PROBLEMI DI MORALITA' DELL'ITALIA DEI VALORI


CHE MORALITA': TUTTI GLI UOMINI DI PIETRO

Fate ciò che dico e non quello che faccio...

Roma 04 Marzo 2008 - Giunti a Roma Termini non si può che rimanere di stucco di fronte al dispiegamento di forze del PD, ovunque svettano manifesti elettorali, ma tra tutti ecco che appare sui monitor pubblicitari Di Pietro con i suoi soliti slogan populisti, qui sorge spontanea una domanda... anzi più domande! Italia dei valori è veramente così pulita come sostiene? Può dunque elevarsi a moralizzatore della politica italiana, oppure è come tutti gli altri se non peggio?

Affare De Gregorio primo caso di trasformismo nella passata legislatura che dopo essere stato eletto e nominato presidente della commissione difesa del Senato da Italia dei Valori è passato nelle fila del centrodestra. Già precedentemente Democristiano e Forzista, presidente di Italiani nel Mondo movimento nato dal commercialista e con giri virtuosi divenuto da produzione d'articoli in pelle, a movimento politico con flussi discutibili di denaro e soprattutto d'assegni a vuoto. Il giornalista De Gregorio tra l'altro viene precedentemente chiamato a resuscitare L'Avanti, gli articoli d'apertura sono eloquenti un elogio a Craxi e un attacco a Di Pietro. Quindi i casi sono due, o Di Pietro è stupido, oppure qualcosa di marcio c'è? E' impossibile che non sapesse nulla di De Gregorio prima di candidarlo.

E cosa pensasse di Paride caso Martella, ex presidente della Provincia di Latina arrestato nell'ambito dell'Inchiesta su appalti truccati della Acqua latina: un giro da 15 milioni di euro, anch'esso esponente di Italia dei Valori ed indagato per concussione e associazione mafiosa. Franco La Rupa, nel 2005 è stato indagato dalla Procura di Paola per presunti brogli elettorali e illeciti nell’utilizzo di fondi della legge 488, mentre l’estate scorsa lo ritroviamo coinvolto nell’operazione «Omnia», indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il Pm s’è battuto per l’arresto, il gip si è opposto. La Rupa viene nuovamente in seguito nominato nell’inchiesta «Nepetia» per collusioni con la ’ndrangheta perché avrebbe favorito la cosca Gentile.

In Liguria due consiglieri su tre hanno avuto problemi giudiziari e quando s’è trattato di svolgere il congresso provinciale, le fazioni in lotta se le sono date di santa ragione. Gustavo Garifo, capogruppo provinciale dell'IDV di Genova, lo hanno ammanettato a ottobre per aver lucrato sugli incassi delle multe. Andrea Proto, consigliere comunale, reo confesso, ha incassato una condanna a un anno e nove mesi per aver raccolto la firma di un morto. Quanto a Giuliana Carlino, consigliere comunale Idv, indagata per averne falsificato migliaia di firme, Di Pietro si è scagliato contro l’ipocrisia della legge e nonostante fosse «iscritta» l’ha candidata alle comunali.

Per corruzione aggravata è entrato in carcere il segretario Idv di Santa Maria Capua Vetere, Gaetano Vatiero, che secondo i magistrati favoriva alcune Spa in cambio di quote societarie. E che dire di Mario Buscaino, già sindaco di Trapani, nel luglio del 1998 accusato di concorso in associazione mafiosa per voto di scambio. Il filone è quello dello smaltimento dei rifiuti che secondo gli inquirenti era totalmente controllato dai boss Virga e Santapaola. Tre anni dopo beccò 10 mesi di reclusione per infrazioni di carattere amministrativo sul funzionamento di due discariche. Sette anni dopo, fuori dall’Idv, Buscaino corse con la Margherita ma inciampò in un’altra storia di mafia a appalti.

Così Fabio Giambrone, coordinatore siciliano del partito dell’Idv, pretese il ritiro della candidatura dell’ex collega di partito: ma di fronte alla conferma della fiducia a Buscaino da parte dell’Ulivo, l’Idv non protestò più di tanto. Tra i dipietristi c’è anche chi è accusato di aver preteso dai propri collaboratori una percentuale delle loro retribuzioni.

È il caso di Maurizio Feraudo, consigliere regionale calabrese, indagato per concussione (per anni avrebbe preteso la corresponsione di un tot sullo stipendio da un suo autista) e truffa, causa domande di rimborso su missioni mai compiute. Feraudo è stato contestato perché, come componente della commissione regionale antimafia, ha espresso solidarietà a Pietro Giamborino, inquisito nell’operazione antimafia «Rima». A Foggia, invece, l'ex assessore ai Lavori pubblici e coordinatore provinciale del partito, Orazio Schiavone, è stato condannato a un mese e dieci giorni per esercizio abusivo della professione.

Un altro ex assessore dell’Idv, questa volta a Pescara, e rimasto coinvolto nell’inchiesta «Green Connection» sulla gestione del verde pubblico: è Rudy D'Amico, accusato di associazione a delinquere, abuso d'ufficio, tentata turbativa d’asta e tentata corruzione. E ancora. Vincenzo Iannuzzi, ex sindaco di Lungro (Cosenza), condannato nel 1992 per «falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale» e riabilitato dal tribunale di sorveglianza di Catanzaro qualche anno dopo: Di Pietro l’ha premiato candidandolo al Senato.

Giuseppe Soriero a cui il foglio calabrese «Il Dibattito» ha dedicato spazio per l’imbarazzata testimonianza al processo di Palmi sulle infiltrazioni mafiose al porto di Gioia Tauro. L’importante esponente Idv si sarebbe rifiutato di fare il nome del mafioso suggeritogli da un imprenditore per evitare ritorsioni.

Per un partito nato con l'intento di moralizzare la politica certamente è già abbastanza, soprattutto quando con lo slogan “parlamento pulito” assicurava di non avere delinquenti tra le sue fila, ma non è finita...

E se l’Idv, ufficialmente afferma di «ripudiare la P2 e similari associazioni che tendono a sostituire il potere legale con un potere senza consenso democratico», proprio nell’Idv si materializza un ex piduista. È Pino Aleffi, tessera 762 della loggia di Licio Gelli, candidato in Sardegna. C’è poi Giuseppe Astore, deputato e coordinatore regionale in Molise, coinvolto nel 1989 nell’inchiesta sull’Erim (Ente risorse idriche molisane) poi uscito dal processo.

Per l’ex tesoriere dell’Udeur passato con l’Idv, Tancredi Cimmino, nel 1998 fu chiesto prima il suo arresto e poi il rinvio a giudizio per associazione camorristica, falso e peculato per appoggi elettorali del boss Carmine Alfieri. L’arresto fu negato, poi prosciolto. Aldo Michele Radice, portavoce Idv in Basilicata, consigliere del ministro Di Pietro, è invece alla sbarra dal 2006. Il Pm ha chiesto 9 mesi per una storia simile a quella di lady Mastella: la raccomandazione di un manager sanitario.

Poco prima della presentazione delle liste 2006, Di Pietro fu costretto a rinunciare alla candidatura di Alberto Soldini, contestato presidente della Sambenedettese calcio: gli ultrà gli tirarono addosso pietre e sputi. La black list continua con Sergio Scicchitano, avvocato personale dell’ex Pm, e dal 20 luglio 2006 membro del Cda dell’Anas con Di Pietro ministro delle Infrastrutture. Candidato nel 2001 al Senato e capolista, nel 2005, alle regionali del Lazio, Scicchitano è il liquidatore giudiziale della Federconsorzi, il cui crac coinvolse 15mila risparmiatori.

Sul sito di Tonino i fan accusano Scicchitano di non aver eseguito, in almeno due casi, sentenze passate in giudicato che risarcivano in parte i piccoli risparmiatori. A dirla tutta, nel 2002, Scicchitano viene anche nominato dal comune di Roma delegato per la tutela dei consumatori. Carlo Rienzi, presidente del Codacons, non la prende bene: «La nomina di Scicchitano è illegale, rappresenta il pagamento di un debito politico da parte di Veltroni all’Idv per il suo appoggio politico». Voto di scambio, per dirla coi Pm di Napoli.

In oltre, ricordate quando Di Pietro attaccava frontalmente il collega Mastella accusandolo di Nepotismo, ovvero d'aver favorito famiglia e figlio? Analogamente si scagliò contro Visco e l'assunzione di suo figlio in Sviluppo Italia (una delle tante inutili aziende mangia sodi italiane); cosa pensare dunque del fatto che il “moralizzatore” usi due pesi e misure? Vale per Mastella e suo figlio, vale per la famiglia Visco, ma non vale per lo stesso Di Pietro soprattutto per suo figlio Cristiano Di Pietro, consigliere regionale a Campobasso, che su delega del presidente della Provincia era stato incaricato di partecipare al tavolo che si è tenuto al ministero delle infrastrutture con il papà Ministro Antonio Di Pietro, riducendo il tutto a una riunione di famiglia.

Anche lo stesso Di Pietro è indagato dalla Procura di Roma - con la tesoriera del partito, l’onorevole Silvana Mura - per truffa aggravata, appropriazione indebita e falso in un procedimento che cerca di fare luce sulla gestione delle risorse finanziare dell’Italia dei Valori. L’ex Pm è «sotto processo» anche all’ordine degli avvocati di Bergamo perché quando lasciò la magistratura per fare il legale, prima difese il suo miglior amico accusato della morte della moglie a Montenero di Bisaccia, eppoi si costituì parte civile nello stesso procedimento. Tradendo due volte: l’amico e il cliente.

Non sono pochi dunque i seguaci di Antonio Di Pietro su cui pendono inchieste, richieste di condanne, sentenze avverse, sono tante le ombre su Italia dei Valori a dispetto del nome. Fare la morale agli altri è facile, non fare altrettanto si vede sia impossibile... complimenti a Di Pietro e a chi lo segue.

Loris Modena

Fonti: il Giornale, La casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, la Stampa, la Repubblica.ubblica.

http://www.pensierolibero.eu/tgeu/index.php?op=new&id=364&id=364

LE GRANE GIUDIZIARIE

IDV ZEPPO DI CONDANNATI ED INQUISITI

Roma, 27 feb 2008 (Velino) - “Non sono pochi i seguaci di Antonio Di Pietro su cui pendono inchieste, richieste di condanne, sentenze avverse e tante, troppe, ombre”.

Lo scrive IL GIORNALE.

“Lo stesso ‘Tonino nazionale’ è indagato dalla Procura di Roma - con la tesoriera del partito, l’onorevole Silvana Mura - per truffa aggravata, appropriazione indebita e falso in un procedimento che cerca di fare luce sulla gestione delle risorse finanziare dell’Italia dei Valori.

L’ex Pm è ‘sotto processo’ anche all’ordine degli avvocati di Bergamo perché quando lasciò la magistratura per fare il legale, prima difese il suo miglior amico accusato della morte della moglie a Montenero di Bisaccia, e poi si costituì parte civile nello stesso procedimento. Tradendo due volte: l’amico e il cliente.

Brogli elettorali. Tra gli uomini più vicini a Di Pietro nei guai c’è Paride Martella, esponente dell’Idv e consulente personale al ministero: arrestato nell’inchiesta sulla società ‘Acqualatina’ che gestisce il servizio idrico nella provincia pontina.

