


I CITTADINI HANNO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE CHE SI MERITANO !!!
DALLA PARTE DEI CITTADINI ??
Il gratuito patrocinio dovrebbe essere la tutela per il diritto di difesa dei più poveri e per questo motivo la parte politica di riferimento, secondo le loro enunciazioni, dovrebbe essere la “sinistra”. Guarda caso, però, fu proprio il Governo “D’Alema” con la legge 134 del 2001 a prevedere l’obbligatorietà della scelta del difensore iscritto nell’elenco tenuto dal Consiglio dell’Ordine. In questo modo il povero non può più scegliersi l’avvocato di fiducia pagato dallo Stato, quant’anche non sia iscritto nell’elenco, com’era prima, ma gli viene imposto un avvocato che a tutti gli effetti è un avvocato di ufficio.
Il
Governo “Prodi” vara un disegno di legge sull’editoria. Nel silenzio generale,
esso è approvato formalmente dal Consiglio dei Ministri n. 69 del 12 ottobre
2007. La norma prevede l’iscrizione al Registro degli Operatori della
Comunicazione a tutti coloro che operano nel campo dell’informazione, sia
editoriale e non, sia profit e non, sia professionale e non.
Il Governo “Berlusconi” vara il decreto legge n. 200, approvato il 22 dicembre 2008 (Misure urgenti in materia di semplificazione normativa), che elimina il decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 14 settembre 1944: una norma che tutela chi reagisce ai soprusi dei pubblici ufficiali. Il D.L. ha tagliato 29mila leggi che vanno dal 1861 al 1947, tra cui anche il testo del 1944 senza accorgersi che così ha privato il cittadino di una garanzia dell'ordinamento democratico contro gli eccessi arbitrari dei funzionari pubblici: e cioè la norma che esime il cittadino dalle ricadute penali di talune sue reazioni ad atti arbitrari o illegali dell'Autorità pubblica. Insomma all'uso scorretto del potere discrezionale dei rappresentanti lo Stato. Quello che subisca un fermo per motivi infondati, quello che allo stadio si ritrovi vittima di azioni immotivate delle forze dell'ordine, quello che in piazza veda equivocato il proprio ruolo nel parapiglia di una manifestazione politica, quello che in udienza abbia un acceso confronto con un giudice prepotente, si ritrova più indifeso rispetto a potenziali soprusi di Stato.
Oggi in un regime apparentemente liberticida e garantista, ci ritroviamo a dover rimpiangere leggi promulgate in tempi di guerra.
Questo è il paradosso italiano: nulla è vero di tutto quello che appare.
Dr Antonio Giangrande Presidente Associazione Contro Tutte Le Mafie
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: MAL PAGATRICE.
Lo Stato italiano paga dopo 138 giorni. In Francia l'amministrazione di Nicolas Sarkozy ha fatto una legge che impone alle imprese (tutte, pubbliche e private), di pagare tassativamente entro 30 giorni. La Gran Bretagna ha addirittura ridotto il termine massimo per i pagamenti della pubblica amministrazione ai suoi fornitori da 30 a 8 (otto) giorni.
E da noi?
Secondo un'indagine della Confartigianato le pubbliche amministrazioni italiane pagano mediamente in 138 giorni, contro una media europea di 68 giorni. Peggio, soltanto il Portogallo. Vero è che in Italia nessuno paga sull'unghia. Anche le grandi imprese come la Fiat sono abituate a prendersela piuttosto comoda con i loro fornitori. Ma c'è un limite a tutto. Sapete in quanto tempo mediamente (e si deve sottolineare il «mediamente») le aziende sanitarie locali molisane, secondo l'Assobiomedica, onoravano i propri impegni nel gennaio 2008? In 921 giorni.
Proprio così: due anni, sei mesi e undici giorni. A febbraio 2009 si era scesi a 633 giorni. In linea con Calabria e Campania, le ultime della classe. Ma il bello è che non ci sono progressi reali. A febbraio del 2009 il ritardo medio dei pagamenti delle Asl risultava, sempre secondo l’Assobiomedica, di 288 giorni. Esattamente come nel dicembre del 1990. Perché? «Per due motivi. In primo luogo le pubbliche amministrazioni italiane non credono nel sistema, sono sempre state convinte che meno soldi danno più risparmiano. In secondo luogo la loro affidabilità viene valutata dalle agenzie di rating sulla cassa: meno spendono, più sono considerate affidabili, indipendentemente dal debito», dice il presidente dell’Assobiomedica Angelo Fracassi.
Ma forse nel 1990 i volumi erano diversi. Nessuno è in grado di dire quanti debiti abbiano accumulato le pubbliche amministrazioni con le imprese, prevalentemente nei settori della sanità e dei servizi. E già questo è un fatto decisamente curioso. Ma lo è ancora di più che si litighi su dati che nessuno ha. Confindustria stima che l’esposizione totale sia pari a metà di quei 120 miliardi di euro che ogni anno Stato ed enti locali spendono per acquistare beni e servizi. Stima che il Tesoro contesta, preferendo parlare di una trentina di miliardi, forse meno. In ogni caso la cifra vale da un minimo di due fino a quattro punti di Prodotto interno lordo.
Ma come si è potuti arrivare a questo punto? La colpa non è soltanto di una burocrazia ottusa. Anche in Italia, pur senza voler considerare la direttiva europea che avrebbe fissato per tutti i Paesi il limite di un mese, esisterebbero un termine più o meno certo per i pagamenti della clientela pubblica: 90 giorni. Ma il condizionale è d’obbligo. I trasferimenti dello Stato arrivano sempre in ritardo. Poi le Regioni ci mettono del loro. Qualcuna si impegna soldi che non ha. E poi c’è sempre quel meccanismo bizantino del bilancio pubblico fatto sia sulla base della «cassa» che della «competenza » (la differenza fra i soldi che materialmente si devono tirare fuori e quelli che invece si devono solo impegnare sulla carta) a complicare le cose. Risultato: i mesi passano senza che nessuno faccia nulla.
Nemmeno le imprese, che ormai (quelle che possono perché non devono pagare troppi stipendi) si sono abituate all’andazzo. Dopo 90 giorni, dice la legge, le aziende dovrebbero far scattare automaticamente gli interessi. Salatissimi. Ma non scattano quasi mai, perché le ditte hanno paura di essere penalizzate nei contratti futuri. Si è arrivati al paradosso che la Campania ha recentemente approvato una legge regionale (impugnata dal governo), con cui si stabilisce che ospedali e Asl non possono subire pignoramenti.
