
(diritti esclusivi: citare la fonte)

INTERVISTA SULL'ASSOCIAZIONE
D. - Perché l’Associazione (storia, motivazioni)?
R. - "In Italia urge il bisogno di ribellarsi alle ingiustizie. Si ha l'esigenza di trovare qualcuno che ti ascolta e che sia dalla parte del più debole. Oggi non esiste Istituzione o Associazione, che, di fatto, tuteli, contro tutti i poteri forti, i diritti dei disabili, dei disoccupati, dei carcerati, delle vittime dei reati. In questa Italia, dove nulla è come appare, dietro alla falsa realtà propinata dai Media foraggiati dalla politica e dalla economia, ci sono milioni di storie di cittadini che devono subire e devono tacere. Vero è che anche le stesse vittime sono colluse o codarde. Pronti a pretendere aiuto per sé stesse e non disposti ad aiutare gli altri. In Italia c’è una maggioranza parlamentare, che non ci rappresenta, ma parla di libertà. In Italia c’è un’opposizione parlamentare, che non ci rappresenta, ma parla di libertà. In Italia tutti rappresentano i poteri forti, non i cittadini deboli. Quindi in Italia non c’è Libertà, Uguaglianza e Solidarietà. Il primo a parlare di questi ideali fu Gesù Cristo. Furono ripresi dalla rivoluzione francese. Oggi ci ritroviamo una Costituzione comunista e clericale, scritta da una sola parte di Italiani, invece, che fonda l’Italia sul Lavoro, non sugli ideali di cui sopra. Oltretutto con parlamentari senza vincolo di mandato e con magistrati che, unici, non pagano per i loro errori ed abusi. E se ciò non è costituzionalmente garantito, i papaveri in televisione di cosa parlano? Come vede, nulla è come appare. L'associazione è nata con un centinaio di iscritti nel 2004 per questo: denunciare penalmente i responsabili delle sopraffazioni e denunciare pubblicamente le omissioni e le omertà. Tutto questo senza favoritismi ed impunità. Sempre e comunque a favore delle vittime. Oggi siamo tantissimi. Molti sono rappresentanti di associazioni o comitati tematici territoriali. L’Associazione, per le sue degne finalità, ha valenza istituzionale, perchè ai sensi dell’art. 21 e 118, comma 4, della Costituzione, svolge attività di interesse generale e di pubblica utilità, essendo iscritta presso la Prefettura di Taranto come associazione antimafia. Il suo simbolo è la stretta di mani. Il suo sito internet è www.controtuttelemafie.it dove vi sono tutte le inchieste sugli scandali italiani, spesso sottaciuti ed impuniti. Il sunto di queste inchieste è riportato sul libro che ho scritto: “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, un saggio di denuncia civile senza peli sulla lingua, che nessun editore ha voluto pubblicare. Gli altri scrivono di singoli scandali. Il mio libro li contiene tutti. Ne viene fuori un’Italia da schifo, che nessuno vuol cambiare. Esso è richiesto da molti istituti scolastici o amministrazioni civiche per farlo leggere nelle loro biblioteche".
D. - Da chi è composta l’associazione?
R. - "Dell'associazione fanno parte Magistrati, Professori Universitari, Avvocati, Giornalisti e cittadini di ogni censo. Si sono associati per divenire una unica forte voce di ribellione. Nel denunciare da soli i soprusi subiti sarebbero stati considerati, a torto, pazzi o mitomani. Se nessuno ci rappresenta, saremo noi stessi a rappresentarci e, conoscendo i problemi, a trovare le soluzioni."
D. - Quali sono i riconoscimenti ricevuti?
R. - "Il miglior riconoscimento ricevuto è il ringraziamento da parte del Commissario Governativo per le iniziative contro la lotta alla mafia e all’usura, il quale mi ha invitato, anche, a partecipare all’incontro tenuto a Napoli con i Prefetti del Sud Italia per parlare di Sicurezza, mafia ed usura. Ciò significa considerarci degni interlocutori, mentre le Autorità locali ci ignorano, ci emarginano, ci perseguitano."
D. - Chi vi ha aderito?
R. - "Vi ha aderito chiunque ha occhi per vedere le illegalità, per sentire le istanze di aiuto e la bocca per rompere l'omertà."
D. - Il suo scopo: ottenuto e da ottenere?
R. - "In seguito alla mia attività ho ricevuto solo ritorsioni: impedimento al lavoro e persecuzioni per reati inesistenti e con violazione del diritto di difesa. Il mio scopo è l'adozione delle nostre proposte di legge, tra cui spicca la modifica dell’art. 1 della Costituzione, in cui si prevede l’Italia come una Repubblica federale fondata sulla Libertà, Uguaglianza, Solidarietà, con rappresentanza parlamentare con vincolo di mandato e responsabilità per i poteri legislativi, esecutivi e giudiziari. Altra proposta di legge è la previsione obbligatoria del difensore civico amministrativo e del difensore civico giudiziario. Figure, queste, che servirebbero a difendere i cittadini da lobby e caste."
D. - Il finanziamento dell’Associazione?
R. - "L'associazione è ONLUS. A differenza di tutte le altre associazioni, non riceviamo finanziamenti da nessuno, né gli aderenti pagano alcunché. Le spese e le attività sono tutte a carico del Presidente, pur nella sua indigenza, aiutato dai suoi familiari. A suo carico sono anche le responsabilità per le cose sacrosante che denuncia e che, per molti, devono essere sottaciute."
D. - Cosa chiede?
R. - "Ai media chiedo di aiutarmi a denunciare una realtà che ai più è sconosciuta, alla politica chiedo l'adozione delle mie proposte di legge, affinché si lasci una società migliore ai nostri figli, ai magistrati chiedo di essere giusti ed equi, rispettosi dei cittadini e della legge, senza impunità per nessuno."
D. - Quanto costa, a livello personale, non tacere su tutti i torti e le ingiustizie? E da dove nasce questa sua determinazione, nonostante il prezzo che si presume stia pagando per questa scelta?
R. - “Vivere in un ambiente dove tutti non vedono, non sentono, non parlano delle ingiustizie, che ci sono, ma che non vengono conosciute, significa essere emarginato ed essere accusato di devianza dalla conformità imperante. A livello personale costa l’essere indicato come mitomane o calunniatore pazzo, da parte di chi combatto e da parte di chi non conosce me e la mia attività. Costa l’essere impedito alla professione forense che si merito di svolgere, o costa l’essere perseguito per reati inesistenti, con impedimento alla difesa, sol perché si combattono i poteri forti. Costa l’essere ignorato dalla maggior parte dei media salentini, quando molti direttori di testate giornalistiche in tutta Italia hanno aderito alla mia associazione e la sostengono dandole la visibilità che si merita. Molti mi dicono perché lo faccio e perché non mi disinteresso delle vittime delle ingiustizie, che spesso sono irriconoscenti. In questo modo, guadagnandoci. Tra le mie inchieste, visibili su www.controtuttelemafie.it o su www.malagiustizia.eu o www.ingiustizia.info ho provato, tra le altre cose, che tutti i concorsi pubblici sono truccati o truccabili, che in carcere ci stanno i presunti innocenti e che in Italia vi sono stati 4,5 milioni di errori giudiziari. Io rispondo che lo faccio per i miei figli. Mio figlio con 2 lauree a 22 anni non deve chiedere la raccomandazione per vincere un concorso pubblico e chi è innocente deve esserlo fino a sentenza definitiva, previo giusto processo, che oggi, attraverso gli intrecci perversi tra avvocatura e magistratura non è assicurato. Per questo ho fondato l’Associazione Contro Tutte le Mafie, iscritta presso la Prefettura di Taranto: per informare i cittadini, con fatti provati ed incontestabili, che questa Italia è alla rovescia. Ognuno fa ciò che vuole, con l’aggravante dell’impunità.”
D. – Perché lo fa?
R.- A chi mi chiede perché lo faccio, io rispondo: « Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Sono il virus della verità che infetta le coscienze. Verità nascoste o dimenticate che rappresentano un'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobby, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione. Chi si ribella come me ad uno stato di cose, in cui il vincente è destinato ad esserlo ancora di più ed il perdente è condannato ad esserlo ancora di più, è emarginato, condannato, affamato o ucciso. Non è sbagliato quello che dico, ma è sbagliato il posto in cui lo dico. Purtroppo qualcuno lo deve fare, perché il male vince dove il bene rinuncia a combattere. Solo i combattenti le battaglie giuste in una esistenza utile prestata ad aiutare gli altri, diventano eroi. Se soccombono sono Martiri. In una moltitudine di esistenze omologate, colluse o codarde, fotocopia di un modello comune imposto dal potere mediatico genuflesso a quello politico ed economico, il martirio rende immortali e indimenticati ».
D. - Ma chi è realmente la mafia? Solo chi è prepotente? O anche chi è potente? Oppure ancora per mafia deve intendersi anche chi, col silenzio o a causa del timore, potrebbe finire per essere in un certo senso colluso?
R. - "La mafia non è una entità astratta da usare a fini politici. Cominciamo a combattere il mafioso della porta accanto, quello con il colletto bianco, e non solo il bombarolo, esecutore dei suoi ordini. L’art. 416 bis c.p. rileva che mafiosi sono coloro che associandosi al fine di trarre vantaggio economico o politico, con strumenti illegali attuano la sopraffazione e l’omertà. I Riina, i Provenzano, ecc, sono personaggi che qualcuno ha ingrassato e protetto. Non posso credere che in Italia, personaggi che non sanno scrivere e leggere, possano agire indisturbati nel paese tra i più progrediti al mondo. L’estorsione attuata dai soggetti privati o l’omissione o l’abuso di potere dei soggetti pubblici attua la sopraffazione. I media codardi per paura delle ritorsioni, spesso collusi con questo sistema, attuano l’omertà. Il Presidente Forgione della commissione antimafia e l’alto Commissario Antimafia accusano le banche di essere il collettore delle attività di mafia ed usura. A Catanzaro sono stati promossi il 99% dei candidati agli esami forensi con il Commissario d’esame che dettava la prova scritta. Tutto è rimasto impunito perché i commissari d’esame erano magistrati, avvocati e professori universitari. Da sempre si diventa avvocati con i concorsi truccati, poi si scandalizzano dei test truccati a Bari. Di questo nessuno ne parla, perché tutti i giornali sono sovvenzionati da contributi pubblici elargiti dai politici, che rappresentano le lobby in Parlamento, compresa la lobby bancaria. giudiziaria e forense. A Taranto nessuno parla delle interrogazioni parlamentari presentate circa l’operato della magistratura in quella città, o come sia potuto succedere che si faccia fallire una città, avendo dato il tempo per farlo.”
D. - Ma lo Stato combatte veramente la mafia?
R. - “Io le rispondo con le parole di Clementina Forleo, magistrato di Francavilla Fontana (BR), già GIP operante a Milano: “ STIAMO ATTENTI ALLE ISTITUZIONI, PIU’ CHE ALLA PIAZZA”. La notizia sugli insabbiamenti presso la Procura di Brindisi, presentate dalla Forleo per l’uccisione dei suoi genitori, è stata sottaciuta dai media locali. Nel momento in cui ho pubblicato la notizia sul portale dell’Associazione, alla pagina di Brindisi e Francavilla Fontana, il sito www.associazionecontrotuttelemafie.org è stato oscurato. Il sequestro era infondato per legge, per tempi, per competenza. Il sequestro era pretestuoso in quanto hanno censurato centinaia di pagine per una pagina contestata per il reato di violazione della privacy e non per diffamazione. Atti pubblicabili e riconducibili ad articoli di stampa libera. Il sequestro del sito ha violato la libertà di stampa e ha violato la reputazione di una associazione in prima linea alla lotta alla mafia. Inoltre, io sono stato costretto a rivolgermi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per l’insabbiamento di oltre 15.000 denunce e ricorsi in tutta Italia. Non basta, sono stato costretto a denunciare per associazione mafiosa i vertici del Consiglio Superiore della Magistratura perché, di fatto, rendono impuniti i magistrati che delinquono. Tutti gli atti sono pubblicati su www.controtuttelemafie.it o su www.malagiustizia.eu o www.ingiustizia.info Nessuno mi ha denunciato per calunnia o diffamazione."
D. - Nei nostri piccoli comuni, crea più fastidi la mafia o chi combatte la mafia?
R. - “Nei piccoli comuni, come nei grandi centri vi è un agglomerato di interessi politici ed economici, che non vanno assolutamente toccati. Chi ne fa parte usa ogni mezzo per tutelare il sistema, spesso con l’illegalità e la violenza. Chi rimane fuori cerca di denunciarlo al mondo, ma rimane inascoltato ed emarginato. Ignorato da tutte le istituzioni e da tutte le forze politiche. Si combatte contro un muro di gomma. Poi si lamentano che la gente scende in piazza nei VAFF...DAY.”
D. - In questi anni in cui ha fondato l'associazione, quali sono state le soddisfazioni più grandi che ha avuto?
R. - “Nel mio paese e nel suo circondario sono rimasto il personaggio anonimo ed insignificante di sempre, invece: alla mia associazione hanno aderito magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc, molti di questi con fama e notorietà; alla sede dell’associazione vengono da tutte le parti d’Italia per chiedere assistenza e consulenza, che nella loro città non hanno potuto trovare; in moltissimi portali nazionali ed internazionali di informazione on line o cartacea parlano della mia associazione e pubblicano i miei articoli; molte radio e televisioni da tutta Italia mi chiedono di pubblicare gli spot dell'associazione o mi chiedono interviste telefoniche o interventi in studio, come è successo al “GRAFFIO” di Telenorba. Addirittura il Comitato Parlamentare di Vigilanza sulla Rai ha autorizzato uno spazio speciale per l’ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE”; molti Istituti scolastici mi invitano per incontrare gli studenti per parlare di legalità; il Prefetto di Taranto mi invita al comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica; l’Alto Commissario del Governo per la lotta alla Mafia mi invita alla conferenza interregionale dei Prefetti del sud Italia. In definitiva posso dire, meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora, specie se per una giusta causa. Possono sopprimermi fisicamente o moralmente, ma la mia esistenza lascerà comunque traccia, avendo inculcato il principio che, ribellarsi alle ingiustizie, si può, stante le ritorsioni che provocano pari onore.”
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULLE RITORSIONI
Processato per diffamazione a mezzo stampa
il presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”, perché sul web e
sulla stampa nazionale ed internazionale (La Gazzetta del sud Africa)
riporta le prove che a Taranto, definito Foro dell’Ingiustizia, vi sono
eccessivi errori giudiziari ed insabbiamenti impuniti. L’accusa è sostenuta
dal p.m. H. J. Woodcock, che indica un limite di reddito illegale per
l'accesso al gratuito patrocinio.
Si apre a Potenza il processo a carico del Dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”.
L’accusa: diffamazione a mezzo stampa, su denuncia di un procuratore della Repubblica di Taranto.
La difesa: aver pubblicato i dati ufficiali del Ministero della Giustizia sul Foro di Taranto, le interrogazioni parlamentari, le richieste di archiviazione e gli articoli di stampa nazionale.
I dati ufficiali: Denunce penali presentate a Taranto 21.720, condanne conseguite 364.
Le varie interrogazioni dei parlamentari: Patarino, Bobbio, Bucciero, Lezza, Curto e Cito.
Le motivazioni di una richiesta di archiviazione in cui si dubita della fondatezza delle accuse di una vittima di un concorso pubblico palesemente irregolare per conflitto di interessi del vincitore e, contestualmente, responsabile del procedimento concorsuale.
La richiesta di una auto-archiviazione per una denuncia in cui la stessa Procura richiedente era stata palesemente denunciata. Denuncia, oltretutto, iscritta falsamente a carico di ignoti.
Articoli di stampa: Giudice scriveva sentenze con gli avvocati; ritardi colossali delle sentenze; Vigili Urbani, pronto intervento per il sindaco, 50 minuti; Vigili urbani, violenza sui cittadini; insabbiamenti alla Procura; giudici, cancellieri, avvocati e consulenti accusati di corruzione; ispettore di polizia denuncia i giudici che insabbiano, lo processano in un giorno; corruzione al Palazzo di Giustizia; concorsi forensi truccati ed impedimento del ricorso al Tar.
Articoli di stampa sugli innumerevoli errori giudiziari: caso on. Franzoso, caso killer delle vecchiette, caso della barberia, caso Morrone, ecc.
La denuncia è stata presentata da un magistrato di Taranto, la cui procura ha già cercato, non riuscendoci, di far condannare il dr Antonio Giangrande per abusivo esercizio della professione forense, pur sapendo di essere regolarmente autorizzato a patrocinare; ovvero di farlo condannare per calunnia per la sol colpa di aver presentato per il proprio assistito opposizione provata avverso ad una richiesta di archiviazione; ovvero di farlo condannare per lesione per essersi difeso da un’aggressione subita nella propria casa al fine di impedirgli di presenziare ad una sua udienza; ovvero farlo condannare per violazione della privacy e per diffamazione per aver pubblicato atti pubblici nocivi alla reputazione della stessa procura. Sempre con impedimento alla difesa.
Il processo si apre a Potenza. Foro in cui lo stesso Presidente di quella Corte di Appello aveva più volte chiesto conto alle procure sottoposte sulle denunce degli insabbiamenti a Taranto, rimaste lettera morta.
Il processo si apre a Potenza, più volte sollecitata ad indagare sui concorsi forensi truccati, in cui vi sono coinvolti magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto.
Il processo si apre a Potenza, foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro alcuni magistrati di Brindisi, che a novembre 2007 hanno posto sotto sequestro per violazione della privacy (censura tuttora vigente) un intero sito dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie composto da centinaia di pagine, effettuato con atti nulli e con incompetenza territoriale riconosciuta dallo stesso foro. Il sito conteneva, alla pagina di Brindisi, le notizie di stampa nazionale riguardanti il presunto complotto della medesima procura di Brindisi contro il Giudice di Milano, Clementina Forleo.
