CHI TUTELA I LORO DIRITTI ?!?!


BREVE STORIA SULL’ABORTO

La legge italiana sull’aborto è la Legge n. 194 del 22 maggio 1978 che consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica.

Negli anni Settanta la sinistra (PCI, PSI, PSDI), insieme ai partiti liberal-capitalisti (PRI, PLI), e al Partito Radicale di Pannella, con l'appoggio di tutta la grande stampa (specie la Repubblica, L'Unità, L’Espresso, Panorama e il Corriere della Sera), sosteneva l'introduzione in Italia della regolamentazione dell’aborto. Sostenitori di tale causa erano gli intellettuali di sinistra Calvino, Eco, Bocca e Moravia, che si scagliavano contro l'amico Pasolini, l’unico ad essere contrario nel mondo letterario.

Il 5 febbraio del 1975 una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore del giornale L’Espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli del codice penale, relativi ai reati d'aborto.

Iniziava così la raccolta firme e raggiunte 700.000 adesioni, il 15 aprile del 1976 con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria; tra i membri del governo ricordiamo Andreotti, capo del governo, Anselmi, ministro della Sanità, Bonifacio, ministro di Giustizia, e Leone, presidente della Repubblica.

Il 18 maggio 1978, dopo un iter tormentato, veniva promulgata la “legge 194”, in base alla quale l’aborto, attuato in determinate condizioni, non era più perseguibile penalmente. Il testo dal titolo “NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITA' E SULL'INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA” è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 22 maggio 1978. Questa legge è stata confermata con un referendum il 17 maggio 1981.

L’articolo 1 recita quanto segue:

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.

Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’ aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Gli articoli 2 e 5 prevedono un impegno specifico dei consultori familiari ad aiutare la donna a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione volontaria di gravidanza. L’art. 4 descrive le circostanze per le quali è possibile ricorrere all’aborto nei primi 90 giorni di gestazione (la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito).

L’articolo 6 enuncia ambiti precisi entro i quali si possono eseguire le interruzioni volontarie di gravidanza dopo i primi 90 giorni (quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro che determinino un pericolo grave per la salute fisica o psichica della donna).

Gli articoli 12 e 13 stabiliscono rispettivamente che le minori e le donne interdette devono ricevere l'autorizzazione del tribunale dei minori o del tutore per poter effettuare la IVG.

Segue l’art. 14 che afferma “Il medico che esegue l'interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite, nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi, che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna”.

La legge 194 termina stabilendo pene detentive per chiunque causa l'interruzione volontaria di gravidanza senza l'osservanza delle modalità indicate negli articoli precedenti.

Il 4 ottobre 2007, il Ministro della Salute Livia Turco ha presentato al Parlamento una Relazione sulla attuazione della legge 194/78 ed osserva che nel 2006 sono state notificate 130.033 IVG, con un decremento del 2,1% rispetto al 2005 (132.790 casi) e un decremento del 44,6% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all’IVG.

Oggi, nonostante i dati suddetti, sono praticati aborti clandestini; è il caso recente di Genova che ha destato forti reazioni. Ermanno Rossi, 54 anni, stimato ginecologo del Gaslini, specializzato in parti difficili, si è ucciso gettandosi dalla finestra del suo ambulatorio di Rapallo. Il dottore è stato accusato di aver eseguito otto aborti illegali da ottobre a marzo.

Pertanto, è necessario affermare che la legge 194/78 ha permesso un cambiamento sostanziale del fenomeno abortivo nel nostro Paese, ma la sua applicazione può essere ulteriormente migliorata. Si rileva la necessità di un rinnovato impegno operativo da parte di tutte le istituzioni competenti.

La legge sull'interruzione volontaria di gravidanza, nota come legge 194 del 1978, è composta da 22 articoli. L'articolo 12 si occupa del caso in cui la donna che deve praticare l'interruzione di gravidanza è minorenne. La legge prevede infatti che la richiesta di interruzione di gravidanza sia fatta personalmente dalla donna; se però la donna ha un' età inferiore ai 18 anni per l'interruzione della gravidanza è richiesto l' assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela.