Ogni tanto qualcuno solleva in Parlamento, con emendamenti e disegni di legge, il problema di uno Stato velocissimo a pretendere, ma lentissimo a riconoscere i propri debiti. Uno per tutti: Nicola Rossi. Ma le sue proposte, manco a dirlo, non sono state nemmeno esaminate. Le hanno lasciate semplicemente ammuffire nel cassetto. Più comodo andare avanti così, nascondendo sotto il tappeto qualche miliardi di euro di debito pubblico. Pazienza se le imprese aspettano anche anni per incassare il dovuto.
Insomma, è un pandemonio. Aggravato da norme come quella rinverdita dal governo di Romano Prodi, che vieta alle amministrazioni pubbliche di pagare le imprese, che abbiano una sia pur piccola pendenza con lo Stato. Per esempio, un contenzioso fiscale. Tutto questo, naturalmente, ha un costo che è stato calcolato in circa un miliardo di euro l’anno di maggiori oneri finanziari: 150 milioni per le sole imprese della Lombardia.
Come uscirne da una faccenda tanto grave e complicata.
Nel decreto anticrisi
diventato legge alla fine del gennaio 2009 il governo Berlusconi ha inserito un
paio di norme per agevolare la riscossione di quei crediti. La prima norma è la
possibilità di far intervenire la Sace, compagnia assicurativa del Tesoro, per
dare garanzia alle banche, che concedano anticipazioni alle imprese creditrici,
o per riassicurare polizze stipulate dai creditori garantendosi dal rischio che
il «pubblico» non paghi. Iniziativa singolare, considerando che così, anche se
indirettamente, lo Stato garantisce il privato contro il rischio che lo Stato si
riveli inadempiente.
La seconda norma stabilisce invece che le Regioni e gli enti locali rilascino al
creditore una «certificazione» per non avere difficoltà a scontare il credito in
banca. Un modulo, come quello che già c’è per lo Stato, nel quale semplicemente
si ammette l’esistenza del debito. Un’ovvietà. Se non fosse che quella
«certificazione » trasformerebbe automaticamente il debito commerciale in debito
pubblico. Motivo per il quale il Ragioniere generale dello Stato è molto
preoccupato. Molto. Perché almeno due punti in più, di colpo, su un debito
pubblico come il nostro non sono mai uno scherzo. Figuriamoci adesso.
CORTE DEI CONTI: «CORRUZIONE DIFFUSA IN APPALTI, FORNITURE E SANITÀ».
La Corte dei Conti inaugura il suo anno giudiziario e non lesina critiche a chi è chiamato a gestire la cosa pubblica.
Allarme corruzione nella pubblica amministrazione da parte della Corte dei Conti. E molto forti sono state le parole del presidente della Corte, Tullio Lazzato, che, nella conferenza stampa successiva all'inaugurazione, ha sottolineato come l'Italia sia "agli ultimi posti nelle classifiche internazionali sulla lotta alla corruzione. Ci sono tanti modi per combattere la corruzione, ma questa lotta si fa soprattutto con i controlli. Perché, per poter allignare, la corruzione ha bisogno di coni d'ombra". Si comincia dalla trasparenza, unico antidoto a truffe e corruzioni. «I controlli interni ed esterni sull’amministrazione non sono pienamente adeguati, vi è un’attuale situazione di scarsa loro efficacia, di pochezza di effetti concreti», ha sottolineato il presidente della magistratura contabile Tullio Lazzaro nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario. Per Lazzaro «occorre potenziare e irrobustire i controlli, renderli effettivi nello svolgersi e concreti negli effetti. Nel campo dell’amministrazione, a un maggior e migliore uso dei controlli, corrisponde simmetricamente un minore ricorso al codice penale». A rischio non solo sono i conti pubblici, ma «la vita stessa della democrazia». La Corte dei Conti spiega che quando non c’è trasparenza, «il cittadino percepisce la funzione pubblica come un qualcosa di estraneo, di diverso da sé e dal proprio mondo, da qui la disaffezione verso le istituzioni e anche verso i centri della politica». Un male, non esitano a definirlo, «oscuro e sottile».
Truffe nei settori della spesa farmaceutica e sanitaria, dei rifiuti, e dei contributi comunitari; opere edilizie incompiute e uso sconsiderato dei prodotti finanziari derivati; danno all'immagine causato alla pubblica amministrazione dai dipendenti pubblici che hanno intascato mazzette; consulenze indebite. E' il quadro della mala-amministrazione, della corruzione e degli sperperi che emerge dalla relazione del pg della Corte dei Conti Furio Pasqualucci e che, in un anno, si è tradotto in atti di citazione in giudizio per un totale di circa 1 miliardo e 700mila euro di danni e in 561 sentenze di condanna in primo grado.
RIFIUTI E CALCIOPOLI. Tra i casi più eclatanti segnalati dal pg, l'emergenza rifiuti in Campania. E c'è anche Calciopoli.
SANITA' E APPALTI. In particolare, è nella settore della Sanità che si corrono i rischi più concreti. Per la Corte dei conti è «terreno fertile per comportamenti truffaldini o comunque per forme di sperpero di pubbliche risorse». Moltissime le tipologie di illecito segnalate: dagli incarichi illegittimi al personale estraneo alle aziende sanitarie, ai doppi compensi percepiti dai medici di base, fino alle irregolarità sulla esenzione dai ticket, oppure alla doppia o fraudolenta fatturazione della spesa, mancato completamento di strutture ospedaliere o mancata utilizzazione di impianti già realizzati, spese per corsi di formazione non espletati ovvero carenti di documentazione, irregolare gestione di case di cura convenzionate, irregolarità sulla gestione dei tickets e iperprescrizione di farmaci". "Recenti casi hanno proposto all'attenzione fattispecie di comportamenti illeciti consistenti nella rappresentazione all'interno di cartelle cliniche di patologie che ove correttamente diagnosticate avrebbero determinato un rimborso considerevolmente inferiore o addirittura non dovuto", conclude Pasqualucci.
DERIVATI. In materia di contratti sui derivati stipulati dagli enti locali, è necessario "che il ministero dell'Economia proceda con urgenza all'emanazione del decreto legislativo, attuativo della direttiva Mifid, al fine di dare certezza sia in ordine ai requisiti oggettivi sia soggettivi, con particolare riguardo all'individuazione della qualifica di operatore qualificato".
FONDI COMUNITARI. "Le frodi comunitarie segnalate riguardano frodi nel settore degli aiuti allo sviluppo regionale, riguardano il settore aiuti all'agricoltura, si riferiscono al settore del sostegno innovativo ed infrastrutturale in agricoltura, sono attinenti al sostegno sociale e all'occupazione.