Al secondo nome si arriva tramite un vecchio compagno di strada dell’ex Pm, fuoriuscito polemicamente, Elio Veltri. A Radio Radicale Veltri ha raccontato un episodio definito ‘sconcertante’: ‘Quando Di Pietro venne ad Amantea fece uno o due comizi con il sindaco che allora era inquisito per concussione e che, mi pare, fu pure arrestato. E ora che è consigliere regionale è indagato per associazione mafiosa’. Il sindaco è Franco La Rupa. Va detto che non è mai finito dentro, ma nel 2005 è stato indagato dalla Procura di Paola per presunti brogli elettorali e illeciti nell’utilizzo di fondi della legge 488, mentre l’estate scorsa lo ritroviamo coinvolto nell’operazione ‘Omnia’, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il Pm s’è battuto per l’arresto, il gip si è opposto. Tre mesi fa hanno nuovamente contestato l’associazione mafiosa a La Rupa nell’inchiesta ‘Nepetia’ per collusioni con la ’ndrangheta perché ai tempi in cui da sindaco di Amantea saliva sul palco con Di Pietro, La Rupa avrebbe favorito la cosca Gentile.

In Liguria due consiglieri su tre hanno avuto problemi giudiziari e quando s’è trattato di svolgere il congresso provinciale, le fazioni in lotta se le sono date di santa ragione. Gustavo Garifo, capogruppo provinciale dell’Idv di Genova, lo hanno ammanettato a ottobre per aver lucrato sugli incassi delle multe. Andrea Proto, consigliere comunale, reo confesso, ha incassato una condanna a un anno e nove mesi per aver raccolto la firma di un morto.

Quanto a Giuliana Carlino, consigliere comunale Idv, - prosegue IL GIORNALE - indagata per averne falsificato migliaia di firme, Di Pietro si è scagliato contro l’ipocrisia della legge e nonostante fosse ‘iscritta’ l’ha candidata alle comunali. Dopo il voto venne prosciolta. Corruzione aggravata.

Per corruzione aggravata è entrato in carcere il segretario Idv di Santa Maria Capua Vetere, Gaetano Vatiero, che secondo i magistrati favoriva alcune Spa in cambio di quote societarie.

E che dire di Mario Buscaino, già sindaco di Trapani, nel luglio del 1998 accusato di concorso in associazione mafiosa per voto di scambio. Il filone è quello dello smaltimento dei rifiuti che secondo gli inquirenti era totalmente controllato dai boss Virga e Santapaola. Tre anni dopo beccò 10 mesi di reclusione per infrazioni di carattere amministrativo sul funzionamento di due discariche. Sette anni dopo, fuori dall’Idv, Buscaino corse con la Margherita ma inciampò in un’altra storia di mafia a appalti. Percentuali sulle paghe. Così Fabio Giambrone, coordinatore siciliano del partito dell’Idv, pretese il ritiro della candidatura dell’ex collega di partito: ma di fronte alla conferma della fiducia a Buscaino da parte dell’Ulivo, l’Idv non protestò più di tanto.

Tra i dipietristi c’è anche chi è accusato di aver preteso dai propri collaboratori una percentuale delle loro retribuzioni. È il caso di Maurizio Feraudo, consigliere regionale calabrese, indagato per concussione (per anni avrebbe preteso la corresponsione di un tot sullo stipendio da un suo autista) e truffa, causa domande di rimborso su missioni mai compiute. Feraudo è stato contestato perché, come componente della commissione regionale antimafia, ha espresso solidarietà a Pietro Giamborino, inquisito nell’operazione antimafia ‘Rima’.

A Foggia, invece, l’ex assessore ai Lavori pubblici e coordinatore provinciale del partito, Orazio Schiavone, è stato condannato a un mese e dieci giorni per esercizio abusivo della professione.

Un altro ex assessore dell’Idv, questa volta a Pescara, e rimasto coinvolto nell’inchiesta ‘Green Connection’ sulla gestione del verde pubblico: è Rudy D'Amico, accusato di associazione a delinquere, abuso d'ufficio, tentata turbativa d’asta e tentata corruzione.

E ancora. Vincenzo Iannuzzi, ex sindaco di Lungro (Cosenza), condannato nel 1992 per ‘falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale’ e riabilitato dal tribunale di sorveglianza di Catanzaro qualche anno dopo: Di Pietro l’ha premiato candidandolo al Senato.

Mafia e ‘ndrangheta. Stando ai boatos, - scrive ancora il quotidiano diretto da Mario Giordano - prossimo transfuga dall’Udeur all’Idv è Ennio Giuseppe Morrone, che sul sito dell’Italia dei Valori veniva trattato così: ‘Dal 3-9-03 è indagato dalla Dda di Catanzaro nell’inchiesta sulla penetrazione della 'ndrangheta nei lavori della Salerno-Reggio Calabria (...)’.

Tra i candidati a palazzo Madama, Di Pietro ha puntato su Giuseppe Soriero a cui il foglio calabrese ‘Il Dibattito’ ha dedicato spazio per l’imbarazzata testimonianza al processo di Palmi sulle infiltrazioni mafiose al porto di Gioia Tauro. L’importante esponente Idv si sarebbe rifiutato di fare il nome del mafioso suggeritogli da un imprenditore per evitare ritorsioni.

Double face sulla P2. L’avvocato europarlamentare Udeur, dato in transito per l’Idv, Armando Veneto, ha smentito seccamente il passaggio in curiosa coincidenza con le reminiscenze dell’ex coordinatore Idv di Catanzaro, Franco Romano, che a Radio Radicale ha ricordato la sua orazione funebre alle esequie del boss Piromalli, orazione ripresa da Marco Pannella per attaccare Di Pietro.

E se l’Idv, ufficialmente afferma di ‘ripudiare la P2 e similari associazioni che tendono a sostituire il potere legale con un potere senza consenso democratico’, proprio nell’Idv si materializza un ex piduista. È Pino Aleffi, tessera 762 della loggia di Licio Gelli, candidato in Sardegna.

C’è poi Giuseppe Astore, deputato e coordinatore regionale in Molise, coinvolto nel 1989 nell’inchiesta sull’Erim (Ente risorse idriche molisane) poi uscito dal processo. Come Lady Mastella.

Per l’ex tesoriere dell’Udeur passato con l’Idv, Tancredi Cimmino, nel 1998 fu chiesto prima il suo arresto e poi il rinvio a giudizio per associazione camorristica, falso e peculato per appoggi elettorali del boss Carmine Alfieri. L’arresto fu negato, poi prosciolto.

Aldo Michele Radice, portavoce Idv in Basilicata, consigliere del ministro Di Pietro, è invece alla sbarra dal 2006. Il Pm ha chiesto 9 mesi per una storia simile a quella di lady Mastella: la raccomandazione di un manager sanitario.

Poco prima della presentazione delle liste 2006, Di Pietro fu costretto a rinunciare alla candidatura di Alberto Soldini, contestato presidente della Sambenedettese calcio: gli ultrà gli tirarono addosso pietre e sputi.

La black list continua con Sergio Scicchitano, avvocato personale dell’ex Pm, e dal 20 luglio 2006 membro del Cda dell’Anas con Di Pietro ministro delle Infrastrutture. Candidato nel 2001 al Senato e capolista, nel 2005, alle regionali del Lazio, Scicchitano è il liquidatore giudiziale della Federconsorzi, il cui crac coinvolse 15mila risparmiatori. Sul sito di Tonino i fan accusano Scicchitano di non aver eseguito, in almeno due casi, sentenze passate in giudicato che risarcivano in parte i piccoli risparmiatori. A dirla tutta, nel 2002, Scicchitano viene anche nominato dal comune di Roma delegato per la tutela dei consumatori. Carlo Rienzi, presidente del Codacons, non la prende bene: ‘La nomina di Scicchitano è illegale, rappresenta il pagamento di un debito politico da parte di Veltroni all’Idv per il suo appoggio politico’. Voto di scambio, per dirla coi Pm di Napoli”.

http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=501278

LE GRANE GIUDIZIARIE DI ANTONIO DIPIETRO

Bolzano- 17 marzo 2002 - ......ha dichiarato Travaglio, ricordando infine, "i 54 procedimenti contro Antonio Di Pietro......

http://www.trentino.antoniodipietro.it/incontri/10ncontri.htm

TONINO, IL GRANO E LE GRANE. PER VELTRONI.

Roma - 22 feb. 2008 - È solo un parente, forse neppure serpente. Di certo non è povero e non porta solo voti ma anche qualche problema. Si parla dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, unico partito a cui finora è stato consentito l’apparentamento con il Partito democratico di Walter Veltroni. Il 27 febbraio l’Idv sarà protagonista, per un gioco del destino, in tribunale e in Parlamento. Sempre per lo stesso motivo: i rimborsi elettorali e il loro uso.

Il tribunale

Certo, è ancora tutto da provare e il 27 febbraio, al tribunale di Roma, il gip Carla Santese dovrà solo decidere se approfondire le indagini, archiviare l’inchiesta (come ha chiesto il pm Giancarlo Amato) o rinviare a giudizio gli indagati.

Ipotesi di reato: articoli 476, 479, 640 bis e 646 del Codice penale. Traduzione: falso in atti pubblici, appropriazione indebita e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. La notizia che nel fascicolo 4620/07 c’è il nome di Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture, rischia di abbattersi sulla campagna elettorale del Partito democratico.

Con Di Pietro è indagata Silvana Mura, deputata e tesoriere dell’Italia dei valori. Il partito di Tonino correrà con il suo simbolo, il gabbiano, ma comunque non farà piacere a membri del Pd, già molto perplessi sull’alleanza con l’ex pm e zittiti da Veltroni perché “Di Pietro porta voti”, scoprire che i magistrati si stanno interessando proprio ai rimborsi elettorali (22 milioni e mezzo di euro) che, grazie al volo di quel gabbiano, l’Idv ha ottenuto.

Come già ricostruito da Panorama nei numeri scorsi, i parlamentari Di Pietro e Mura sono l’anima dell’Italia dei valori fin dalla fondazione, il 26 novembre 2000, nello studio del notaio Bruno Cesarini di Roma. Giuridicamente si tratta di un’associazione non riconosciuta, senza fini di lucro, che per statuto “intende contribuire a contrastare abusi e ogni tipo di reato contro la pubblica amministrazione”.

Per farne parte ci vuole però un atto notarile e l’espressa accettazione del presidente. Un movimento ermetico al punto che dal 26 novembre 2000 a oggi i soci non hanno mai superato l’esorbitante numero di… tre. Chi sono?

Il presidente è sempre lui: Di Pietro, l’ex pm di Mani pulite poi passato alla politica.

Il tesoriere è Silvana Mura, un’ex commerciante di accessori e abbigliamento a Chiari (Brescia) che nelle interviste si racconta “amica di famiglia” di Tonino.

L’unico incarico mobile è quello del segretario: inizialmente era Mario Di Domenico, amico e avvocato personale di Di Pietro. Poi qualcosa è andato storto, Di Domenico nel 2003 si è dimesso (”Dopo aver constatato irregolarità notevoli nella gestione economica” come ha fatto mettere a verbale davanti al magistrato) e da collaboratore di Di Pietro è diventato collaboratore della giustizia, da per Tonino a contro Tonino.

A fare da segretario, il 26 luglio 2004, è così arrivata Susanna Mazzoleni, moglie di Di Pietro e madre dei suoi figli Anna e Antonio. All’Idv si fa tutto in famiglia.

Di Pietro, il presidente, nomina il tesoriere. Silvana Mura, l’amica di famiglia, in qualità di tesoriere prepara i bilanci. Di Pietro li approva. L’ultima parola spetta all’assemblea dei soci, ossia a Tonino, a Mura e a Mazzoleni.

E il partito? Il partito si chiama sempre Italia dei valori, ha lo stesso presidente dell’associazione, Antonio Di Pietro, e lo stesso tesoriere, Silvana Mura; ma giuridicamente è una cosa ben diversa dall’associazione Idv che prende i soldi. Un essere giuridico a due teste. Al partito può iscriversi chiunque, ora anche via internet, ma in base allo statuto diventa un semplice “aderente”. A decidere su linea politica, candidature, alleanze, e soprattutto sui bilanci, è solo ed esclusivamente il presidente, Di Pietro.