Tuttavia, la 194 prevede che nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone che esercitano la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleti i compiti e le procedure previste dalla legge e rimetta entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare. Questi, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle sue ragioni e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna a decidere la interruzione della gravidanza. Qualora il medico accerti l'urgenza dell'intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore di 18 anni, indipendentemente dall'assenso di chi esercita la potestà o la tutela e senza ricorrere al giudice tutelare, certifica l'esistenza delle condizioni che giustificano l'interruzione della gravidanza. Questa certificazione costituisce titolo per ottenere in via d'urgenza l'intervento e, se necessario, il ricovero.

Per l'interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, si applicano anche alla minore di 18 anni le procedure previste dalla legge nei casi in cui la gravidanza comporti gravi rischi per la vita della donna o siano accertati processi patologici tali da determinare un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna indipendentemente dall'assenso di chi esercita la potestà o la tutela.

L'articolo 18 della 194 prevede invece che chiunque causa l'interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito con la reclusione da quattro a otto anni. Si considera come non prestato il consenso estorto con violenza o minaccia o carpito con l'inganno. La stessa pena si applica a chiunque provochi l'interruzione della gravidanza con azioni dirette a provocare lesioni alla donna. La pena è diminuita fino alla metà se da queste lesioni deriva l'acceleramento del parto.

Se da queste azioni deriva la morte della donna - recita la 194 - si applica la reclusione da otto a sedici anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da sei a dodici anni; se la lesione personale è grave questa ultima pena è diminuita. Queste pene sono aumentate se la donna è minorenne.


L'ABORTO E LE MINORENNI

Le minorenni, la 194 e l'ignoranza

Silvio Viale me lo dice sapendo di sorprendermi: 'Ho deciso che per me il limite per l'aborto terapeutico sarà di 22 settimane, sarò ancora più restrittivo di Roberto Formigoni che invece pone il limite a 22 settimane e 3 giorni. E questo vuol dire che introdurrò questa scadenza nel mio ospedale, il Sant'Anna di Torino'.

Dopo Milano anche Torino, insomma, dopo la Lombardia anche il Piemonte si allinea nell'abbassare il limite delle settimane previste per poter effettuare legalmente l'aborto terapeutico. E allora la domanda è d'obbligo: Viale ha paura dell'ennesimo polverone, di una trappola? 'Di sicuro se capitasse qualcosa a me se ne parlerebbe eccome ma non è questo il motivo. Sono uno che si interessa della materia, sono un ginecologo, accetto i progressi della scienza ma lo faccio senza strumentalizzazioni. E quindi pongo il limite a 22 settimane per l'aborto terapeutico ma farò in modo da far fare un po' prima l'ecografia morfologica quella che ora invece si fa alla 21ma settimana rendendo quasi impossibile prendere decisioni in tempo utile alle donne che dovessero trovarsi con una diagnosi di feto malformato'. 

Sono tempi strani questi, nei reparti di ginecologia degli opedali e nelle cliniche private. Basta un nulla per ritrovarsi le telecamere addosso e i giudici alle calcagna. Ieri si è saputo che una ragazza di quindici anni non voleva abortire, i genitori avrebbero voluto costringerla, lei si è rivolta all'avvocato. Ne è nato l'ennesimo caso in fatto di interruzione di gravidanza, l'ennesimo scandalo sull'orlo del tribunale. Alla fine i genitori 'anche per la pressione mediatica' come spiegherà l'avvocato della quindicenne, si sono decisi a perdonare la figlia e ad accogliere lei e il suo bambino. Non è chiaro se vorranno anche il suo fidanzato che invece non è che amassero proprio tanto. Ma è un dettaglio di poco conto.