APPALTI. Corruzione e concussione, "al di là della loro riprovevolezza, incidono di norma sul prezzo" degli appalti pubblici aumentandone l'entità e determinando quindi un maggior onere finanziario a carico dell'erario, assolutamente ingiustificato". A far lievitare i costi delle opere pubbliche, secondo il procuratore, sono anche le esternalizzazioni "di un servizio che vengono affidate a privati senza che sia previamente condotta una seria e concreta analisi di merito alla loro concreta fattibilità economica, tecnica, logistica".
OPERE INCOMPIUTE. Spreco di risorse pubbliche per la realizzazione di opere incompiute e quindi inutilizzabili. "Molte fattispecie di responsabilità amministrativa sono da collegare direttamente o indirettamente al fenomeno delle cosiddette opere pubbliche incompiute, opere ciò progettate ma non appaltate ovvero non completate o comunque inutilizzabili per scorretta esecuzione, che rappresentano un gravissimo spreco di risorse pubbliche e la testimonianza più eloquente dell'inefficienza dell'amministrazione centrale e periferica.
http://www.unita.it/news/81428/la_corte_dei_conti_rischio_corruzione_nella_sanit
http://www.tgcom.mediaset.it/politica/articoli/articolo441225.shtml
http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/economia/corte-conti-2/corte-conti-2/corte-conti-2.html
CONTO ANNUALE COSTO DEL LAVORO PUBBLICO - TITOLO V, D.LGS 165/01
|
|
TEMPO PIENO |
PART TIME |
FLESSIBILE* |
ESTRANEO** |
COSTO |
|
Servizio sanitario nazionale |
682.183 |
57.515 |
35.629 |
4.767 |
38.014.785.081 |
|
Enti pubblici non economici |
58.521 |
2.913 |
3.352 |
905 |
3.748.671.691 |
|
Enti di ricerca |
15.848 |
405 |
4.126 |
5 |
1.250.199.976 |
|
Regioni ed autonomie locali |
515.826 |
39.899 |
45.875 |
29.721 |
21.702.111.508 |
|
Regioni e province a Statuto speciale |
70.201 |
12.846 |
11.271 |
366 |
3.509.416.204 |
|
Ministeri |
184.367 |
12.735 |
5.095 |
712 |
7.843.867.263 |
|
Agenzie fiscali |
55.661 |
4.657 |
1.865 |
|
2.788.429.906 |
|
Presidenza del Consiglio |
2.707 |
48 |
19 |
|
244.128.776 |
|
Monopoli di Stato |
1.330 |
56 |
625 |
|
66.328.453 |
|
Scuola |
1.137.619 |
19.822 |
227 |
|
40.736.649.359 |
|
Alta formazione artistica e musicale |
8.222 |
34 |
5.131 |
|
400.131.345 |
|
Università |
116.578 |
4.150 |
3.589 |
297 |
7.420.992.943 |
|
Vigili del fuoco |
31.535 |
200 |
|
|
1.424.107.904 |
|
Corpi di polizia |
331.614 |
|
|
|
16.513.476.926 |
|
Forze armate |
141.001 |
|
|
|
8.324.948.901 |
|
Magistratura |
10.280 |
|
|
|
1.752.970.783 |
|
Carriera diplomatica |
970 |
|
|
|
255.511.973 |
|
Carriera prefettizia |
1.510 |
|
|
|
179.063.660 |
|
Carriera penitenziaria |
494 |
|
|
|
46.073.822 |
|
SUB TOTALE |
3.366.467 |
155.280 |
116.804 |
36.773 |
156.221.866.474 |
|
TOTALE PERSONALE PUBBLICO |
3.675.324 |
|
|
|
|
|
TOTALE COSTO |
156.221.866.474 |
|
|
|
|
|
*(tempo determinato e formazione lavoro) |
|
|
|
|
|
|
**(lavoro interinale e LSU) |
|
|
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|
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|
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|
COSTO MEDIO |
|
|
|
|
|
Servizio sanitario nazionale |
35.779 |
|
|
|
|
|
Enti pubblici non economici |
36.597 |
|
|
|
|
|
Enti di ricerca |
39.442 |
|
|
|
|
|
Regioni ed autonomie locali |
27.185 |
|
|
|
|
|
Regioni e province a Statuto speciale |
31.345 |
|
|
|
|
|
Ministeri |
27.999 |
|
|
|
|
|
Agenzie fiscali |
35.003 |
|
|
|
|
|
Presidenza del Consiglio |
43.604 |
|
|
|
|
|
Monopoli di Stato |
33.116 |
|
|
|
|
|
Scuola |
26.525 |
|
|
|
|
|
Alta formazione artistica e musicale |
31.351 |
|
|
|
|
|
Università |
42.108 |
|
|
|
|
|
Vigili del fuoco |
28.025 |
|
|
|
|
|
Corpi di polizia |
35.154 |
|
|
|
|
|
Forze armate |
37.005 |
|
|
|
|
|
Magistratura |
119.879 |
|
|
|
|
|
Carriera diplomatica |
76.192 |
|
|
|
|
|
Carriera prefettizia |
79.002 |
|
|
|
|
|
Carriera penitenziaria |
67.863 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
STABILIZZAZIONE PRECARI CON LEGGI FINANZIARIE 2006-2007 L. 296/06 - L. 244/07 |
|
||||
|
|
STABILIZZATI*** |
DA STABILIZZARE*** |
|
|
|
|
Servizio sanitario nazionale |
1.032 |
13.209 |
|
|
|
|
Enti pubblici non economici |
787 |
|
|
|
|
|
Enti di ricerca |
27 |
1.572 |
|
|
|
|
Regioni ed autonomie locali |
6.370 |
17.599 |
|
|
|
|
Regioni e province a Statuto speciale |
149 |
1.837 |
|
|
|
|
Ministeri |
131 |
4.735 |
|
|
|
|
Agenzie fiscali |
1.836 |
|
|
|
|
|
Presidenza del Consiglio |
|
4 |
|
|
|
|
Monopoli di Stato |
|
|
|
|
|
|
Scuola |
141 |
|
|
|
|
|
Alta formazione artistica e musicale |
41 |
|
|
|
|
|
Università |
460 |
|
|
|
|
|
Vigili del fuoco |
|
|
|
|
|
|
Corpi di polizia |
8 |
|
|
|
|
|
Forze armate |
|
|
|
|
|
|
Magistratura |
|
|
|
|
|
|
Carriera diplomatica |
|
|
|
|
|
|
Carriera prefettizia |
|
|
|
|
|
|
Carriera penitenziaria |
|
|
|
|
|
|
TOTALE |
10.982 |
38.956 |
|
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http://www.contoannuale.tesoro.it/sicoSito/presentazione_conti.jsp
In Italia la "Questione Morale" non nasce certo negli anni '80. Viene da lontano: fascismo prima, 35 anni di DC dopo, non hanno certo contribuito ad accrescere le virtù etiche degli italiani, ma è negli anni '80 che si gettano le basi (basti rammentare lo yuppismo, l'edonismo reaganiano, la Milano da bere ecc.) per arrivare a realizzare la Società dei furbi e degli imbroglioni.