Un presidente con poteri assoluti, tanto che nello scorso ottobre Giuseppe Tarantola, presidente della prima sezione del tribunale civile di Milano, ne era rimasto stupefatto: lo statuto “consente al fondatore di approvare i rendiconti preventivi e consuntivi per milioni di euro” senza praticamente alcun controllo. “Una società personale” l’ha definita Marco Pannella dai microfoni di Radio radicale. Il marchio è fondamentale, proprietà di Di Pietro: registrato a Genova il 1° agosto 2000, numero Ge2000C000346, con classe di protezione numero 38, 41 e 42, ossia come “marchio d’impresa personale”. Grazie a quel simbolo, dal 2001 a oggi all’associazione Idv, coi suoi tre soci, sono stati attribuiti 22 milioni e mezzo di euro. I giudici decideranno, se mai si arriverà al processo, se c’è stata truffa o appropriazione indebita.

Il Parlamento

Quei 22 milioni di euro stanno diventando perfino un problema di diritto parlamentare internazionale.

Nel “cucuzzaro” ci sono anche i 5 milioni di euro che da anni vengono rivendicati da Achille Occhetto, Giulietto Chiesa ed Elio Veltri, gli esponenti del Cantiere che nel 2004 avevano fatto lista comune con l’Idv per le europee.

Di Pietro, forte del possesso del simbolo, non ha mai riconosciuto loro alcun diritto al rimborso elettorale. Così, il 27 febbraio, anche l’Ufficio di presidenza della Camera aprirà un dossier su Di Pietro: il 21 gennaio a Montecitorio è arrivata, firmata dal pool dei legali di Occhetto e soci, una diffida ufficiale al Parlamento italiano a procedere a ulteriori versamenti all’Idv. C’è perfino il rischio che, per la prima volta nella storia della Repubblica, venga recapitato a Montecitorio un decreto ingiuntivo.

Paradosso: a illustrare la vicenda ai colleghi dell’ufficio di presidenza sarà un alleato elettorale di Di Pietro, Pierluigi Castagnetti, vicepresidente della Camera ed esponente del Pd. E sempre al malcapitato Castagnetti toccherà annunciare che la Corte europea dei diritti, sulla vicenda Occhetto-Di Pietro-Camera dei deputati, ha aperto un procedimento per “violazione dei diritti politici fondamentali”. Di Pietro porterà anche voti, come sostengono i sondaggi di Veltroni. Ma con il grano spesso arrivano anche le grane.

http://blog.panorama.it/italia/2008/02/22/tonino-il-grano-e-le-grane-per-veltroni/

Dubbi sulla moralità del moralizzatore Di Pietro di Dimitri Buffa

Roma – 22 feb. 2008 - Per il Pd di Walter Veltroni l’apparentamento con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro sta rivelandosi un boomerang. E questo non solo perché la figura dell’ex pm di “mani pulite” ha fatto storcere il naso a tutti i garantisti e riformisti presenti nel nuovo partito veltroniano. “Ma anche” perché il grande moralizzatore della politica italiana si ritrova di nuovo sotto inchiesta con accuse pesantissime che vanno dal falso in atti pubblici alla truffa aggravata di contributi erogati dallo stato alle formazioni politiche. Accuse tutte da dimostrare e per le quali c’è stata anche un richiesta di archiviazione, non accolta dal gip, da parte della procura di Roma. Richiesta in realtà motivata con il fatto che la legge sul finanziamento pubblico dei partiti non prevede precise fattispecie penali sull’utilizzo dei soldi erogati dallo stato. Insomma una lacuna normativa che potrebbe salvare l’ex eroe di “tangentopoli”. Ma che lascerebbe intatti tutti i sospetti “morali” sull’utilizzo di quei soldi.

Che nel caso dell’Idv assommano ormai a 22 milioni di euro.  E che, nelle tante denunce che hanno raggiunto Di Pietro (alcune squisitamente civili o politiche), si ritiene siano stati gestiti e utilizzati con criteri esclusivamente personalistici.

Il prossimo 27 febbraio davanti al gip romano Carla Santese potrebbe persino essere disposto un rinvio a giudizio per l’ex simbolo di “tangentopoli”. O peggio ancora essere chiesto un supplemento di indagine che rischia di rovinargli la campagna elettorale. Tutta puntata sulla moralità, la trasparenza e  perfino sulla perentoria richiesta di abolire ogni contributo per i partiti politici.

C’è da dire che Di Pietro è perseguitato anche da altre denunce di appropriazione indebita di quei fondi pubblici. Come quella degli eurodeputati Achille Occhetto, Giulietto Chiesa e Elio Veltri (ex amici che ora ne dicono peste e corna ai microfoni di Radio radicale) i quali lo accusano di essersi intascato i cinque milioni di rimborso elettorale per le europee lasciando  a secco il famoso “cantiere”.

E proprio nella stessa data del 27 febbraio il parlamento italiano deciderà se aprire un’istruttoria per congelare i rimborsi elettorali dovuti all’Idv per le prossime politiche. Questo per evitare che per la prima volta in Italia siano pignorati i soldi della Camera dei deputati e del Senato della repubblica su precisa istanza di soggetti terzi.

Come se non bastasse tutto ciò, Di Pietro da giorni è bersagliato dai suoi ex sodali, non solo l’ex amministratore dell’Idv, Mario Di Domenico, il cui esposto ha generato l’inchiesta in cui è indagato, ma anche i tanti responsabili regionali silurati dal Tonino nazionale.

Il più duro con lui è stato Franco Romano, ex responsabile della Calabria, che lo ha praticamente accusato di essersi annesso tutte le clientele una volta appannaggio dell’Udeur.

In un’intervista a Radio radicale, Romano ha parlato anche di una new entry dell’Idv in Calabria, l’avvocato Armando Veneto, legale di mafiosi e esponenti della ‘ndrangheta, che nel 1979 aveva tenuto l’orazione funebre del boss Girolamo Piromalli e che per questo è anche citato negli atti della commissione antimafia.

Di Pietro ovviamente si difende e dice che tutte queste cose altro non sono che accuse già in parte scartate dalla magistratura civile e penale e parla genericamente di fango preelettorale buttato su di lui.

Restano alcuni pesanti rilievi a suo carico contenuti anche nell’esposto presentato da altri vecchi collaboratori alla fine della campagna elettorale del 2006. I quali accusarono l’Italia dei valori di essere gestita in maniera assai disinvolta, spesso non pagando neanche le contribuzioni a chi ci lavorava.

Come resta il mistero sulla società Antocri, dai nomi dei tre figli del magistrato (Anna, Totò e Cristiano), proprietaria di case poi affittate al partito e di investimenti immobiliari persino in Romania.

Il sospetto dei magistrati infilato nell’esposto di Di Domenico è anche sulla provenienza di quel denaro contante con cui gli appartamenti sono stati comprati e riaffittati al partito: non è che per pur caso le somme anticipate per integrare i mutui siano state direttamente prelevate dai finanziamenti pubblici?

Sotto accusa è anche lo statuto dell’Italia dei valori, già duramente censurato dal presidente della prima sezione del tribunale civile di Milano, Giuseppe Tarantola, il quale si mostrava assai meravigliato che “venisse consentito al fondatore di approvare i rendiconti preventivi e consuntivi per milioni di euro” . Praticamente senza alcun controllo. Come a dire: lo statuto dell’Idv permetteva a Di Pietro comportamenti contrari alla legge civile. E forse anche a quella penale.

Magari nulla di illecito è mai stato commesso, però la trasparenza amministrativa dell’Idv con queste premesse sembra non essere superiore a quella di tante altre forze politiche. E rischia di ridicolizzare una campagna elettorale, come quella voluta dall’ex pm, tutta centrata su ben diversi “valori” di legalità di quelli di cui parlano i documenti contabili in mano ai giudici e al parlamento italiano.

http://www.loccidentale.it/node/13702

Il Pd e le clientele di Di Pietro di Dimitri Buffa

Roma - 22 feb. 2008 - “Altro che apparentamento nel segno della legalità. Io credo che se Veltroni ha imbarcato Di Pietro lo ha fatto per annettersi tutte le clientele dell’Udc in Calabria e in altre regioni del Sud, visto che queste clientele stanno adesso tutte confluendo nell’Italia dei Valori”.

Le parole e il concetto sono espressi dall’avvocato Franco Romano, che dell’Italia dei Valori è stato responsabile proprio nella regione Calabria, e a raccoglierle solo qualche giorno fa è stato il corrispondente dal Senato di Radioradicale, Alessio Falconio.

Che in una serie di interviste radiofoniche, con la giornalista di “Panorama” Laura Maragnani, con l’ex amico di Di Pietro Elio Veltri e con l’ex socio di partito Achille Occhetto ha sviscerato nell’indifferenza generale dei grandi media il caso Di Pietro. In tutto questo, il prossimo 27 febbraio Antonio Di Pietro dovrà anche comparire in udienza camerale davanti al gip di Roma in veste di indagato per falso e truffa aggravata in relazione all’utilizzo dei soldi pubblici incamerati dall’Idv e dall’ex organo di partito. Insomma Veltroni ancora non lo sa ma la questione morale nel Pd fra poco potrebbe avere il volto, anzi il lato B, di Di Pietro.

Ma nel senso esattamente opposto a quello che crederebbero tutti i suoi ammiratori.

La giornalista Maragnani parla di un “metodo di Pietro” che ben poco sarebbe cambiato dall’epoca delle inchieste subite a Brescia e finite tutte con assoluzioni.

La definizione più bonaria che viene data all’unisono da tutti i testimoni sentiti è quella di un padre padrone che gestisce un patrimonio di ormai 22 milioni di euro.

Nelle interviste si parla di una società, la Antocri (Anna, Totò e Cristiano sono i nomi dei tre figli di Di Pietro) che possiede case a Roma, Milano, Bruxelles, Montenero di Bisacce e persino in Bulgaria e che quelle stesse case le dà poi in locazione al partito, alla sede del giornale, agli uffici.

Sia come sia, l’Italia dei valori è stata segnalata al Consiglio d’Europa perché ad approvarne i bilanci è di fatto un’unica persona, cioè Di Pietro stesso. Che nelle società si avvale anche della ex moglie Susanna Mazzoleni e di un’amica di Brescia, Silvana Mura. L’atto di nascita del sistema di Pietro e del suo partito personale ha anche una data, il 26 settembre 2000. E un luogo: via delle Province 37, Roma. E’ lì che prende forma la “Libera associazione Italia dei valori-Lista Di Pietro, in breve Idv”. L’oggetto sociale? “La valorizzazione, la diffusione e la piena affermazione della cultura della legalità, la difesa dello stato di diritto, la realizzazione di una prassi di trasparenza politica e amministrativa”.

Però adesso uno dei soci fondatori di allora, l’avvocato abruzzese Mario di Domenico, anche lui sentito da Radio radicale, ha fatto un esposto in cui Di Pietro viene accusato proprio di quelle cose che lui per anni ha rovesciato addosso ai politici per dimostrare che sono gli affaristi della politica.

Sulla base dell’esposto di Di Domenico è nata l’inchiesta sfociata nell’udienza camerale del prossimo 27 febbraio in cui di Pietro è formalmente indagato.

Di Domenico ha raccontato come dal 5 novembre 2003 l’associazione partito sia diventata una cosa privata di Di Pietro. Anche dal lato politico il metodo Di Pietro non ha nulla da invidiare a quello Mastella: prima si diceva delle clientele calabresi passate in blocco dall’Udeur all’Idv, ebbene non è da dimenticare che tra questi uomini ce ne sono alcuni che il Di Pietro non farebbe passare sotto silenzio qualora si trattasse di gente presente in altri partiti.