Il processo si apre a Potenza, dove si è costretti a presentare istanza di ammissione al gratuito patrocinio, a causa dell’indigenza procurata dalle ritorsioni del sistema di potere, che impedisce l’esercizio di qualsivoglia attività professionale.
Tutto questo, e anche peggio, succede a chi, non conforme all’ambiente, non accetta di subire e di tacere.
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULLA VIOLAZIONE DEL DIRITTO DI DIFESA

Negato il “Diritto di Difesa” ai poveri. Denunciati presso le autorità amministrative e giudiziarie alcuni magistrati del TAR Puglia, sezione di Lecce, componenti della Commissione per il gratuito patrocinio.
“ A causa della mia attività, da 11 anni sono vittima di bocciature ritorsive al concorso forense, che tutti ritengono truccato (basta chiedere ai Ministri Gelmini e Meloni, al sottosegretario Mantovano, all’ex Ministro Castelli, ecc.). Da ciò è scaturita la mia disoccupazione ed indigenza” – dice il Dr Antonio Giangrande presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.
“Quest’anno ho ritenuto maturo ed opportuno tutelare i miei diritti. In presenza di innumerevoli irregolarità commesse a mio danno dalla Commissione di Reggio Calabria, competente a correggere i compiti della sessione 2008 del concorso forense dei candidati di Brindisi, Lecce e Taranto, (elaborati non corretti, commissari mancanti, ecc.) e in virtù della consapevolezza delle mie ragioni sostenute dalla folta giurisprudenza, ho presentato, senza l’ausilio dei baroni del Foro, l’istanza per poter accedere al gratuito patrocinio per presentare il ricorso al Tar.
Pur essendoci i requisiti di reddito e nonostante le eccezioni presentate fossero già state accolte da molti Tar, la Commissione presso il Tar di Lecce mi nega un diritto palesemente fondato e lo comunica, malgrado l’urgenza, un mese dopo, a pochi giorni dalla decadenza del ricorso principale.
Hanno rilevato una mancanza di fumus, con un sommario ed improprio giudizio di merito senza contraddittorio e su elementi chiarissimi ed incontestabili.
E’ stato fatto da chi, direttamente o per colleganza, avrebbe deciso, comunque, il proseguo, nel caso in cui il ricorso al Tar sarebbe stato presentato in forma ordinaria, inibendone l’intenzione. Per dire: subisci e taci.
Lo hanno comunicato dopo un mese, nel pieno delle ferie e a 15 giorni dalla decadenza del ricorso principale al TAR, impedendo, di fatto, anche la proposizione del ricorso in forma ordinaria.
Perché si nega il diritto di difesa ai non abbienti?? Perché si impedisce la conoscenza dei trucchi concorsuali?? E’ troppo grave la lesione ed il danno per subire e per tacere, oltretutto, quello che succede a me succede a tutti e in tutta Italia e nessuno fa niente.
Talché sono stato costretto a presentare un esposto alle più alte cariche dello Stato, Istituzionali ed amministrative, oltre che alle autorità giudiziarie.
In un Stato giuridicamente e civilmente avanzato a tutto ciò dovrebbe conseguire l’accusa di falso, omissione ed abuso d’ufficio per i magistrati ed avvocati delle Commissioni, concorsuale e del gratuito patrocinio, ovvero l’accusa di calunnia nei miei confronti. Dovrebbe….?!? Invece, in Italia nell’assordante silenzio che ne consegue in un clima d’impunità, se pubblichi le notizie di stampa e le interrogazioni parlamentari riguardanti gli insabbiamenti di denunce analoghe, sei immediatamente perseguito per diffamazione da coloro che hanno insabbiato”.
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULLA SITUAZIONE ITALIANA
L’ITALIA DEL TRUCCO: L’ITALIA CHE SIAMO
L’Associazione Contro Tutte le
Mafie, nell’ambito della sua attività statutaria, intenta a
dimostrare che in Italia nulla funziona, ha portato avanti
inchieste ed approfondimenti, basandosi solo su un reportage di
articoli di stampa pubblicati nel tempo e nello spazio,
riconducibili ad autori citati, preparati e coraggiosi, a cui va
il nostro riconoscimento di verità. Dati di fatto incontestabili
e visionabili, pubblicati su
www.controtuttelemafie.it o
su www.malagiustizia.eu o
www.ingiustizia.info.
Da questo studio d’insieme si delinea e si rileva un quadro desolante per tutta l’Italia e tutti gli Italiani, ancorché le istituzioni e i media cerchino di tacitare una verità scottante, dove finanche la magistratura è arrivata a sequestrare il sito dell’associazione, al fine di oscurarne la realtà.
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro che non c’è, e non sulla libertà, che tutti declamano, ma nessuno ha il coraggio di costituzionalizzare nei principi.
L’Italia è sfiduciata nelle Istituzioni, sfilacciata, mal governata; una mucillaggine sociale e una poltiglia di massa rassegnata all’inezia e che inclina verso il peggio, che si uccide e si ferisce nei festeggiamenti di capodanno.
Insomma: un caos organizzato.
L’Italia dove non c’è libertà di stampa e di parola. I media appartengono ad una casta foraggiata dallo Stato e dai partiti politici; con emolumenti stratosferici, sottoposti a dipendenza e servilismo, nepotismo e clientelismo. I giornalisti sono precari, censurati ed intimiditi dal potere politico e giudiziario. I media, oltre a fare processi mediatici, non raccontano fatti, ma li creano, imponendo opinioni, spesso faziose.
L’Italia dove i servizi pubblici sono indecenti: emergenza idrica; posta ferma nei depositi; rifiuti ammassati e bruciati per le strade; telefonia in monopolio mal funzionante ed intercettata; ferrovie nel caos, con passeggeri abbandonati o congelati, con treni affollati, sporchi, con legionella, pulci, cimici e zecche.
L’Italia dove non c’è giustizia: con abusi nelle carceri pieni di gente indigente e presunta innocente; con meno carceri per i reati più gravi; con 4 milioni di vittime di errori giudiziari.
L’Italia dove in un solo anno il 31% dei reati non è denunciato. Alle denunce, quando presentate, consegue l'85 % di archiviazione, il 10,73 % di proscioglimenti e solo il 4,27 % di condanne. Dove sono confermate solo il 54,67 % di richieste misure cautelari personali.
L’Italia dove c’è illegalità e malagiustizia; con 10.000 richieste annue di equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo; dove si spara nei tribunali o dove gli avvocati sono stressati.
L’Italia dove il fallimento di aziende sane è una fabbrica del reddito per gli operatori della giustizia.
L’Italia dove è impedita la difesa e l’accesso al gratuito patrocinio.
L'Italia dove le denunce penali non sono iscritte nel registro generale, o dove gli atti sono notificati a paperino o a topolino.
L'Italia dove si è costretti a ricorrere alla Corte Europea dei Diritti Umani per l'insabbiamento di 16.000 denunce e ricorsi amministrativi, presentate da una singola associazione contro lobby, caste e poteri forti.
L’Italia dove tutti sono responsabili per le loro azioni, meno che i magistrati: casta impunita, ai quali il peggio che li può capitare è il trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale.
L’Italia dove è norma insabbiare i procedimenti penali contro gli stessi colleghi magistrati e i poteri forti e, nonostante tutto ciò, vi sia una marea di magistrati inquisiti.
L’Italia dove la magistratura è una casta con privilegi e segreti; definita come una lobby mafiosa, sovversiva ed eversiva, che influisce sul potere esecutivo e legislativo.
L’Italia dove vige l’impunità per i parlamentari, i magistrati, i commissari d’esame dei concorsi truccati; i funzionari pubblici non sono licenziati, pur condannati per gravi delitti.
L’Italia dove gli avvocati e i notai non sono stinchi di santo, abusando del loro status.
L’Italia dove la stessa magistratura, per la pseudo lotta alla mafia: usa l’incompatibilità ambientale per i magistrati scomodi o le lotte di potere per le carriere; o lincia Giovanni Falcone e Agostino Cordoba; o processa Sergio De Caprio, il Capitano Ultimo che arrestò Riina; o non confisca i beni sequestrati alla mafia.
L’Italia dove le indagini sulla massoneria e sulle stragi sono bloccate.
L’Italia dove risulta essere governata da politici drogati, ignoranti, pregiudicati, falsi, voltagabbana, puttanieri e mafiosi, assenteisti e costosi per la comunità.
L’Italia dove ci sono sprechi: aeroporti inutili, compagnie aeree e marittime inutili e dannose; opere pubbliche incompiute; voli di Stato; auto blu; pensioni faraoniche; privilegi faraonici ai parlamentari, ai magistrati, ai consiglieri regionali, ai funzionari pubblici, ai professori universitari, ai giornali.
L’Italia dove si “regalano” le case pubbliche ai politici.
L’Italia dove tutti e sempre sono in conflitto di interessi.
L’Italia dove le elezioni sono truccate.
L’Italia dove amministrare la cosa pubblica significa cadere in tentazione e delinquere.
L’Italia dove ci sono appalti pubblici truccati.
L’Italia dove gli impiegati pubblici sono malati, assenteisti e improduttivi.
L’Italia dove i militari sono condannati per tangenti, o segretano le morti per l’uranio impoverito o il vaccino.
L’Italia dove la polizia, l’arma dei carabinieri, la guardia di finanza sono accusati di violenza o altri reati, facendo fare i lavori sporchi ai vigilantes, considerati polizia di serie B.
L’Italia dove si elevano sanzioni amministrative truffa.
L’Italia dove ci sono collaudi falsi dei veicoli.
L’Italia dove ci sono abusi edilizi ed inquinamento atmosferico, inquinamento delle acque, inquinamento ambientale, inquinamento acustico.
L’Italia dove ci sono gli incendi boschivi redditizi.
L'Italia dove gli allievi sono più bravi degli insegnanti.
L’Italia dove per trovare lavoro ti devi asservire e far raccomandare, dove è inconsistente il collocamento pubblico o privato, se non per creare precariato.
L’Italia dove i sindacati sono un’altra casta, con poteri e privilegi.
L’Italia dove c’è sfruttamento dei lavoratori, addirittura sfruttamento a danno dei giudici onorari, dei giudici di pace, degli assistenti parlamentari, dei medici specializzandi, dei praticanti avvocato, dei giornalisti.
L’Italia dove c’è il mobbing nelle istituzioni.
L’Italia dove non c’è tutela della salute dei lavoratori e prevenzione degli infortuni.
L’Italia dove sono truccati gli esami scolastici e delle patenti, oltre che i test di ammissione alle università.
L’Italia dove tutti occupano un posto di responsabilità che non merita, in quanto sono truccati tutti i concorsi pubblici, compresi quelli forensi, giudiziari, accademici, notarili, giornalistici, sanitari, televisivi, inps, postali, scolastici, sportivi, canterini; negli enti locali i concorsi sono truccati, o sono concorsi senza concorso, o sono concorsi a sorteggio, o sono concorsi parentali.
L’Italia dove ci sono compagnie assicurative riunite in cartello, rincari RCA ingiustificati e inadempienze risarcitorie, sinistri truffa e avvocati con magistrati collusi tra di loro, che assicurano il risarcimento.
L’Italia dove ci sono truffe bancarie, le mani della giustizia sui banchieri e la piovra delle banche sulla giustizia, le banche come la più grande rete di connivenza con la mafia, l’usura bancaria.
L’Italia dove tutti evadono le tasse, o ci sono le cartelle pazze per tributi non dovuti.
L’Italia dove c’è il caro prezzi ingiustificato.
L’Italia dove c’è lo sciopero selvaggio, senza rispetto e tutela dei diritti altrui.
L’Italia dove ci sono i falsi invalidi e le barriere architettoniche.
L’Italia dove gli stranieri clandestini emulano gli italiani.
L’Italia dove i padri separati rivogliono i loro figli.
L’Italia dove di pedofilia non si parla o si sparla.
L’Italia dove la politica crea clientelismo nella sanità e, per gli effetti, crea malasanità.
L’Italia dove, addirittura, lo sport e insito di dubbi sulla sua correttezza e lealtà.
Questa è l’Italia che siamo. Possiamo anche nascondercelo, ma non si può negare l’evidenza.
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULLE RACCOMANDAZIONI E LE CARCERAZIONI INGIUSTE
LA RACCOMANDAZIONE E LA CARCERAZIONE PREVENTIVA INGIUSTA SONO REATI IMPUNITI
Caro direttore,
come sempre, ogni mattina, cerco tra le pagine dei giornali e dei portali web d'informazione le notizie che sono la base delle mie inchieste. Nella meritoria attività dell’”Associazione Contro Tutte Le Mafie”, ONLUS, riconosciuta dal Ministero dell’Interno, c’è anche quella di informare ed educare alla legalità. Con il portale www.controtuttelemafie.it o con il libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, riusciamo a dimostrare che in Italia nulla è come appare.
Come dicevo, sfogliando le pagine degli organi di informazione nazionali e locali mi sono imbattuto nell’articolo attinente il sistema abilitativo forense, giudiziario e notarile, ovvero il sistema valutativo chiamato “Esamopoli” presso l’Università di Bari, oppure nel caso dell'arresto del sindaco di Pescara, ovvero nel caso "Cristiano Di Pietro".
Preliminarmente, devo dire che il sistema degli esami e dei concorsi pubblici truccati è nazionale e tocca tutti gli accessi alle lobby e alle caste. Strano, però, che in Puglia sia dovuta venire la redazione di "La Repubblica" da Palermo, a firma di Attilio Bolzoni, per denunciare lo scandalo parentopoli all’Università di Bari. Realtà identica a quasi tutti gli Atenei italiani.
Da quanto emerge dalle nostre inchieste, vi è una certa similitudine tra il sistema accademico con il sistema concorsuale notarile, forense e quello giudiziario, così come le cronache del 2008 ci hanno informato sugli scandali che li hanno investiti.
Detto ciò, mi fa riflettere la considerazione che fanno i firmatari degli articoli di riferimento, i quali considerano, la raccomandazione e l'ingiusta detenzione, una normalità, quasi un malcostume, come se non fossero un vero e proprio reato impunito, specie per chi li subisce.
Come già ebbi modo di dire, alla redazione di "Ballarò" di Raitre, o alla trasmissione “Il Graffio” su Telenorba, o su un trasmissione quotidiana di Telerama, la raccomandazione è reato. Vero è che la fattispecie “Raccomandazione”, così come il “Mobbing”, non ha una sua definizione giuridica, a cui consegue una pena penale. Ma, è anche vero, che se il mobbing viene punito attraverso l’adozione di altre fattispecie giuridiche, come "La violenza privata" o "Le lesioni", così dovrebbe essere per la raccomandazione.
Vi è il “Falso”, perché nei verbali pubblici si attesta una valutazione non veritiera o fatti inesistenti.
Vi è l’ “Abuso di ufficio”, perché si adotta un atto illegale con violazione di norme di legge, con cui si avvantaggiano soggetti non meritevoli, danneggiandone altri.
Vi è la “Corruzione” e la “Concussione”, perché vi è sempre un interesse e un vantaggio economico, spesso reciproco.
Vi è l’ “Associazione a delinquere”, perché si è in tanti ad essere partecipi. Ecc. ecc.
Insomma, dovrebbe essere equiparata alla turbativa d'asta.
Cosa diversa, invece, è la segnalazione in ambito privato.
Identico discorso è per la custodia cautelare preventiva, quando questa è stata acclamata infondata da un tribunale del riesame.
Non le sembra che sia un vero e proprio sequestro di persona al fine di commettere un abuso o a seguito di calunnia di un accusa ingiusta, ovvero al fine di commettere violenza privata, oppure al fine di adottare un atto per estorcere un confessione, che da un innocente non può essere rilasciata?
Per la raccomandazione la conseguenza pratica di questi veri e propri reati è che spesso abbiamo professori raccomandati che non sanno insegnare; medici raccomandati che non sanno curare; magistrati raccomandati che non sanno giudicare o accusare; avvocati raccomandati che non sanno difendere; amministratori raccomandati che non sanno amministrare; ecc. ecc.
Per la custodia cautelare ingiusta la conseguenza pratica immediata è il suicidio e comunque un danno irreparabile, morale, materiale e sociale per chi subisce un'accusa immotivata e una restrizione della sua libertà. Di questo molti media sono corresponsabili.
Certo è che se nulla hanno smosso le denunce del Ministro dell’Istruzione, Maria Grazia Gelmini, che nel 2001 è stata costretta a trasferirsi da Brescia a Reggio Calabria per poter superare l’esame di avvocato, e del Sottosegretario al Ministero degli Interni, Alfredo Mantovano, le centinaia di denunce presentate in tutta Italia dal Presidente Dr Antonio Giangrande, per i concorsi truccati e gli abusi dei magistrati, è normale che siano regolarmente insabbiate.
Per l'errore giudiziario e per l'ingiusta detenzione, le poche volte che sono riconosciute dai colleghi dei responsabili e in assenza codardica di avvocati del foro di competenza, comunque è sempre il cittadino a pagare, mai chi ha commesso il danno.
E’ naturale, se questi reati, per i responsabili non sono reati…………, specie se ad attestarlo sono proprio chi fa parte delle componenti necessarie di tutte le commissioni di esame: avvocati, professori universitari e magistrati, quest’ultimi a giudicare se stessi; specie se ad attestarlo sono magistrati che adottano o hanno adottato gli stessi sistemi di carcerazione preventiva.
E' naturale, se poi questi signori stanno tutti al Parlamento a fare leggi in conflitto di interessi professionali.
E' naturale, se da parte dei media, spesso genuflessi al potere giudiziario ed economico, non scatta la voglia di verità e giustizia.
Nella conformità imperante è normale che chi la pensa come me, sia tacciato di stravaganza.
Grazie dell’attenzione.
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SUI FALLIMENTI
FALLIMENTOPOLI IN ITALIA
FALLIMENTI DI AZIENDE SANE : FABBRICA DEL REDDITO PER GLI OPERATORI GIUDIZIARI.