In questo Paese, dove tutto finisce a "tarallucci e vino" seguendo il motto del "vivi e lascia vivere", la questione morale è stata sempre accantonata con un senso di fastidio e, se qualcuno ogni tanto la nominava, veniva tacciato di moralista, reo di non essere un "uomo di mondo".
Questa forma mentis è dilagata sempre più dando ragione a quanto affermava Piero Calamandrei:"Questo Paese è moralmente marcio".
Coloro che hanno una certa età ricordano che Enrico Berlinguer pose il problema con grande determinazione nella famosa intervista rilasciata a Eugenio Scalfari nel Luglio 1981, in cui affermava: "I partiti non fanno più politica. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato". Ed aggiunse "La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano.......Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude."
Colpa della politica che ha demandato tutto alla magistratura, perché a questa e solo a questa è stata affidata la coscienza morale della nazione, come se i magistrati fossero alieni di un altro pianeta non collusi con il sistema.
La questione morale è politica e istituzionale e si ripropone in tutta la sua gravità ed urgenza nei partiti, nelle istituzioni, nell'amministrazione, nei mercati finanziari e nell'economia più in generale. Ma se è vero che ai politici tocca la palma dell'essere in prima fila in questa sciagurata classifica, è la "società civile" che esprime i propri rappresentanti, li elegge, chiede loro la "raccomandazione", la ottiene, li rivota ed il cortocircuito è bello e fatto.
Questione morale e questione politica s’intrecciano. Sono passati anni da Tangentopoli, dal giorno in cui Craxi bollò come “mariuolo” il suo amico Mario Chiesa, colto con le mani nel sacco. Ma non fu soltanto una volgare ruberia. Era già l’incrociarsi della questione morale con quella politica. E i partiti della prima repubblica ne furono travolti.
In principio è sempre la morale. Inutile truccare le carte buttandola in questione istituzionale, o giuridica o finanziaria. La prima differenza è tra essere onesti o essere disonesti. Certo l’occasione fa l’uomo ladro. Uno diventa deputato, ministro, manager pubblico. Ma non è quello che ti cambia. Semmai ti rivela per quello che sei, servo del sistema.
Berlusconi descrisse bene la situazione al Nord negli anni di Tangentopoli: “A Milano non si poteva costruire se non ti presentavi con l’assegno in bocca”. Parola di un grande imprenditore. Segno che c’era una classe politica capace d’imporre la sua legge corrompendo, estorcendo tangenti alle imprese. Si sa che molto di quelle “offerte” restava incollato alle mani del corruttore.
Ma la ragione principe adombrata era sempre il finanziamento del partito.
Nel 1992-1993 ciò che emergeva era una politica rapace che metteva gli imprenditori con le spalle al muro: paga o non lavori, finanzia i partiti (e le correnti e il mio conto corrente) o resti a girarti i pollici. Nel 2008, invece, sono gli imprenditori a menare la danza, trasformando la politici in loro impiegati, gli eletti del popolo in lacché a cui si può dare ordini. Sono loro i "padroni del mondo", per usare una fortunata espressione di Tom Wolfe, i cui codici sono l'inganno e la sopraffazione.
E i partiti? Non contano nulla. E questo agevola il dominio incontrastato del partito dei sindaci eletti dal popolo, sempre più svincolati dalle ragioni etiche della politica, sempre più immersi nel pragmatismo delle questioni. L’eclisse dei partiti è l’altra variante della nuova questione morale. Essa ha favorito il sopravvento degli interessi e l’intreccio tra politica e potere economico.
Il partito dei governatori e degli assessori non ha porte né finestre per la gioventù meridionale. Il leaderismo e il populismo, di destra e di sinistra, non hanno fascino sulle nuove generazioni. Non sono riusciti a compiere un solo passo decisivo verso la liberazione dalla soggezione inalterata al potere delle mafie, che doveva essere il compito morale primario di una classe politica responsabile. Il tutto aggravato da una rappresentanza parlamentare che la stessa legge elettorale ha reso sempre più autoreferenziale, che non rende conto a nessuno, né agli elettori né al territorio, sempre più disincarnata dal tessuto vivo della società. Non ultima spiegazione della assoluta mancanza di una reazione collettiva, di una emozione popolare al disfacimento della politica, a differenza di quanto avvenne per Tangentopoli che culminò nell’osceno lancio di monetine contro l’auto di Craxi.
Ma il 2008 ci consegna anche un'altra realtà: le procure ormai trasformate in call center con migliaia e migliaia di intercettazioni date in pasto all'opinione pubblica, alla stampa e finanche alla sceneggiatura di "Porta a porta" e di "Matrix".
Allo stesso modo, la presenza come teste della difesa dell'assessore di Rifondazione con l’auto blu a un processo in cui sono alla sbarra militanti vicini al gruppo politico in cui si milita. O come la presenza dei magistrati (accompagnati da auto blu e, talvolta, dalla scorta) a convegni, dibattiti televisivi, feste e tagli di nastri, invitati come testimonial della professione o rappresentanti del proprio ufficio.
Una nuova Tangentopoli? Una nuova questione morale? Domande che hanno investito in specie il Pd e i governi locali del centrosinistra: Abruzzo, Basilicata, Campania, Firenze, Napoli, Roma, Genova, Perugia, Pescara, Potenza ecc. ecc.
Oggi la politica regionale e locale è guerra di tutti contro tutti. Nei Consigli comunali come in quelli regionali, la preferenza unica produce campagne elettorali estremamente costose, e combattute fino all’ultimo voto. La lotta è anzitutto tra i candidati della medesima lista. Ecco in chiaro le radici delle ambigue contiguità tra politica e affari. Poi, le maglie larghe delle regole, dei controlli e delle responsabilità consentono di orientare la gestione della cosa pubblica in vista dei debiti contratti, e delle alleanze future. Mancando partiti veri che gestiscano razionalmente e democraticamente il cursus honorum, il consenso personale è l’unico patrimonio che conta in politica.