Però per se stesso fa una eccezione. Come nel caso dell’avvocato Armando Veneto, ex Udeur ora maggiorente Idv in Calabria, che nel 1979 aveva tenuto l’orazione funebre del boss Girolamo Piromalli, detto Momo. Di questo fatto ormai si parla persino nei libri di storia, come quello del professor Enzo Ciconte, uno dei massimi esperti della ‘ndrangheta esistenti in Italia e consulente della stessa commissione parlamentare antimafia. La notizia dei giorni scorsi era che Di Pietro aveva declinato l’invito del direttore di “Panorama”, Maurizio Belpietro, a presenziare a una puntata televisiva di “Panorama del giorno” su Canale 5. Magari l’italiano medio crederà che “il gran rifiuto” sia legato al fatto che Di Pietro non vuole andare nelle stesse tv che dichiara di volere chiudere. Qualcuno più smaliziato potrebbe ritenere che l’ex pm di “Mani pulite” avrà ritenuto di evitare qualche domanda scomoda su vicende personali.

http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=37&id_art=1563&aa=2008

Un ex fondatore dell’Italia dei Valori spara a zero su Antonio Di Pietro. Del j’accuse, tuttora al vaglio della Procura di Roma, è stato informato in un incontro riservato anche il capo dello Stato. Vediamo i passaggi roventi dell’esposto, che accende i riflettori sul “socio unico” del partito e sulla creatura societaria del ministro, l’immobiliare di famiglia Antocri.

Pesce d’aprile. Nasce nel giorno più burlone dell’anno - parliamo del 2003 - la vispa Antocri, acronimo prescelto da papà Antonio Di Pietro per ricordare, fin dal nome della srl, i suoi tre figli Anna, Toto e Cristiano. Occhio. Perchè il 2003 è anche l’anno in cui cominciano a maturare, nelle casse di Italia dei Valori, le consistenti provvidenze relative al finanziamento pubblico dei partiti, prudentemente rinominate - dopo la clamorosa bocciatura ad opera degli italiani nel referendum del 1993 - rimborso delle spese elettorali. E il partito dell’ex pm di mani pulite nel 2003 è da poco entrato nell’albo d’oro delle compagini che ricevono quelle provvidenze da milioni di euro nelle loro casse. La legge - la numero 157 del giugno ‘99 - prevede infatti che per ottenere il “rimborso” delle spese sostenute in campagna elettorale (qui si parla delle politiche 2001) l’unica condizione sia di aver raggiunto almeno l’1 per cento delle preferenze. Ci siamo.

I rubinetti del finanziamento pubblico sull’Associazione Italia dei Valori - fondata da oltre 300 ardimentosi militanti il 26 settembre del 2000 a Roma, dinanzi al notaio Bruno Cesarini - si aprono per la prima volta a fine 2001, quando arriva il primo mezzo miliardo e passa di vecchie lire. Le somma rappresenta il 40 per cento del “rimborso” complessivo spettante all’associazione-partito per la partecipazione a diverse tornate elettorali, tutte tenutesi in quell’anno: non solo le politiche, ma anche le regionali in Sicilia e quelle del Molise. Nel 2002 arriva l’integrazione: quasi due milioni di euro, cui se ne aggiungono altri 200 mila circa per le elezioni relative al Senato. Qui, una piccola curiosità: alle Politiche 2001 il partito-associazione di Di Pietro elegge un solo senatore, il bergamasco Valerio Carrara. Nemmeno il tempo di accomodarsi a Palazzo Madama, e il Carrara passa nelle fila di Forza Italia. Quando si dice soldi ben spesi...

Ma andiamo avanti. Perchè siamo arrivati al fatidico 2003. Con le casse del partito già rimpinguate dai precedenti “rimborsi elettorali”, più quelli riferiti all’anno in corso (altri 2 milioni e mezzo circa di euro), a novembre il valoroso partito cambia sede. Dalla modesta location di Busto Arsizio in via Milano 14 alla centralissima via Casati 1 di Milano: un appartamento di nove vani al quinto piano, dove Italia dei Valori può finalmente avere una sede adeguata alle sue ambizioni. Il contratto d’affitto? Non è un problema. Perchè proprietaria dell’immobile è proprio Antocri, di cui papà Di Pietro risulta socio unico. «Dopo lunga discussione fra il proprietario Di Pietro e l’inquilino Di Pietro - si leggerà magari nel verbale - si è convenuto un canone mensile pari ad euro 2.800». La cifra non è di fantasia: risulta infatti dichiarata nei bilanci della srl, costituita con l’unico fine di gestire gli immobili. D’accordissimo anche l’inquilino. Perchè nel frattempo, con un’ardita manovra interna, lo statuto dell’associazione è stato modificato: risultano svaniti sia i 300 sostenitori-fondatori sia gli altri organismi di vertice. Diciamolo chiaro: Italia dei Valori si è trasformata in un partito con un unico socio. Antonio Di Pietro.

Si dice dalle parti di Montenero di Bisaccia (e giù giù nel profondo sud) che ‘a cummannà è meglio ca’ fottere. L’antica saggezza popolare calza a pennello sulle due creature dipietriste, Antocri e il partito-associazione, entrambe con socio unico plenipotenziario. Lui.

La storia si ripete. Passa un anno e un nuovo gioiello entra a far parte del patrimonio di Antocri: si tratta dell’appartamento da 10 vani al quinto piano di via Principe Eugenio 31, nella capitale. Guarda caso, proprio in quel periodo del 2004 Italia dei Valori cerca casa a Roma. Proprietario (Di Pietro) e inquilino (sempre lui) si mettono d’accordo sull’affitto e così, previa trasformazione della destinazione d’uso dell’immobile, il partito dei moralizzatori ha una sede confacente anche a Roma. Particolari sui due traslochi si trovano nella relazione allegata al bilancio 2005 di IDV: «si evidenzia il trasferimento della Sede Nazionale di rappresentanza politica del partito, sempre in Roma, da Via dei Prefetti, 17 a Via Principe Eugenio, 31, potenziando allo stesso tempo l’Ufficio Stampa Nazionale con l’assunzione di una nuova unità». «Quanto alla Sede di Milano in Via Casati 1/A - viene aggiunto - si riconferma la sua funzione di Sede legale amministrativa e di segreteria particolare del Presidente del Partito Antonio Di Pietro oltre che di organizzazione e rapporti con le realtà locali». Resterebbe qualche domandina. Intanto sulle straordinarie performances di una srl da 50 mila euro di capitale che riesce in soli due anni ad acquistare immobili di così grande valore. Quanto? Qualcosa ci dice il bilancio 2005 di Antocri che, alla voce “immobilizzazioni materiali” riporta la somma di 1 milione e 788 mila euro. La stessa voce per il 2004 era rappresentata da 619 mila euro. Si tratta di somme evidentemente inferiori al valore di mercato dei due prestigiosi immobili. E che sono, comunque, al netto del mutuo.

Sì. come tutti i saggi capifamiglia Antonio Di Pietro ha un mutuo sulle spalle. Anzi, due. Ecco qua (siamo sempre tra le pagine del bilancio 2005 Antocri): il primo, da 276 mila euro e spiccioli, riguarda l’immobile milanese ed è stato stipulato il 20 aprile 2004; il secondo, per la magione romana, è pari a 386 mila euro circa e risale al 7 giugno 2005. Fanno oltre 660 mila euro di mutuo, stipulato con la BNL, che scadranno fra il 2015 e il 2019. Con rate, supponiamo, non leggerine. Come le paga Antocri, che non svolge nessun’altra attività? Semplice. Con i canoni d’affitto dell’inquilino. Che è Italia dei Valori. Che riceve il finanziamento pubblico.

14 MARZO 2007

RITA PENNAROLA - LA VOCE DELLA CAMPANIA

http://www.lavocedellacampania.splinder.com/tag/articoli_pennarola

http://liberoblog.libero.it/attualita/bl6859.phtml

IL COMMENTO DI ELIO VELTRI

Leggo la lettera dell'avvocato Scicchitano per conto di Di Pietro. Oltre che minacciosa, la trovo anche di pessimo gusto. Voi, come me, siete abituati alle minacce dei potenti di turno, o presunti tali o che si credono tali. Per quanto mi riguarda le minacce le ho sempre ricevute da potenti veri, si chiamassero Craxi o Berlusconi. Pertanto siete un po’ svantaggiati. Ma in Calabria c’è un detto: tutti i “pulici tenanu a tussa”. Non traduco perché è di facile comprensione. Dell'inchiesta penale non mi occupo perchè lo fa la magistratura. Non sono giurista, ma mi sembrava di ricordare che la richiesta di archiviazione può anche non essere accolta dal Gip. Comunque, non è questo il problema. Anzi, auguro a Di Pietro che l'inchiesta penale sia archiviata. E anche se lo sarà, forse cambia qualcosa sul piano etico-politico? Non cambia nulla. L'avvocato, forse, dovrebbe per primo porsi il problema di essere a un tempo avvocato del ministro e membro del consiglio di amministrazione dell'ANAS nominato dallo stesso ministro. Certo che non è reato. Ma non lo era nemmeno per Pecorella e Ghidini.

Per quanto mi riguarda, a distanza di anni, dopo aver fondato l’Italia dei Valori insieme a circa 300 persone, per dare un segnale di cambiamento, sono venuto a sapere che mentre ero ancora nel movimento con ruoli di responsabilità, quell’Italia dei Valori era stata sostituita da un altra fondata clandestinamente da tre persone che dopo qualche tempo è diventata una sola e cioè Di Pietro. Unico partito al mondo con un solo socio che convoca l’assemblea e cioè se stesso e davanti allo specchio decide di approvare il bilancio fatto di soldi pubblici e magari di cambiare lo statuto. Eppure, Di Pietro ha sempre sostenuto che l'etica viene prima della politica e la politica prima della magistratura. E ha fatto a gara per proporre un Codice Etico rivendicando di aver vinto la corsa rispetto al Cantiere che lo ha consegnato a Prodi nel 2004, anche dalle mani di Paolo Sylos Labini.

E’ stato il Corriere della Sera a pubblicare i nomi di 24 ministri e sottosegretari del governo Prodi, tra cui quello di Di Pietro, in conflitto di interessi. Nessuno in buona fede può pensare che sia sufficiente risolvere il problema attraverso le dimissioni da un consiglio di amministrazione restando proprietari, come ha insegnato Berlusconi, legittimato dalla legge Frattini che una volta, per prendere i voti, veniva considerata una legge vergogna e ora viene individuata come punto di riferimento per la nuova legge del centro sinistra. La vicenda è penosa e drammatica ad un tempo perché segna in maniera evidente il degrado della politica. Evidentemente, l'ingresso nell'oligarchia fa perdere il senno. L'importante è la " scomparsa dei fatti" dal momento che chi insiste nel parlare o scrivere dei fatti viene fatto tacere.

Machiavelli, il quale aveva una visione pessimistica degli uomini, nel Principe ha scritto:” Li uomini si debbono o vezzeggiare (che sta anche per comprare) o spegnere”. Questo nostro è diventato un paese popolato da una miriade di piccoli aspiranti Machiavelli. La mia solidarietà è scontata così come l’ho data a Di Pietro, a suo tempo, in condizioni drammatiche per lui. Purtroppo bisognerebbe nascere sempre due volte. Ma sappiamo che non è così.

Elio Veltri

http://www.lavocedellacampania.it/detteditoriale.asp?tipo=inchiesta1&id=59

Di Pietro "indagato" dall'Ordine degli avvocati Il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro è sotto procedimento disciplinare da parte dell'Ordine degli avvocati di Bergamo, a cui è iscritto dal marzo del '97, per un presunto infedele patrocinio.