In ogni caso, è l'ultima puntata di questo grande serial televisivo sull'aborto in onda da tre mesi in Italia. Dopo la donna che inizia ad abortire nel bagno di un ospedale napoletano un feto malformato, dopo le otto signore della Genova-bene che si sono messe nelle mani clandestine di un ginecologo, è stata la volta di una storia dal sapore 'buonista'. Ovviamente, non c'è nemmeno da dirlo, per quel che mi riguarda la ragazza aveva tutto il diritto di tenere il bambino e crescerlo anche se i genitori non avessero voluto e nessuno avrebbe potuto obbligarla a cambiare idea, nemmeno da un punto di vista legale. 

Ma, insomma, mentre il serial volgeva alla fine ho pensato di chiamare Silvio Viale, ginecologo, radicale, uno che non ha mai nascosto le sue posizioni, per chiedergli che cosa ne pensava di questo continuo fiorire di casi giudiziari all'ombra della 194. 'Il problema è che per trent'anni si è rimosso il problema. Non parlo degli anti-abortisti che facevano il loro gioco, parlo degli altri, che si sono limitati a dire è una buona legge, non tocchiamola. E così hanno lasciato che si radicassero abitudini e comportamenti che ora paghiamo'. 

Il riferimento è all'esplosione di obiettori di coscienza che di fatto rappresentano un boicottaggio della legge e alla scarsa tenuta della privacy. Fattori che non fanno altro che spingere le donne sempre più a ricorrere all'aborto clandestino come la vicenda di Genova mostra rende ben evidente. A leggere la relazione del ministero si scopre anche che casi come quello della minorenne che vuole tenere il figlio a dispetto dei genitori sono davvero rari. Sempre più spesso capita l'esatto contrario.

In Italia nel 2007 vi sono state all’incirca 4 mila interruzioni legali effettuate da minorenni, di queste 1426 sono state chieste da parte di minorenni decise ad escludere dalla decisione chi esercita la patria potestà, molte di più rispetto agli anni precedenti quando la media si aggirava intorno alle 1.330 interruzioni l’anno.

In realtà per la prima volta nel 2007 la quota delle interruzioni da parte di minorenni a dispetto di quello che dicono mamma e papà ha superato la soglia delle 1400. E la tendenza è in aumento già da due anni. Nel 2006 i giudici avevano concesso 1.360 autorizzazioni contro le 1314 del 2005.

Ed è soprattutto in calo l’età media delle ragazze che fanno ricorso ad un’interruzione di gravidanza. Cinque su dieci hanno diciassette anni e tre su dieci ne hanno sedici. Ma avevano in media 17 anni nel 1995, e dieci anni dopo ne hanno 16 e 9 mesi. A chiedere un’interruzione senza patria potestà erano lo 0,5% nel 1995, dieci anni dopo sono più che raddoppiate (l’1,2%). Lo stesso accade alle quattordicenni che passano dal 3,3% al 4,2, e alle quindicenni, dal 9,1 al 14,1%.

E quindi è allarme, lo ripetono in tanti. Ma la Relazione del ministero continua. Più di 6 minorenni su dieci non interpella nessuno del proprio nucleo familiare e si rivolge direttamente ai consultori. Se manca il consenso dei genitori o non lo si voglia richiedere, come accade in oltre la metà dei casi, si ricorre al giudice tutelare dei minori.

Più di sei minorenni su dieci (il 65%) decidono di interrompere la gravidanza per motivi psicologici. Le altre per motivi socio-economici. Il Rapporto del Ministero sottolinea che al giudice le minorenni dichiarano quasi sempre che il figlio «è un serio ostacolo ai progetti di vita futura». La maggior parte adduce motivi «psicologici» e circa il 30 per cento parla di motivi di studio. Le richieste arrivano soprattutto da ragazze che vivono al Nord: il 45%. Mentre il 25% da ragazze che vivono nel centro Italia, il 23% da giovani meridionali e il 7% dalle isole.