Oggi il potere nel governo regionale e locale è per tutti i partiti elemento strutturale e dominante. Un governatore di Regione, o un sindaco di grande città, conta quanto vari ministri di media stazza. I partiti sono costruiti intorno a loro. Ovunque, l’uomo forte tende a essere il sindaco, il governatore, l’assessore. Si spiegano così gli applausi di Pescara per il sindaco inquisito, e il preannuncio di possibili liste civiche. Nel feudalesimo di partito, chi ha cariche di governo locale è tra i signori feudali più forti. La vera vittima dei più recenti sviluppi nella politica italiana è il partito nazionale. E dunque si capisce che Veltroni non dica praticamente nulla nella direzione Pd sulla tempesta in atto. E che solo nell’assemblea dei giovani lui attacchi, qualche ora dopo, i capi-bastone. Intanto, tutti rimangono sereni al loro posto. Non è certo questione di poteri formali. Un segretario di partito, anche il più scassato, ce l’ha. Il problema è la forza di esercitarli.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_interni_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=214898&IDCategoria=1
Sulla questione morale a “Sinistra”, vi è “Compagni Spa”, un’inchiesta del 4 dicembre 2008 di Gianluca Di Feo su “L’Espresso”, giornale palesemente di sinistra.
Firenze, Napoli, Roma, Genova, Perugia. L'ondata di inchieste mostra il potere dei comitati d'affari.
Quel parco "mi fa cagare da sempre". Quando il sindaco di Firenze vuole cancellare 80 ettari di alberi, unico polmone previsto tra fiumi di cemento ligrestiano, per inserire lo stadio di un imprenditore amico e per farlo è pronto a "smitizzare il parco e dire che questo è tutto contro una certa sinistra", allora è il segno che non si tratta solo di una questione morale. Da Firenze a Napoli, da Genova a Perugia, da Crotone a Trento, dall'Aquila a Foggia le inchieste giudiziarie che continuano ad abbattersi sulle giunte rosse aprono una questione più profonda: mettono in discussione la capacità di costruire il futuro delle città italiane. Più delle dimensioni degli illeciti, spesso poche migliaia di euro, sorprendono i loro effetti: le opere inutili e i cantieri eterni figli di questa malapolitica che ama il cavillo come strumento di potere. Più che le guerre intestine tra correnti del Pd, stupisce la capacità di impastare ogni genere di interesse privato in danno del bene pubblico: trasversalità e consociativismo sono mode condivise con la destra e con speculatori d'ogni risma.
Le giunte traballano sotto il peso di intercettazioni che svelano intrallazzi più che tangenti: i pm contestano contributi elettorali, come le cene dei Ds pagate con i 250 mila euro che sarebbero stati estorti ai broker dal presidente del Porto di Napoli; sponsorizzazioni, come quella del gruppo Ligresti all'opuscolo sulla crociata anti-lavavetri dell'assessore fiorentino Graziano Cioni; oppure incarichi professionali smistati a figli, amici e compari. È una Via Crucis di piccoli episodi, spesso di dubbia rilevanza processuale, e di grandi favori intrecciati in consorterie dove la politica giustifica il disprezzo di qualunque regola, etica o penale, arrivando a negare il buonsenso. Le parole di Leonardo Domenici, presidente di tutti i sindaci italiani, sul parco da cancellare e "smitizzare" testimoniano un male che va oltre la corruzione addebitata ai due assessori di Palazzo Vecchio in rapporti troppo intimi con Salvatore Ligresti.
Inutile invocare la questione morale. Finora c'è stata a malapena una questione legale. Si muove solo la magistratura, che arresta o manda avvisi di garanzia. La segreteria nazionale non interviene e i vertici locali si barricano dietro la presunzione di innocenza: rinviano qualunque valutazione alla sentenza definitiva e così proseguono sulla stessa strada con le stesse persone. Persino le dimissioni arrivano solo se inevitabili. E la valanga che rischia di sommergere la sinistra toscana ha smascherato figure molto differenti. Ci sono i piccoli Machiavelli di Palazzo Vecchio, maestri dell'intrigo e dell'intesa sottobanco, circondati da una corte di professionisti. Il provvedimento del giudice è spietato nelle imputazioni: l'assessore Gianni Biagi costringe la Provincia a entrare nel progetto Castello e costruire la nuova sede sui terreni di Ligresti. Lo fa - scrivono - con ogni mezzo, arrivando a sfruttare la suo carica per intimidire ogni immobiliarista e impedire soluzioni alternative. I magistrati lo accusano di avere amputato pezzi di parco per consentire altre colate di cemento, di avere fatto passare in secondo piano le opere di urbanizzazione, ossia gli impianti per migliorare la vita dei cittadini. In compenso, infila architetti suoi amici, con parcelle da mezzo milione di euro per progetti che i tecnici di Ligresti predicono come inutili ("Finirà che vi paghiamo e li buttiamo"). Il risultato finale è un mostro, il progetto urbanistico che determina lo sviluppo di Firenze assomiglia "a una discarica", affollata di uffici e abitazioni, dove i palazzi di Provincia e Regione fanno strage di alberi e poi si inserisce anche lo stadio voluto da Diego Della Valle con rischi di ingorghi epocali.
Se Biagi si è dimesso, lo 'sceriffo' Cioni invece promette battaglia. È l'altra faccia dello scandalo: il barone rosso, arrogante, populista, con un feudo che garantisce voti. "Chi ha la puzza sotto il naso, cambi mestiere. Io sto con chi combatte", lo difende pubblicamente uno dei suoi consiglieri. Ma Cioni è anche la storia del Pci fiorentino: da 35 anni passa da una poltrona all'altra, dalla Provincia al Comune, poi Montecitorio, il Senato e di nuovo al Comune dove puntava adesso alla fascia di sindaco. Ha conquistato la platea nazionale lanciando il celebre regolamento contro mendicanti e lavavetri. Poi lo hanno intercettato mentre rassicurava gli uomini di Ligresti: "Sto lavorando per voi". In cambio lo 'sceriffo' chiede e ottiene in un paio di minuti da Fondiaria un contributo di 30 mila euro per i 200 mila opuscoli che pubblicizzano la sua tolleranza zero. Chiede un premio, ottenuto, e una promozione, in valutazione, per il figlio che lavora proprio per Fondiaria. Chiede e ottiene al prezzo politico di 600 euro mensili una casa di oltre sette vani "di pregio e in centro" per una sua amica. Alza il telefono per tutto. C'è da mettere la parabola di Sky nell'appartamento della sua amica? Chiama direttamente il braccio destro di Ligresti, Fausto Rapisarda. Il capoufficio sgrida suo figlio e lo rimprovera per i ritardi? Il papà assessore mobilita Rapisarda, la voce del padrone, che bacchetta il capoufficio e poi blandisce il rampollo: "Mi telefoni per qualunque cosa".
