da Rosy Bindi quand’era ministro della Salute. Incarico istituzionale dal quale non esitò a far causa a destra e a manca ai tempi del dibattito sulla «cura Di Bella». E che dire della sinistra più o meno radicale? In piazza ci sarà anche Nichi Vendola. Lui non ha mai avuto la querela facile, ma alcuni suoi ex-assessori sì, ogniqualvolta quotidiani locali e nazionali denunciavano alcune irregolarità amministrative. E in piazza dovrebbe esserci pure Oliviero Diliberto, il segretario del Pdci, che querelò Libero per la pubblicazione di un verbale del comitato centrale nel 2006 al grido di: «Ci hanno già finanziato la campagna per le politiche con 100mila euro». E proseguì chiedendo un milione al portavoce della comunità ebraica di Milano per un’intervista a Repubblica in cui stigmatizzava le sue posizioni anti-israeliane.

Non sorprenda, in questo mare magnum della sinistra, come la piazza possa mettere assieme tutto e il suo contrario. Il vignettista Vauro con i suoi colleghi del Manifesto si ritroveranno assieme ai cigiellini, immemori di quando nel 1997 l’allora direttore Parlato censurò un disegno anti-Cofferati. Così come Milena Gabanelli, di Report, potrebbe incrociare il candidato segretario Pd del Lazio, Roberto Morassut, che querelò la trasmissione per una puntata di fuoco sul piano regolatore della giunta Veltroni del quale era assessore.

La mobilitazione è tale che ci si potrebbe dimenticare che a promuovere l’iniziativa è stata la Federazione della stampa. E che sia un’agitazione contro il governo lo ha ammesso anche L’Altro, il quotidiano della sinistra diretto da Piero Sansonetti, che il giorno prima ha pubblicato lo sfogo di una lettrice, Daniela Greco, nel quale si denunciava il «dissenso a comando». Quello di chi dice che «c’è un nemico dell’informazione e la società civile deve scendere in piazza». Argomenti che costringono Sansonetti a prendere atto che quella di oggi è una manifestazione contro il governo, «contro Berlusconi». Il resto è secondario.

Ma il rito manifestarolo è rispettato in tutto. Anche nel mescolare proteste diverse in un unico minestrone, organico alla battaglia del momento. Il peggio questa volta è toccato ai precari della scuola. Dovevano fare la loro manifestazione, ma la Cgil, secondo tradizione, ha fatto confluire il suo corteo dentro quello dell’informazione.

Si usa denominare quarto potere la capacità dei mass media di influenzare le opinioni e le scelte dell'elettorato. È questo un uso metaforico del termine potere, distinguendolo da quello legislativo, esecutivo e giudiziario.

In Italia ogni notizia diffusa dalla stampa sembra la lettura pedissequa della velina passata dalle segreterie politiche o, peggio ancora, dalle  autorità giudiziarie o di pubblica sicurezza. Il gergo è quello dell’accusa.

Nessuno spazio è dato alla difesa. Nessuna remora a pubblicare l’immagine e i dati delle persone.

Naturalmente le fughe di notizie, per fatti sottoposti a segreto istruttorio, dovrebbero essere perseguite, incriminando i magistrati che ne sono i custodi. Invece la punizione è parziale.

Carlo Vulpio, già inviato del Corriere della Sera, è uno tra quelli che ha seguito passo passo le inchieste della procura di Catanzaro portate avanti dal Pm Luigi De Magistris. Le ha seguite così da vicino che è stato incriminato assieme al Pm e ad altri giornalisti per associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa. Lui, in particolare, per concorso morale. Capi d’accusa mai ipotizzati da quando esiste la Repubblica. Non solo è stato incriminato, ma è stato anche rimosso dal giornale. Ma torniamo all’oggetto dell’inchiesta.

I giornalisti, senza che vi sia intervento disciplinare da un ordine elevato a casta, continuano ad attentare alla reputazione dei cittadini indifesi, coprendosi dietro il diritto di critica o di cronaca. D’altro canto, invece, tacciono le malefatte dei poteri forti, per collusione o per codardia. Da anni si denuncia il sistema dei concorsi pubblici truccati nell’avvocatura, magistratura, notariato. Da anni si segnalano gli insabbiamenti delle denunce scomode o la violazione del diritto di difesa. Risultato: indifferenza, insofferenza, indisponenza.