ANOMALIA SOTTACIUTA DAI MEDIA E LEGITTIMATA DALLE ISTITUZIONI.
ITALIA - "Basta fallimenti truccati promossi dal sistema di potere, che distruggono aziende sane. Basta caste professionali, che gestiscono con arbitrio la svendita dei beni per arricchirsi alle spalle dell’indifeso cittadino imprenditore".
Questo dice il dr Antonio Giangrande, Presidente della Associazione Contro Tutte le Mafie, che ha svolto una inchiesta sui fallimenti in Italia.
"Da anni denuncio al mondo l’anomalia dei fallimenti, su segnalazione dei miei associati locali, spesso vittime di racket ed usura e rappresentanti di comitati territoriali. Lo denuncio pubblicamente da Presidente nazionale di una associazione antimafia riconosciuta dal Ministero degli Interni. Il fenomeno copre tutta la penisola, ma le note stampa vengono ignorate e le mie denunce penali vengono insabbiate. Per il sistema devi subire e tacere”.
Il dr Antonio Giangrande nella sua inchiesta elenca una serie di casi eclatanti.
Esemplare è il fallimento della Federconsorzi. Caposaldo dello scandalo, la liquidazione di un ente che possedeva beni immobili e mobili valutabili oltre quattordicimila miliardi di lire per ripagare debiti di duemila miliardi. L’enormità della differenza avrebbe costituito la ragione di due processi, uno aperto a Perugia uno a Roma. La singolarità dello scandalo è costituita dall’assoluto silenzio della grande stampa, che ha ignorato entrambi i processi, favorendo, palesemente, chi ne disponeva l’insabbiamento.
E che dire del caso Cirio. Ci furono accertamenti su presunte irregolarità avvenute nella sezione fallimentare del Tribunale di Roma, che hanno visto coinvolti giudici accusati di aver “pilotato” alcuni fallimenti e che vede una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità, avviata nei confronti di un giudice arrestato per corruzione in atti giudiziari.
E che dire delle aste truccate in Lombardia. Al Tribunale di Milano i magistrati hanno denunciato una loro collega: tentata concussione e abuso d'ufficio nelle nomine dei consulenti, al fine di suddividerne i compensi. A Brescia si è archiviato un procedimento penale per usura, pur essendo stato accertato dal perito della Procura un tasso applicato del 446% annuo.
E che dire dell’intrigo che lega il Piemonte e la Toscana. Un Giudice condannato per tangenti per il fallimento Aiazzone e legato con un esponente della P2 in altri processi in Toscana. All’indomani di una udienza a Prato contro di questo, il suo difensore, noto avvocato e professore milanese, fu trovato morto a causa di uno strano suicidio. Nell’ambito di quei processi si denunciano casi di violazione del diritto di difesa. Sempre in Toscana, si chiede il processo ad un giudice: al magistrato vengono contestati corruzione, concussione, peculato, falso, abuso di ufficio e concorso in bancarotta.
Anche in Emilia Romagna si denunciano casi di lesione del diritto di difesa e del contraddittorio a danno dei falliti.
Nelle Marche l'inchiesta sul crack delle aziende dell'imprenditore sambenedettese coinvolge ormai ben 18 personaggi. Fra essi numerosi magistrati, avvocati, curatori fallimentari e dirigenti di banca.
In Abruzzo, L’ex gip teramano, poi giudice a Giulianova e oggi magistrato di Corte d’Appello a L’Aquila e l’attuale presidente del Tribunale di Teramo sono stati coinvolti in un’inchiesta sulle vendite giudiziarie immobiliari partita da un esposto presentato da un cancelliere.
A Lecce, per la prima volta in Europa, è stato dichiarato il fallimento del creditore su richiesta del debitore. L’imprenditore è stato sbattuto fuori di casa, nonostante sia stato assolto dai reati di truffa e falso denunciati dal direttore generale di un noto istituto di credito spacciatosi per suo creditore, mentre era, in realtà debitore dell’imprenditore di cui ha provocato il fallimento. Una vittima spara al suo aguzzino: solo allora danno il via alle indagini, rimaste da tempo insabbiate.
Ciliegina sulla torta è il caso Palermo e Catania.
A Palermo per il fallimento con il trucco, tre giudici rischiano il processo. A denunciare le illegalità un comitato antiracket ed antiusura. La competenza è passata alla Procura di Reggio Calabria. Nei suoi uffici è scoppiato lo scandalo “cimici”.
A Catania, con atto ispettivo al Ministro della Giustizia n. 4-29179, l'interrogante On. Angela Napoli, ha denunziato la triplice reciprocità d'indagine tra le procure di Messina, Reggio Calabria e Catania con chiari e vicendevoli condizionamenti su una denuncia di un imprenditore dichiarato, ingiustamente, fallito.
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULL'INQUINAMENTO

Il Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, Dr Antonio Giangrande, segnalando il fatto che nel mondo da anni vi sono sentenze di risarcimento danni da inquinamento, sia esso atmosferico, delle acque, ambientale o acustico. Addirittura sono stati riconosciuti indennizzi stratosferici a favore di fumatori consenzienti, come vi sono divieti di fumare all’aperto per difendersi dal fumo passivo.
Non capisce come si possa continuare a rimanere succubi di una politica ed amministrazione pubblica inconcludente e subire da anni un incremento di sofferenza e disagio riconducibile all’inquinamento.
Purtroppo, l’incremento delle malattie riconducibili a questa tematica, riguarda tutti, anche perché gli effetti, con il vento o con le correnti, raggiungono distanze inimmaginabili.
Naturalmente ogni iniziativa deve tendere a salvaguardare gli interessi delle aziende, dei lavoratori, dei cittadini.
INSOMMA: LE AZIENDE NON CHIUDONO, MA PAGANO.
L’azione giudiziaria civile di risarcimento danni all’ambiente (in forma specifica o per equivalente), ovvero alla persona (biologici, morali e per “il patema d’animo”), e l’obbligo per le amministrazioni locali ad emettere ordinanze attinenti oneri per le grandi aziende a titolo di indennità di ristoro civico e di servitù industriale, dovuto al loro esercizio, quantunque l’inquinamento sia o fosse al di sotto del limite legale, porterà un senso di legalità in un territorio martoriato. Resta fermo l’obbligo per le aziende di adeguarsi ai limiti di emissioni inquinanti, pena il risarcimento del maggior danno.
Il DANNO AMBIENTALE
Il concetto di danno ambientale ha trovato un suo chiaro riconoscimento nel nostro ordinamento giuridico con la L.349/86 ("Istituzione del Ministero dell’ambiente e norme in materia di danno ambientale"). In particolare, l’art. 18 della suddetta legge dispone che:
"Qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base a legge che comprometta l’ambiente, ad esso arrecando danno, alterandolo, deteriorandolo o distruggendolo in tutto o in parte, obbliga l’autore del fatto al risarcimento nei confronti dello Stato" (comma 1).
"Il giudice, ove non sia possibile una precisa quantificazione del danno, ne determina l’ammontare in via equitativa, tenendo comunque conto della gravità della colpa individuale, del costo necessario per il ripristino e del profitto conseguito dal trasgressore in conseguenza del suo comportamento lesivo di beni ambientali" (comma 6).
"Il giudice, nella sentenza di condanna, dispone, ove possibile, il ripristino dello stato dei luoghi a spese del responsabile" (comma 8).
La portata delle disposizioni di cui alla L.349/86 non può essere compresa appieno se non attraverso un puntuale riferimento alle decisioni giurisprudenziali e alla dottrina, che, non di rado, hanno interpretato tali disposizioni in maniera difforme dalla lettera della legge.
Danni ambientali reversibili
Danni patrimoniali.
Danno emergente: in conformità alla giurisprudenza e alla dottrina maggioritaria, può essere calcolato come costo per la messa in sicurezza, bonifica ed ripristino dei siti danneggiati (ex D.M. 471/99);
Lucro cessante: non vi è altro modo di calcolarlo se non quello di valutare i danni che deriveranno ai richiedenti dalla mancata realizzazione di profitti in conseguenza dell’evento dannoso. Bisognerà tener conto anche dei danni ulteriori connessi ai tempi di realizzazione degli interventi di ripristino dei siti danneggiati, nonché dei c.d. danni indiretti (danni derivanti dall’alterazione degli ecosistemi).
Danni non patrimoniali.
Danno estetico: può essere calcolato come percentuale del danno patrimoniale complessivo (danno emergente e lucro cessante) e va in ogni caso rapportato ai tempi necessari per il ripristino dei luoghi danneggiati.
A tal fin si può utilizzare un coefficiente (B) che chiameremo "coefficiente di bellezza e significatività del sito danneggiato", il cui valore sarà compreso tra 0 e 1.
Danno all’immagine: nelle ipotesi di valutazione del danno ambientale, abbiamo preferito non creare una voce di danno autonoma per questo tipo di lesione.
Anzitutto perché non crediamo opportuno "appesantire" la quantificazione del danno ambientale e la conseguente richiesta risarcitoria con voci di danno che non hanno ancora trovato unanime riconoscimento in dottrina e in giurisprudenza (ne risentirebbe la credibilità dell’intero sistema di valutazione del danno ambientale).
E poi perché il danno all’immagine è comunque riconducibile a quello da lucro cessante, per le sue componenti patrimoniali, e al danno estetico per quasi tutto il resto. E’ indubbio che il danno all’immagine sia altra cosa rispetto al danno estetico, ma il risarcimento del secondo farebbe senz’altro giustizia anche del primo, soprattutto se nella determinazione del valore del citato coefficiente B si tiene conto delle possibili ripercussioni della lesione ambientale sull’immagine dell’ente richiedente.
Danni ambientali irreversibili
Danni patrimoniali.
Danno emergente: trattandosi di danno ambientale irreversibile e non potendo ipotizzarsi un ripristino dello status quo ante, può essere calcolato come costo per la creazione di un habitat simile a quello preesistente o come costo per la creazione dell’habitat danneggiato in altro sito.
Lucro cessante: v. danni reversibili. Ovviamente, qui i danni ulteriori andranno proporzionati ai tempi di realizzazione degli interventi precedenti.
Danni non patrimoniali.
Danno estetico; vedi danno reversibili;
Danno all’immagine: vedi danni reversibili.
IL DANNO PERSONALE: LEGITTIMAZIONE ALL’AZIONE DEL SINGOLO
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONE III PENALE
Sentenza 2 maggio 2007, n. 16575
Il danno ambientale presenta una triplice dimensione:
- personale (quale lesione del diritto fondamentale dell'ambiente di ogni uomo);
- sociale (quale lesione del diritto fondamentale dell'ambiente nelle formazioni sociali in cui si sviluppa la personalità umana, ex art. 2 Cost.);
- pubblica (quale lesione dei diritto-dovere pubblico delle istituzioni centrali).
In questo contesto persone, gruppi, associazioni ed anche gli enti territoriali non fanno valere un generico interesse diffuso, ma dei diritti, ed agiscono in forza di una autonoma legittimazione.
Integra il danno ambientale risarcibile anche il danno derivante, medio tempore, dalla mancata disponibilità di una risorsa ambientale intatta, ossia le c.d. "perdite provvisorie", perché qualsiasi intervento di ripristino ambientale, per quanto tempestivo, non può mai eliminare quello speciale profilo dì danno conseguente alla perdita di fruibilità della risorsa naturale compromessa dalla condotta illecita, danno che si verifica nel momento in cui tale condotta viene tenuta e che perdura per tutto il tempo necessario a ricostituire lo status quo.
La Cassazione, con un sentenza che vi consiglio vivamente di leggere d’un fiato (potere liberamente scaricare la sentenza della Corte di Cassazione Civile n. 11059/09 ha statuito, invece, e per fortuna giuridico-ambientale, che è giuridicamente corretto inferire l’esistenza di un danno non patrimoniale, ravvisato nel patema d’animo indotto dalla preoccupazione per il proprio stato di salute e per quello dei propri cari, ove tale turbamento psichico sia provato in via documentale.
Il danno non patrimoniale può essere provato anche per presunzioni e la prova per inferenza induttiva non postula che il fatto ignoto da dimostrare sia l’unico riflesso possibile di un fatto noto, essendo sufficiente la rilevante probabilità del determinarsi dell’uno in dipendenza dell’altro, secondo criteri di regolarità causale.
Si tratta, del resto di principi affermati già in passato (Cass. Sez. Un. civ. n. 2515/2002, in caso di compromissione dell’ambiente a seguito di disastro colposo - art. 449 c.p.) nel caso del verificarsi di un delitto di pericolo presunto a carattere plurioffensivo: qui la Cassazione sottolineava che alla lesione dell’interesse adespota all’ambiente ed alla pubblica incolumità, si affianca il pregiudizio causato alla sfera individuale dei singoli soggetti che si trovano in concreta relazione con i luoghi interessati dall’evento dannoso, in ragione della loro residenza o frequentazione abituale. Ove sia dimostrato che tale relazione è stata causa di uno stato di preoccupazione è configurato il danno non patrimoniale in capo a detti soggetti, danno risarcibile in quanto derivato da reato.
In armonia con un’altra decisione della Cassazione (Cass. Sez. Un. civ. n. 26972/2008) il giudice di legittimità delle leggi ha, inoltre, stabilito che va esclusa l’autonomia del c.d. danno esistenziale, il quale non rappresenta altro che una delle voci del danno non patrimoniale.
Nel caso in cui il fatto illecito, da cui è derivato il danno, si configuri come reato, il danno non patrimoniale è risarcibile nella sua più ampia accezione di danno determinato da lesioni di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica.
INDENNIZZO PER SERVITU’ INDUSTRIALE
In diritto si definisce servitù (o servitù prediale) un diritto reale minore di godimento su cosa altrui, consistente in "un peso imposto sopra un fondo per l'utilità di un altro fondo appartenente a diverso proprietario" (art. 1027 del codice civile).
L'utilità del fondo dominante, presente o futura, è estremo essenziale della servitù: può consistere nella maggiore comodità del fondo, può anche essere inerente alla sua destinazione industriale. Per questo si parla di Servitù Industriale. Tuttavia, deve sempre essere utilità di un fondo, non quello personale del proprietario. In quest’ultima ipotesi si ha un un diritto personale di godimento, la cosiddetta servitù aziendale.
INDENNITA’ DI RISTORO CIVICO
Tributo locale a carattere amministrativo per speciali prestazioni (servitù atipica).
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULLA MAFIA
LA MAFIA
è una presenza discreta e silenziosa, che cerca di evitare i clamori
della cronaca con lo spargimento di sangue. Ma la mafia c’è ed
incombe pericolosamente sulla vita sociale e democratica
dell’Italia, anche se di essa, per omertà dei media, non vi è
adeguata consapevolezza nei cittadini e nelle istituzioni. C’è
“la mafia bianca”, sodalizio massonico delle lobby e delle
caste, insinuata nelle istituzioni e nei poteri dello Stato, che si
attiva direttamente per influenzare le scelte e la gestione della
cosa pubblica. Poi c’è “la mafia nera”, la criminalità
organizzata comune che non ha cessato di mettere in discussione
l’autorità dello Stato e continua la cura dei suoi tradizionali
interessi: dal traffico di stupefacenti e di clandestini all’usura e
al racket delle estorsioni, fino allo sfruttamento della
prostituzione e del gioco d'azzardo. Entrambe le mafie, cosa ancora
più grave, tentano di mettere le mani sulla gestione degli appalti
pubblici finanziati da fondi nazionali od europei, insinuandosi
nelle pieghe della vita politica e amministrativa, come dimostrano
alcune indagini della magistratura su ipotesi di rapporti illeciti
di taluni rappresentanti della pubblica amministrazione e del mondo
dell’imprenditoria e della stessa magistratura con esponenti della
criminalità organizzata, in vicende dal rilevante profilo economico
e finanziate con i soldi dei cittadini.
Arrestare boss, assassini, estorsori, usurai è importante, ma per sconfiggere la mafia bisogna prevenirla, combattere il suo sistema di potere, incidere sulle sue complicità, estirpare le coperture che creano cultura, prassi e contesti mafiosi. L’uomo non è libero, la società è malata se le minacce e le intimidazioni creano nei cittadini paura, angoscia e terrore, alimentano un cancro morale che intorbida le coscienze, condiziona la democrazia e la convivenza civile. Ma l’insicurezza nei cittadini onesti viene talvolta alimentata anche dalla soggezione che impone la burocrazia, dall’arroganza che promana dal potere politico e amministrativo, dall’umiliazione che spesso gli eletti nelle istituzioni pubbliche impongono ai cittadini solo per ascoltare le loro esigenze, richieste o proposte. Consiglieri comunali, provinciali, regionali, assessori e parlamentari, sindaci e presidenti di ogni ordine e grado diventano spesso “irraggiungibili” una volta eletti, anche dai loro stessi più prossimi elettori. Segretari, addetti stampa, attendenti e portaborse creano filtri e contro-filtri, una cortina fumogena impenetrabile, tanto che per poterla squarciare bisogna farsi raccomandare. E la pratica della raccomandazione è il primo viatico alla cultura della mafiosità.
Prassi agevolata dall’inerzia e dall’indifferenza, se non addirittura dalla collusione della magistratura, spesso sorda alle richieste di intervento dei cittadini onesti e coraggiosi.
“La mafia nera”, che in Puglia prende le sembianze mediatiche della Sacra corona unita, come Cosa nostra in Sicilia, la ‘ndrangeta in Calabria e la Camorra in Campania, è innominata nelle regioni del nord Italia, dove è ben radicata e in commistione con quella dell’est Europa. Essa è ancora viva ed opera efficacemente anche quando non uccide. In realtà essa si articola in una miriade di consorterie malavitose in continuo rimescolamento conflittuale e alla ricerca della supremazia territoriale. Una presenza flessibile e tendenzialmente discreta, che evita il clamore degli episodi delittuosi estremi proprio per potersi mimetizzare e infiltrare nelle istituzioni. Esercita soprusi e prepotenze nei confronti di comuni cittadini, imprenditori, commercianti, ma anche giudici, politici, pubblici amministratori, giornalisti. Uno stillicidio quotidiano di notizie ne segnala continuamente la presenza preoccupante, ma troppo spesso vengono evitate, ignorate, dimenticate in fretta, forse per esorcizzare la paura di scoprire di vivere in una regione che rischia di essere dominata dalla mafia.