Per Cioni non c'è il partito né il Comune, ma uno schieramento che chiama "la famiglia". Né lui né gli altri indagati temevano la legge, sembravano sentirsi protetti. L'inchiesta del nuovo procuratore capo Giuseppe Quattrocchi e le registrazioni del Ros li hanno spiazzati. È uno choc, che rischia di abbattere il mito dello sviluppo sostenibile toscano, di uno stile di vita capace di coniugare progresso e tradizione costruito dal Pci in mezzo secolo di governo. Gli eredi di questa tradizione sembrano avere smarrito il contatto con la realtà della città. Progettano opere discusse e discutibili come la linea tramviaria. Infilano nei contratti pubblici società personali, come quella del capogruppo Alberto Formigli: il consiglio comunale che ha respinto le sue dimissioni si è trasformato in una rissa. E l'inchiesta è solo agli inizi. Ogni giorno il Ros va in altri uffici a setacciare capitolati: ci sono accertamenti su decine di progetti di Comune, Regione e Provincia con migliaia di telefonate scottanti da analizzare. Insomma, in Toscana si prepara un inverno di passione.
A Napoli il dramma si è già materializzato nella scelta estrema di Gianni Nugnes, l'ex assessore che si è ucciso dopo l'arresto per i disordini contro una discarica. Un politico che restava ancorato alla sua Pianura, il quartiere con il record di edifici clandestini. Dicono che si sia sentito isolato, chiuso in un angolo per le scelte di suoi ex colleghi. Come Enrico Cardillo, potente assessore al Bilancio, che con le sue dimissioni pare cercare riparo per sé e per il sindaco Rosa Russo Iervolino dal prossimo tsunami giudiziario. In due anni la giunta Iervolino ha già perso sette assessori, tutti azzoppati dalla magistratura e finora sostituiti con personaggi di alto livello. Le anticipazioni del 'Mattino' prefigurano un nuovo terremoto in quei palazzi infausti per la sinistra, dove solo dieci mesi fa naufragò il governo Prodi. Questa volta l'epicentro dovrebbe essere in municipio, tra le poltrone della Margherita. Al centro delle indagini c'è il potere di Alfredo Romeo, un superstite della vecchia Tangentopoli partenopea diventato il monopolista nella gestione di immobili pubblici e considerato vicino all'area di Francesco Rutelli. Il gruppo Romeo ha una rete di relazioni che arriva ovunque: cura persino la manutenzione del Quirinale, del Senato e del ministero dell'Economia. Gli hanno affidato centinaia di migliaia di case popolari e gran parte delle cartolarizzazioni: nel 2001 è stato pure incaricato di vendere lo stadio Olimpico. Gli atti giudiziari lo accusano di aver osato l'impossibile: fa lavori abusivi nella sua splendida villa di Posillipo e quando la procura mette i sigilli al cantiere, lui va avanti. E quando la magistratura lo denuncia, secondo un'inchiesta appena chiusa, un importante giudice si sarebbe mosso per convincere i colleghi ad archiviare la pratica.
Ma la questione Romeo potrebbe non essere solo campana. Le sue aziende arrivarono sul Campidoglio negli anni di Rutelli. Poi dalla giunta Veltroni hanno ottenuto il mega-appalto da 650 milioni per la manutenzione stradale, sospeso a fine agosto da Gianni Alemanno con il risultato di lasciare le strade costellate di buche e cantieri che hanno inghiottito fiumi di denaro. Sono disastri che mostrano come il problema non è solo etico: la malapolitica produce arretratezza, servizi inefficienti, sprechi. Se nel Lazio ci fosse un sistema moderno di smaltimento dei rifiuti, la convivialità alla vaccinara tra l'assessore Mario Di Carlo, già numero uno della Margherita, e il monopolista delle discariche forse avrebbe suscitato meno clamore. Invece di emergenza in emergenza la spazzatura dei romani continua a marcire nell'orrido di Malagrotta. O lo spettacolo finale del centrosinistra abruzzese, dove alla vigilia del voto la maggioranza colata a picco dall'arresto di Ottaviano Del Turco corre ad assumere in pianta stabile schiere di portaborse.
Non ci sono pregiudiziali etiche: le porte restano sempre aperte per presunti corrotti o tangentisti. Quando al sindaco pd di Perugia Renato Locchi i magistrati hanno chiesto se aveva incontrato un costruttore, finanziatore della sua campagna, poi arrestato per mazzette e scarcerato, lui risponde: "Il fatto che sia stato 50 giorni in cella non significa che non possa continuare a svolgere il suo lavoro". Anche a Trento la presunzione di innocenza ha un sapore beffardo. Prima delle elezioni un'inchiesta ha coinvolto i vertici dell'Autostrada A22, ipotizzando reati bipartisan: c'era un uomo di Forza Italia ma anche il presidente Silvano Grisenti, legatissimo al governatore pd della Provincia, Lorenzo Dellai. Grisenti viene accusato di corruzione, turbativa d'asta, tentata concussione per sponsorizzazioni e contratti da assegnare a società di suoi familiari: è l'uomo della 'magnadora', la mangiatoia. Una grana a poche settimane dalle elezioni? Dellai l'ha trasformata in un punto di forza, costringendo l'indagato a dimettersi senza se e senza ma. La condanna politica ha trasmesso negli elettori un'immagine di pulizia, contribuendo alla vittoria del centrosinistra. Ma lunedì 1 dicembre, tre settimane dopo il voto e 70 giorni dopo le dimissioni, si scopre che Grisenti ha ottenuto un incarico nell'ente presieduto da Dellai: un ufficio creato su misura per coordinare i programmi di cooperazione internazionale. "Ha il pieno diritto di tornare al lavoro", ha spiegato Dellai, citando la Costituzione. Sintetico il commento dell'interessato: "Ho una famiglia numerosa".
'Tengo famiglia' è un argomento che funziona meglio dell'indulto: fa perdonare tutto. Così come si chiude un occhio per cavalleria sulle frequentazioni femminili. A Foggia, per esempio, il sindaco è sotto processo per i favori concessi alla sua "segretaria particolare". L'ha assunta nello staff, con stipendio di 3.500 euro al mese, l'ha poi nominata nel consiglio d'amministrazione di una municipalizzata, ma la signora avrebbe continuato a usare beni del Comune senza titolo: solo di telefonino 6 mila euro di bolletta. Per difenderla il sindaco, sempre secondo i magistrati, avrebbe anche falsificato documenti. Peccati veniali? Orazio Ciliberti è sotto processo per questa storiaccia e per un'altra vicenda, ma rimane primo cittadino, membro della Costituente del Pd e vicepresidente nazionale dell'Anci.