La vicenda, riportata ieri dal quotidiano economico "Italia Oggi", è emersa quando l'ex pm ha chiesto di essere sospeso temporaneamente dall'albo dei legali per evitare il conflitto di interessi stabilito dalla legge Frattini, secondo la quale il titolare di incarichi di governo non può esercitare attività professionali o di lavoro autonomo connesse con la carica che ricopre nell'esecutivo.

Un'istanza di sospensione che sarebbe quasi automatica, non fosse che a carico Di Pietro risulta un esposto presentato all'Ordine degli avvocati nel giugno 2005 da un suo ex cliente. E la giustizia forense prevede che la sospensione non possa essere concessa fino a quando il procedimento disciplinare non è risolto. Secondo l'accusa, Di Pietro avrebbe violato l'articolo 51 del codice deontologico, quello che riguarda l'assunzione di incarichi contro ex clienti.

La vicenda è relativa all'omicidio di una donna accaduto a Campobasso nel 2004. Di Pietro (che è originario di quella zona ed è amico dei parenti della vittima), in qualità di avvocato (la sede dello studio è a Curno, all'indirizzo della sua abitazione), viene nominato per tutelare gli interessi dei familiari.

Da buon ex pm comincia a indagare, ma 5 giorni dopo il delitto il marito della vittima gli revoca la nomina e dà l'incarico a un altro avvocato. Due settimane più tardi l'uomo viene arrestato con l'accusa di essere l'assassino della moglie e col tempo viene rinviato a giudizio per omicidio (il dibattimento è prossimo alla sentenza di primo grado).

Di Pietro continua ad assistere il resto dei familiari, otto persone che si sono costituite parte civile. Durante il processo, secondo quanto contestatogli, avrebbe citato come teste dell'accusa e delle parti civili una persona che durante le indagini difensive aveva sentito da legale del marito della vittima.

Da qui l'accusa di assunzione di incarichi contro ex clienti. "Ero difensore di otto persone che s'erano costituite parte civile ? spiega Di Pietro al nostro giornale ? e ho continuato a fare quello per cui ero stato nominato: e cioè, rappresentarle come avvocato di parte civile. È il marito che ha cambiato posizione, trasformandosi da parte lesa a imputato".

Bocche rigorosamente cucite all'Ordine degli avvocati di Bergamo. Per controbattere alle accuse pubblicate da "Italia Oggi" sulla lentezza della decisione, il presidente Ettore Tacchini si limita a dire che "la vicenda è talmente delicata che merita il massimo delle precauzioni, vista anche la veste pubblica della persona coinvolta". I legali devono stabilire se l'avvocato Di Pietro ha agito correttamente o se dietro la presunta violazione del codice deontologico c'è una leggerezza o qualcosa di molto più grave. Se fosse riconosciuto colpevole, il ministro rischia provvedimenti che vanno dall'avvertimento alla radiazione dall'albo. In attesa del verdetto, Di Pietro dovrà convivere con il suo conflitto d'interessi.

25 gennaio 2007

L’eco di Bergamo

http://staging.volocom.it/dedalo/Content.aspx?Reference=178760

La prima grana giudiziaria è del 7 aprile 1995: a Brescia, Di Pietro, è iscritto nel registro degli indagati per le dichiarazioni del generale Cerciello, che racconta di avere appreso di pressioni esercitate su altri imputati, affinché lo coinvolgessero nelle indagini assieme a Silvio Berlusconi. L’inchiesta, condotta del PM Fabio Salamone, si conclude poco dopo con la richiesta di archiviazione, fatta dallo stesso magistrato che, nel frattempo, però, aveva indagato Di Pietro per varie altre vicende.

Il secondo e terzo proscioglimento arrivano tra il febbraio e il marzo 1996 per le accuse di concussione e abuso d’ufficio per l’informatizzazione degli uffici giudiziari.

Una quarta archiviazione per alcuni esposti di Sergio Cusani.

Il quinto proscioglimento per un’accusa di concussione ai danni dell’ex presidente della Maa assicurazioni Giancarlo Gorrini (prestito di 100 milioni, compravendita Mercedes) e per il reato di abuso d’ufficio per avere favorito l’amico Eleuterio Rea nella nomina a comandante dei vigili urbani di Milano.

Il 15 ottobre 1997 DI Pietro è prosciolto dall’accusa di falso ideologico in relazione alla firma dei verbali di alcuni interrogatori delegati ad ufficiali di polizia giudiziaria.

Il 10 dicembre 1998 è archiviata l’accusa di avere ottenuto l’uso di un appartamento in centro e per aver favorito il socialista Sergio Radaelli nell’inchiesta sulle tangenti Atm.

Il 18 febbraio 1999 Antonio Di Pietro è di nuovo prosciolto dall’accusa di corruzione per aver favorito, nelle sue inchieste, Pierfrancesco Pacini Battaglia.

http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/dipietr.htm

Doc. IV-quater, n. 35


Onorevoli Colleghi! - 1. Premessa. La Giunta riferisce su una richiesta di deliberazione in materia di insindacabilità concernente il deputato Vittorio SGARBI con riferimento a un procedimento civile pendente nei suoi confronti presso il tribunale di Bergamo in seguito a un atto di citazione depositato dall'avvocato Giuseppe Lucibello.
Il procedimento trae origine dalle seguenti puntate della trasmissione «Sgarbi quotidiani»: 23 e 26 settembre, 16 e 28 ottobre, 11, 14 e 20 novembre 1996.

Nella prima occasione (23 settembre 1996), l'onorevole Sgarbi commentava le trascrizioni di alcune intercettazioni telefoniche pubblicate da un settimanale e riportava alcune frasi attribuite a Pacini Battaglia, quali: «... Sono uscito da Mani Pulite solo perché se è pagato ...quelli più bravi di noi non ci sono nemmeno entrati..», mettendone in rilievo ogni elemento che potesse alludere ad una condotta illecita di magistrati.

Nella trasmissione del 26 settembre 1996, sempre per come i fatti gli vengono attribuiti nell'atto di citazione, l'onorevole Sgarbi avrebbe detto: «Già i magistrati di Brescia, quando incominciarono le indagini sul comportamento contro Di Pietro e poi cominciarono ad avere anche i sospetti su una qualche responsabilità di Di Pietro, interrogarono Pacini Battaglia e qui viene fuori una cosa misteriosa. Pacini Battaglia quando era fuori dall'inchiesta ...non ancora, non dico arrestato, ma neppure indagato o avvisato, ricevette una strana telefonata di un avvocato che gli consigliava se avesse dovuto avere per caso delle questioni giudiziarie di prendere come avvocato tal Lucibello; un mese prima che lui fosse anche soltanto sfiorato dall'indagine. Strana cosa. Provate a sentire... Infatti lo interrogano, a Brescia, Fabio Salomone e Silvio Bonfigli e Chicchi Pacini Battaglia risponde»... «Pochi giorni dopo la perquisizione io parlai con l'Avv.ssa Manola Murdolo e scelsi l'Avv. Giuseppe Lucibello. Io prima di allora non conoscevo né avevo sentito nominare l'Avv. Lucibello» e questo è strano allora perché hai preso proprio lui. Qualcuno glielo ha consigliato. Questo interviene immediatamente dopo l'ordinanza di arresto. Questo è quanto. Aggiunge Pacini Battaglia: «Che circa un mese prima di subire la perquisizione..», quindi quando era ancora lontano non solo dall'arresto ma anche proprio da ogni sospetto di essere indagato, «... era giunta la telefonata in Banca non ricordo se a me o al Presidente Franco Croce con la quale lo studio Stella di Milano si metteva a disposizione qualora qualcuno di noi avesse avuto bisogno di assistenza legale per la vicenda di Mani Pulite». Come, con un mese di anticipo?! Nessuno sapeva niente, nessuno aveva sospetti... se per caso dovessero occuparsi di voi, noi siamo pronti a difendervi. «Non fu dato alcun seguito a questa telefonata che, comunque, quando si verificheranno i fatti del 17.02.1993 ci ritornò in mente creandoci qualche perplessità..» e continua «...io non ricordo chi mi consigliò l'Avv. Lucibello. Posso dire che qualche giorno dopo la perquisizione parlai con il Dott. Franz Sesti, già della Corte d'Appello di Roma, chiedendogli un consiglio. Il Sesti mi disse che non andava cercato un principe del Foro, ma un avvocato di Milano che fosse sveglio e in contatto con la Procura...».
Quindi era pronto l'avvocato in contatto con la Procura. Avendo un avvocato sveglio e in contatto con la Procura Pacini Battaglia non fa un solo giorno di carcere. Gabriele Cagliari, Presidente dell'Eni, non aveva evidentemente Lucibello come avvocato e infatti fa quattro mesi di carcere e muore.

Di questa vicenda si sono occupati anche altri prima di noi, come l'Avv. Pecorella e poi oggi l'Avv. Saponara, deputato ma avvocato di Milano che hanno denunciato la necessità di fare esplodere una «Avvocatopoli» per scoprire come mai alcuni avvocati avevano lavorato molto con grande successo facendo scontare pochi o nessun giorno di carcere ai loro clienti quindi chi avesse avuto quegli avvocati era garantito, chi non li avesse avuti stava in carcere. Quindi la Procura di Milano aveva con alcuni avvocati un rapporto fiduciario più forte.» L'onorevole Sgarbi proseguiva, poi, con la lettera di presunte intercettazioni telefoniche, o meglio dei tabulati di alcune telefonate «... fatte da Di Pietro e ricevute da Di Pietro il giorno dell'arresto di Mario Chiesa, esattamente un anno prima dell'arresto di Francesco Pacini Battaglia. Queste intercettazioni furono consegnate dal Capo della Polizia Parisi a Bettino Craxi e sono intercettazioni rivelatrici.. I rapporti che poi avranno il loro sviluppo anche nella vicenda Pacini Battaglia il 17.02.1992 è arrestato Mario Chiesa, amico di Lucibello e dell'imprenditore D'Adamo, entrambi amici di Antonio Di Pietro. Di Pietro telefona a Lucibello, che non è il difensore di Chiesa, alle ore 18,00 e ancora alle ore 19,14».

Sempre secondo l'atto di citazione, nella medesima puntata, seguiva la lettura di una lunga lista di presunti colloqui telefonici tra le persone sopra indicate, con commenti dell'onorevole Sgarbi quali «Ma guarda questo intreccio di telefonate il giorno degli avvisi di garanzia a Tognoli e Pillitteri». Il tutto a voler suggerire allo spettatore l'esistenza di una corrispondenza sospetta tra lo svolgersi dell'inchiesta e le telefonate intercorse tra le suddette persone, tra le quali era costantemente citato l'esponente. «Il 6 maggio arresti di Prada e Radaelli. Il quale Radaelli quindi, che era stato sempre in questo giro di telefonate, viene finalmente arrestato e ha per intanto parlato con l'avvocato che aveva in quei giorni insistentemente parlato con Di Pietro, con l'Avv. Lucibello» ... «Lucibello - Radaelli, che è già agli arresti domiciliari, alle ore 20,09. Mentre Cagliari sarebbe stato in carcere quattro mesi, il 6 maggio Radaelli entra in carcere: alle ore 20,09 è già agli arresti domiciliari». Appare evidente come tali riferimenti fossero volti a supportare la tesi - esplicitamente sostenuta dall'onorevole Sgarbi - secondo la quale l'attore, in concorso con il dott. Di Pietro, avrebbe fatto ottenere ai propri assistiti (tra i quali, è il caso di rilevarlo, non vi è mai stato Radaelli) illeciti vantaggi nell'ambito dell'inchiesta «Mani Pulite»; ad ulteriore dimostrazione di tale intento del conduttore, infatti, basti qui riportare la frase pronunciata dall'onorevole Sgarbi a chiusura della trasmissione: «Ma guarda, guarda questo Lucibello».