Ma vivere con gli occhi bendati, le orecchie tappate e le mani sulla bocca, come le tre famose scimmiette, non serve a nulla. La realtà è un’altra: è quella della paura e delle intimidazioni quotidiane subite da chi non vuole sottostare alle regole della mafia. Una sequenza impressionante di piccoli e grandi episodi che fanno correre il contachilometri della criminalità. Gli amministratori pubblici non ne sono esenti.
Nel campionario c’è di tutto: la testa di cavallo mozzata lasciata davanti all’abitazione, l’auto incendiata, la bomba esplosa all’esterno del Municipio, i colpi di pistola contro le finestre, la lettera minatoria con le cartucce di un fucile.
L'Italia sta scoprendo un nuovo modo di fare politica. Non attraverso le elezioni, ma con le intimidazioni. Difficile dare una lettura omogenea delle vicende, perché ogni Comune ha una storia a sé. Insomma, non è detto che tutti gli amministratori colpiti finiscano per pagare così l’impegno contro l’illegalità o la crociata per un’amministrazione trasparente.
Secondo gli investigatori, si può finire nel mirino anche per non aver rispettato - ad esempio - patti precedentemente stabiliti. Oppure perché singoli cittadini decidono di vendicarsi ricorrendo ai metodi tipici della criminalità organizzata, adottandone le modalità, pur essendo esterni ai clan. Tre chiavi di lettura diverse, che rendono ancora più difficile l’attività di chi cerca di dare nomi e cognomi ai mandanti. Ma gli esperti non tralasciano le piste investigative più inquietanti. Bombe, proiettili e minacce porterebbero o all’infiltrazione diretta nelle amministrazioni comunali o alla ricerca delle dimissioni di un amministratore per sostituirlo con un altro di fiducia della Piovra spa. D’altra parte, la criminalità di casa nostra ha sempre mostrato una spiccata flessibilità operativa. E l’atto intimidatorio non è altro che una prova di forza, una esibizione di muscoli da parte di chi è convinto di controllare il territorio. Un particolare non sfuggito, di recente, alla Direzione nazionale antimafia. In una relazione si sottolineavano, tra l’altro, alcune peculiarità. Come l’intervento di boss e picciotti nell’intercettare i flussi finanziari destinati alla realizzazione di grandi opere (contratti d’area, distretti tecnologici, energie alternative, smaltimento rifiuti), o attraverso la strategia del «doppio binario», adottata per infiltrarsi nei subappalti (movimento terra) e facendo pressioni (estorsioni) nei confronti di imprese affidatarie di lavori ad alto profilo tecnologico. Vanno di moda, anche, l’affidamento di servizi ai clan, la costituzione di società per la gestione di piccoli affari, le ingerenze e il controllo di attività come l’affissione dei manifesti elettorali, gli accordi di natura elettorale (richieste di voti in cambio di assunzioni).
Esemplare è il caso di Santi Cosma e Damiano (LT). Un consigliere comunale di quel comune, adempiendo al suo dovere di vigilanza e controllo sulla legittimità degli atti amministrativi degli enti territoriali, con altri associati dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie del posto, ha presentato vari esposti alle autorità competenti laziali. Esposti circostanziati e provati.
Da questa meritoria attività è conseguita una duplice interrogazione parlamentare e un intervento da parte del Direttore Regionale del Dipartimento del Territorio della Regione Lazio.
Di questo si è dato conto sul portale di informazione dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie, per rendere coscienti i cittadini di una realtà sottaciuta.
Dalle risposte istituzionali scaturisce una vasta infiltrazione mafiosa e ripetute illegittimità perpetrate a danno del territorio locale e dei suoi abitanti, in particolare sul territorio del basso Lazio, in provincia di Latina, da qui la richiesta di scioglimento dei consigli comunali di Santi Cosma e Damiano e di Minturno.
Pur palesandosi la fondatezza delle accuse e il diritto-dovere costituzionale di informare i cittadini, oltretutto riportando fedelmente il contenuto di atti pubblici, la reazione è stata la presentazione di una denuncia per calunnia e diffamazione a danno del consigliere comunale e del Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, dr Antonio Giangrande.
Denuncia infondata in fatto e in diritto, ma per la quale la Procura di Roma ha proceduto, in palese incompetenza territoriale, riconducibile a Latina (domicilio consigliere) o a Taranto (luogo di pubblicazione). Nessuna informazione di garanzia e nessuna informazione sul diritto di difesa. Insomma, non si conosce il chi, il come, il quando e il perché della denuncia, oltre che ogni informazione utile al diritto di difesa.
Dato che la mafia ti uccide, o ti affama, o ti condanna, ci si chiede: ma in questa Italia alla rovescia, è conveniente uscire dalla conformità omologata per lottare a favore di ideali di giustizia?? Agli occhi dei giustizialisti a senso unico e di facciata, che vogliono al Parlamento Deputati incensurati, pur se incapaci ed inetti, quelli che lottano per la giustizia, l’uguaglianza e la libertà, se condannati in base alle denunce di cui sopra, sarebbero meritevoli di essere eletti in Parlamento ??
Il Presidente dr Antonio Giangrande denuncia: “la lotta alle mafie ed alle illegalità non deve essere, né apparire, solo lotta politica di “sinistra”, né deve essere fondata sulla santificazione dei magistrati. Una domanda da scrittore a scrittore: se Saviano fosse uno scrittore antimafia di destra, avrebbe avuto tanta attenzione, tale da meritare film e scorta? E per finire una domanda da presidente antimafia a presidente antimafia: se Don Ciotti non fosse appoggiato dall’apparato politico, mediatico e giudiziario di sinistra, avrebbe avuto tanta visibilità e sostegno ?
La "Associazione Contro Tutte le Mafie" - ONLUS è una associazione nazionale contro le ingiustizie e le illegalità, iscritta per obbligo di legge, ai fini dell'attività antiracket ed antiusura, solo presso la Prefettura - UTG di Taranto, competente sulla sede legale. Non ha sostegno politico perchè è apartitica e non nasconde gli abusi e le omissioni del sistema di potere, tra cui i magistrati, e la codardia della società civile. Per questo non riceve alcun finanziamento pubblico, o assegnazione da parte della magistratura dei beni confiscati. I suoi siti web sono oscurati dalla magistratura e il suo presidente è, spesso, perseguito per diffamazione, solo perchè riporta sui portali web associativi le interrogazioni parlamentari o gli articoli di stampa sugli insabbiamenti delle inchieste scomode. Le scuole non lo invitano, in quanto il motto "La mafia siamo noi" non è accettato dai professori di Diritto, che sono anche, spesso, avvocati e/o giudici di pace e/o amministratori pubblici, sentendosi così chiamati in causa per corresponsabilità del dissesto morale e culturale del paese. Pur affrontando questioni attinenti la camorra, la mafia, la 'ndrangheta, la sacra corona unita, la mafia russa, ecc; pur essendo stato ringraziato dal Commissario governativo per la collaborazione svolta ed invitato da questi a partecipare al forum tenuto a Napoli coi Prefetti del Sud Italia per parlare di Mafie e sicurezza, la Prefettura di Taranto, non solo non gli dà la scorta, ma gli diniega la richiesta del porto d'armi per difesa personale. La regione Puglia non iscrive la stessa associazione all'albo regionale, né il comune di Avetrana, città della sede legale, ha iscritto l'associazione presso l'albo comunale. Il sostegno mediatico è inesistente, tanto che vi è stata interrogazione parlamentare del sen. Russo Spena per chiedere perchè Rai 1 non ha trasmesso il servizio di 10 minuti dedicato all'associazione, autorizzato dall'apposita commissione parlamentare. L'editoria ha rifiutato le pubblicazione del saggio d'inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", il sunto e l'elenco degli scandali e i misteri italiani, senza peli sulla lingua.
La associazione "Libera" è un coordinamento nazionale di tante associazioni e comitati locali. Queste, spesso hanno sede presso la CGIL, sindacato di sinistra, come a Taranto. I magistrati assegnano a loro i beni confiscati. Le scuole invitano i loro rappresentanti. Il sostegno mediatico è imponente, come se "Libera" fosse l'unico sodalizio antimafia esistente in Italia. La regione Puglia, con giunta di sinistra, riconosce a loro cospicui finanziamenti, pur non essendo iscritta all'Albo regionale.
In un'intervista a Magazine del Corriere della Sera, si rivela che non c'erano motivi perchè a Roberto Saviano, autore di “Gomorra”, venisse assegnata la scorta. Vittorio Pisani, capo della Squadra Mobile di Napoli, è un poliziotto con gli “attributi” che ha ottenuto l'importante incarico all'età di 40 anni; rischia la pelle tutti i giorni e, persona seria in questo mondo di quaquaraquà e opportunisti. Intervistato da Vittorio Zincone ha detto le cose come stanno: “Resto perplesso quando vedo scortare persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni”.
All'ex collaboratore de “Il Manifesto” è però stata concessa l'assidua compagnia d'un folto manipolo di guardie del corpo, che oltrepassa ogni ridicolo, schierando persino cani anti-bomba; eppure, rivela Pisani, “a noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull’assegnazione della scorta”. Tuttavia Roberto Saviano, sull'onda della popolarità antimafia e dell'autocommiserazione per la “vita sotto scorta”, è diventato un miliardario di fama mondiale che, oltre a sfornare libri alla moda e presenziare ovunque, collabora a testate come L'espresso e La Repubblica, negli Stati Uniti con il Washington Post e il Time, in Spagna con El Pais, in Germania con Die Zeit e Der Spiegel, in Svezia con Expressen e in Gran Bretagna con il Times.
Una domanda da scrittore a scrittore: se Saviano fosse uno scrittore antimafia di destra, avrebbe avuto tanta attenzione, tale da meritare film e scorta? E perché ad Antonio Giangrande, autore del saggio di inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", che scrive 100 volte cose più gravi e pericolose, toccando gli interessi di mafie, lobby, caste e massonerie, oltre che denunciare il comportamento dei cittadini collusi o codardi, viene negato addirittura il porto d’armi ?
E per finire una domanda da presidente antimafia a presidente antimafia: se Don Ciotti non fosse appoggiato dall’apparato politico, mediatico e giudiziario di sinistra, avrebbe avuto tanta visibilità e sostegno ?
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULLA SICUREZZA
La nuova legge sulla sicurezza. Le
ronde: tanto rumore per nulla.
Da cittadini modello a rondisti: tutto per una canotta fosforescente.
Nel provvedimento sulla sicurezza trovano posto le ronde, fortemente volute dalla Lega: associazioni di cittadini potranno segnalare alle forze dell'ordine situazioni di disagio sociale o di pericolo. Saranno iscritte in elenchi, non potranno essere armate e prioritariamente dovranno essere formate da ex agenti.
Arriva l'identikit del "rondista": è quanto contenuto nella bozza del regolamento attuativo del Viminale. Chi ha a cuore la sicurezza dei cittadini e vorrà far parte delle ronde dovrà avere non meno di 25 anni, godere di buona salute fisica e mentale, nessuna dipendenza da droga o alcol, non aver avuto denunce o condanne per delitti non colposi, non aver aderito a movimenti o associazioni o gruppi organizzati. Solo chi rispetterà questi canoni potrà diventare "osservatore volontario"', come stabilisce la bozza del ministero dell'Interno.
Certo che chi non si ritrova nell’essere rondista, inquadrato e canottato, può certamente continuare a fare il cittadino modello. Le sue armi sono gli artt. 333 e 383 del codice di procedura penale. Ogni cittadino, solo o in compagnia, che ha notizia di un reato perseguibile d’ufficio, può fare denuncia agli organi di polizia giudiziaria e, quando il reato è grave, è, addirittura, autorizzato a procedere all’arresto in flagranza.
Ma perché si ha necessità dell’intervento del cittadino, modello o rondista, per la sicurezza comune?
Per quanto riguarda gli orari di lavoro delle forze di polizia, il dpr 11 settembre 2007, n. 170, prevede il turno di lavoro: 36 ore settimanali. Sono molto di meno, se si considera che per ogni giorno vi è la fase montante e la fase smontante dal servizio. E’ un tempo morto, perché inibisce ogni intervento.
Per quanto riguarda le forze di polizia sul campo: hanno più compiti e mansioni ed organico insufficiente. Svolgono mansioni di polizia giudiziaria, di polizia amministrativa, di polizia di pubblica sicurezza. Molto spesso si distraggono i compiti principali per mansioni meno importanti, quale può essere la scorta ai vip, ai politici e alle istituzioni di secondo livello.
Ma non è solo questo che inibisce la percezione di sicurezza dei cittadini, alla faccia della obbligatorietà dell’azione penale prevista dall’art. 112 della Costituzione.
Le denunce e le querele che vengono presentate, di cui molte non hanno addirittura iscrizione a ruolo, perdendosi nei meandri degli uffici, sono prima filtrate dalle forze di polizia, con un intervento disincentivante di convincimento dell'inopportunità della denuncia o dell’infondatezza del reato, poi ricevono il vaglio del Pubblico Ministero di turno, che li iscrive al modello che più li aggrada: modello 21 (notizie di reato di persona nota), 44 (notizie di reato di persone ignote) e 45 (notizie non costituenti fatti di reato). Per cui sarà secondo sua arbitraria percezione far subire un processo ad un fatto denunciato.
Quanto detto è suffragato dai dati del Ministero della Giustizia. Dalle statistiche pubblicate per distretto sul sito del Ministero della Giustizia, si nota che a fronte di decine di migliaia di denunce solo il 13 % hanno un definizione. Per poche di queste, poi, consegue effettiva condanna.
Va da sé che il cittadino, sfiduciato, denuncia solo il 70% dei reati e nonostante ciò ci sono 3 milioni di reati all’anno, 333 all’ora, 5 ogni 100 abitanti.
Certo non ristora la sete di sicurezza e giustizia il sapere che le carceri traboccano di detenuti, quasi tutti extracomunitari, se poi la maggior parte di loro è innocente: vuoi perchè non condannati con sentenza definitiva, vuoi perchè non hanno avuto adeguata difesa a causa della loro indigenza.
Che i politici e i media parlino meno di canotte e più di impunità, meno mostri sbattuti in prima pagina e più colpevoli in carcere, forse così vale la pena essere un cittadino modello.
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULLA SICUREZZA NELLE SCUOLE

“Quella che non c’è” – denuncia il Dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, www.controtuttelemafie.it .
Sicurezza strutturale, bullismo, uso di droghe e fumo, baby prostituzione, precariato e assenteismo dei docenti.
Sicurezza strutturale. Un terzo delle scuole pugliesi è stato costruito in zone inquinate. Ben 937 sedi scolastiche, su un totale di 2.627, sono nate all’interno o nelle vicinanze delle aree industriali (131), sotto le antenne di radio e televisioni (632), a confine con le discariche (42) o gli aeroporti (29), sopra gli elettrodotti (103). L’inquinamento elettromagnetico mette ogni giorno in pericolo la salute di migliaia di studenti e insegnanti. I mali della scuola non vanno perciò ricercati esclusivamente negli edifici che cadono a pezzi, nelle richieste di manutenzione ordinaria e straordinaria indispensabili a garantire la funzionalità degli edifici, nei banchi e nelle sedie rotte, nelle palestre spesso chiuse perché inagibili. Sicurezza è anche vivere in un ambiente sano, al riparo da smog, radiazioni prodotte da cavi elettrici e reti per i telefoni cellulari, inquinamento acustico. Il crollo al liceo Darwin di Rivoli ha messo in evidenza la mancanza di controlli sulla sicurezza delle scuole. La legge (D. Lgs. 626/94 e succ. modifiche), in questo settore, è carente: i controlli obbligatori sono pochi, solo per le nuove costruzioni si parla di valutazione dei progetti, e troppo di rado di controlli "a sorpresa" sulle strutture una volta completate e in funzione. Più grave la situazione delle scuole più vecchie, dove la manutenzione è spesso carente e i lavori non sempre eseguiti a regola d'arte. È il caso di Rivoli, dove il controsoffitto era stato fatto in traversino e non in cartongesso. E quando viene fatta qualunque modifica a strutture esistenti, bisognerebbe prevedere controlli ad hoc, perché gli interventi potrebbero avere ripercussioni negative sulla sicurezza. I controlli agli istituti scolastici dovrebbero poi servire per verificare che non ci siano altre situazioni di pericolo. Così come in tutte le strutture e gli edifici aperti al pubblico: troppe volte nelle nostre inchieste abbiamo visto porte di sicurezza con maniglioni antipanico bloccate o lucchettate, ostacoli che impedivano la fuga, tende o pannelli che nascondevano le vie per uscire. Anche l'area che circonda la scuola deve essere organizzata in modo tale da garantire la massima sicurezza, perché chi scappa non deve rischiare di farsi male o essere investito non appena esce dal portone. Così come l'arrivo dei soccorsi deve essere il più possibile agevolato. Invece le statistiche fornite dall’INAIL ci dicono che in un anno 90.000 ragazzi e 13.000 adulti (insegnanti e bidelli) si sono feriti nelle scuole. Dati impressionanti. Il Presidente della Repubblica solleva inquietanti interrogativi sulle garanzie a presidio della sicurezza negli istituti scolastici. Per il ministro dell’Istruzione, “il problema della sicurezza nelle scuole italiane è una emergenza nazionale”. Secondo un rapporto di Legambiente, il 42% degli edifici scolastici non sarebbe agibile o, per lo meno, mancherebbe del certificato di agibilità. In realtà, in Italia 9 mila scuole non sono costruite con criteri antisismici delle 22 mila che si trovano in zone sismiche. Le scuole italiane sono tutte molto vecchie e, quindi, ad alto rischio. Nel nostro paese i terremoti non sono infrequenti e anche gli edifici a norma di legge, spesso, non assicurano l’incolumità a chi vi abita. Figuriamoci un vecchio edificio scolastico già fatiscente. E’ stato presentato il Rapporto di Cittadinanzattiva sulla situazione delle scuole, da cui emerge una condizione diffusa di insicurezza: crolli di intonaco, certificazioni mancanti o non disponibili, scarsa manutenzione. Mancano controlli adeguati sul rispetto delle norme edilizie, sui lavori effettuati e sul rispetto dei tempi. Il certificato di agibilità statica è presente solo nel 34% delle scuole, quello di agibilità igienico-sanitaria è disponibile nel 39% dei casi, quello di prevenzione incendi nel 37%. Anche la segnaletica è spesso carente: una scuola su quattro non ha la piantina con i percorsi di evacuazione e le uscite di emergenza non sono segnalate nel 17% dei casi. Negli istituti che hanno laboratori scientifici, solo il 63% ha cartelli informativi sulle precauzioni da seguire e l'84% possiede armadi chiusi per riporre sostanze e attrezzature pericolose. Assai scarsa è la formazione del personale: nel dettaglio, una scuola su quattro non attua corsi sulla sicurezza del lavoro, il 17% non fa le prove di evacuazione, ben il 42% non fa corsi di primo soccorso né di prevenzione incendi e addirittura l'83% non ha svolto alcun corso sulla sicurezza elettrica. Inoltre gran parte degli edifici scolastici italiani sono stati costruiti prima degli anni ’70 quindi, oltre ad essere vecchi risentono dell’uso di materiali e criteri edili inadeguati che provocano la preoccupante diffusione dello sfondellamento dei solai e del crollo di parti di esso; 14.700 edifici scolastici (quasi uno su tre) insistono in zone a rischio sismico; la manutenzione ordinaria da parte di Comuni e Province degli istituti scolastici risulta essere sempre più inadeguata e approssimativa sia per la scarsità dei fondi a disposizione, sia per la grave sottopercezione che si ha circa l’importanza di investire sulle strutture scolastiche.