Per fare sensazione e nocumento si redigono i pezzi, improntandoli in modo tale da anticipare giudizi di condanna: giudizi che sono propri di un procedimento giudiziario in contraddittorio e, come ben si sa, già di per sé inattendibili con un “sistema giustizia” allo sfascio.

Neanche, poi, che i giornalisti venissero dalla luna, senza macchia e senza peccato. Invece si scopre che le modalità di accesso alla professione sono identiche a quelle degli avvocati, magistrati, notai, professori universitari, ecc..(con inchieste che ne hanno inficiato la credibilità), o che i media sono foraggiati dalla politica e dall’economia. Fatti, questi, che ne minano l’attendibilità.

Poi, spesso, si scopre, anche, che chi vorrebbe imporre a noi la morale, invece è peggio del mostro sbattuto in prima pagina. Però questo non si può dire. Vittorio Feltri è stato attaccato da tutto il sistema di potere per aver pubblicato il curriculum morale del direttore di “L’Avvenire”.

E che dire della presa di posizione del nostro “apparato informativo”, libero di denigrare la reputazione di un Premier (e del Paese che rappresenta), ma insofferente a ricevere le sue citazioni per danni.

In difesa della libertà di stampa (libertà di diffamare o di censurare) si sono raccolte firme e organizzate manifestazioni, come quella del 3 ottobre 2009 della Fnsi, il sindacato dei giornalisti.

Silvio Berlusconi ha presentato a “Porta a Porta” del 15 settembre 2009, in diretta TV, i risultati dei frenetici lavori del suo Governo che hanno permesso di consegnare una casa ai primi dei tanti sfollati vittime del terremoto in Abruzzo di cinque mesi prima. In quella sede ha parlato di libertà di informazione. La Rai «è l’unica televisione al mondo che è contro una sola parte politica». E via elencando, da Anno Zero a Ballarò, passando per Report. Insomma, «manifestare contro la libertà di stampa è contrario alla realtà» visto che «nella tv e nella stampa ci sono troppi farabutti». Con una digressione su la Repubblica, «non un giornale ma un super-partito con un editore svizzero e un direttore dichiaratamente evasore fiscale».

Ecco alcuni stralci degli articoli ed editoriali che il giorno dopo i quotidiani hanno dedicato alla trasmissione. Lasciamo a voi lettori decidere se la libertà di stampa sia in pericolo o meno. E quali sono i limiti di questa libertà.

Repubblica

“Un monologo con insulti e menzogne nel salotto del servizio pubblico”, di Curzio Maltese: “Dopo mezz’ora si capisce qual è il vero scopo della trasmissione a reti unificate. Un attacco frontale alla stampa, anzi per dirla tutta a Repubblica. Noi giornalisti di Repubblica siamo «delinquenti», «farabutti» che ci ostiniamo a fargli domande alle quali il premier non risponde da mesi. Se non con questo impasto di minacce e menzogne, con la favola della «perdita di lettori e copie»: un’affermazione smentita dalle vendite del giornale in edicola che sono in costante ascesa.”

Corriere della Sera

“La tv dell’obbligo. Così un evento diventa rituale a reti unificate” di Aldo Grasso: “Perché, in questo modo, anche una cerimonia importante come l’inaugurazione delle casette antisismiche ha dato adito a ogni sospetto. E soprattutto è parso uno di quei rituali sovietici a reti unificate, in stile Putin, a metà strada tra populismo demagogico e culto della personalità.”

La Stampa

“Nel salotto di Porta a Porta lo show senza concorrenza” di Mattia Feltri: “Il farfallone amoroso gode del suo giorno dell’orgoglio e si riabilita - sempre che ne avesse bisogno - vestendosi e rivestendosi come Leopoldo Fregoli. Occhi lucidi e respiro lungo: tutti felici.”

Il Manifesto

“La Porta dei Miracoli” di Micaela Bongi: “A inizio giornata, il conduttore unico è pronto per scortare il Cavaliere tra le nuove casette di legno (che non sono arrivate in Abruzzo grazie al governo), per poi beatificarlo nel suo studio alle 9 di sera, in diretta TV.”

Bene. In questo stato di cose, però, nessuno si accorge che sono i grossi gruppi editoriali  ad aizzare alla lotta, solo con intento politico e/o economico.

La loro libertà, non quella di migliaia di giornalisti perseguitati o sfruttati. Per questi ultimi solo silenzio ed indifferenza.

L'Unione nazionale cronisti italiani e il Sindacato cronisti romani denunciano un ennesimo attacco della magistratura alla libertà di informazione avvenuto a Latina: il livello di allarme per la difesa di uno dei valori fondanti della democrazia è elevato.