ALLEGATO 1

Testo del doc. IV-quater n. 146 della XIII legislatura, discusso e approvato nella seduta dell'Assemblea del 25 luglio 2000.

Onorevoli Colleghi! - La Giunta riferisce in ordine a due procedimenti penali pendenti presso il Tribunale di Bergamo a carico del deputato Vittorio Sgarbi, per il reato di diffamazione aggravata, per avere lo Sgarbi, nel corso di una trasmissione televisiva svolta il 20 settembre 1996 e nell'ottobre del 1996 sulla rete televisiva «Canale 5», nella puntata di «Sgarbi Quotidiani», offeso la reputazione di Antonio Di Pietro, magistrato già in servizio presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Milano, affermando, con riferimento a quanto asserito in una conversazione intercettata dal signor Pacini Battaglia, tra l'altro: «non vuol dire pagato con la vita, come Cagliari che si è ucciso. Non vuol dire pagato moralmente ... siamo usciti non perché abbiamo legittimamente pagato, non perché abbiamo pagato con l'onore perduto, non perché abbiamo pagato con la vita, ma solo perché si è pagato danaro. E di questo deve rispondere Borrelli, deve rispondere Di Pietro ... Di Pietro arresta 1.000 scarpini meno quelli che sono assistiti dal suo amico avvocato Lucibello. Ma guarda che strana cosa: gli avvocati che oggi difendono gli inquisiti sono gli stessi avvocati che hanno difeso Di Pietro: l'avvocato Dinoia e l'amico Lucibello ... No, la strada degli espedienti, la strada di avere qualche amico e protettore, che mentre l'indagine dilagava, lasciava fuori a Milano i veri grandi corrotti e corruttori; Pacini Battaglia che dava soldi a tutti, controllava tutti, era tanto grosso che Di Pietro non l'ha visto. Si è accorto di piccole, piccole pulci, piccole piccole; Pacini Battaglia enorme l'ha tenuto in carcere dodici ore, l'ha fatto parlare, si è dimenticato l'inchiesta sulle armi, quella che oggi La Spezia con quei pubblici ministeri, così, un po' rustici riapre, e non ha arrestato neanche per un secondo, non ha tenuto in carcere oltre quelle dodici ore per sentirlo insieme all'avvocato Lucibello, Pacini Battaglia. Ma guarda che cosa, ma guarda che strano: perché, Pacini Battaglia pagava con l'immagine, lui pagava con l'immagine, dava ai magistrati di Roma dei soldi e a Di Pietro l'immagine: tienti la tua immagine, non ce l'ho più, così ho pagato».

E ancora nella trasmissione dell'ottobre 1996: «quando un magistrato arresta uno e non arresta l'altro, fa un favore a quello che resta libero e non lo fa a quello che tiene in carcere. Quindi ha un potere che esercita con capriccio, con arbitrio ma anche per elargire un favore ... allora, quando un giudice ti dà la libertà, ti fa a te tangentista, corrotto, ti fa una elargizione infinitamente più grande dei soldi che hai preso fino a ieri. Sarà poco ? ... Guardate come è andata l'inchiesta sulla cooperazione nella quale era implicato a Roma il magistrato Paraggio, amico di Di Pietro e che quindi rinuncia all'inchiesta e manda i documenti, nei quali è coinvolto, nei quali ha un peso Pacini Battaglia, a Di Pietro. ... Quei documenti si sono persi, come si è letto in questi giorni. Eccolo qua: Pacini Battaglia spariti atti processuali, che vuoi dire niente arresto. Nuovo mistero: Roma mandò a Milano i documenti sull'affarista ma le carte non arrivarono al Pool».


ALLEGATO 2

Testo del doc. IV-quater n. 34 approvato dalla Giunta nella seduta del 29 maggio 2002.

Onorevoli Colleghi! - 1. Premessa. La Giunta riferisce su richieste di deliberazione in materia di insindacabilità concernenti il deputato Vittorio SGARBI con riferimento a tre procedimenti penali (di cui due riuniti) pendenti nei suoi confronti presso la corte d'appello di Milano in seguito a querele sporte dall'avvocato Giuseppe Lucibello.
I procedimenti traggono origine dalle puntate della trasmissione «Sgarbi quotidiani»: i riuniti nn. 1058/97 e 1162/97 del 5 e 7 novembre 1996; il n. 43/97 del 20 settembre 1996.

Nella prima occasione, l'onorevole Sgarbi ebbe a proferire frasi in confronto dell'avvocato Giuseppe Lucibello, professionista del foro di Milano, amico del dottor Antonio Di Pietro. L'onorevole Sgarbi ebbe ad affermare, tra l'altro, per come le parole gli vengono attribuite nel capo d'imputazione: «Il suo migliore amico (di Di Pietro) era Lucibello e Lucibello era pagato da Pacini Battaglia pare 200.000.000 al mese, che come parcella è modesta ma insomma serena». «Io non ho mai pensato che di Pietro fosse molto intelligente, ma se aveva indagato con tanta tenacia non poteva chiedere a Pacini Battaglia ... scusi lei dà 200.000.000 al mese al mio migliore amico avvocato», «... c'è un modo di fare atti iniqui anche senza prendere una lira, per esempio facendo favori. Cosa vale, abbiamo detto in altre occasioni, la libertà?», «... Lucibello era pagato profumatamente per poter garantire la libertà a Pacini Battaglia», «...era assolutamente assurdo che questo entrasse in carcere ... parlasse con Di Pietro, cosa da pazzi, che soltanto in quel caso valevano, fino all'ultimo Lucibello è stato privilegiato come nessun avvocato», «... Pacini Battaglia non ha fatto neanche un'ora di carcere», «Perché non ha chiesto a Pacini Battaglia: scusi sta facendo per caso qualcosa ... con il mio amico Lucibello?», «Di questo non si è accorto Di Pietro e non è poco».

Il 7 novembre 1996, risulta che l'onorevole Sgarbi disse: «Gli amici di Di Pietro, il titolo era dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, Lucibello avvocato, ma possiamo avere qualche sospetto? Perché era grande amico di Lucibello, che prendeva i soldi da Pacini Battaglia per fare l'avvocato e, come è accaduto in tanti casi, per non mettere in galera alcuni che erano inquisiti di Di Pietro».

Nella terza occasione, l'onorevole Sgarbi ebbe ad affermare, tra l'altro, per come le parole gli vengono attribuite nel capo d'imputazione: «...a chi Di Pietro vende la Mercedes? All'Avvocato Lucibello che è l'avvocato di certo Pacini Battaglia, quello che oggi è diventato così importante; altro che Di Pietro fosse totalmente incapace, che Di Pietro non avesse consapevolezza dell'importanza di Pacini Battaglia nella vicenda di corruzione. Pacini Battaglia non può aver ingannato né il suo avvocato Lucibello e Lucibello non può aver ingannato Di Pietro ...Di Pietro arresta mille scarpini, meno quelli che sono assistiti dal suo amico avvocato Lucibello... Vedete com'è interpretata dall'Avvocato Lucibello, amico di Di Pietro, l'acquirente della Mercedes di Di Pietro, amico di Di Pietro, amico di Pacini Battaglia, in grado di non far sapere al grandissimo Di Pietro che il più grande corruttore non era Cagliari, morto suicida in carcere, ma era Pacini Battaglia ...l'interpretazione di Lucibello meravigliosa, amico di Di Pietro, avvocato di Pacini Battaglia, Pacini Battaglia che dava i soldi a tutti, controllava tutto, era tanto grosso che Di Pietro non l'ha visto. Si è accorto di piccole, piccole pulci, piccole, piccole», «...Pacini Battaglia - enorme! - l'ha tenuto in carcere dodici ore ... dodici ore per sentirlo insieme all'avvocato Lucibello... È impressionante però di quell'Al Capone, Di Pietro non si è accorto. Aveva venduto la sua automobile a Lucibello e paga con l'immagine...».

http://fr.camera.it/_dati/leg14/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/004qua/035/relazione.htm


DI PIETRO E IL CONFLITTO DI INTERESSI

Ecco un altro esempio di populismo e di parzialità nell'informazione! Antonio Di Pietro ha omesso di dire che sia l’Espresso*, il 6 aprile 2007, che altri quotidiani di primo piano (di cui in calce ne riporto i riferimenti) han pubblicato una serie di articoli illuminanti proprio sul conflitto d'interessi di Antonio di Pietro che ha in se stesso ed in casa e, sui quali non solo si rifiuta di rispondere ma o minaccia querele ai direttori dei quotidiani che pubblicano articoli su di lui o a chi, tra i semplici ed onesti cittadini, gliene chiede conto (e non solo su quello degli altri su cui con costanza, solerzia, dileggio e legittima e giusta forza Antonio Di Pietro sempre si scarica....populisticamente però...come neppure un addestratore di farfalle saprebbe fare...proprio perché usa due pesi e due misure tra gli altri e se stesso) proprio in omaggio a quella democrazia e trasparenza di cui troppo spesso ci si riempie la bocca solo millantando sani ed etici principii.

E allora, viene da chiedersi, che cos'è un conflitto d'interessi per Antonio Di Pietro  allorché vi sia un rapporto di parentela, piuttosto che di amicizia o di legame professionale? Forse che il rapporto di parentela, al quale Antonio Do Pietro fa riferimento nel lanciare la sua solita populistica accusa nel suo ultimo post, non sia lo stesso che lo riguarda rispetto al di lui figlio Cristiano per l'appunto, per non parlare del rapporto di amicizia e/o professionale con riferimento al di lui avvocato, Scicchitano, membro del consiglio di amministrazione dell'Anas nominato, il 20 luglio 2006, dallo stesso ministro, Presidente Lazio Service S.p.a., Liquidatore Federconsorzi nonché eletto IDV nel Lazio come appariva sino a mesi fa sul sito dell'IDV? Le ovvie risposte che si possono dare strappano un amaro sorriso, siamo alla farsa!!

* http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Doppio-gioco/1563287&ref=hpstr1

" Un silenzio sull'argomento, prosegue il costituzionalista Barbera, "è un atteggiamento psicologico che ha già causato gravi guasti alla democrazia. E i risultati si vedono. Il capo ufficio stampa del ministro dei Lavori pubblici Antonio Di Pietro, quando lo invito a segnalare, consultando l'ex pm e i deputati dell'Italia dei Valori, una lista dei conflitti d'interessi in atto, risponde ufficialmente: Nessun nostro parlamentare è a conoscenza di conflitti d'interessi in Italia. Il che strappa un sorriso se si pensa a cos'è successo pochi giorni dopo, quando Di Pietro ha discusso, nei panni da ministro, questioni molisane con il figlio Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso. Oppure al fatto che l'avvocato di Di Pietro, Sergio Scicchitano, compare anche nel consiglio di amministrazione dell'Anas (ed e' presidente di Lazio Service S.p.A. nonché Liquidatore giudiziale della Federconsorzi in C.P..ndr). Nominato, il 20 luglio 2006, dallo stesso ministro."