Mense scolastiche. Cibo scadente, norme igieniche non rispettate, locali e apparecchiature non a norma. Circa un terzo delle mense scolastiche ispezionate in tutta Italia dai carabinieri del Nas è risultato irregolare.
Bullismo. "Il bullismo e la violenza dei ragazzi sono diventati un problema di sicurezza e di ordine pubblico. Non possiamo preoccuparci della violenza che viene dall’immigrazione e fare finta di non vedere la violenza che nasce nei nostri giovani italiani; sono due facce dello stesso problema e la risposta dello Stato deve essere unica, forte e severa". A dirlo è il Presidente del Senato intervenendo al convegno di Palazzo Giustiniani 'Dal bullismo al crimine commesso: quando occorre tutelare i minori dai loro pari. Riflessioni e proposte sulla punibilità del minore'. La seconda carica dello Stato ha ricordato che i nostri giovani "sono stati capaci di azioni inimmaginabili: dare fuoco ad un indiano che ancora, dopo un mese, lotta tra la vita e la morte, e farlo per gioco, è una azione che turba le nostre coscienze perchè quei ragazzi, fino a quando non avevano commesso quella terribile azione, erano considerati normali". Nel corso del convegno, inoltre, sono stati diffusi alcuni dati sul bullismo in Italia: sono 40mila i minori denunciati ogni anno in Italia. Uno studente su due dichiara di essere stato, almeno una volta, vittima di bullismo. Questo il risultato dell’inchiesta sul fenomeno lanciata dal mensile Studenti Magazine, attraverso ‘Studenti.it’, alla luce dei più recenti fatti di cronaca, alla quale hanno partecipato 3.200 alunni delle scuole superiori. Oltre al 50%, che ha detto di aver subito atti di bullismo, c’è anche un 16 per cento che afferma di non averne subiti, ma di esserne stato spettatore. Aggregando i due dati si scopre che il 66%, circa due terzi, degli intervistati sono stati, anche solo una volta, testimoni attivi e passivi di atti di bullismo. Sms offensivi, minacce via cellulare, video e foto molesti che finiscono su internet: uno studente su tre subisce atti di bullismo online, nel 70% dei casi a scuola e soprattutto durante l’anno dell’esame di maturità. A lanciare l’allarme una ricerca condotta su 700 studenti delle scuole medie superiori di Chieti dalla cattedra di Psichiatria dell’Università di Chieti, in collaborazione con la Cooperativa Lilium di accoglienza e recupero di minori provenienti da tutta Italia.
Droga. Uso e abuso di droga: un fenomeno pericolosamente radicato fra i più giovani, che hanno creato un vero e proprio mercato interno agli istituti scolastici superiori. Le sostanze più richieste sono anfetamine, hashish, eroina; poca cocaina, troppo costosa. Lo spaccio si consuma durante l'intervallo e le richieste vengono effettuate direttamente dagli studenti tramite frasi in codice su Messanger e via sms. Prova: una video-inchiesta realizzata da Repubblica TV, nelle scuole italiane e tra i ragazzi di alcuni istituti romani. Di questa inchiesta si parla sul Quotidiano Repubblica e attraverso di essa vengono fuori elementi sconvolgenti. Non solo infatti la percentuale di ragazzi che farebbero uso di stupefacenti è in continuo e graduale aumento, ma ormai il fenomeno dello spaccio avverrebbe tranquillamente all'interno della scuola e addirittura nelle aule durante le lezioni. In uno di questi video viene addirittura filmato un gruppo i ragazzini che si fumano tranquillamente alcuni spinelli, a pochi metri da una volante della polizia, probabilmente di fronte alla scuola per i controlli antidroga.
Prostituzione. Attraverso un sms si danno appuntamento nelle zone più nascoste della scuola per avere un rapporto sessuale e se non ricevono il permesso di uscire dall'aula si fanno cacciare fuori. Il sistema è uguale in tutti gli Istituti di Milano. Il cliente, al massimo un diciassettenne e la baby prostituta, a volte anche di tredici anni, entrambi studenti, abbassano la suoneria del telefonino e si mandano un sms per confermare gli accordi presi il giorno prima. Non sempre a incontrarsi sono soltanto un lui e una lei. Il sesso, rapido, può essere anche di gruppo. Dipende dai desideri e da cosa offre il momento. È quanto emerge da una inchiesta del Comune di Milano pubblicata dal quotidiano "La Stampa". «Non è neppure indispensabile conoscersi: i ragazzini possono contare su una “lista elettronica”, fatta circolare sui telefonini e sui blog via internet - si legge - che descrive la disponibilità della studentessa. Oltre al nome, cognome e numero di telefono, anche il prezzo e il tipo di prestazioni fornite: rapporti orali, sessuali completi, anali, con singoli o coppie, durante le lezioni, soltanto nell'intervallo, in cambio di vestiti firmati, ricariche per i cellulari e compiti.
Il precariato della scuola. Attualmente, in Italia, sono 304 mila i supplenti iscritti nelle graduatorie provinciali permanenti. Una consistente fetta (il 42 per cento circa) ogni anno riesce a conquistare una delle 130 mila supplenze per l'intero anno scolastico. Coloro che si trovano in fondo alle graduatorie vivacchiano con le supplenze brevi e temporanee saltellando da una scuola all'altra cercando di mettere assieme più punti possibili per scalare le fatidiche graduatorie. Il precariato è un problema, anzi è un dramma, una tragedia, dunque occorre evitare che si formi il precariato. Se l’insegnante di ruolo non facesse finta di ammalarsi specie negli ultimi anni della propria carriera (e non solo), eviterebbe di contribuire alla nascita del precariato e dei precari, i quali si devono ammalare di meno. Se non si ammalasse costantemente e puntualmente il 15 giugno di ogni anno in occasione degli esami di Stato (lo si fa da decenni impunemente), il “ruolino” non contribuirebbe all’arrivo nelle aule di supplenti chiamati a salvare il sedere a una scuola lasciata in braghe di tela dai “ruolini” tanto pregni di ideali e di “attaccamento alla funzione docente”. Ci sarebbero meno precari e meno precariato se i docenti di ruolo non perpetrassero i famigerati passaggi di cattedra; se non affollassero, pur essendo di ruolo, quelle graduatorie permanenti tanto disprezzate; se non prendessero in ostaggio per anni e per decenni cattedre lasciate alle supplenze perché si preferisce, per anni e per decenni, fare il sindacalista, il sindaco, l’assessore, il parlamentare, il ministro, il viceministro o il sottosegretario; se non si rendessero complici di quello straordinario strumento devastante per la qualità degli apprendimenti rappresentato dai corsi di riconversione in materie di cui si è incompetenti; se non si abbandonasse la cattedra di sostegno di ruolo per passare su quella di disciplina. Ci sono insegnanti precari che sono andati in pensione senza essere riusciti a passare di ruolo.
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULL'INGIUSTIZIA
GIUSTIZIA E LEGALITA’: CHIMERE IRRAGGIUNGIBILI.
Dai pochi dati ufficiali pubblicati, elaborati dall’Associazione Contro Tutte Le Mafie risulta che solo 3 reati su 100 vengono perseguiti. Dai dati risulta, anche, che secondo i magistrati gli italiani sono mitomani, ma, anche, onesti, salvo qualche colpevole, guarda caso, povero.
Diamo i numeri: non si denuncia il 31% dei reati perché sfiduciati da questa giustizia, in quanto al restante 69 % dei reati denunciati consegue l’85,8 % di archiviazione, il 9,93 % di proscioglimenti e solo il 4,27 di condanne. Restano escluse dal conteggio le denunce presentate, ma mai registrate.
Le richieste cautelari personali accolte sono il 54,67 %. Nonostante ciò vi è una popolazione detenuta pari al 61,2 % presunta innocente e pari all’ 81,7 % in stato di indigenza.
Sebbene solo 3 reati su 100 sono perseguiti, si rilevano 4 milioni di errori giudiziari negli ultimi 50 anni.
La magistratura, oltre a rilevare la mitomania degli italiani e, al contempo, la loro onestà, salvo qualche fesso, sta attenta a perseguire le toghe che delinquono. Di più non può fare, data l’impunità della casta, oltre a causare dal 2003 ad oggi 40.031 procedimenti per indennizzo di "equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo l.89/01", senza contare gli indennizzi per “ingiusta detenzione” e per “errore giudiziario”.
Ci si aspetta di più dalla magistratura italiana, pronta a pretendere rispetto, se si pensa che il costo per la collettività degli stipendi dei circa 9 mila magistrati italiani è di più di 1 miliardo di euro. Circa il 30% superiore a quello che la Francia spende per i loro omologhi di Oltralpe e con altri risultati.
Per gli errori giudiziari non ci sono avvocati locali che hanno il coraggio di mettersi contro i magistrati di Taranto. I Pubblici Ministeri che, presumibilmente, hanno sbagliato, intervengono in processi in cui si dovrebbe acclamare il loro errore.
"Basta errori giudiziari che distruggono la vita dei cittadini.
Basta impunità per i responsabili".
Questo dice il dr Antonio Giangrande, Presidente della
Associazione Contro Tutte le Mafie, che ha svolto una inchiesta
sulla Giustizia in Italia, in generale, e a Taranto, in
particolare. Una società civile che permette di tenere in
carcere degli innocenti, per essere genuflessa ai poteri forti, è una società
collusa e codarda.
Silenzio assordante da parte delle Istituzioni. Le denunce penali presentate dal presidente dell'Associazione Contro Tutte Le Mafie, Dr Antonio Giangrande, contro la Procura di Taranto, inviate a Potenza, sono rimaste lettere morta. A seguito dell'indifferenza della Procura di Potenza le denunce penali contro la Procura di Taranto sono state inviate presso altre Procure. Queste hanno reinviato a Taranto le denunce ricevute. Risultato: la Procura di Taranto da denunciata ha archiviato con abuso, in conflitto di interessi, le denunce contro se stessa.
Nella problematica è da segnalare
ARTICOLO SULL'USURA
L' "USURA" è quel fatto, dalla legge
qualificato come reato, art. 644 c.p., in cui una parte, usuraio, presta
dei soldi o altra utilità ad un'altra parte, usurato, a tassi di
interesse o vantaggi superiori a quelli stabiliti dalle norme. Spesso il
reato di usura si accompagna al reato di violenza, minacce, estorsione,
abusivo esercizio di attività finanziaria.
L'usuraio diventa tale solo a condanna penale definitiva. Quindi ogni rapporto di prestito di denaro, ( giuridicamente si definisce contratto di mutuo, art.1813 c.c. ), non sfocia automaticamente in un procedimento penale.
Il genitore, il parente, l'amico, che ti vede in difficoltà finanziarie temporanee e che ti presta una somma di denaro, non è automaticamente un usuraio.
La persona in difficoltà economica transitoria, dovute alle più svariate ragioni, spesso giustificate: malattie, disgrazie, ecc., ma quasi spesso ingiustificate: gioco d'azzardo, vizi, mal governo delle proprie aziende, ecc., si rivolge alle banche per avere il mutuo.
Il nostro sistema bancario non è attento allo sviluppo socio economico del territorio, ma mira solo al mero profitto.
In questo caso è forte con i deboli e debole con i forti. Ossia: per un mutuo o uno scoperto sul conto corrente chiede delle garanzie spropositate rispetto al denaro da prestare.
Il cittadino spesso non può far fronte a questi ostacoli. Ecco che si rivolge alle persone a lui più vicine: genitori, parenti, amici.
In questo modo, colui il quale ha dato l'aiuto insperato diventa un benefattore. Molte volte è la stessa banca ad elargire indirettamente il denaro, che direttamente ha rifiutato di dare. Come spesso succede è la stessa banca a dare il denaro con interessi maggiorati, anche attraverso le finanziarie.
Al momento della restituzione del denaro si compie il reato di usura, ovvero di truffa.
Bisogna distinguere. L'usurato in buona fede è la vittima dell'usuraio, il quale pretende la restituzione delle somme prestate, maggiorate del doppio o del triplo. L'usurato in mala fede, che ha ricevuto il denaro e non lo vuole restituire, accusa il parente o l'amico di usura.
La magistratura è restia a perseguire le banche per usura o per concorso in usura e, tenuto conto che il reato è difficilmente dimostrabile, le denunce che si presentano sono poche. Insomma, il cittadino vittima dell'usura non ha fiducia nelle istituzioni. Senza fiducia non ci sono denunce. Senza denunce non si attiva il procedimento per attingere dal fondo di garanzia. Il fondo di garanzia garantisce, quando la pratica è approvata, solo ulteriori mutui al fine dell'estinzione dei debiti pregressi.
Oltretutto, secondo la legge 108/96, al "Fondo di solidarietà per le vittime dell'usura" istituito presso l'ufficio del Commissario straordinario del Governo per il coordinamento iniziative anti-racket possono accedervi solo soggetti economici e non i semplici cittadini.
In conclusione "USURA" è solo un fenomeno mediatico. Il reato di usura esiste, ma non si vuole debellare, in quanto, spesso, le accuse partono da falsi usurati.
Le archiviazioni dei procedimenti penali, inibiscono ogni forma di ribellione e di lotta contro il reato di usura e di estorsione. Ogni proclama a tutela delle vittime è solo specchio per le allodole, perché senza condanna non c’è indennizzo statale. La sig.ra Lorena Sacchi di Brescia combatte da anni contro il sistema dell’usura e dell’estorsione, in nome proprio, come aderente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e come rappresentante locale delle vittime dell’usura. Per quanto le riguarda, a fronte del tasso usurario del 446 % a suo danno riscontrato dal perito della Procura di Brescia, inspiegabilmente lo stesso Ufficio requirente ha richiesto l’archiviazione del procedimento 9097/02 RG. L’opposizione presentata ha avuto esito negativo. Con i tempi della giustizia il reato di estorsione è prescritto, ben 6 anni di fase di indagini preliminari. Non si deve pensare che questi tipi di reati siano di pertinenza esclusivamente meridionale, per il sol fatto che la magistratura archivia e i media tacciono. Sotto la cenere del perbenismo cova una coltre di illegalità impunita e sottaciuta e a farne le spese sono tantissimi cittadini come la sig.ra Sacchi. Dai dati ufficiali si evidenzia che solo 4 reati su 100 sono puniti, e solo il 69 % dei reati è denunciato.
Le dichiarazioni del presidente della Commissione Parlamentare antimafia Forgione accusano le banche di essere le prime azioniste della mafia. Il Commissario Straordinario del Governo per il Coordinamento delle Iniziative Antiracket ed Antiusura ha presentato un esposto presso: l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato; l'Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali; l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni; la Banca d'Italia; la Procura Nazionale Antimafia; il Comando Generale della Guardia di Finanza.
L'esposto è presentato contro gli intermediari finanziari per presunta pubblicità ingannevole.
Per il Commissario, la propaganda sulla velocità e sulla economicità dell'erogazione del credito al consumo, a fronte di soggetti particolarmente deboli, porta spesso all'omissione di informazioni, non solo sul T.A.N. ( Tasso Annuo Nominale), ma soprattutto sul T.A.E.G. ( Tasso Annuo Effettivo Globale), che nasconde onerosissimi costi di finanziamento, di cui le persone non sono assolutamente consapevoli.
Quasi sempre l'interessato in questione ignora totalmente la misura del T.A.E.G. e scopre solo successivamente l'onerosità dell'obbligazione assunta, a volte ammontante a migliaia di euro.
Come si vede, anche le dichiarazioni delle alte Istituzioni sono sottaciute.
L’usura esiste ma è impunita ed invisibile. E’ un fenomeno avvinto nel sistema bancario e finanziario. L’usura è come la Mafia. Tutti ne parlano dal punto di vista sociologico ed astratto. Nessuno ha il coraggio di indicare il mafioso accanto a lui.
L’Associazione Contro Tutte Le Mafie ha presentato ai Parlamentari Italiani una proposta di legge, indicata sui siti.