La Procura di Latina ha aperto un'inchiesta contro Franco Matricardi, direttore di un portale internet, per violazione del segreto di indagine su un episodio di stupro e rapina, avendo pubblicato l'ordinanza del tribunale del riesame (regolarmente depositata in cancelleria e, quindi, di dominio pubblico!) sull'innocenza dei presunti responsabili, peraltro confermata dal successivo processo.

L'Unci denuncia che l'attacco al diritto-dovere di cronaca  è ormai divenuto sistematico, e nella maggior parte dei casi non solo è privo di giustificazioni, ma in aperto e palese contrasto con  la lettera e la sostanza del codice di procedura penale, delle sentenze della Corte di Strasburgo, della Costituzione e delle leggi.

Da Venezia ad Ancona, da Perugia a Latina, da Palermo a Genova, per parlare solo degli ultimi mesi, i Pm sono entrati - contemporaneamente  e, sembra, in modo coordinato - in azione contro i cronisti,  il diritto di cronaca e la libera informazione al servizio dell'opinione pubblica.

Davanti a questa offensiva, che non trova precedenti nella storia democratica  del paese, l'Unci ha deciso di comporre un "Bestiario" con i casi più gravi,  un dossier da inviare al Presidente del Csm.

Poi c’è la censura contro chi si batte per svelare le verità taciute dai media.

Il Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, dr Antonio Giangrande, ha presentato, inutilmente alla magistratura di Potenza una denuncia penale contro un magistrato della Procura di Brindisi che, per la pubblicazione di un singolo atto pubblico contenuto in una pagina del sito web dell’associazione, ha adottato, con incompetenza territoriale e non convalidati, reiterati decreti nulli di sequestro del medesimo sito arrecando grave danno d’immagine e interrompendone l’attività.

Il Magistrato negli atti di sequestro e in atti di indagine presentati al GIP ha omesso ogni riferimento e menzione della stessa associazione e ha indicato ragioni di urgenza, per un procedimento iscritto un anno prima.

Il sito web oscurato conteneva migliaia di pagine di notizie di informazione locale estrapolate da articoli di stampa. Alcune inchieste riguardano la stessa Procura di Brindisi coinvolta nel caso Forleo.

Ogni tentativo di impugnazione è stato vano.

Poi è la stessa Rai che censura le associazioni scomode. Questa è l’interrogazione parlamentare.

Atto n. 4-03178 Pubblicato il 6 dicembre 2007 Seduta n. 263


RUSSO SPENA - Al Ministro delle comunicazioni. -
Premesso che:

"il 20 giugno 2007 la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi accoglieva una domanda di accesso al palinsesto RAI da parte dell'associazione "Contro tutte le mafie", associazione tra l'altro riconosciuta dal Ministero dell'interno;

successivamente, il 17 ottobre 2007, la RAI revocava l'autorizzazione ad insaputa dell'associazione;

l'8 novembre la RAI inviava una squadra e un regista per le riprese del servizio sull'associazione, facendo pertanto presumere il superamento di ogni perplessità e l'accettazione della messa in onda del servizio;

considerato che:

il 15 novembre l'associazione chiedeva di conoscere la data di messa in onda e riceveva risposta certa indicante un servizio della durata di dieci minuti nella trasmissione di RAI1 del 23 novembre 2007 alle ore 10.40;

di fatto, il 23 novembre la trasmissione veniva cancellata ed il palinsesto di RAI1 stravolto;

immediatamente l'associazione si attivava per chiedere la motivazione dell'oscuramento del servizio telefonando alla redazione del programma di RAI1, che però negava risposta e annunciava una futura lettera di motivazione (in palese violazione della legge 241/1990 che prevede la risposta immediata in seguito a domanda d'accesso ad un servizio);

solo il 3 dicembre 2007 l'associazione riceveva uno scarno comunicato in cui si rilevava che l'autorizzazione era stata rilasciata il 20 giugno e poi revocata il 17 ottobre in seguito a proposta della RAI che non reputava degna l'associazione, adducendo addirittura perplessità circa la sua organizzazione,

si chiede di sapere:

per quale motivo si sia intervenuto a censurare una trasmissione programmata, nonostante vi sia stato parere favorevole della Commissione di vigilanza alla divulgazione;

perché la redazione abbia inviato una motivazione "postuma" ed evitato di rispondere alle domande poste nella stessa data di mancata messa in onda."