Questo e' l'insegnamento di Antonio Di Pietro, pretende unicità e trasparenza dagli altri ma lui può agire diversamente, usare vari nick in rete..rifiutarsi di rispondere, minacciare querele ai direttori che scrivono anche su di lui, e a coloro che gli chiedono conto dei suoi conflitti d'interessi, che ha in se stesso ed in casa ...sic et simpliciter, rebus sic stantibus, per tabulas insomma e non per malevoli opinioni dettate da meri fini diffamatori; qui si parla di fatti molti dei quali provati e comprovati dalla stampa, gli altri rientrano nel legittimo esercizio costituzionale del diritto di critica e cronaca sui conflitti d'interesse, diritti spesso esercitati in libertà da Antonio Di Pietro, ma che anche a tutti noi appartengono, al di là delle ns legittime e diverse opinioni. E allora non mi e' mai piaciuto di vivere, convivere e portare il cervello all'ammasso di fronte a chiunque predichi bene e razzoli male...come gli altri con l'aggravante di ergersi a paladino di etica e trasparente morale senza accogliere le legittime altrui perplessita' fondate su documentati fatti ed atti!!!


La coltre di silenzio di Di Pietro sul crack Federconsorzi dopo l'arrivo di Scicchitano come liquidatore Federconsorzi dal 2003, e già nella procedura fallimentare della Cirio, nonché suo legale, eletto nel lazio per l'IDV come amministratore nel 2005, nonché presidente Lazio Service S.p.A.

Scicchitano nell’ottobre 2003 è stato nominato dal Tribunale Civile di Roma Liquidatore Giudiziale della Federazione dei Consorzi Agrari Federconsorzi in Concordato Preventivo

4/11/96 R.G. N. 86598/92 SENTENZA DI CONDANNA DEFINITIVA INAPPELLATA E PASSATA IN COSA GIUDICATA EMESSA DAL PRETORE DEL LAVORO DI ROMA dott Guido Rosa CONTRO LA FEDERCONSORZI E PER ESSA CONTRO LA LIQUIDAZIONE DELLA FEDERAZIONE ITALIANA DEI CONSORZI AGRARI ESSENDO AL TEMPO (1992) DELLA NOTIFICA DELL'ATTO INTRODUTTIVO NELLE MANI DEL COMMISSARIO GOVERNATIVO E GIUDIZIALE LA SOCIETA' DEBITRICE ANCHE ORGANO lIQUIDATORIO PER ESPRESSA STATUIZIONE DELLA SENTENZA DI OMOLOGA DEL 1991 COSI' COME RISULTA ANCHE DALLA DEPOSIZIONE DEL GIUDICE NORELLI A PERUGIA; MAI ESEGUITA DAL LIQUIDATORE SCICCHITANO

12/5/2004 R.G. 206237/02 SENTENZA DI CONDANNA IN 1° N. 11013/04 ESECUTIVA EMESSA DALLA 4 SEZ. DEL TRIBUNALE DEL LAVORO DI ROMA CONTRO LA FEDERCONSORZI E PER ESSA CONTRO LA LIQUIDAZIONE DELLA FEDERAZIONE ITALIANA DEI CONSORZI AGRARI; MAI ESEGUITA DAL LIQUIDATORE SCICCHITANO

EMILIO NORELLI - G.D. Federconsorzi dal Marzo 1996 al 2002

CASS. SEZ. LAVORO REMEDIA 9/3/2001 DEP. 26/7/2001 RGN 6227/00 CRON 22860 - Piena opponibilità alla Liquidazione del credito in quanto ritualmente notificato in persona del Commissario che aveva al contempo la duplice veste di debitore e liquidatore, come ammette lo stesso Norelli nell'interrogatorio -

CRAC D'EPOCA - fallimento Federconsorzi

Paolo Madron: È vero che molti avvocati di parte civile erano aderenti all'Italia dei valori?
Pellegrino Capalbo: Sì, c'era anche Antonio Di Pietro che però a un certo punto si defilò.

http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001037339.art


MASTELLA: Però una cosa gliela posso dire: io in un governo con Di Pietro non ci posso stare più. Un signore che si permette di attaccarmi e che intanto ha fatto avere al giudice di Brescia che lo prosciolse un incarico da tre milioni di euro in faccende di autostrade...

18 GENNAIO 2008

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200801articoli/29351girata.asp


Bel sistema all'italiana, quello escogitato dal ministro Antonio Di Pietro per sveltire i lavori delle autostrade: istituire commissioni speciali nominate da lui medesimo in persona. Peccato che finora questi nuovi organismi abbiano prodotto soltanto ritardi e aumenti di costi. Tempi allungati, perché il titolare delle Infrastrutture non è tempestivo nelle nomine. E maggiori spese, perché i commissari insediati sono autorizzati a chiedere parcelle astronomiche: anche il 2 per cento a testa dell'importo complessivo dei lavori.

La denuncia parte dal Friuli Venezia Giulia, dove l'urgenza di accelerare i lavori per alleggerire il sempre più inadeguato sistema autostradale è particolarmente sentita; ma potrebbe riguardare anche altre opere. È tutto scritto in un'interrogazione presentata in consiglio regionale dai capigruppo di Forza Italia, Isidoro Gottardo, e Alleanza nazionale, Luca Ciriani. Succede questo, per esempio: i tre commissari incaricati di valutare l'assegnazione del progetto esecutivo della terza corsia dell'autostrada A4 nella quindicina di chilometri fra Quarto d'Altino e San Donà di Piave hanno mandato un conto complessivo di circa 130mila euro.

Dopo il progetto ci saranno l'appalto dei lavori, i subappalti, eccetera: in questo modo la somma potrebbe lievitare alle stelle. I conti sono presto fatti. L'impegno economico complessivo per realizzare la terza corsia tra Venezia e Trieste è stimato pari a circa 900 milioni di euro, e siccome si è verificato che i commissari nominati da Di Pietro pretendano anche il 2 per cento a testa, alla fine le parcelle potrebbero toccare i 54 milioni di euro. Al confronto, sembrano briciole i quattro milioni chiesti all'autostrada Serenissima per una consulenza dall'avvocato Guglielmo Ascione, l'ex magistrato che nel 1995 chiese l'archiviazione delle accuse di Sergio Cusani contro l'allora pm Antonio Di Pietro.

Le Autovie Venete stanno già rifacendo i conti per calcolare gli aggravi. Fino all’anno scorso la società non avrebbe dovuto versare tutto questo denaro, dato che ogni concessionaria incaricava tecnici propri di gestire gli appalti e dichiarare i vincitori. Ora invece l'aggiudicazione dei lavori spetta alle nuove commissioni nelle quali le società richiedenti non possono avere propri rappresentanti. Organismi «indipendenti» e «imparziali». Ma sono davvero tali? È un'altra delle domande che pongono Gottardo e Ciriani nell'interrogazione.

La composizione di queste commissioni, infatti, tocca non genericamente al ministero «ma specificamente al gabinetto del ministro Di Pietro». Con il risultato, osservano ancora, di rendere «evidente il grave livello di interferenza politica nella composizione delle commissioni giudicatrici». «Dei tre commissari per il progetto della Quarto d'Altino-San Donà - dice Gottardo - uno era un ingegnere dello Iacp di Gorizia in pensione candidatosi per l'Italia dei Valori, e il secondo un dirigente delle opere pubbliche del Lazio nato a Montenero di Bisaccia. Il terzo è il direttore del dipartimento Anas. Due nomi su tre sono legati personalmente a Di Pietro».

Alle maggiori spese si sommano i ritardi. Il caso citato nell'interrogazione riguarda un'opera accessoria all'autostrada A28 (la Portogruaro-Sacile), a cavallo tra le province di Treviso e Pordenone, cioè la bretella stradale di Godega di Sant'Urbano. «In agosto - scrivono Gottardo e Ciriani - Autovie Venete ha emesso il bando di gara fissando nel 16 ottobre il termine per l'aggiudicazione dell'opera. Ma non si è potuto procedere, in quanto il ministro Di Pietro non ha proceduto alla nomina dell'apposita commissione giudicatrice visti i poteri in tal senso a lui avocati».

Lavori bloccati, dunque. E rabbia dei politici del Nordest, che chiedono al Veneto e al Friuli Venezia Giulia di protestare formalmente con Di Pietro anche in nome del «più elementare principio di sussidiarietà». L'assessore ai Trasporti del Fvg, il diessino Lodovico Sonego, allarga le braccia. «La norma è prevista da una legge dello Stato - ha detto al Gazzettino - noi comunque abbiamo già scritto al ministro per sollecitare la nomina della commissione per la bretella dell'A28».

1 novembre 2007

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=217296


Il ministro Antonio Di Pietro ha ricevuto la visita del consigliere provinciale di Campobasso, Cristiano Di Pietro, per discutere la richiesta di una ditta privata che vorrebbe insediare un impianto di energia eolica in Molise. Al termine del summit il consigliere Cristiano, figlio di Antonio, ha manifestato pubblicamente la sua soddisfazione per aver chiesto e ottenuto un incontro con il ministro Antonio, papà di Cristiano. E poi dicono che nelle famiglie italiane non c'è dialogo. Secondo il consigliere Cristiano figlio di Antonio, la riunione ha permesso al ministro Antonio papà di Cristiano di comprendere meglio i termini del problema. Avrebbero potuto parlarne in pigiama a casa durante la colazione, ma è fuori di dubbio che nel salone di un ministero certi discorsi fanno un altro effetto. Anche su di noi, che dopo l'affondamento della Prima Repubblica dei partiti, avevamo temuto che la Seconda si sarebbe fondata sui giudici, mentre è più banalmente finita nelle mani dei clan di consanguinei.

Ai No Tav interesserà sapere che il ministro Antonio papà di Cristiano ha condiviso le osservazioni del consigliere Cristiano figlio di Antonio, affermando la sua indisponibilità a consentire a chicchessia di deturpare i panorami molisani con una raffica di pale. Poiché lo stesso ministro Antonio papà di Cristiano non ha mai manifestato analoga intransigenza riguardo all'Alta Velocità, il popolo della Val di Susa ha davanti a sé una strada obbligata: eleggere consigliere provinciale il figlio di un ministro qualsiasi. E mandarlo subito a Roma a trattare con papi.

15 marzo 2007

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=250&ID_sezione=56&sezione=

Il ministro delle Infrastrutture ha capitanato la rivolta contro il disegno di legge sulle retribuzioni dei dirigenti pubblici. Con grande sollievo di uno dei suoi principali collaboratori.

Prima diciamo che non ci sono i soldi per pagare i ricercatori e mettiamo i ticket per il pronto soccorso; poi togliamo il tetto agli stipendi dei manager pagati dallo Stato: devono stringere la cinghia anche loro... Così, al Consiglio dei ministri di venerdì 16 febbraio, il titolare delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, ha capitanato la rivolta che ha affossato il disegno di legge di Tommaso Padoa-Schioppa sulle retribuzioni dei dirigenti pubblici.

Il ministro dell'Economia voleva introdurre due novità. Prima: l'estensione anche ai manager interni del tetto di 270 mila euro stabilito in Finanziaria per i soli consulenti esterni. Seconda: la possibilità, per le amministrazioni, di derogare al tetto, rendendo però note cifre e motivazioni. Di Pietro & C. hanno fatto muro e, almeno per ora, sono riusciti a spuntarla. Il primo a tirare un sospiro di sollievo è stato uno dei principali collaboratori del ministro: il suo capo di gabinetto, Vincenzo Fortunato. Al compenso per l'incarico alle Infrastrutture l'alto burocrate può sommare, secondo quanto risulta a 'L'espresso', un emolumento superiore ai 430 mila euro, percepito come professore della Scuola superiore dell'Economia e delle finanze. Fortunato di nome e di fatto.