E allora, va bene l'allarme ma le interrogazioni parlamentari da parte dei deputati per far fare qualcosa al governo sono finite nel nulla. E ad emergere da storie come questa della minorenne che voleva tenere il figlio a dispetto dei genitori (era alla seconda gravidanza in due anni) e dai dati del ministero di Giustizia è soprattutto una scarsa informazione sui metodi contraccettivi e un'assenza di educazione sessuale.

http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=124&ID_articolo=230&ID_sezione=274&sezione=


ABORTI CLANDESTINI E FALSI OBIETTORI DI COSCIENZA

TORNANO LE MAMMANE

Tornano le mammane. E ora non sono più solo oscure praticone, ma anche ginecologi compiacenti che operano nei loro studi privati, lontano dagli occhi indiscreti. Ma c’è anche di peggio: chi non ha neppure i soldi per pagare queste soluzioni alternative, si rivolge a «mamma Internet» per procurarsi medicinali che provocano i cosiddetti aborti farmacologici, pericolosi per la salute della donna ma sempre più diffusi tra giovanissime ed emarginate. «È un fenomeno in crescita ed incontrollato e molto pericoloso per la salute della donna» ammette il presidente della Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo) Amedeo Bianco.

Il motivo di questo ripiego? In una distorsione della legge: «Probabilmente – spiega Bianco - una piena applicazione della 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza eviterebbe il diffondersi di tali fenomeni». In pratica, la legge non è sempre garantita nella sua applicazione. E l’alto tasso di obiettori di coscienza che, attuando un loro diritto, rifiutano di praticare l’aborto pongono ostacoli organizzativi non facili da superare. Nelle strutture sanitarie pubbliche, infatti, risulta obiettore il 60% dei ginecologi, il 46% degli anestesisti e il 39% del personale non medico.

La presenza di così tanti obiettori negli ospedali allunga le liste di attesa per fare un aborto e favorisce così indirettamente, secondo molti ginecologi, il ricorso all’aborto clandestino e soprattutto a quello farmacologico. Si tratta di cosiddetti farmaci off-label, impiegati per un utilizzo differente rispetto a quello per cui sono nati. «È il caso delle prostaglandine: principi - spiega Bianco - presenti in medicinali destinati alla cura dell’apparato gastrico (anti-ulcere), ma che possono avere anche un effetto abortivo soprattutto all’inizio della gravidanza». Le prostaglandine sono acquistabili dietro prescrizione medica ma il problema è che sono facilmente reperibili in mercati clandestini e su Internet.

Gli esperti di farmacologia avvertono che si tratta di un pericolo serio, un uso improprio di farmaci che sono destinati ad altre funzioni col rischio di provocare effetti collaterali imprevedibilmente gravi. I rischi maggiori sono quelli relativi a forti emorragie e infezioni.

Bruno Mozzanega, ginecologo della clinica ostetrica di Padova, obiettore di coscienza conferma questa pratica «alternativa». E racconta la sua esperienza. «Nel nostro ospedale ho curato donne con gravi emorragie in atto che hanno poi confessato di avere introdotto nella vagina delle pastiglie di misoprostol, una prostaglandina, per alcuni giorni, fino all’arrivo della mestruazione». Dopo che è successo? «Le gravidanze si sono interrotte ma questo farmaco ha causato delle emorragie gravi e queste donne hanno avuto bisogno di trasfusioni».

Mozzanega denuncia: «L’uso dell’aborto farmacologico è molto diffuso e il farmaco si compra in farmacia». Verifichiamo con mano se il medico è bene informato. La medicina c’è davvero, si acquista con poco più di 14 euro. Noi l’abbiamo ottenuta addirittura senza ricetta medica, accusando una gastrite e sostenendo di aver ricevuto l’indicazione dal medico di base al telefono. E le micidiali pastigliette (50 in ogni confezione) sono pronte all’uso. Per scopi ben diversi da quelli consigliati dal produttore. Ma se il farmacista non è sprovveduto, c’è sempre Internet a dare una mano: «Basta digitare la parola misoprostol e si possono trovare dei siti americani che descrivono l’efficacia del farmaco nell’uso abortivo - spiega Mozzanega -. Ma non basta. Si consigliano anche le indicazioni per l’uso: quattro capsule da 200 mcg al giorno in vagina per due o tre giorni, la stessa dose che un malato di ulcera utilizza quotidianamente».