Restano relegati in periferia anche i peccati d'omissione, veri o presunti. A Crotone la procura ha preso di mira Europaradiso, il faraonico insediamento turistico dove si sarebbero concentrati gli interessi della nuova mafia calabrese. I pentiti hanno parlato di summit tra emissari delle cosche e i dirigenti locali del Partito democratico: il capogruppo Giuseppe Mercurio si è dimesso dopo un avviso per concorso esterno in associazione mafiosa. Il problema è che questo scenario era stato denunciato un anno fa da Marilina Intrieri, all'epoca parlamentare Pd, per cercare di bloccare l'ingresso nelle liste dei nomi vicini ai clan. Si rivolse a Marco Minniti, all'epoca sottosegretario agli Interni e oggi ministro ombra, e a Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd. Spiega Marina Sereni: "Vista la gravità di quanto sosteneva, le dissi di rivolgersi alla magistratura". Il Pd non c'entra: l'etica non riguarda il partito, ma è compito esclusivo delle procure. E allora a cosa si riduce la politica?
Perché tutta la mappa dell'Italia rossa è costellata di inchieste che rischiano di esplodere o che hanno sfiorato il sistema di potere passato dal vecchio Pci al Pd. Prendete l'Umbria. Il sindaco di Perugia nello stesso verbale in cui difendeva la presunzione di innocenza del costruttore inquisito, parla delle sue frequentazioni con Carlo Carini, il re dell'asfalto. Nello scorso maggio Carini è finito in manette assieme ad altri 30 tra impresari e funzionari di Regione, Provincia e di alcuni comuni. Tre assessori provinciali hanno presentato le dimissioni, subito respinte. Le intercettazioni hanno fatto emergere una cupola che dominava i lavori stradali e che si compiaceva di usare il lessico mafioso: "Sì, sono il capo dei capi". Nessuno ha collaborato, l'istruttoria non è arrivata ai piani alti: è rimasta una storia di geometri. Almeno per ora.
Genova invece si è appena ripresa dallo choc per la retata che a maggio fece traballare il sindaco Marta Vincenzi e le tolse letteralmente il sonno: "Quei cattivi guaglioni mi hanno pugnalato a tradimento". Gli investigatori sono partiti dal municipio e adesso scavano nelle attività di altri enti. Il peggio è passato? I magistrati potrebbero regalare un brutto Natale al centrosinistra ligure: è in arrivo la chiusura delle indagini, che toglierà il segreto su molti dossier. La storia è nota. Un industriale della ristorazione cerca di mettere le mani nel piatto delle mense cittadine, 26 mila pasti al giorno, e vuole "oliare il meccanismo". Sono finiti in carcere il portavoce della Vincenzi e due consiglieri comunali mentre due assessori indagati si sono dimessi. Solo pochi giorni fa è stato pubblicato il verbale di Massimo Casagrande, l'ex consigliere arrestato, che ricostruisce l'inizio della trama: "Era ancora in corso la campagna elettorale della Vincenzi. Roberto Alessio si dichiarò disponibile a dare un contributo. Ventimila euro. Nel frattempo chiese un nostro interessamento...".
Rispetto a questi scandali, la crisi sarda è storia diversa: è la sfida finale tra due modi di fare politica e costruire il consenso. La pancia del Pd si è mossa contro Renato Soru per logiche di partito più che affaristiche: l'entroterra non interessa ai palazzinari da spiaggia. Ma l'abitudine di trasformare i capanni agricoli in casette è diffusa nell'isola tra tutti i ceti urbani e rurali. Un mondo che Antonello Cabras, l'antagonista di Soru, conosce bene: è stato segretario del Psi negli anni Ottanta, poi presidente della Regione e parlamentare ds. Soru invece vola alto e vuole chiudere il suo impegno di tutela ambientale: le dimissioni dimostrano che è pronto a tutto, anche a proseguire senza il Pd. E il maltempo furioso di questi giorni, con alluvioni e frane, concretizza gli effetti disastrosi del 'mattone ovunque e comunque', diventando una sorta di spot per Soru. 'Piove, governatore virtuoso', ironizzano i suoi fan: forse l'unica eccezione alla slavina morale del centrosinistra.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Compagni-Spa/2051360
NOMINA TRUCCATA DEI PRESIDENTI DI SEGGIO E DEGLI SCRUTATORI
I cittadini sono chiamati ai seggi per votare. Diversi nostri concittadini svolgono funzioni di "responsabilità" ai seggi elettorali in qualità di presidenti, segretari e scrutatori di seggio. Ciascun seggio è presieduto da un Presidente, coadiuvato da un segretario e da 4 scrutatori, fra i quali lo stesso presidente ha nominato il suo vice. Ma come funziona il meccanismo elettorale.
La nomina dei Presidenti di seggio è effettuata dal Presidente della Corte d'Appello competente per territorio tra le persone iscritte all'Albo delle persone idonee all'ufficio di Presidente di seggio elettorale, istituito dalla legge 21 marzo 1990, n. 53.
Ai sensi dell’art. 1, comma 7, gli elettori che desiderano iscriversi nell'Albo delle persone idonee all'Ufficio di Presidente di seggio elettorale devono presentare domanda alla Corte di Appello competente per territorio, per tramite del Sindaco del proprio Comune di residenza entro il 31 ottobre di ogni anno. L'iscrizione dovrebbe essere gratuita e durare a vita e la nomina dovrebbe essere effettuata con imparzialità (sorteggio).
Dov’è il trucco ??
In fase di aggiornamento periodico annuale dell’albo si cancellano i nominativi che per vari motivi non sono degni di farne parte (immotivati rifiuti, gravi inadempienze, ecc.). Cancellazione, spesso, non notificata agli interessati.
In tale fase, e non tutti lo sanno, il comma 9 prevede che si dà preferenza di nomina a chi, più furbo, direttamente in Corte d'Appello ha manifestato nuovo gradimento o formulato ulteriore domanda per l’incarico.
A ciò si aggiunge l’illegale impedimento da parte delle cancellerie ad accludere nuove iscrizioni, perché, secondo loro, l’albo è già pieno.
Non solo. Il Ministero dell’Interno, Dipartimento per gli affari interni e territoriali, Direzione centrale dei servizi elettorali, con Circolare N. 11/2009. Prot. 0000674 Roma, del 20.03.2009, dava le seguenti indicazioni, alla faccia dell’imparzialità.
“Tanto premesso, si reputa opportuno rappresentare all’attenzione delle SS.LL. l’imprescindibile esigenza che la scelta dei presidenti di seggio riguardi, in via prioritaria, quegli elettori che, per i loro requisiti di cultura giuridica e professionalità, ovvero di comprovata capacità e di competenza per aver già svolto in maniera efficace ed efficiente analoghi incarichi, anche solo nella veste di scrutatori o di segretari di seggio, senza però essere mai incorsi in precedenti cancellazioni dal relativo albo o in segnalazioni di disfunzioni varie, garantiscano la massima idoneità all’espletamento dell’incarico.