Abolire il fondo di garanzia nazionale, burocratizzato, e prevedere una sorta di fidejussione comunale per i meritevoli, garantita da un fondo per le insolvenze. L’ente locale conosce il cittadino e i suoi bisogni, se meritevole, garantisce per lui presso le banche locali. Se il cittadino diventa insolvente, la banca erogatrice si attiva a ripetere l’insoluto dal fondo delle insolvenze. Il sistema garantisce velocità e trasparenza e può essere adottato, anche, per finanziare progetti di sviluppo.
Però si sa, in questa Italia alla rovescia, le cose utili al cittadino non sono mai approvate.
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULLE CARCERI

OMICIDI DI STATO
COLPEVOLE INDIFFERENZA. QUANDO GLI ALTRI SIAMO NOI
Stefano Cucchi, arrestato perché deteneva venti grammi di droga. Dopo una settimana in carcere è finito in ospedale, dove è spirato.
I familiari, quando gli è stato permesso, hanno trovato il corpo in condizioni spaventose. Il padre alla stampa parla di «una frattura alla mandibola, di un occhio rientrato in un’orbita, di costole rotte» e di «un volto nero come se fosse bruciato».
Purtroppo Stefano non è da solo a morire di carcere. Dai dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, elaborati dall’Associazione Contro Tutte le Mafie, risulta che negli ultimi 9 mesi ci sono stati 138 morti nelle carceri italiane, di cui 56 per suicidio.
Le condizioni inumane della vita carceraria, ovvero la consapevolezza di essere innocente, spinge chi, spesso è un povero cristo senza sponsor e senza difesa, a scegliere la via più breve verso la libertà. Tutto questo nell’indifferenza di chi addita in altri le proprie colpe o collusioni.
Sui network nazionali spesso si fanno battaglie per i canili lager, per difendere i diritti degli animali. Ma un’informazione foraggiata e politicizzata si dimentica di illuminare le nefandezze perpetrate dal sistema sugli umani. Così come non si capisce il silenzio o la diplomazia delle associazioni tematiche.
Gli ultimi dati ministeriali disponibili ci parlano di 64.595 detenuti, a fronte di una capienza sui 205 istituti di 43.186 unità. Ben 21.409 detenuti in più stipati uno sull’altro, come cavie.
Il dato allarmante, che mette all’indice il sistema giudiziario, è che solo il 48,5 % di questi ha subìto condanna (31.363). Il resto, si badi bene, è formato da persone presunte innocenti (33.232)!!
Ma un dato salta agli occhi. Se da un lato gli italiani in carcere presunti innocenti sono il 47 %, per gli stranieri il dato balza al 58 %.
Indigenza è sinonimo di difesa inadeguata, quindi il parallelismo: povero = colpevole.
Dal 1945 al 1995 in cella vi sono stati 4 milioni di innocenti. Dal 1980 al 1994 vi è stata assoluzione per metà dei reclusi vittime di detenzioni ingiuste. La percentuale di persone prosciolte è risultata pari al 43,94 per cento di quelle sottoposte a giudizio. In cifre assolute, più di un milione e mezzo di cittadini è stato giudicato non colpevole, degli oltre 3,5 milioni finiti di fronte ad un giudice. E ancora: di questo milione e mezzo sono più di 313.000 quelli prosciolti con formula piena. Tradotti in cifre, i mali della giustizia fanno rabbrividire. Si chiamano errori giudiziari e in 50 anni di storia repubblicana hanno travolto 4 milioni di italiani. Per omonimia, perizie errate, calcoli approssimativi sulla permanenza in carcere. Errori o distrazioni che hanno avuto costi altissimi per le casse dello Stato. Non per niente il rapporto che l'Eurispes ha preparato e che è stato presentato a gennaio del 2006, si intitola: "Un popolo a rischio. Gli italiani e la macchina della giustizia".
Ad oggi non vi sono a riguardo dati statistici ufficiali da parte del Ministero della Giustizia, per ovvie ragioni, ma ormai siamo vicini ai 5 milioni di vittime del sistema. Adesso quasi ogni giorno, sostiene il rapporto dell'Eurispes, "lo Stato si vede costretto a riconoscere i propri errori e a rifondere cittadini innocenti".
Ai ben pensanti, giustizialisti e garantisti a senso unico, è bene rammentare un fatto: uno stato di diritto ad elevata civiltà giuridica deve pretendere “pena certa e riabilitativa in giusto processo”.
Solo così si può dare rispetto a quelle istituzioni che lo pretendono senza meritarlo.
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SUI “MOSTRI IN PRIMA PAGINA” E “BUFALE” GIORNALISTICHE
“Quando
la notizia non si dà, ma si fa”, dice il dr Antonio Giangrande, presidente
dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.
Sbatti
il mostro in prima pagina……e se il mostro fosse totalmente estraneo al reato
imputatogli e assolutamente innocente, come successe a Enzo Tortora e ad altri 5
milioni di cittadini innocenti, vittime di errori giudiziari negli ultimi
decenni ?
Sbatti il mostro in prima pagina è un film del 1972 diretto da Marco Bellocchio ed interpretato da Gian Maria Volontà. La trama definisce la Milano degli anni ’70. Nel clima teso della contrapposizione politica, nella redazione del quotidiano fittizio “Il Giornale” (l'omonimo verrà fondato 2 anni dopo, nel 1974) il redattore capo, su invito della proprietà, segue gli sviluppi di un omicidio a sfondo sessuale per incastrare un militante della sinistra extraparlamentare e strumentalizzare il fatto politicamente. La campagna mediatica sortisce l'effetto sperato, ed il mostro viene condannato innanzitutto sulle prime pagine del giornale e la condanna, in primis morale, aiuta l'area reazionaria a screditare gli ambienti della sinistra nella fase elettorale.
Il cinema ha posto attenzione su un fenomeno diffuso in Italia. Il tempo passa, le parti si invertono, ma il vizio non si perde.
Si usa denominare quarto potere la capacità dei mass media di influenzare le opinioni e le scelte dell'elettorato. È questo un uso metaforico del termine potere, distinguendolo da quello legislativo, esecutivo e giudiziario.
In Italia ogni notizia diffusa dalla stampa sembra la lettura pedissequa della velina passata dalle autorità giudiziarie o di pubblica sicurezza. Il gergo è quello dell’accusa.
Nessuno spazio è dato alla difesa. Nessuna remora a pubblicare l’immagine e i dati delle persone.
Naturalmente le fughe di notizie, per fatti sottoposti a segreto istruttorio, dovrebbero essere perseguite, incriminando i magistrati che ne sono i custodi. Invece la punizione è parziale.
Carlo Vulpio, già inviato del Corriere della Sera, è uno tra quelli che ha seguito passo passo le inchieste della procura di Catanzaro portate avanti dal Pm Luigi De Magistris. Le ha seguite così da vicino che è stato incriminato assieme al Pm e ad altri giornalisti per associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa. Lui, in particolare, per concorso morale. Capi d’accusa mai ipotizzati da quando esiste la Repubblica. Non solo è stato incriminato, ma è stato anche rimosso dal giornale. Ma torniamo all’oggetto dell’inchiesta.
Il fenomeno dei falsi scoop è la dèbacle del giornalismo italiano.
18 luglio 2009: a partire dalle 15,30 tutte le Agenzie battono la notizia di tre suore fermate in autostrada tra Torino e Aosta perchè correvano a 180 all'ora per correre dal Papa in ospedale. Il troppo stroppia: un'altra notizia che mette in cattiva luce delle religiose? Nella redazione di “Avvenire” qualcuno ricorda che pochi giorni prima si parlava di una neo-suora, di cui erano state pubblicate foto piccanti su Facebook; di un sacerdote beccato a guidare ubriaco perchè aveva fatto 4 messe di seguito... E allora parte il primo controllo, in parallelo -va aggiunto- a quello dei cronisti de “Il Giornale”. In un minuto e mezzo “Avvenire” scopre che dietro queste storie ci sono sempre gli stessi avvocati. E scopre che alla Polizia non risulta niente.
“Falsi giornalistici. Finti scoop e bufale quotidiane” (Guida editore). Il saggio presenta un tema scottante, quello dei falsi giornalistici. Esso mette in luce come, negli ultimi anni, molti dei quotidiani italiani, che hanno calamitato l'attenzione dei lettori, risultino invece falsi del tutto. Tra l'altro i redattori hanno sempre meno la possibilità di verificare la credibilità delle notizie, che vengono diffuse alcune volte con lo scopo di diminuire la credibilità dei giornali, oppure per utilizzare gli stessi come strumento per calunniare o mettere in difficoltà qualcuno. Il volume è stato adottato nell'Università di Salerno, Facoltà di Sociologia e Corso di laurea in Scienze della comunicazione.
Ma allora, viene da chiedersi, come la mettiamo con i media, che spesso propongono ai loro lettori, oltretutto con ambizioni di ufficialità, burle fantasiose ed inverosimili almeno quanto quelle pubblicate, con chiaro intento provocatorio e clownesco, dai siti internet sparsi per il pianeta?
Un esempio lampante è stato offerto dal celebre quotidiano francese "Le Monde", che anni fa diede in prima pagina la notizia della morte di Monica Vitti, provocando lo sconcerto dell'attrice.
I giornalisti, senza che vi sia intervento disciplinare da un ordine elevato a casta, continuano ad attentare alla reputazione dei cittadini indifesi, coprendosi dietro il diritto di critica o di cronaca. D’altro canto, invece, tacciono le malefatte dei poteri forti, per collusione o per codardia.
Per fare sensazione e nocumento si redigono i pezzi, improntandoli in modo tale da anticipare giudizi di condanna: giudizi che sono propri di un procedimento giudiziario in contraddittorio e, come ben si sa, già di per sé inattendibili con un “sistema giustizia” allo sfascio.
Neanche, poi, che i giornalisti venissero dalla luna, senza macchia e senza peccato. Invece si scopre che le modalità di accesso alla professione sono identiche a quelle degli avvocati, magistrati, professori universitari, ecc..(con inchieste che ne hanno inficiato la credibilità), o che i media sono foraggiati dalla politica e dall’economia. Fatti, questi, che ne minano la credibilità.
Poi, spesso, si scopre, anche, che chi vorrebbe imporre a noi la morale, invece è peggio del mostro sbattuto in prima pagina. Notorio è quanto è successo al direttore di “Avvenire”, il cui curriculum morale è stato pubblicato da Vittorio Feltri su “Il Giornale.”
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULLA CENSURA
LA
CASTA DEGLI EDITORI:
LA CENSURA OCCULTA
“L’editoria è la casta più importante. Gli editori sono i veri censori e i manipolatori della coscienza civile. Il sistema prima riconosce la libertà di manifestare il proprio pensiero e poi ne impedisce l’esercizio” Questo dice il dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.
La libertà di manifestazione del pensiero è una delle principali libertà e diritto fondamentale dell’era moderna. Tanto più se è mirata allo sviluppo socio-economico-culturale della comunità. Questa libertà è riconosciuta da tutte le moderne costituzioni. Ad essa è dedicato l’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, come l'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata dall'Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848. L'art. 21 della Costituzione italiana stabilisce che: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Tale libertà è, tra le altre, considerata come corollario dell'articolo 13 della stessa Costituzione della Repubblica italiana, che prevede l'inviolabilità della libertà personale, tanto fisica quanto psichica.
L'interpretazione dell'art. 21 dà vita a dei principi: Il diritto di critica e di cronaca, oltre alla libertà di informare e la libertà di essere informati.
Il pensiero per essere manifestato ha bisogno di formarsi come merce accessibile a tutti, quindi essere pubblicato e distribuito.
Ciò avviene in proprio o con l’editore.
La produzione in proprio con distribuzione porta a porta, è un’ipotesi fallimentare. L’opera non essendo sostenuta dalle istituzioni e non pubblicizzata dai media, non è acquistata da una moltitudine di utenti finali.
La produzione tramite un editore può avvenire, in modo improprio con la compartecipazione alle spese, ovvero senza oneri per l’autore. Naturalmente l’editore vaglia, corregge e censura le bozze dell’opera, oltre che valutarne la commerciabilità. Spesso non è importante l’opera, ma che l’autore sia un personaggio noto alle cronache, o che sia seguito dal pubblico, per usufruire dei benefici di visibilità. Spesso si privilegiano argomenti fatui e non di approfondimento e di denuncia, perché la società contemporanea sente l’esigenza di estraniarsi dalla realtà quotidiana.
L’editore, acquisendo i diritti dell’opera, la distribuisce e la vende, riconoscendo una minima parte dei proventi all’autore, per di più dopo molto tempo.
Paradosso: l’impedimento alla libertà di manifestare il pensiero è posto proprio dal sistema che ne prevede l’esistenza.
L’autore autoprodotto non ha benefici, né sovvenzionamenti, né visibilità.
L’editoria, quindi un’attività economica privata, ha finanziamenti pubblici e pubblicitari, benefici postali, regime speciale IVA, sostegno dei media e delle istituzioni.
A questo punto, per manifestare liberamente il proprio pensiero, si è costretti a rivolgersi ad apparati: che conformano l’opera alle proprie aspettative; che sono omologati, in quanto foraggiati dalla politica e dall’economia ed intimoriti dalla magistratura; che hanno distribuzione esclusiva e rapporti promozionali poco trasparenti. A riguardo è impossibile essere invitati o premiati a manifestazioni culturali, se non si è tutorati da qualche editore, pur avendo scritto un capolavoro. Spesso gli editori sono proprietari di testate d’informazione o di emittenti radiotelevisive, quindi si parla dell’opera o dell’autore solo se si fa parte dell’enturage.
Inoltre per poter pubblicare un articolo d’informazione si è costretti a far parte di un’altra casta: quella dei giornalisti.
C’è da dire che non tutti gli editori sono parigrado. C’è prevaricazione dei più forti a danno dei più deboli. Alcuni di loro, operanti nel campo radiotelevisivo, sono vittime di tentativi di acquisizione illegale delle frequenze assegnatele, con mancanza di tutela reale.
Qualcuno spera che le opportunità tecnologiche, social network o blog, superino la censura mediatica. Poveri illusi. Non basta una piattaforma d’elite, chiusa ed autoreferenziale, con tecnologie non accessibili alla massa, oltretutto soggetta a sequestro ed ad oscuramento giudiziario.
Nulla, oggi, per arrivare a tutti, può soppiantare un buon articolo, un buon libro, una buona canzone, un buon film, o una buona trasmissione radiotelevisiva.
In conclusione. Con questo sistema si può ben dire che il libero pensiero, pur lecito e meritevole di attenzione, è tale solo quando è chiuso in una mente destinata all’oblio, altrimenti deve essere per forza conformato al sistema: quindi non più libero.
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULLE AFFISSIONI ELETTORALI ABUSIVE
VISIBILITA’ ABUSIVA E SELVAGGIA
“Ad ogni tornata elettorale le città e
i comuni sono imbrattati dai manifesti elettorali abusivi. Si tratta di
uno scempio, di una prepotenza e di una illegalità di fronte alla quale
le istituzioni sono colluse. I cittadini denuncino ogni affissione posta
fuori gli spazi a loro destinati. A scanso di insabbiamenti, le
segnalazioni con racc. a.r. devono essere indirizzate ai vigili urbani,
e contestualmente ai carabinieri e/o alla polizia.”
Questa è la presa di posizione del dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie.
“Ad ogni elezione tutti i partiti, che d’altronde già da tempo non rappresentano gli interesse dei cittadini, invadono le città d'Italia deturpandole con una vera e propria guerriglia urbana fatta di illegalità, spreco, lavoro nero e prepotenza. Decine di migliaia di manifesti abusivi, il cui tempo di vita medio è di poche ore, vengono attaccati su ogni muro e ogni luogo disponibile da squadre di lavoratori in nero, assoldati da agenzie specializzate che godono dell'impunità più assoluta. La legge prevede che il Comune predisponga apposite plance, dove ad ogni partito è assegnato il suo spazio. Una legge mai rispettata. Secondo Radio Radicale per ogni elezione i Comuni spendono circa 100 milioni di euro per rimuovere i manifesti affissi abusivamente. In alcuni casi fanno anche le multe. A Roma nel 2008 ne sono state fatte 5.472, che al costo di 400 euro l'una, in totale arrivavano a 2 milioni e 188 mila euro. Ma il Parlamento, con il decreto Milleproroghe del marzo 2009, grazie a un emendamento proposto insieme dal Pdl e dal Pd, ha approvato un condono per le multe inflitte a partiti e candidati dal 2005 al 2009. Nel servizio delle “Iene” trasmesso da “Italia 1” del 17 aprile 2009 sull'affissione abusiva dei manifesti, si sente dalla viva voce del rappresentante della maggiore agenzia di affissioni di Milano come vengono gestite le campagne elettorali sulle strade. «Il mio consiglio spassionato da tecnico è andare in abusiva, solo in abusiva! Il Comune non riesce a starci dietro. Chiude un occhio. Poi magari te li coprono, però dopo 4-5 giorni. Il Comune lo sa che siamo noi a devastare la città. Come saprai per legge i manifesti elettorali andrebbero affissi negli spazi che ogni comune mette a disposizione in occasione della campagna. Ad ogni partito sono assegnate un pari numero di plance appositamente contrassegnate. Ogni manifesto attaccato fuori dagli spazi preposti dovrebbe essere multato per ogni giorno che rimane affisso. Noi prendiamo multe per 58mila euro - prosegue l’intervista delle Iene - ma paghiamo 1.000 euro ed è finito. Nessuno ha mai pagato una multa da quel punto di vista lì. Aspettano tutti i condoni. Invece quest’anno non devi nemmeno aspettarlo, perché c’è già». «Giro tutta la notte per controllare che non ci siano sovrapposizioni delle squadre e per risolvere, eventualmente, controversie sul territorio. Come vedi ho una pistola a portata di mano». Sono le parole letterali del boss dell’organizzazione di attacchinaggio elettorale a Roma riportate dal “Corriere della sera” in un articolo dell’11 aprile 2008. Questa è l’Italia del trucco, l’Italia che siamo!!”