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=247696


CONSULTORI FAMILIARI:  POCHI, INADEGUATI ED INEFFICIENTI

CONSULTORI FAMILIARI: SULLA CARTA 2063. DI FATTO 1 OGNI 57 MILA ABITANTI.

LISTE DI ATTESA: OLTRE I 50 GIORNI.

In Italia sono 2063 i consultori familiari secondo gli ultimi dati del ministero della salute nella relazione del 2007 al parlamento sull’attuazione della legge 194. Secondo un’indagine svolta in sei città italiane (Napoli, Roma, Torino, Milano e Bologna) portata avanti dall’associazione Altro Consumo il rapporto reale è di un consultorio ogni 57 mila abitanti. Infatti molte strutture non sono aperte, sono in ristrutturazione o semplicemente sono inesistenti.

L’indagine è stata fatta su 146 strutture nelle sei città. A Milano la lista segnala 21 consultori. Due risultano chiusi e uno accorpato ad un’altra struttura. In media un consultorio ogni 70 mila abitanti. Le liste di attese per una visita vanno dai 40 ai 50 giorni.

A Bologna c’è un consultorio ogni 41 mila abitanti e il tempo di attesa è in media di 63 giorni.

A Torino i consultori presenti sono 21 ma 6 sono chiusi e la popolazione ha a disposizione un consultorio ogni 57 mila abitanti. Roma è la città con più consultori 51, sette di questi però, risultano chiusi e la media è un consultorio ogni 58 mila abitanti. Al San Camillo di Roma gli specialisti non obiettori sono tre su 50.

A Napoli i dati sono veramente sconcertanti: i consultori sono 18, ma di questi 7 sono chiusi. I tempi di attesa sono di 40 giorni. Infatti al Nuovo Policlinico, il luogo dove c’è stato il sequestro del feto, nel 2007 su 1370 donne che hanno richiesto di interrompere la gravidanza solo 862 sono state sottoposte a Ivg. Osserva Scuteri, uno dei quattro specialisti non obiettori del Policlinico, che il vero problema è che molte donne, vedendo i lunghi tempi di attesa si prenotano in più ospedali, e non trovando soluzione spesso ricorrono all’aborto clandestino. In tutti i grandi comuni della provincia, come Giugliano (300mila abitanti), Pozzuoli e altri paesi della provincia vesuviana, c’è una unica Asl per comune con un unico punto di riferimento per le Ivg. È evidente la difficoltà ad esercitare il diritto ad abortire legalmente.

Al Rizzoli di Ischia (dove due anni fa il primario finì al centro di un’inchiesta per aborti clandestini) il servizio Ivg non è mai stato istituito. A Napoli quasi il 90% degli specialisti sono obiettori di coscienza. Al Policlinico sono 54 su 60, fra cui il primario.

Le donne della Basilicata nella loro regione non hanno possibilità di effettuare l’interruzione di gravidanza e devono emigrare al centro Italia.

Intanto nel 2007 è stata finanziata l’apertura di 134 consultori cattolici in varie regioni, nei quali ovviamente non si garantisce il diritto all’aborto.

Colpisce la distanza fra le dichiarazioni dei politici a sostegno della 194 e la realtà concreta vissuta da tutte le donne.

Il fondamentalismo cattolico antiabortista dilaga nelle strutture sanitarie, i diritti sono negati nei fatti. In questo clima è parso naturale a un giudice inviare sette poliziotti (ci mancava solo la tenuta antisommossa!) al Nuovo Policlinico per indagare, raccogliere prove del reato e interrogare una donna ancora sotto gli effetti dell’anestesia, rea di aver abortito e addirittura sequestrare il feto, corpo del delitto.

http://www.marxismo.net/content/view/2668/155/