C’è da dire che l'art. 21 della Costituzione italiana stabilisce che: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Tale libertà è, tra le altre, considerata come corollario dell'articolo 13 della stessa Costituzione della Repubblica italiana, che prevede l'inviolabilità della libertà personale, tanto fisica quanto psichica.

L'interpretazione dell'art. 21 dà vita a dei principi: Il diritto di critica e di cronaca, oltre alla libertà di informare e la libertà di essere informati.

Il pensiero per essere manifestato ha bisogno di formarsi come merce accessibile a tutti, quindi essere pubblicato e distribuito. Ciò avviene in proprio o con l’editore.

La produzione in proprio con distribuzione porta a porta, è un’ipotesi fallimentare. L’opera non essendo sostenuta dalle istituzioni e non pubblicizzata dai media, non è acquistata da una moltitudine di utenti finali.

La produzione tramite un editore può avvenire, in modo improprio con la compartecipazione alle spese, ovvero senza oneri per l’autore. Naturalmente l’editore vaglia, corregge e censura le bozze dell’opera, oltre che valutarne la commerciabilità. Spesso non è importante l’opera, ma che l’autore sia un personaggio noto alle cronache, o che sia seguito dal pubblico, per usufruire dei benefici di visibilità. Spesso si privilegiano argomenti fatui e non di approfondimento e di denuncia, perché la società contemporanea sente l’esigenza di estraniarsi dalla realtà quotidiana.

L’editore, acquisendo i diritti dell’opera, la distribuisce e la vende, riconoscendo una minima parte dei proventi all’autore, per di più dopo molto tempo.

Paradosso: l’impedimento alla libertà di manifestare il pensiero è posto proprio dal sistema che ne prevede l’esistenza.

L’autore autoprodotto non ha benefici, né sovvenzionamenti, né visibilità.

L’editoria, quindi un’attività economica privata, ha finanziamenti pubblici e pubblicitari, benefici postali, regime speciale IVA, sostegno dei media e delle istituzioni.

A questo punto, per manifestare liberamente il proprio pensiero, si è costretti a rivolgersi ad apparati: che conformano l’opera alle proprie aspettative; che sono omologati, in quanto foraggiati dalla politica e dall’economia ed intimoriti dalla magistratura; che hanno distribuzione esclusiva e rapporti promozionali poco trasparenti. A riguardo è impossibile essere invitati o premiati a manifestazioni culturali, se non si è tutorati da qualche editore, pur avendo scritto un capolavoro. Spesso gli editori sono proprietari di testate d’informazione o di emittenti radiotelevisive, quindi si parla dell’opera o dell’autore solo se si fa parte dell’enturage.

Inoltre per poter pubblicare un articolo d’informazione si è costretti a far parte di un’altra casta: quella dei giornalisti.

C’è da dire che non tutti gli editori sono parigrado. C’è prevaricazione dei più forti a danno dei più deboli. Alcuni di loro, operanti nel campo radiotelevisivo, sono vittime di tentativi di acquisizione illegale delle frequenze assegnatele, con mancanza di tutela reale.

Qualcuno spera che le opportunità tecnologiche, social network o blog,  superino la censura mediatica. Poveri illusi. Non basta una piattaforma d’elite, chiusa ed autoreferenziale, con tecnologie non accessibili alla massa, oltretutto soggetta a sequestro ed ad oscuramento giudiziario.

Nulla, oggi, per arrivare a tutti, può soppiantare un buon articolo, un buon libro, una buona canzone, un buon film, o una buona trasmissione radiotelevisiva.

In conclusione. Con questo sistema si può ben dire che il libero pensiero, pur lecito e meritevole di attenzione, è tale solo quando è chiuso in una mente destinata all’oblio, altrimenti deve essere per forza conformato al sistema: quindi non più libero. 

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=382898&START=1&2col

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-28/adesioni-16/adesioni-16.html

http://blog.panorama.it/italia/2009/09/16/berlusconi-a-porta-a-porta-i-quotidiani-e-la-liberta-di-stampa-che-non-ce/

http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=1866

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/200909articoli/47144girata.asp

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=15&id=294862

http://www.clandestinoweb.com/number-news/142041-informazione-anche-tra-i-giornalisti-ce-chi-e-contrario-alla-ro.html

http://www.ilgiornale.it/interni/altro_che_liberta_stampa_piazza_querelanti/cronaca-politica-liberta_stampa-manifestazione-fnsi-informazione-censura/03-10-2009/articolo-id=387698-page=0