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SUL MAL GOVERNO
Combattendo le mafie e le illegalità, con la
cognizione di causa acquisita e con le ritorsioni subite, posso affermare: “ IL
SISTEMA ITALIA” è marcio in TUTTE le sue componenti sociali ed istituzionali,
nessuna esclusa.
Alle denunce penali presentate da giurista è
conseguito ingiustamente il reato di calunnia e sempre l’insabbiamento
giudiziario.
Agli articoli di denuncia redatti da pubblicista è conseguito il reato di
diffamazione e di violazione della privacy dei delinquenti.
Agli articoli di denuncia redatti da giornalista è conseguito il reato di
violazione del segreto istruttorio, quando la notizia non era passata sottobanco
dall'ambiente giudiziario.
Agli studi sociologici pubblicati da ricercatore è conseguito l’illecito civile
del mancato compenso a titolo di diritto d’autore degli articoli di stampa
citati.
Nonostante tutte le ritorsioni e tutti gli impedimenti citati, da mie e altre
coraggiose inchieste giornalistiche e non giudiziarie, si è provato che, per la
maggior parte, i nostri parlamentari sono:
pregiudicati, drogati, evasori fiscali, ignoranti, falsi, vecchi, insabbiatori,
puttanieri e disinteressati ai problemi della gente.
Tenendo conto che il Parlamento è lo specchio della società civile italiana e
che gli italiani hanno i rappresentanti che si meritano, a questo punto non
farei una rivoluzione, che nessuno vuole, nemmeno la massa che prima ti applaude
e poi ti lascia solo.
A me basterebbe avere in Parlamento non solo tutori di lobby, caste e furbi, ma
qualcuno che rappresentasse, veramente e non solo a parole, gli interessi e le
aspettative dei disabili, dei disoccupati, dei carcerati e delle vittime del
crimine.
A me basterebbe che i partiti non fossero proprietà occulta o palese di
qualcuno, ma veri strumenti di emancipazione sociale ed economica con perenne
ricambio generazionale di competenze.
A me basterebbe che la politica locale non fosse a "conduzione familiare" e che la politica nazionale non fosse a "conduzione aziendale".
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO:
I cittadini sono
chiamati ai seggi per votare. Diversi nostri concittadini svolgono
funzioni di "responsabilità" ai seggi elettorali in qualità di
presidenti, segretari e scrutatori di seggio. Ciascun seggio è
presieduto da un Presidente, coadiuvato da un segretario e da 4
scrutatori, fra i quali lo stesso presidente ha nominato il suo
vice. Ma come funziona il meccanismo elettorale.
La nomina dei Presidenti di seggio è effettuata dal Presidente della Corte d'Appello competente per territorio tra le persone iscritte all'Albo delle persone idonee all'ufficio di Presidente di seggio elettorale, istituito dalla legge 21 marzo 1990, n. 53.
Ai sensi dell’art. 1, comma 7, gli elettori che desiderano iscriversi nell'Albo delle persone idonee all'Ufficio di Presidente di seggio elettorale devono presentare domanda alla Corte di Appello competente per territorio, per tramite del Sindaco del proprio Comune di residenza entro il 31 ottobre di ogni anno. L'iscrizione dovrebbe essere gratuita e durare a vita e la nomina dovrebbe essere effettuata con imparzialità (sorteggio).
Dov’è il trucco ??
In fase di aggiornamento periodico annuale dell’albo si cancellano i nominativi che per vari motivi non sono degni di farne parte (immotivati rifiuti, gravi inadempienze, ecc.). Cancellazione, spesso, non notificata agli interessati.
In tale fase, e non tutti lo sanno, il comma 9 prevede che si dà preferenza di nomina a chi, più furbo, direttamente in Corte d'Appello ha manifestato nuovo gradimento o formulato ulteriore domanda per l’incarico.
A ciò si aggiunge l’illegale impedimento da parte delle cancellerie ad accludere nuove iscrizioni, perché, secondo loro, l’albo è già pieno.
Non solo. Il Ministero dell’Interno, Dipartimento per gli affari interni e territoriali, Direzione centrale dei servizi elettorali, con Circolare N. 11/2009. Prot. 0000674 Roma, del 20.03.2009, dava le seguenti indicazioni, alla faccia dell’imparzialità.
“Tanto premesso, si reputa opportuno rappresentare all’attenzione delle SS.LL. l’imprescindibile esigenza che la scelta dei presidenti di seggio riguardi, in via prioritaria, quegli elettori che, per i loro requisiti di cultura giuridica e professionalità, ovvero di comprovata capacità e di competenza per aver già svolto in maniera efficace ed efficiente analoghi incarichi, anche solo nella veste di scrutatori o di segretari di seggio, senza però essere mai incorsi in precedenti cancellazioni dal relativo albo o in segnalazioni di disfunzioni varie, garantiscano la massima idoneità all’espletamento dell’incarico.
Pertanto, si rappresenta l’opportunità che, da parte delle Cancellerie delle Corti d’appello, vengano tempestivamente individuati, nell’ambito dell’albo, ulteriori adeguati nominativi di possibili sostituti onde fronteggiare, con immediatezza ed efficacia, prevedibili rinunce da parte dei presidenti designati.”
Quindi non ci dobbiamo meravigliare se sono sempre gli stessi a ricoprire l'incarico di Presidente di seggio.
In passato la nomina di scrutatore dell’ufficio elettorale di sezione avveniva tramite sorteggio casuale (legge n. 95 del 1989), mentre attualmente la chiamata è diretta e nominativa (ovvero non casuale) (legge n. 270 del 2005). In questo ambito, prima della legge 270/2005, la scelta avveniva tramite sorteggio (spesso truccato) delle persone elencate in un apposito albo istituito presso i comuni. Con questa legge è stato invece disposto che la nomina degli stessi scrutatori avvenga tramite un Comitato elettorale costituito dai partiti politici. In questo modo, anche al di là delle intenzioni dei legislatori, si è finito col fornire un ulteriore elemento di corruzione della nostra vita politica.
I giovani nominati scrutatori da un certo partito non possono sottrarsi al dovere di manifestare gratitudine al partito che li ha scelti; e lo faranno votandolo. Ma lo scambio di “favori” non avviene solo tramite il partito e l’elettore; avviene anche tra l’elettore e il candidato che è riuscito a farlo nominare scrutatore. Il candidato che ha maggior potere dentro un partito può infatti facilmente disporre di 20/30 nomine di scrutatori.
Considerando che ogni scrutatore può normalmente orientare dai 3 ai 6 voti (familiari e amicali), è facile prevedere come venga falsato il risultato elettorale (specialmente tra i candidati di uno stesso partito). La possibilità offerta ai partiti di nominare gli scrutatori realizza quasi un “voto di scambio”; legalizzato, ma non per questo meno odioso.
E’ come se l’ufficio di collocamento fosse gestito dai partiti politici, e ogni partito potesse far assumere un certo numero di lavoratori, in base alla percentuale di voti ottenuti. Sarebbe naturalmente uno scandalo; ma è proprio questo che si verifica con l’attuale modalità di nomina degli scrutatori. La differenza risiede solo nella durata dell’occupazione, ma la sostanza dell’ingiustizia è la stessa.
Dr. Antonio Giangrande Presidente Associazione Contro Tutte le Mafie
ARTICOLO SUI CONCORSI FORENSI TRUCCATI

DR ANTONIO GIANGRANDE PRESIDENTE ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SUI CONCORSI PUBBLICI TRUCCATI

Il Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, dr Antonio Giangrande, ricorre al Governo per l’insofferenza delle istituzioni rispetto alle segnalazioni dei concorsi pubblici truccati, impuniti e sottaciuti, specialmente accademici, giudiziari, forensi e notarili, e segnala la collusione della giustizia amministrativa per l’impedimento al ripristino della legalità. Fenomeno seguito dall’indifferenza, spesso indisponenza dei media.
Il Governo risponde: hai pienamente ragione, provvederemo, stiamo già lavorando.
Il Governo così ha risposto al dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che ha sollevato il problema, impunito e sottaciuto, dei concorsi pubblici truccati in Italia e l’impedimento a ricorrere al Tar con l’ausilio del gratuito patrocinio.
“Gentile dottore,
ho letto con grande attenzione la Sua lettera nella quale si denunciano non solo gravi irregolarità, sulla cui fondatezza non può che spettare alla magistratura pronunciarsi, ma è altresì rappresentata la diffusa situazione di disagio sofferta da molti giovani nel momento in cui si determinano ad adire gli organi giurisdizionali per far valere i loro interessi.
I concorsi per le assunzioni nelle pubbliche amministrazioni e quelli di abilitazione professionale rappresentano uno dei principali banchi di prova del corretto funzionamento delle istituzioni e la percezione che ne hanno i giovani è sicuramente determinante anche del loro sentimento di fiducia, o di sfiducia, nei confronti dello Stato.
Da ciò l’innegabile gravità della situazione italiana, caratterizzata non tanto o, almeno, non solo dal dubbio funzionamento delle procedure concorsuali, quanto dalla pressoché generalizzata convinzione che i concorsi si superino solo per “raccomandazione” e che il merito del singolo abbia una rilevanza solo accessoria.
Per questa ragione è necessario, a mio parere, non solo un ripensamento a livello normativo dei sistemi concorsuali e delle forme di controllo sulla loro regolarità, ma anche un’azione culturale volta a reclamare in questo settore la massima trasparenza e correttezza.
Tale operazione sarebbe utile anche per superare quel costume, lo definirei il peggiore dei conformismi, che induce molti candidati a cercare aiuti indebiti o a tentare, in ogni modo, di avere “anticipazioni”sui titoli delle prove scritte o, ancora, a introdurre nelle sedi concorsuali, manuali, trattati ed ogni tipo di testo considerato utile, ancorché vietato, per il superamento delle prove.
Per tutte queste ragioni non posso che ringraziarLa della sua lettera e Le assicuro che le problematiche da Lei evidenziate sono già oggetto di un’attenta riflessione nelle competenti sedi.”
Riscontro documentale su http://www.ingiustizia.info/testimonianze%20amministratopoli.htm
ARTICOLO SULLA IRRESPONSABILITA’ DEI MAGISTRATI
Pur vigendo
l'art. 3 della Costituzione, che rende i cittadini tutti uguali davanti alla
legge, sia nei diritti che nei doveri, i magistrati hanno sviluppato un potere,
incontrastato e squilibrato fin anche nei confronti degli altri poteri
istituzionali.
Si è d'accordo ad adottare una misura che vada contro gli interessi di una categoria, che, solo essa, detiene un potere immane, senza responsabilità alcuna, pur esistendo l'esito di un referendum, che la politica ha disatteso. I Magistrati decidono della vita e della morte delle persone, secondo libero arbitrio, senza conseguenza alcuna e senza dare conto a nessuno, spesso nemmeno alla legge, tant'è che vi sono vari gradi di giudizio.
Tutti rispondono penalmente, civilmente e disciplinarmente delle loro azioni, ( vedi Dirigenti e Funzionari pubblici, Avvocati, Giornalisti, Medici, Professori Universitari, ecc.), meno che i Magistrati. A questi il male maggiore che gli può capitare è il trasferimento per incompatibilità ambientale.
Ingiusta detenzione ed errore giudiziario sono danni economici che ricadono sulla collettività. Tardivi proscioglimenti, insabbiamenti, accanimenti giudiziari sono danni che ricadono sulle innumerevoli silenti vittime.
Abusi, omissioni e ritardi impuniti nell'esercizio dell'amministrazione della giustizia sono effetti di una sorta di una immunità generalizzata. Difficile che il collega persegua un collega con analoghe colpe.
Insomma, i mali della giustizia sono a carico di chi l'amministra e dei loro rappresentanti in parlamento e qualcuno ne deve rispondere. Certo non è questo tipo di politica, lontana dalle aspettative della gente, che può dare delle risposte.
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULLE BARRIERE ARCHITETTONICHE
Molte persone con ridotte capacità motorie, visive
o uditive, si trovano, purtroppo, ad essere ancora in parte discriminati, poichè
uno scalino o la larghezza di una porta o il bagno inadeguato sono loro di
impedimento nelle varie occasioni di vita sociale.
L'eliminazione delle barriere
architettoniche è un diritto del cittadino sancito
dalla Costituzione.
Con la legge n. 13 del 1989, sono state introdotte tre
condizioni, che dovrebbero essere rispettate per qualsiasi edificio residenziale
pubblico e privato:
l’accessibilità; l’adattabilità, la visitabilità.
Invece, nelle nostre città italiane, per mancanza di leggi che estendano l'applicazione della suddetta norma a tutti gli edifici aperti al pubblico e alle aree pubbliche stanziali e di pubblico transito, sono ancora presenti tante barriere architettoniche.
E’ scandaloso, però, che a violare le leggi e i diritti dei disabili sono proprio gli impedimenti esistenti presso i Tribunali e gli Uffici dei Giudici di Pace.
Alcuni Tribunali, per esempio, andrebbero chiusi immediatamente e i responsabili rimossi dall’incarico.
Essi, uguali a tanti altri Uffici Giudiziari Italiani:
impediscono l’accesso ai disabili, sia quando sono parti nel processo, sia quando sono testimoni;
sono inadatti all’attesa dei disabili durante le tante ore delle udienze;
sono mancanti di qualsivoglia servizio igienico, sia per i disabili sia per i non disabili.
Identica cosa è per gli Uffici Comunali di tanti paesi e città d’Italia.
Naturalmente, i disabili, come altre categorie deboli, non hanno rappresentanti politici e sindacali che li tutelano, quindi, anche loro, devono subire e tacere.
Per questi motivi abbiamo promosso una campagna contro le barriere architettoniche presso tutte le strutture pubbliche e private, siano essi di stanziamento o di transito.
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULL'INSICUREZZA STRADALE
INSICUREZZA STRADALE: QUELLO CHE NON SI DICE
Sul portale della “Associazione contro tutte le mafie”, www.controtuttelemafie.it , è stato pubblicato uno studio approfondito sulla sicurezza della circolazione stradale.
“Il tema dell’insicurezza stradale è sentito da tutti. Ognuno di noi, o un proprio caro, conosce l’esito di un sinistro: lesione o decesso”- dice il suo presidente dr Antonio Giangrande.
“Nessuno conosce per certo i numeri e le cause del fenomeno, per porvi rimedio, salvo assistere alle strumentalizzazioni per interesse privato di enti ed associazioni tematiche”.
Quanti sono le vittime ?
“Secondo i dati ISTAT-ACI, ogni giorno in Italia si verificano in media 633 incidenti stradali, che provocano la morte di 14 persone e il ferimento di altre 893. Nel complesso, nell’anno 2007 (ultimi dati disponibili) sono stati rilevati 230.871 incidenti stradali, che hanno causato il decesso di 5.131 persone, mentre altre 325.850 hanno subito lesioni di diversa gravità.
Si sono persi per strada ogni anno almeno 90 mila sinistri stradali con lesioni rilevati dalla polizia municipale. Manca infatti un sistema centrale informatico per la raccolta dell'attività della polizia locale che da sola rileva in Italia 3 incidenti su 4. Lo ha evidenziato l'Anvu con la pubblicazione del secondo stralcio della ricerca statistica sui dati dei sinistri stradali relativi al 2008, effettuata con il portale poliziamunicipale.it.
Secondo l'osservatorio della polizia municipale i dati elaborati, analizzando un campione di comuni pari quasi al 30% della popolazione residente, evidenziano che i dati ufficiali diffusi ogni anno dall'Istat a fine anno sono gravemente carenti di informazioni. Nel 2007, secondo i dati ufficiali dell'Istat, infatti, il numero complessivo di incidenti con feriti o decessi ammontava a 230.871. Secondo la stima elaborata dall'osservatorio Anvu – poliziamunicipale.it - nel 2008, quelli effettivamente occorsi erano 320.000, quindi 90.000 in più rispetto ai dati ufficiali del 2007.”
Quale è la tipologia delle vittime secondo i dati Istat ?
“Conducenti e passeggeri di autovetture, autocarri, autobus e Tir: 7 morti al giorno.
Pedoni: 2 morti ogni giorno. Passeggiare tranquilli tra le vie della propria città, lasciando per una volta a casa la macchina, può purtroppo trasformarsi in un vero incubo. La conferma viene dagli ultimi dati statistici in tema di incidenti stradali: in Italia, ogni giorno, circa 60 persone vengono investite sulla strada. Di queste, oltre 2 al giorno perdono la vita, mentre circa 58 devono farsi medicare per lesioni più o meno gravi. Ci sono state 758 vittime. I feriti fra i pedoni si sono attestati a quota 21.062. Le cause di questa "strage" restano quelle di sempre: alta velocità, guida in stato di ebbrezza, distrazione, segnaletica verticale ed orizzontale insufficiente. Comportamento generalmente imprudente unito ad una sorta di vera e propria intolleranza degli automobilisti verso il pedone. A questi fattori bisogna aggiungere strisce pedonali che in diversi casi hanno perso il colore e sono praticamente invisibili; auto e scooter parcheggiati sui marciapiedi che costringono il pedone a slalom o passaggi obbligati sulla strada, magari con passeggini o sacchi della spesa al seguito; autobus che effettuano le fermate in mezzo alla strada. Sul versante delle responsabilità dell'incidente, le statistiche indicano che nel 51% dei casi di investimento nessuna responsabilità è da attribuirsi al pedone; nel rimanente 49% troviamo invece delle forme di corresponsabilità: non è vero, quindi, che, come si sente dire, "il pedone ha sempre ragione". Il pedone, infatti, oltre a diritti ha anche dei precisi doveri da rispettare elencati nell'art. 190 del CdS.
I ciclisti: 1 morto ogni giorno. Ultimo dato Istat disponibile: morti 317 ciclisti. E non è tutto: in appena 3 anni, secondo un'inchiesta pubblicata sulla rivista il Centauro sono quasi 1.000 i ciclisti che hanno perso la vita sull'asfalto, con 12.476 feriti, (35.491 in tre anni). E sempre secondo le statistiche si sono contate 15 vittime fra i bambini che andavano in bici dagli 0 ai 14 anni. 13 maschi e 2 femmine. Sono state invece ben 161 le vittime fra i ciclisti over 65, pari al 50,8%. Fra gli anziani 122 erano maschi 75,8% e 39 le femmine 24,2%.