Pertanto, si rappresenta l’opportunità che, da parte delle Cancellerie delle Corti d’appello, vengano tempestivamente individuati, nell’ambito dell’albo, ulteriori adeguati nominativi di possibili sostituti onde fronteggiare, con immediatezza ed efficacia, prevedibili rinunce da parte dei presidenti designati.”
Quindi non ci dobbiamo meravigliare se sono sempre gli stessi a ricoprire l'incarico di Presidente di seggio.
In passato la nomina di scrutatore dell’ufficio elettorale di sezione avveniva tramite sorteggio casuale (legge n. 95 del 1989), mentre attualmente la chiamata è diretta e nominativa (ovvero non casuale) (legge n. 270 del 2005). In questo ambito, prima della legge 270/2005, la scelta avveniva tramite sorteggio (spesso truccato) delle persone elencate in un apposito albo istituito presso i comuni. Con questa legge è stato invece disposto che la nomina degli stessi scrutatori avvenga tramite un Comitato elettorale costituito dai partiti politici. In questo modo, anche al di là delle intenzioni dei legislatori, si è finito col fornire un ulteriore elemento di corruzione della nostra vita politica.
I giovani nominati scrutatori da un certo partito non possono sottrarsi al dovere di manifestare gratitudine al partito che li ha scelti; e lo faranno votandolo. Ma lo scambio di “favori” non avviene solo tramite il partito e l’elettore; avviene anche tra l’elettore e il candidato che è riuscito a farlo nominare scrutatore. Il candidato che ha maggior potere dentro un partito può infatti facilmente disporre di 20/30 nomine di scrutatori.
Considerando che ogni scrutatore può normalmente orientare dai 3 ai 6 voti (familiari e amicali), è facile prevedere come venga falsato il risultato elettorale (specialmente tra i candidati di uno stesso partito). La possibilità offerta ai partiti di nominare gli scrutatori realizza quasi un “voto di scambio”; legalizzato, ma non per questo meno odioso.
E’ come se l’ufficio di collocamento fosse gestito dai partiti politici, e ogni partito potesse far assumere un certo numero di lavoratori, in base alla percentuale di voti ottenuti. Sarebbe naturalmente uno scandalo; ma è proprio questo che si verifica con l’attuale modalità di nomina degli scrutatori. La differenza risiede solo nella durata dell’occupazione, ma la sostanza dell’ingiustizia è la stessa.
Dr. Antonio Giangrande Presidente Associazione Contro Tutte le Mafie
Ho partecipato ad un concorso in polizia da incensurato. Ho superato brillantemente i test scritti e le prove psico-fisiche-attitudinali: ero tra i primi, ma poi sono stato scartato. Lo stesso dicasi per il concorso di autista dei mezzi speciali del Ministero della Giustizia. Ho partecipato ad un concorso per comandante dei vigili urbani, lo ha vinto chi l’aveva indetto e regolato, da comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale, trattenendo rapporti professionali con i commissari d’esame. Per aver pubblicato le sue motivazioni, sono stato denunciato per diffamazione dal Pubblico Ministero che aveva archiviato il mio esposto penale.
I concorsi erano regolari o erano truccati e i vincitori non meritavano di esserlo, ma poi questi te li ritrovi sulle strade o negli uffici?
Tutti i concorsi pubblici: sono truccati o truccabili. Anche quelli di alto livello a cui ho partecipato.
L’Accesso alla magistratura, all’avvocatura, al notariato, all’insegnamento accademico, ecc.: tutto truccato.
Ciò è dimostrato analiticamente nelle pagine che approfondiscono le tematiche della categoria interessata, data la gravità e fondatezza dell'accusa.
Come si fa a provare quello che tutti sanno?
Basta riportare le inchieste che denunciano illegalità a cui nessuno porrà mai rimedio.
Se ci sono illegalità farò piazza pulita». Lo scandalo della parentopoli nella Guardia forestale, denunciata da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”, fa infuriare il ministro per le politiche agricole, che promette il pugno di ferro. «Se effettivamente verificheremo che ci sono stati o ci siano problemi per queste questioni faremo pulizia in ogni modo e con ogni mezzo».
A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori.
Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria».
Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.
L’equazione Corpo forestale uguale “affare di famiglia”, d’altronde, viene dall’alto. A capo del corpo, infatti, c’è Cesare Patrone, figlio dell’ex geometra della Forestale, Michele. Al suo fianco ci sono anche il fratello Amato (sovrintendente), la moglie di quest’ultimo Serena Pandolfini (sovrintendente), Domenico, zio del capo ma ora in quiescenza, e la figlia di quest’ultimo Rosa, primo dirigente del Corpo.
A destare perplessità anche i risultati del concorso per 182 posti da vice ispettore. Dopo la prova scritta, in testa alla graduatoria figurano i più stretti collaboratori del Capo: il suo autista, suo fratello, la sua segretaria, una sua assistente, un’altra persona della sua segreteria, sua cognata, una segretaria di sua cugina. Come se le capacità e la bravura fossero state trasmesse per osmosi.
Situazione talmente curiosa da spingere un deputato del Pdl, Marco Zacchera, a presentare un’interrogazione parlamentare in proposito. L’interpellanza, però, è caduta nel vuoto e il concorso è andato avanti.
L’ultimo strano caso che riguarda il Corpo forestale riguarda una serie di promozioni votate in un consiglio di amministrazione della Forestale, presieduto dal ministro Zaia. In questo caso la fortuna ha baciato nove candidati, otto dei quali del nord Italia e del Veneto, che hanno ottenuto punteggi altissimi pur non avendo nessun titolo speciale.
Dopo la pubblicazione dell’inchiesta la Cgil è partita all’assalto: «Da tempo ci battiamo per riportare all’interno del corpo una serie di regole per arginare il fenomeno dell’assoluta discrezionalità nella gestione del personale».
La responsabile del Pd, Colomba Mongiello, ha incalzato: «Avevamo sospetti di operazioni che nulla hanno a che vedere con il merito, ma così tante coincidenze sono il segnale di forti anomalie».
Ci va giù duro anche Pino Pisicchio, deputato dell’Italia dei Valori: «Una parentopoli di proporzioni enormi. Una specie di fiume carsico che investe la Forestale. La denuncia della Stampa appare talmente circostanziata di nomi, dati e riferimenti dinanzi ai quali il governo non potrà non assumere precise responsabilità».
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