9 marzo 2007

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Colpo-Fortunato/1531452

POLITICA & AFFARI Basta con i partiti dai bilanci oscuri, tuona l’ex pm di Mani pulite. Ma quando si tratta della sua Italia dei valori cambia musica: decide tutto lui, con l’ex moglie e un’amica di famiglia. Grazie a statuti creati ad hoc. E quanto a certi appartamenti... «I partiti non sono delle bocciofile»: così parlò Gianfranco Fini, il 3 ottobre, presentando la meritoria proposta di legge per «la riduzione dei costi della politica e la promozione della trasparenza». Basta coi bilanci oscuri dei partiti, con le gestioni poco democratiche, con la totale assenza di responsabilità civile e penale: «C’è una caduta verticale nella credibilità delle istituzioni. Vediamo chi sottoscrive questo documento, chi ci sta e chi no, chi ci fa e chi ci marcia» rincarò, al fianco di Fini, il ministro Antonio Di Pietro, coautore della proposta e leader dell’Italia dei valori.

La stessa Italia dei valori di cui il 21 settembre è stata chiesta la messa in liquidazione al tribunale civile di Milano? E che è stata segnalata al Consiglio d’Europa (ultimo atto della guerra giudiziaria tra Di Pietro e il Cantiere di Achille Occhetto) perché ad approvarne i bilanci, per milioni di euro di fondi pubblici, è di fatto un’unica persona? Perbacco: proprio lo stesso partito di cui Di Pietro è presidente, fondatore e proprietario del simbolo.

Un partito che ha incassato oltre 22 milioni di euro dallo Stato, ma di cui il ministro è il solo ad avere le chiavi della cassaforte. Insieme a due donne: Susanna Mazzoleni, la sua ex moglie, e Silvana Mura, «amica di famiglia» (parole sue) da tempi immemorabili.

Da dove cominciare a raccontare questa bizzarra storia? Le carte sparse fra i vari tribunali (Brescia, Milano, Roma, Bruxelles) sono una montagna. Ma c’è una data ben chiara, il 26 settembre 2000. E un luogo, via delle Province 37, Roma. È qui, davanti al notaio Bruno Cesarini, che nasce la «libera associazione Italia dei valori-Lista Di Pietro, in breve Idv» con sede a Busto Arsizio in via Milano 14. L’oggetto sociale vola alto: «La valorizzazione, la diffusione e la piena affermazione della cultura della legalità, la difesa dello stato di diritto, la realizzazione di una prassi di trasparenza politica e amministrativa».

A firmare l’atto sono solo in tre. Antonio Di Pietro, che porta in dote il simbolo registrato a Genova come «marchio di impresa personale». Il suo amico Mario Di Domenico, un avvocato abruzzese residente a Roma. E Silvana Mura, ex commerciante di biancheria a Chiari (Bs), l’amica di famiglia. Tre amici che, all’unanimità, nominano Di Pietro presidente. Mura diventa tesoriera, Di Domenico segretario. E partono.

Già nel 2001 l’Italia dei valori conquista un senatore (Valerio Carrara, subito passato a Forza Italia) e dunque accede ai generosi rimborsi previsti dalla legge: oltre mezzo miliardo di lire come anticipazione, più 822 milioni a rate nei quattro anni seguenti. Nel 2002 all’Idv vengono attribuiti altri 2 milioni di euro come «integrazione».

Tutto bene? No, perché il segretario Di Domenico viene denunciato per appropriazione indebita. Verrà definitivamente assolto nel 2007 perché «il fatto non sussiste», ma al momento la sua è una presenza ingombrante. E dunque nuovo appuntamento dal notaio.

Stavolta è Romolo Rummo, via Piemonte 117, Roma. Scusate la pedanteria: alle ore 13.30 del 5 novembre 2003 Antonio Di Pietro «prende la parola» e un attimo dopo le dimissioni di Di Domenico sono agli atti. Già che ci sono, si dimette anche Silvana Mura. Ma prima di andarsene, all’unanimità, i tre approvano il trasferimento della sede sociale da Busto Arsizio a Milano. Alle ore 13.35 l’assemblea viene tolta.

Cinque minuti e l’Idv, da associazione a tre soci, diventa di fatto un paradossale partito «a socio unico». Cinque minuti fondamentali. E per capirlo basta ficcare il naso nella nuova sede del partito: via Felice Casati 1/A, a Milano. Nove vani di proprietà della Iniziative immobiliari srl di Gavirate, gruppo Pirelli Re, che poco dopo vengono comprati da un’altra srl, la An.To.Cri. di Bergamo. An come Anna, To come Toto, Cri come Cristiano, i tre figli di Di Pietro.

Un caso? Vediamo. Socio unico della srl: Antonio Di Pietro. Amministratore unico: Antonio Di Pietro. Il capitale sociale è esiguo, 50 mila euro appena; eppure, nel giro di due anni la piccola società riesce a mettere le mani su due grandi appartamenti a Milano e a Roma (ceduto, quest’ultimo, poche settimane fa). Valore dichiarato degli immobili: 1 milione 788 mila euro. E da dove vengono i soldi? Anno 2003: il socio unico Di Pietro versa alla An.To.Cri., ossia a se stesso, 100 mila euro come «prestito infruttifero»; 2004: altri 300 mila euro; 2005: 783 mila euro. Un totale di 1 milione 183 mila euro, contanti, in tre anni.

Poi il socio unico della An.To.Cri., sempre Di Pietro, affitta all’associazione Italia dei valori, di cui Di Pietro è unico socio, l’appartamento di via Casati. Un conflitto di interessi, o no? E l’anno dopo raddoppia: la An.To.Cri. acquista 10 vani in via Principe Eugenio 31, a Roma, e subito l’Idv decide di trasferirci «la sede nazionale di rappresentanza politica»: lo annuncia il tesoriere nel 2005. E chi è? Silvana Mura.

Vogliamo dare un’occhiata più da vicino a questa bella signora 49enne, ora deputata dell’Italia dei valori? Il 20 aprile 2004 entra anche lei nel consiglio d’amministrazione della An.To.Cri., insieme a Di Pietro e un certo Belotti. Claudio Belotti, ex convivente di Mura? Proprio lui. I due non stanno più insieme da tempo, ma hanno un figlio; e i rapporti tra loro sono così buoni che nel 2006, dopo le elezioni, Tonino e Silvana lasceranno proprio Belotti a fare da amministratore unico.

Ora, Belotti non risulta avere incarichi nel partito. Ma Mura… Ricordate che il 5 novembre 2003 si era dimessa? Bene, il 20 dicembre 2003 Di Pietro ritorna dal notaio (a Bergamo, stavolta) e nomina l’ex socia «tesoriere nazionale del partito con effetto immediato».

In base allo statuto dell’Idv il presidente può fare questo e altro: a lui solo, e «fino a sua rinuncia», spettano la titolarità del simbolo e la modifica dello statuto; l’approvazione del «rendiconto»; la definizione delle candidature, la presentazione delle liste, la nomina del tesoriere, l’assegnazione «di incarichi retribuiti», la ripartizione e l’utilizzo dei finanziamenti. Tutto, in una parola. E sempre a lui, al presidentissimo, spetta il diritto di accettare i nuovi soci dell’Idv. Soci, attenzione. Perché di Italia dei valori, grazie allo statuto blindato da una girandola di notai (cinque modifiche in tre anni, con cinque notai diversi), ce ne sono ormai due: quella pubblica, il partito, a cui chiunque può aderire a livello «politico», anche via internet; e quella, parallela, che percepisce e gestisce i giganteschi fondi pubblici: l’associazione di cui si diventa soci solo per accettazione del presidente davanti a un notaio. Manco fosse una società per azioni.

Quali e quanti soci sono entrati in tutti questi anni? Dentro, nel 2000: Di Pietro, Di Domenico, Mura. Fuori, nel 2003: Mura e Di Domenico. Unico socio rimasto: Di Pietro. E da solo il presidentissimo fa e disfa per un bel pezzo. Approva il bilancio. Tratta col gruppo di Occhetto e Giulietto Chiesa per una lista comune alle europee; sempre da solo, unico proprietario del marchio, deposita la lista Di Pietro-Occhetto e si assicura i rimborsi elettorali; poi si autoattribuisce un rimborso da 423 mila euro.

È ormai il 26 luglio 2004 quando il notaio Peppino Noseri di Bergamo registra, finalmente, l’ingresso di due nuovi soci. Li conosciamo già: l’avvocato Susanna Mazzoleni da Curno, nessuna attività politica conosciuta, ma madre di Anna e Toto Di Pietro (si è burrascosamente separata dal ministro nel 2002, ora i due vanno d’accordissimo nell’Idv), e l’immancabile Silvana Mura.

Ricapitoliamo? Via Casati 1/A è il cuore di tutto il sodalizio: c’è la sede legale del partito (Di Pietro-Mura-Mazzoleni); la sede in cui si approvano i bilanci della An.To.Cri (Di Pietro-Mura-Belotti); la sede di una piccola società oggi in liquidazione, Progetto Orizzonti (Mura-Belotti). Lui, lei, l’ex moglie di lui e l’ex convivente di lei. Tutti insieme, appassionatamente, in un intreccio politico-affaristico unico.

E dove i soldi sono tanti: solo nel 2006, grazie alle politiche (20 deputati e 5 senatori eletti), all’Idv vengono attribuiti 10 milioni 726 mila euro di rimborsi. Aggiungiamo il bendiddio già assegnato negli anni precedenti: fanno quasi 22 milioni e mezzo.

Ma chi mai, al partito, ha visto o discusso i bilanci? «Non appena qualcuno cominciava a chieder conto dei soldi veniva messo alla porta» afferma Adriano Ciccioni, ex consigliere comunale a Milano. L’articolo 10 dello statuto infatti parla chiaro: l’approvazione dei bilanci spetta solo al presidente, Antonio Di Pietro, e quindi ai soci, ossia l’ex moglie e l’amica di famiglia. Eppure...

Verbale della riunione del 31 marzo 2005 nella solita sede di via Casati: alle ore 17 Di Pietro è il solo a «esaminare ed eventualmente approvare» il bilancio 2004. Non sono noccioline. Proventi: 5 milioni 589 mila euro. Oneri: 3 milioni 420 mila. Oneri straordinari: 364 mila 936. Avanzo di gestione: 1 milione 821 mila 415 euro.

Soldi pubblici. Soldi nostri. Soldi erogati dall’ufficio di presidenza della Camera (della cui segreteria fa parte Silvana Mura, la responsabile dei bilanci Idv) senza un sistematico controllo sul come, a che scopo e da chi verranno spesi.

La Corte dei conti ormai da anni protesta contro una legislazione piena di falle, che lascia ai partiti troppo margine di manovra. Ma i partiti, come hanno ricordato a tutti Fini e Di Pietro quel 3 ottobre, oggi non hanno personalità giuridica. Incassano e spendono come vogliono. E allora?

Allora il presidente dell’Italia dei valori, «in forza dei poteri che lo statuto gli conferisce, approva il rendiconto». La riunione è sciolta alle 19.30. E nel verbale non compare l’ombra di alcun socio: né l’amica, né l’ex moglie. (Laura Maragnani).

L’oggetto sociale vola alto: «La valorizzazione, la diffusione e la piena affermazione della cultura della legalità, la difesa dello stato di diritto, la realizzazione di una prassi di trasparenza politica e amministrativa».A firmare l’atto sono solo in tre. Antonio Di Pietro, che porta in dote il simbolo registrato a Genova come «marchio di impresa personale». Il suo amico Mario Di Domenico, un avvocato abruzzese residente a Roma. E Silvana Mura, ex commerciante di biancheria a Chiari (Bs), l’amica di famiglia. Tre amici che, all’unanimità, nominano Di Pietro presidente. Mura diventa tesoriera, Di Domenico segretario. E partono.

Già nel 2001 l’Italia dei valori conquista un senatore (Valerio Carrara, subito passato a Forza Italia) e dunque accede ai generosi rimborsi previsti dalla legge: oltre mezzo miliardo di lire come anticipazione, più 822 milioni a rate nei