I motociclisti: 4 morti ogni giorno. “Il 90 per cento dei decessi avviene in ambito urbano, per colpa di un traffico caotico, di strade in pessimo stato, di trasporti pubblici inefficienti che spingono all'utilizzo delle due ruote come obbligo e non come scelta, dei mancati controlli sui comportamenti indisciplinati e pericolosi dei guidatori delle due e delle quattro ruote”. I dati emergono dall'indagine della Consulta nazionale per la sicurezza stradale del Cnel sull'analisi di rischio delle due ruote a motore.”
Quali sono le cause ?
“Sono marginali i sinistri causati dagli autisti dei Tir, che secondo le inchieste svolte sono costretti dalle aziende a guidare per giorni senza dormire. Guidatori che si tengono su con la cocaina. E nessun rispetto delle leggi. Come non sono quantificabili le cause dovute al fenomeno dei collaudi falsi.
Causa di incidenti stradali possono essere molteplici fattori. Si va dalle semplici disattenzioni a incidenti causati dalla cattiva condizione della carreggiata o condizioni meteorologiche. Ma stranamente si parla solo di ubriachi al volante.
Incidenti dovuti alla condizione della strada: Fondo ghiacciato o innevato o presenza di fanghiglia o di pietrisco, fogliame o altro materiale scivoloso sulla carreggiata; macchie d'olio sull'asfalto; allagamento da forte pioggia.
Incidenti dovuti alla struttura della strada: La ristrettezza della strada, presenza di strettoie non segnalate; la mancata di segnalazione degli incroci; la mancanza di segnaletica orizzontale o verticale; la presenza di ostacoli occulti ed imprevedibili; presenza di animali; fondo stradale disconnesso, scarsa illuminazione.
Incidenti dovuti alla condizione ambientale: Pioggia, neve o grandine; nebbia fitta; forte vento laterale.
Incidenti dovuti alla condizione del mezzo: Manutenzione scarsa o assente; gomme lisce; rottura improvvisa di componenti meccaniche.
Incidenti dovuti alla condizione soggettiva: Abbagliamento; curiosità quando sull'altra corsia dell'autostrada è successo un incidente o si è intervenuti in aiuto senza segnalare la propria persona né i veicoli coinvolti nel sinistro; guidare con il cellulare, magari fumando una sigaretta o armeggiare con l’autoradio; distrazione o disattenzione per fattori interni all’abitacolo o esterni; colpo di sonno; violazione delle norme del codice della strada quali il limite di velocità, sorpassi azzardati, non rispetto della segnaletica; stato psicologico alterato da alcool e droga.
Dai dati ufficiali risulta che la distrazione è la causa principale per gli incidenti stradali.
La ricerca sui fattori soggettivi degli incidenti stradali, condotta dall’Istituto Piepoli con il patrocinio del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e su incarico dell’Anas Spa, della Fipe e del Silb, ha stabilito che la causa principale degli incidenti stradali è costituita dall’alterazione cognitiva dei processi di attenzione del guidatore, che può essere determinata da fattori psicologi, da stili di vita “irregolari” ovvero da stress o da stanchezza.
Per gli aderenti al CNOSS 1/3 dei decessi è colpa delle condizioni delle strade.
Gran parte delle associazioni aderenti al CNOSS si sono costituite proprio a causa di incidenti determinati dalla pericolosità delle strutture viarie italiane, ma le coscienze profumano più di pulito se queste responsabilità vengono viste con ingiustificata "benevolenza". Ecco il loro comunicato stampa: “Lo stiamo dicendo da anni, attirandoci le antipatie di molti enti gestori delle strade. In Italia un incidente mortale su tre è imputabile alle condizioni delle strade. Oggi giornali e televisioni hanno dato la notizia "scoop" con grande enfasi ed apparente sorpresa. Dopo il polverone iniziale, temiamo che alle migliaia di morti ammazzati, che ogni anno perdono la vita a causa delle vergognose condizioni delle strade italiane (gli altri) si aggiungeranno altre migliaia di ignari utenti della strada che oggi hanno appreso la notizia con fatalismo e senso di impotenza (da sorteggiare tra noi tutti). Alcune domande sorgono spontanee: Se un incidente mortale su tre è dovuto alle condizioni delle strade, perchè le responsabilità di questi omicidi non vengono quasi mai imputate agli Enti gestori? Perchè le forze dell'ordine o gli altri organismi istituiti per garantire la sicurezza sulle strade non denunciano queste situazioni di pericolo senza attendere che ci scappi il morto?”
Ma i sinistri stradali colpiscono anche coloro che dovrebbero vigilare sulla sicurezza della circolazione.
Il 70% delle vittime in divisa sono deceduti su strada e non per conflitti a fuoco (10%) o altro, per mancanza dell'uso delle cinture e macchine in stato pietoso.
L'incredibile dato arriva dall'inchiesta pubblicata sul Centauro di giugno 2009, la rivista dell'Asaps, “Associazione amici polizia stradale”. Ma quanti di questi agenti si sarebbe potuti salvare se solo avessero indossato le cinture di sicurezza? "Probabilmente molti - spiega Giordano Biserni, presidente dell'Asaps - perché spesso le "divise" non le indossano ritenendole d'impaccio per una possibile fase operativa. Inoltre l'elevata velocità, in emergenze per servizio, sarebbe meglio gestita in termini sicurezza dopo un'apposita formazione con corsi di guida sicura, che una volta si facevano, ma che nel tempo si sono persi. A noi preme - continua Biserni - la sicurezza di tutti, quindi anche degli agenti e la perdita di una vita non in un conflitto a fuoco, ma in un drammatico incidente stradale non ci consola di più. Anzi, ci fa ancora più rabbia".
In ogni caso una cosa è certa: il 70% dei casi un poliziotto perde la vita in un incidente stradale. E stupisce come nessuno si ponga il problema se una piccola associazione di volontari sia l'unica che solleva un problema tanto grave: anche queste sono morti bianche e non si può negare che un uomo o una donna in divisa siano lavoratrici e lavoratori come tutti gli altri. "Ma quando un difensore dello Stato ci lascia la vita - spiegano all'Aspas - non è sempre detto che l'evento che ha cagionato un esito letale non debba essere studiato a fondo per evitarne una dolorosa ripetizione. Prendiamo il caso di uno spericolato inseguimento: è sempre necessario correre a rotta di collo per fermare un sospetto?".
Certo è che nessuno parla delle morti evitabili: secondo gli studi effettuati, il 30 % per soccorso inadeguato.
La tempestività di un intervento qualificato sul luogo dell’incidente consente di ridurre al massimo l’intervallo privo di terapia, considerato maggiormente a rischio ai fini della sopravvivenza, e di esaltare, invece, le possibilità di recupero delle funzioni vitali (la “golden hour” nel trattamento immediato del politraumatizzato) determinando una riduzione degli esiti infausti nel secondo picco di mortalità. Un’analisi retrospettiva di oltre 700 decessi ha evidenziato che il 52 per cento delle morti avviene sul luogo dell’incidente o comunque prima dell’arrivo in ospedale, mentre del restante 48 per cento delle vittime, il 23 per cento muore entro un’ora dal trauma ed un’ulteriore 35 per cento entro le prime 24 ore. La percentuale di “morti evitabili”, intendendo con questo termine quelle dovute ad insufficienza o ritardo nel soccorso immediato pre-ospedaliero, è stata valutata retrospettivamente in misura del 70 per cento qualora non coesistano gravi lesioni del SNC ed in misura del 30 per cento nel caso in cui queste siano presenti. È da considerare, inoltre, l’esistenza di una elevata quota di decessi e di sequele funzionali post-traumatiche gravi dovute non già al trauma di per se stesso, bensì al verificarsi di eventi successivi, connessi con un primo soccorso non qualificato o con l’invio in strutture non idonee: ad esempio, lesioni neurologiche irreversibili causate da uno stato di shock emorragico non adeguatamente corretto, lesioni ischemiche di arti fratturati non sufficientemente immobilizzati durante il trasporto, danni midollari spinali da incauta estrazione del traumatizzato dal veicolo, ecc. In Italia, un’analisi autoptica retrospettiva di 110 soggetti deceduti per trauma ha evidenziato che la causa principale di morte era rappresentata da shock emorragico per lesioni che sarebbe stato possibile trattare chirurgicamente.”
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SUL SISTEMA RCA
L’Associazione Contro Tutte le
Mafie ha
presentato un ricorso al Ministro dello Sviluppo Economico, Bersani, contro
l’ISVAP, per la violazione della Concorrenza, del Mercato e dello spirito
riformatore della nuova normativa in campo assicurativo, in cui si prevede il plurimandato e la divulgazione della conoscenza delle tariffe più convenienti.
Il ricorso segue quello già presentato all’ANTITRUST, che ha fatto proprio i
nostri dubbi.
Il Regolamento ISVAP n.5 del 16 ottobre 2006, infatti, impedisce il plurimandato assicurativo ed ogni altra forma di divulgazione delle tariffe, impedendo di fatto la conoscenza dell’equiparazione delle tariffe RCA per valutarne la loro convenienza.
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SUGLI INSABBIAMENTI
La Corte Europea dei Diritti Umani di
Strasburgo ha aperto un procedimento (n. 11850/07) contro l'Italia, per
l'insabbiamento di 15.520 (quindicimilacinquecentoventi) denunce penali e
ricorsi amministrativi. E' quanto si apprende da una nota dell'Associazione
contro tutte le mafie che nel corso degli anni ha presentato migliaia di denunce
penali, alcune a carico di magistrati e avvocati per associazione mafiosa e voto
di scambio mafioso. "Si rileva - afferma l'associazione - non solo l'immenso
numero di procedimenti, a cui nulla è conseguito, pur con obbligo di legge, ma,
addirittura, spesso e volentieri, colui il quale si era investito della
competenza a decidere sulla denuncia penale, era lo stesso soggetto ivi
denunciato. Da qui scaturiva naturale richiesta di archiviazione, poi
prontamente accolta. Ogni tentativo di coinvolgere le istituzioni italiane
preposte ha conseguito ulteriore insabbiamento".
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SUL DIRITTO D'AUTORE
UN
RISCOSSORE MUSICALE ALLA PORTA
Il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, denuncia l’ennesima anomalia italiana.
“Non tutti sanno – dice il presidente – che, in tema di intrattenimento musicale, le direttive dell’Unione Europea e la legge sul diritto d’autore (vedi gli articoli 72, 73 e 73 bis, Legge n. 633/1941) riconoscono e tutelano sia i diritti degli autori, che compongono i brani (gestiti dalla Società Italiana Autori ed Editori), sia i diritti dei discografici, che realizzano le registrazioni musicali (gestiti in maggior parte dalla Società Consortile Fonografici).
Il consorzio SCF è oggi composto da case discografiche major e indipendenti ed attualmente tutela i diritti discografici di oltre 280 imprese, rappresentative di larga parte del repertorio discografico nazionale e internazionale pubblicato in Italia.
Ciò significa, che per sentire un brano musicale registrato, in qualunque modo e forma, è necessario riconoscere anche un compenso al SCF, diritto autonomo rispetto a quanto dovuto alla SIAE.
Ciò, per entrambi, avviene comunemente nei seguenti contesti:
trasmissioni radiofoniche e televisive;
trasmissioni via satellite;
attività che utilizzano musica a scopo di lucro (es. discoteche, sfilate di moda, corsi di fitness);
attività per le quali la musica in diffusione di sottofondo costituisce un elemento di valore aggiunto al business (es. bar, ristoranti, alberghi, esercizi commerciali, studi od esercizi professionali, oratori parrocchiali, circoli privati, feste patronali, ecc).
Il compenso è dovuto anche nel caso in cui la diffusione dell’opera avvenga senza fine di lucro (in auto o in casa).
Ai sensi della legge sul diritto d’autore, non pagare i diritti alla SIAE o alla SCF comporta l’applicazione della sanzione penale, oltre che amministrativa.
Per la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 00626/2007 resa l'8 giugno 2007 dalla terza sezione penale, la diffusione di musica registrata senza aver versato i diritti connessi alle imprese discografiche per la riproduzione dei brani musicali, in questo caso rappresentate da SCF, Società Consortile Fonografici, viola la legge sul diritto d’autore e assume rilevanza penale.
Solo che il Conna, ente rappresentativo degli interessi di molte emittenti radiotelevisive, disconosce tale sentenza rilevando che l'articolo 180 della legge 633 del 22 aprile del 1941 dice che l'attività di intermediario è riservata in via esclusiva alla Siae e al punto 3 aggiunge che essa curerà la "ripartizione dei proventi medesimi fra gli aventi diritto".
Un brutto colpo per i cittadini italiani, che dell’intrattenimento musicale fanno il loro stile di vita, salvo far finta di niente, fino a quando non si presenta qualcuno alla porta, che ce lo ricordi.”
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULLA TELECOM
La Telecom sotto il mirino dell’“Associazione
contro tutte le mafie”, che ha sede in Puglia. La compagnia telefonica
“mantiene il monopolio del servizio di telefonia in molte zone della Puglia,
non concedendo l’abilitazione ad altri operatori e impedendo ai cittadini
locali di scegliere in modo esclusivo il servizio di altre aziende sul
mercato, costringendo gli utenti a ricorrere alle stesse imprese in modo
sussidiario e svantaggioso dal punto di vista economico”, secondo quanto
dichiarato dal presidente dell’associazione, Antonio Giangrande. “Insomma –
prosegue -: in molte zone della Puglia non è possibile contrarre ‘un tutto
incluso, canone-chiamate-internet-dati’, di circa 40 euro al mese, con Tele
2 o Infostrada, ecc., a fronte dei 50 euro al mese del rispettivo Telecom
per il medesimo servizio”.
“In questi territori – prosegue Giangrande - si contrae obbligatoriamente con due operatori: a Telecom si paga il canone, agli altri si pagano i servizi scelti. In questa situazione la Telecom viola l’art. 629 del codice penale, cioè estorce il denaro ai cittadini e impedisce la libera concorrenza. Inoltre, l’azienda, in stato di monopolio, omette l’intervento immediato e necessario di riparazione del guasto, previsto in 24/48 ore dai termini contrattuali, protraendolo per decine di giorni. Ciò impedisce, di fatto interrompe, l’erogazione del servizio pubblico, violando l’art. 331 o 340 del codice penale. L’inconveniente della mancata assistenza materiale – dice ancora Giangarnde - colpisce una moltitudine di utenti, riscontrabili da articoli di giornali e blog tematici su internet. Tutto ciò è una vergogna tutta italiana – conclude -, quindi non c’è da meravigliarsi se la Telecom addebita illegalmente, anche, le spese per l’invio delle fatture. La denuncia è stata presentata. Chi vivrà vedrà”.
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
ARTICOLO SULL'OSCURAMENTO

La RAI censura l'intevista e Procura di Brindisi censura il sito di una associazione antimafia a favore del giudice Forleo.
Il Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, dr Antonio Giangrande, ha presentato alla magistratura di Potenza una denuncia penale contro il Sostituto Procuratore di Brindisi, Adele Ferraro, competente in proc. 9429/06 R.G. PM / BR.
Il reato ipotizzato è falso e abuso di ufficio continuato.
Il magistrato, Pubblico Ministero d’accusa per il presunto reato di violazione della privacy a carico del Presidente dell’Associazione per la pubblicazione di un singolo atto pubblico contenuto in una pagina del sito web dell’associazione, dal 19 ottobre 2007 adotta contro l’associazione reiterati decreti nulli di sequestro del medesimo sito web, www.associazionecontrotuttelemafie.org, arrecando grave danno d’immagine e interrompendone l’attività.
Il Magistrato negli atti di sequestro e in atti di indagine presentati al GIP ha omesso ogni riferimento e menzione della stessa associazione e ha indicato ragioni di urgenza, per un procedimento iscritto un anno prima.
Il sito web oscurato conteneva migliaia di pagine di notizie di informazione locale estrapolate da articoli di stampa.
Alcune inchieste riguardano la stessa Procura di Brindisi, tra cui il caso del giudice Clementina Forleo.
Ogni tentativo di impugnazione è vano.
L’Associazione Contro Tutte le Mafie, è riconosciuta dal Ministero dell’Interno, in collaborazione privilegiata con il Commissario Straordinario del Governo per il Coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura e per gli effetti partecipante agli incontri interregionali con i Prefetti del sud Italia. Essa collabora con decine di giornali e portali di informazione. Molti direttori di giornali fanno parte dell’associazione.
L’associazione, ai sensi degli artt. 21 e 118, comma 4, Cost., svolge attività di interesse generale e di utilità pubblica di informazione, di denuncia e di proposta, sulla base del principio di sussidiarietà.
RAI 1 stravolge il palinsesto per censurare lo spazio dedicato ad una associazione riconosciuta dal Ministero dell’Interno e che combatte in prima linea tutte le mafie. 10 minuti, il programma dell’accesso, previsto il 23 novembre 2007 alle 10.40, non è andato in onda.
Inoltre, dal sito www.RaiParlamento.Rai.it risulta che il servizio non è stato programmato in altra data per la messa in onda. Nessun avviso, o comunicato, o motivazione è pervenuto alla sede dell'associazione, nè da parte della RAI, nè dalla Commissione di Vigilanza.
Da qui l'interrogazione parlamentare del senatore Giovanni Russo Spena.
In Italia, chi combatte il sistema di illegalità, è osteggiato ed emarginato, salvo che non si sia vicini a certi ambienti politici e giudiziari. Questo è successo a Falcone, a Cordoba, a De Magistris e alla Forleo, a Contrada, al colonnello Mori, al capitano “Ultimo”, al tenente Canale e al maresciallo “Arciere”. Questo succede all’Associazione Contro Tutte Le Mafie.
Presidente Dr Antonio Giangrande ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE